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venerdì 2 ottobre 2026

La società degli uomini (2)

Nella Costituzione italiana, la dignità umana non è racchiusa in un singolo articolo-manifesto, ma costituisce il vero e proprio filo conduttore e valore fondante dell'intero ordinamento repubblicano. Pur non essendoci una formula assoluta e generale come in altre carte coeve (ad esempio la Legge Fondamentale tedesca), la dignità "innerva" tutta la prima parte del testo costituzionale, legandosi a doppio filo al principio personalista, pluralista e lavorista.

==Quattro sono i pilastri fondamentali: 

1) La "pari dignità sociale" e l'uguaglianza (Articolo 3). La menzione più celebre si trova all'articolo 3, secondo cui "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge". La dignità non è intesa come un concetto astratto o nobiliare, ma come una condizione sociale paritaria: ogni persona ha lo stesso valore intrinseco, a prescindere da sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali. Il secondo comma affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che ne impediscono il pieno sviluppo.

2) Dignità e Lavoro (Articoli 36 e 38). Nel modello costituzionale italiano, il lavoro è lo strumento principale di emancipazione e affermazione della dignità umana. L'Articolo 36 stabilisce che la retribuzione del lavoratore deve essere proporzionata al lavoro svolto e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. L'Articolo 38 garantisce i mezzi di sostentamento e l'assistenza sociale in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia o disoccupazione involontaria, affinché nessuno sia privato della propria dignità a causa di condizioni di vulnerabilità.

3) I limiti all'iniziativa economica (Articolo 41). La Costituzione tutela la libertà d'impresa, ma stabilisce una precisa gerarchia di valori. L'Articolo 41 sancisce chiaramente che l'iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all'ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Il profitto non può mai calpestare il valore della persona.

4) Salute e trattamenti sanitari (Articolo 32). Il diritto alla salute è tutelato dall'Articolo 32 anche nella sua dimensione di rispetto dell'identità personale. La norma vieta espressamente che un trattamento sanitario obbligatorio (stabilito per legge) possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. 

 La visione della società secondo Aristotele

La teorizzazione dello schiavismo

 Nella società occidentale, dall’Illuminismo, e comunque dalla fine del Settecento, chi possiede i mezzi di produzione, riesce pure ad imporre la propria rappresentazione del mondo teorizzandone la unicità: per questa via giustifica il proprio dominio e legittima la propria superiorità su chi è impegnato nella produzione come forza lavoro. Avviene, seguendo Aristotele,  che tutti coloro la cui cultura è diversa da quella egemone, non rientrando i loro comportamenti nel discretizzato secondo i modelli dominanti, vengono associati alla natura. Non sono cioè logos ma caos. Sono barbari, primitivi, diversi, devianti. La loro condizione subalterna o marginale viene cosí affermata come un dato naturale. E’ lo stesso Aristotele a esprimere i seguenti concetti:

«Poiché l'essere dotato di intelligenza e preveggenza è dominatore e signore per natura, chi può eseguire con le facoltà corporali le prescrizioni di questo, è soggetto e schiavo... Per natura dunque è determinata la condizione dell'essere femminino e dell'essere servile, poiché la natura nelle sue creazioni non rassomiglia agli artigiani dozzinali, come quelli che fanno le spade delfiche, opera meschina; ma adatta ciascun essere alla sua funzione: cosí infatti ciascuno degli strumenti raggiungerebbe la perfezione, qualora non fosse destinato a una molteplicità di funzioni, ma fosse conformato e adoperato per una sola. Tra i barbari, è vero, la femmina e lo schiavo sono allo stesso livello, ma la causa è che i barbari per natura non sono destinati a comandare».   

Aristotele, con quanto ora riportato, insiste nel riferire alla natura la diversità di condizione sociale, e nell'assumere questa a segno di inferiorità. Egli considera inoltre l'opinione apparentemente strana che uno strumento per essere perfetto deve servire a una sola funzione. 

