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domenica 2 maggio 2021

Covid e interrogativi. Percezione del rischio e vaccinazioni .... Ing. Luigi Cannella

 Sentiamo spesso parlare di "Rischio" e anche di "Rischio Calcolato". Semplificando, a carattere generale, possiamo definire il "Rischio" R come il prodotto di tre elementi:

R = (P x V x E)  

dove: P=Pericolosità, cioè probabilità che si verifichi un evento dannoso; V=Vulnerabilità, cioè incapacità a fronteggiare un evento dannoso; E=Esposizione, cioè presenza di vite umane, insediamenti che possano essere coinvolte in un evento dannoso. 

 Premesso che non esiste il Rischio Zero, possiamo ridurre l'eventuale Rischio agendo sulla "Vulnerabilità" e sulla "Esposizione". Nulla possiamo fare sulla "Pericolosità". 

 Ad esempio in una zona sismica possiamo ridurre la Vulnerabilità realizzando edifici antisismici e adottando misure di prevenzione sismica.   Il Giappone e' un territorio ad altissima Pericolosità Sismica, ma a bassissima Vulnerabilità (per la presenza di edifici antisismici) e ad altissima Esposizione (per la grande densità abitativa). 

 L'Italia ha un territorio a media-alta Pericolosità Sismica, ad alta Vulnerabilità (per la presenza di un patrimonio immobiliare storico, artistico e di edifici di civile abitazione in maggioranza "non antisismici") e ad alta Esposizione per la grande densità abitativa. 

 Un altro esempio di grande attualità riguarda le persone che si sono vaccinate contro un virus. Esse hanno ridotto o, addirittura quasi annullato la loro Vulnerabilità e se, contestualmente, hanno avuto l'accortezza di non frequentare luoghi affollati, hanno ridotto anche la loro Esposizione. In tal caso il "Rischio" di ammalarsi tende a Zero!!!!!

Ing. Luigi Cannella

lunedì 15 febbraio 2021

Riflessioni localistiche (3)

 Tommaso Fazello, storico nativo di Sciacca (1498-1570), vicino temporalmente e spazialmente alle vicende insediative degli arbëreshe in Sicilia, nelle "decadi" sulla Storia dell'Isola fissa l'inizio dell'arrivo degli albanesi in Sicilia con la caduta di Costantinopoli ad opera di Maometto II (1453) e alle successive conquiste ottomane di Durazzo e del Peloponnese. 

Già col 1482 si ha la prima approvazione dei capitoli di Palazzo Adriano. 

Erano tempi quelli in cui l'interno della Sicilia, specialmente nella parte Occidentale, era letteralmente disabitato. Spopolato e non sottoposto a coltura alcuna era l'attuale territorio di Contessa Entellina, dove comunque insisteva un mulino-fondaco a valle del presidio militare di Calatamauro. Questo impianto molitorio oltre che asservito al presidio militare fungeva anche da luogo e stazione di sosta per la -allora- molto transitata trazzera-regia Palermo-Sciacca.

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"La situazione della presenza umana

nella Sicilia contadina del Tre e del Quattrocento

era quanto mai difficile.

Pochi i paesi e scarsamente popolati, specialmente

nella Sicilia Occidentale dell'Isola, dove,

come è stato recentemente affermato da uno

studioso francese, Henri Bresc, dopo la fine del

XIII secolo, a pochi centri abitati corrispondeva

^una immensa zona del tutto vuota che comprende

i feudi dell'Arciovescovo di Monreale, dei grandi

monasteri e di alcune famiglie dell'aristocrazia

residente a Palermo. Rari castelli (Calatamauro, 

Calatatrasi, Misilmeri, Cefalà, Margana), alcuni

fondachi, dove i lavoratori agricoli trovano il vino

e spendono il loro salario, si alzano nelle campagne

vuote d'uomini^".


Francesco Giunta

Storico medievale e critico d'arte

1924-1994

sabato 23 gennaio 2021

Motivi per riflettere. Noi gente del XXI secolo

 Detti e fatti vari

 

Il Ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla base dei dati e delle indicazioni della Cabina di Regia,  firma due nuove ordinanze che andranno in vigore a partire da domani 24 gennaio. Passa in area arancione la Regione Sardegna. La Regione Lombardia in seguito alla relazione tecnica dell'ISS passa da area rossa ad area arancione.

Attilio Fontana, presidente regione Lombardia

La Lombardia deve essere collocata in zona arancione.
Lo evidenziano i dati all’esame della Cabina di regia, ancora riunita. Abbiamo sempre fornito informazioni corrette.
A Roma devono smetterla di calunniare la Lombardia per coprire le proprie mancanze.