E una stranezza il cui valore ideologico viene chiarito subito dopo, quando leggiamo che per il filosofo greco «le arti... hanno una sfera ben determinata, hanno bisogno di strumenti appositi per effettuare la produzione degli oggetti propri di ciascuna di esse (gli strumenti alcuni sono inanimati, altri animati; per esempio, per il capitano di nave, il timone è strumento inanimato, l'osservatore sulla prua, animato: poiché l'operaio nelle arti tien luogo d'utensile): cosí nell'economia la proprietà è strumento per la vita, il possederla è il complesso degli strumenti, lo schiavo è una proprietà animata, e l'operaio è uno strumento superiore a tutti gli altri strumenti»

(Politica I 12526 1-7; I 12536 25-34). 


Il discorso ora è chiaro: se lo strumento piú perfetto è quello adatto a svolgere una sola funzione, operaio ideale, in quanto strumento, sarà quello che limiterà se stesso al solo ruolo di operaio. In questo modo, restando stabile l'assetto sociale, la natura non minaccerà la cultura, il logos, cioè, manterrà il predominio sul caos.

La concezione gerarchica tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, anche se non sempre esplicitata nei termini schematici e crudi usati dal filosofo greco, è un carattere distintivo di molte civiltà. La ritroviamo in qualche modo anche nel pensiero cristiano, la cui storia in larga misura si confonde per molti secoli con quella della civiltà occidentale. Il Cristianesimo, ovviamente, muovendo dal presupposto della parità umana, per recuperare la distinzione negata, riformulava in modo diverso l'opposizione attraverso la messa in valore dell'ascesi. Ne risultava cosí un nuovo ordine gerarchico che poneva al livello piú basso il lavoro materiale e a quello piú alto il lavoro, l’impegno spirituale.

=. =.  =


(Segue: su questa pagina punteremo a mettere in rilievo il ruolo del fattore “Lavoro”  dall’alba della civiltà fino ai nostri giorni).

mercoledì 30 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

Il teatro nel Novecento 
abbandona le regole
classiche e il dramma
borghese ottocentesco
per diventare uno spazio
di sperimentazione, crisi
dell'identità e denuncia
sociale.

 Il teatro all’alba del Novecento 

Il passaggio dal teatro dell'Ottocento a quello del ventesimo secolo avviene nel segno della ottocentesca continuità dovuta alla presenza fisica d'un nutrito gruppo di padri nobili e dalla vigoria della commedia di intrattenimento borghese o dialettale a impianto realistico. La continuità attraverso drammi tardo naturalistici e nell’ansia di futuro aprono alle suggestioni del simbolismo, ad atmosfere intimistiche, a trasfigurazioni lirico-sentimentali. 

 Su questo sottofondo D'Annunzio sfida le convenzioni del repertorio borghese con il suo progetto di un teatro poetico-rituale ed esplode poi nello sperimentalismo contestatario dell'avanguardia futurista. In chiave ironica, si propongono le prime indagini d'una drammaturgia del grottesco.

Del passato resta invece il dramma storico: velleità nazionalistico-imperiali animano la tensione retorica e l'orpello storico consente di mascherare disagi sociali.


Gerolamo Rovetta offrì (1901) una visione idilliaca del Risorgimento e con Re Burlone, nel 1905, un caricaturale ritratto di Ferdinando Il di Borbone. Quelli sono anni in cui il nazionalismo incomincia a diventare un partito e se la dannunziana Francesca da Rimini (1901) dava l'illusione della tragedia nazionale di alto prestigio letterario, il Giulio Cesare (1902) di Enrico Corradini - teorico del nazionalismo e critico drammatico sul "Marzocco" - attinge dalla romanità miti, suggestioni, idee-forza per una politica espansionistica. 

Alfredo Oriani con il suo Invincibile (1902) - sul palcoscenico del Margherita di Genova - capovolge il modulo Amleto, trasponendolo negli anni della speculazione borghese per declamare o recriminare le ragioni d'una rivolta ideale perpetuamente frustrata.

lunedì 28 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

In letteratura, il concetto di 
Opera aperta definisce un
testo che non impone 
un’unica interpretazione
rigida o un percorso
narrativo lineare, ma 
richiede una 
collaborazione 
attiva e inventiva
del lettore per 
completarne il
senso.






 L’opera aperta.

Ha scritto Umberto Eco: "Molta della letteratura contemporanea è fondata sull'uso del simbolo come comunicazione dell'indefinito, aperta a reazioni e comprensioni sempre nuove.

Possiamo facilmente pensare all'opera di Kafka come ad un'opera "aperta" per eccellenza: processo, castello, attesa, condanna, malattia, metamorfosi, tortura non sono situazioni da intendersi nel loro significato letterale immediato.


Ma a differenza delle costruzioni allegoriche medievali, qui i soprasensi non sono dati in modo univoco, non sono garantiti da alcuna enciclopedia, non riposano su nessun ordine del mondo".

 (U. Eco, Opera aperta, Milano 1962).


=======

Globalizzazione e contemporanea

 regionalizzazione.


Si è conclusa alcuni decenni fa, la marcia, avviata molti anni fa, verso |’Europa. Che -ora unificata- si è persino allargata oltre i confini tradizionali dell'Ovest, magari per far fronte alla competizione economica con gli Stati Uniti e altre grandi potenze orientali che la globalizzazione rende concorrenti diretti e prossimi. 

Non è nuovo ma non ha avuti mai tanti e così rumorosi proseliti il federalismo in Italia. Dunque direttrici verso l'autonomia locale del potere convivono con le esigenze della globalizzazione. Un'altalena in cui da una parte c'è una forte spinta al decentramento, dall'altra una vigorosa tendenza alla concentrazione: analoga a quella che crea colossi economici multinazionali in cui annegano i poteri e le identità di ogni singolo Stato. La situazione in cui oggi si ritrova l’Europa è una gara durissima ma già cominciata fra i regionalismi e la  globalizzazione. E ciò è davvero nuovo: tanto da lasciare col fiato sospeso. 

Vince il cerchio, che Savinio odiava come figura del sempre identico, ma certamente il mondo, e specificatamente l’Europa non gira come prima.


Naturalmente lo si sapeva: ci sarebbe stato un altro episodio della guerra millenaria fra Platone e Aristotele, fra Essere e Divenire, fra centro e periferia, tra superficie e profondo, autobiografia e romanzo, tra grande architettura narrativa e frammento, fra figuratività e informale, fra nominare e suggerire, fra il cerchio e l'ordine quadro, fra scrittura grassa e scrittura magra, fra comico e tragico, tra riso e umorismo, tra plurilinguismo dantesco e monolinguismo petrarchesco, fra lingua e dialetto, fra narrare e descrivere, tra poesia e prosa, tra epica e quotidianità, tra realismo e fantastico, tra ordine e trasgressione, fra innovazione e rispetto della tradizione, fra classicismo e barocco, fra eresia e ortodossia, fra progressisti e conservatori, fra riformisti e rivoluzionari e fra tutte le alternative nate dalla testa dell'uomo chissà quanti millenni fa. 

Ripetizioni dunque ma ci sarebbero state differenze. Nei secoli precedenti c'erano state varianti ma è nel Novecento che c’è stata la svolta radicale.


La prima clamorosa differenza della "cultura" rispetto alla "natura" fu l'industria. Piccola creatura davvero rispetto a quella che è diventata nel Novecento. Prese a morire la plurimillenaria civiltà contadina a causa di questa grande novità strutturale e ne sarebbero seguite tante: compresa la crisi della civiltà industriale, che alla fine del secolo non è più stata tanto sicura del proprio avvenire. Si alternarono nacquero e morirono rapidamente in quel  secolo (il Novecento) tutte le invenzioni, ogni svolta, persino le strutture, che avevano fama di essere durature, se non perennità . "La novità seduce", diceva già Pope, e il Novecento l'ha presa come regola di vita.


(Segue)


sabato 19 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

All'inizio del Novecento, il
futuro della letteratura viene
affidato a una radicale rottura
con il passato, al rifiuto del
positivismo e del realismo
ottocentesco e alla nascita
delle avanguardie e del
modernismo
 Il Novecento?

 Un secolo orfano. Forse il padre l'ha ucciso (così: Tozzi, Svevo, Gadda e Kafta), di sicuro l’ha perduto. Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico (Atene, 25 agosto1891 – Roma, 5 maggio 1952 è stato uno scrittore, pittore, drammaturgo e compositore italiano) è dell'idea che il secolo ha perso il modello e così ha guadagnato  una libertà mai goduta prima così.

Quanta nostalgia però, che voglia di ritrovarlo, di veder tornare il padre, di riavere il modello, la struttura unica che sa la verità su un'epoca. E forse non ci si è rassegnati a farne a meno neppure oggi, in età postmoderna, che ignora il padre. Dio e ogni depositario della Legge.

Il Novecento è stato un secolo che ha combattuto estenuanti guerre di successione per stabilire a chi toccava il ruolo di guida. Guerre di fratelli in lotta per il posto di padre.


 Quanti regimi totalitari per sostituire un padre e un dio al cui ruolo non si sa rinunciare. Quanti intellettuali rivoluzionari e quanti artisti anarchici sono passati al seguito di dittatori, di Mussolini, Stalin, Hitler.

Il Novecento bestemmiando Dio e il Padre ha convalidato la struttura di una cultura a piramide, sia pure spuntata dai deicidi. Una piramide capovolta che avesse il culmine sotto, cioè invisibile, e su cui si reggesse un epoca.

Eretici e miscredenti non hanno dubitato per decenni: c'era un disegno profondo nel caos contemporaneo. L'arte che lo scopre sarà premiata dalla fede di chi si sentirà dentro quel disegno o progetto e tecnica o, meglio ancora, in quel preciso linguaggio. Si pensi alle poetiche, i movimenti, i gruppi, le riviste che hanno dato la direzione al secolo. Si osservi la staffetta fra le scuole culturali e le correnti artistiche con la quale corse  la storia della cultura del secolo. Senza i movimenti non si fa storia. Così credeva chi pensava alla stona come progresso ma ora chi crede più al progresso?


La norma datasi è che c'è un solo posto, solo uno può occuparlo: un movimento (per esempio il futurismo), una rivista ("La Voce"), una corrente (gli ermetici), una ideologia (il marxismo), un gruppo (il Gruppo 63). Soltanto uno ha ragione, non escluso l'irrazionalismo, che, anzi, finge di parlare con Dio. Ha ragione il cinema invece della letteratura, la TV invece del cinema, la musica invece del teatro, la scienza invece della religione. Uno dopo l'altro e viceversa: i posti non sono stati assegnati definitivamente. Possono tornare la religione, il cinema e il teatro. Eterna è stata la musica, ma quale musica? E quale letteratura? Una volta si era certi di saperlo: quella futurista o quella ermetica o quella neorealista.


(Segue)

mercoledì 16 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

1905 - 1937



Il poeta ungherese, Attila Joszef (Budapest, 11 aprile 1905 – Balatonszárszó, 3 dicembre 1937) è stato uno dei più importanti e influenti poeti ungheresi del XX secolo. La sua opera ha tragicamente unito elementi del modernismo europeo, del surrealismo e del realismo socialista, dando voce alla sofferenza delle classi più povere e al dramma dell'alienazione esistenziale.

Nato nei quartieri poveri di Budapest, visse un'infanzia segnata dalla miseria. Dopo l'abbandono del padre e la prematura morte della madre (figura centrale e dolorosa di molte sue liriche), crebbe tra affidamenti e mille difficoltà. Nonostante le sue straordinarie doti intellettuali e gli studi intrapresi tra Budapest, Vienna e la Sorbona di Parigi, si scontrò duramente con l'ambiente accademico e politico ungherese dell'epoca. La sua celebre poesia Tiszta szívvel ("Con cuore puro") fu considerata scandalosa per il suo nichilismo nichilista, costandogli l'espulsione dall'Università di Seghedino.

Le sue poesie spaziano dall'introspezione psicologica freudiana, fino a una profonda solitudine esistenziale. Ha saputo fondere il linguaggio popolare e folcloristico con le avanguardie letterarie più complesse. Affetto da gravi disturbi psichici e schiacciato dalla povertà e dal mancato riconoscimento pubblico, morì a soli 32 anni travolto da un treno merci presso il lago Balaton. Sebbene permangano dubbi storici, la tesi del suicidio resta la più accreditata.

Ai nostri giorni Attila József è celebrato in Ungheria come un vero e proprio eroe culturale nazionale; il giorno della sua nascita, l'11 aprile, è stato istituito come la Giornata Nazionale della Poesia.

= = = =

Ebbe a scrivere:

 «Il dolore è come un postino: 

qualche volta bussa alla tua porta: 

ha una lettera per te». 

lunedì 7 settembre 2026

Vivere in regime democratico

  Vivere in età da pensionato consultando i tanti libri acquistati negli anni giovanili e mai completamente letti allora fino in fondo, fino all’ultima pagina, fa scoprire ancora ai nostri giorni, in età  ormai da pensionati, tante situazioni non sempre ben comprese o comunque non sufficientemente approfondite.

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Il discorso agli elettori di
Caraglio 
è un celebre intervento
extraparlamentare tenuto da 
Giovanni Giolitti il 7 marzo
1897
 nel suo collegio elettorale di
Dronero.  1) 
Giolitti analizzò
duramente la 
mancanza di
indipendenza dei giudici
 
dall'esecutivo dell'epoca,
sintetizzando con estrema
chiarezza i poteri che il
governo manteneva
sulla magistratura.

2) 
Nota storica: Molti storici
ed esperti di diritto
evidenziano la contraddizione
per cui Giolitti, una volta
tornato stabilmente al governo
negli anni successivi, usò
spesso quegli stessi poteri di
controllo burocratico e
centralizzato che aveva
criticato a Caraglio.


L’indipendenza della magistratura

dal periodo liberale post-unitario al fascismo.

L'indipendenza dei magistrati era strettamente limitata già nel sistema dello stato liberale. 


Nella ricostruzione fattane da Giovanni Giolitti nel 1897, infatti, «al governo restano i seguenti poteri sulla magistratura. 

1) Dei pretori dispone liberamente, senza alcuna garanzia. 

2) I magistrati sono tutti nominati dal governo; 

3) le promozioni loro dipendono per intero dal beneplacito del governo; 

4) Il governo può negare loro qualunque trasferimento; 5) è il governo che determina le funzioni a cui ciascun magistrato deve essere addetto, e che ogni anno designa i magistrati che devono giudicare le cause civili e le penali, e li riparte fra le varie sezioni delle corti e dei tribunali, 

6) è il governo che compone a piacer suo le sezioni di accusa presso le corti d'appello e sceglie i giudici che devono presso i tribunali adempiere le funzioni di giudici istruttori, nel qual modo ha in mano sua l'istruzione dei processi penali e cosí l'onore e la libertà dei cittadini; 

7) infine il ministro guardasigilli ha diritto di chiamare a sé e di ammonire qualunque membro di corte e di tribunale» 

                

(G. GIOLITTI, Discorso agli elettori di  Caraglio (1897)


venerdì 4 settembre 2026

Vivere in regime democratico

  Vivere, in età da pensionato, consultando i tanti libri acquistati negli anni giovanili e mai completamente letti -allora- fino in fondo, fino all’ultima pagina, fa scoprire ancora ai nostri giorni, in età  ormai -appunto- da pensionati, tante situazioni non sempre ben comprese o comunque non sufficientemente approfondite in precedenza.

= = = 

In regime repubblicano e democratico, 
l'indipendenza della magistratura
costituisce un principio cardine
dello Stato di diritto
. Nel sistema
costituzionale italiano 
la giustizia è
amministrata in nome del popolo
,
rendendo l'ordine giudiziario un
potere autonomo e privo di
subordinazione gerarchica
rispetto alle forze politiche.
L'Articolo 101 afferma che i
giudici sono soggetti 
soltanto
 
alla legge. Questo significa che
nessun organo politico può
imporre a un magistrato come
interpretare una norma o come
giudicare un caso.

L'Articolo 106 e l'Articolo 107 
garantiscono che i magistrati non
possono essere dispensati,
sospesi dal servizio né destinati
ad altre sedi o funzioni se non in
seguito a decisione del Consiglio
Superiore della Magistratura (CSM).


L’Indipendenza non è un privilegio
di casta, bensì una 
garanzia a
tutela del cittadino
. Essa assicura
l'eguaglianza di tutti di fronte alla
legge. Un giudice non indipendente
non potrebbe giudicare con
imparzialità i reati commessi da
esponenti del potere politico o
economico, compromettendo la
fiducia dei cittadini nelle istituzioni.








L’indipendenza della magistratura

dal periodo liberale post-unitario al fascismo

 L'Associazione nazionale magistrati venne fondata a Milano nel 1909 (dopo un precedente costituito dal cosiddetto Proclama di Trani del 1904), allo scopo, «escluso ogni carattere e fine politico», di 

«a) rinsaldare i vincoli di colleganza fra i soci;

 b) favorire l'incremento degli studi giuridici con uno speciale riguardo all'Ordinamento giudiziario; 

c) cooperare per le guarentigie della magistratura e la tutela degli interessi morali ed economici dei suoi membri». 

L'Associazione venne sciolta nel 1925 come conseguenza del disegno di legge sui sindacati che sarebbe poi divenuto legge 3 agosto 1926, n. 563, che all'art. I1 vietava le associazioni tra magistrati, e venne subito ricostituita, dopo un breve periodo di Comitato provvisorio, con un'Assemblea costitutiva il 21 ottobre 1945.

La vita associativa - e’ garantita anche ai magistrati dall'art. 18 della Costituzione - e la dinamica delle differenziazioni interne, vista in chiave di politicizzazione, ha dato spunto ad una proposta di legge degli onn. Romeo e Manco (gruppo Msi) per il divieto ai magistrati di appartenere a partiti politici e ad associazioni di categoria (proposta di legge n. 2234 presentata il 22 gennaio 1970).

(Segue)




martedì 1 settembre 2026

Passato, Presente.

 

Organizziamo un orto

Verosimilmente il nostro intervento per la corrente stagionalità e’ tardivo. I testi del nostro blog hanno comunque durate e proiezione anche sui tempi a venire e noi intendiamo approfittare, su questa pagina, della disponibilità di chi in materia di “orticoltura” ne sa tanto. La pagina, contiamo infatti, possa avere frequenza periodica.

= = = 

#Per organizzare un orto familiare in Sicilia, e’ bene scegliere un'area molto soleggiata, vicina a una fonte d'acqua e protetta dai venti caldi o forti, possibilmente  con siepi naturali.

#Posizionarlo dove possa ricevere sole per molte ore al giorno; circostanza fondamentale per ortaggi tipici come pomodori e melanzane.

#Prevedere, possibilmente, un sistema d'irrigazione a goccia e cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, essenziali per affrontare la siccità estiva siciliana.

#Lavorare la terra in profondità, ripulendola da sassi e erbacce, e arricchirla con compost o letame maturo.

#Dividere lo spazio in aiuole larghe circa 100 cm per poter raggiungere il centro senza calpestare la terra, lasciando camminamenti di 50 cm.

#Per una famiglia media, un'area di 40-50 metri quadri è sufficiente per garantire una buona varietà di verdure fresche.

Cosa coltivare:

(Primavera-Estate): Pomodori, melanzane, peperoni, zucchine e basilico.

(Autunno-Inverno): Cavoli, finocchi, insalate, biete e cipolle, che in Sicilia crescono benissimo grazie agli inverni miti.