 Carlo Cottarelli, economista

=Il Corriere conferma che la Lombardia ha trasmesso dati sbagliati sui contagiati. In ogni caso, le responsabilità vanno accertate e ci devono essere conseguenze. Non si chiude una regione per errore. Le pubbliche amministrazioni sono nostre e vanno gestite da persone competenti.

=Tra i vantaggi della Brexit veniva citato il costo dell'Erasmus: UK pagava, ma i suoi studenti lo usavano poco. Ora si scopre che le loro università avranno grossi danni economici per il calo degli studenti di altri paesi. Nessuno ci aveva pensato prima?

Alessandro De Nicola, presidente Adam Smith Society,

In un paese non dico civile, ma normale, il responsabile della trasmissione dati sanitari della Lombardia si sarebbe già dimesso o scaraventato fuori (l’assessore lo ha già fatto “x stanchezza”). Fioccherebbero le cause per danni (succederà) e la Corte dei Conti ne chiederebbe conto.

C.A. Carnevale-Maffè, economista alla Bocconi

Sembra che 10 milioni di lombardi siano stati sequestrati in zona rossa per settimane, e non solo per quest’ultima, a causa dell’imperizia di politici e funzionari che pure si rifiutano tuttora di rispettare l’obbligo della trasparenza dei criteri di decisione. Che dire?

Francesco Clemente, professore di Diritto Pubblico

Chi non ama l'incertezza, l'ambiguità e la frammentazione politica che sta vedendo, s'immagini cosa potrebbe accadere con il ritorno ad una legge proporzionale pura... Serve dare sostanza alla politica, non mero posizionamento.

Luigi Marattin, parlamentare I.V.

E io che pensavo che l’errore su Rt lombardo fosse relativa all’intervallo di confidenza della stima statistica. Macché. Dal 12 ottobre (!!!)hanno contato tra i contagiati pure i guariti. Il Covid una cosa ce l’ha insegnata: abbiamo problemi a raccogliere, leggere e usare i dati.

Giovanni Valentini, già direttore de L'Espresso

Tajani (FI) rifiuta l’ipotesi del governo di unità nazionale. Ora Matteo Rrenzi non ha più alibi: se non si fa il Conte-ter, si va alle elezioni anticipate. Doppio salto mortale. Senza rete. Nel buio.

Mauro del Bue, già direttore de Avanti!

Passi per Bertinotti che si professa ancora comunista, ma sentire Bersani che si sente vicino alle posizioni di Gramsci nel 21 mi costringe a precisare che Gramsci votò a favore della mozione filo bolscevica che proponeva la rivoluzione armata e la dittatura del proletariato.

Debora Serrachiani, deputato pd

Bene la scelta di Arcuri di procedere per vie legali contro Pfizer. È in gioco la salute di milioni di cittadini: inaccettabile il comportamento della casa farmaceutica. Solo con i vaccini potremo sconfiggere la pandemia, non c’è tempo da perdere.

Chiara Giaccardi, sociologa - antropologa

Rivelazioni del virus:

1) l’individualismo é una ideologia, la realtà é che siamo tutti connessi

2) la morte é compagna di viaggio quotidiana

3) il mercato é insufficiente per governare le società complesse.

venerdì 1 gennaio 2021

Auguri per un 2021 sereno

 BUON 

2021


Metà della popolazione mondiale non ha accesso alle cure di cui ha bisogno: il nostro sogno è una medicina accessibile, gratuita e di alta qualità per tutti”.


È  il messaggio di auguri contenuto nel video “Ognuno ha diritto a una possibilità”, realizzato per il 2021 
da Emergency .

domenica 24 novembre 2013

Il Vangelo alla luce dei fatti di ogni giorno

Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna?». 19 Gesù gli rispose: «Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio. 20 Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». 21 Costui disse: «Tutto questo l'ho osservato fin dalla mia giovinezza». 22 Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi». 23 Ma quegli, udite queste parole, divenne assai triste, perché era molto ricco.
24 Quando Gesù lo vide, disse: «Quant'è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio. 25 È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26 Quelli che ascoltavano dissero: «Allora chi potrà essere salvato?». 27 Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».
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Riflettere sul Vangelo domenicale oltre che fare bene allo spirito, forse ci da anche utili spunti per guardare con un ulteriore punto di vista sulla strada che ogni giorno percorriamo lungo la nostra vita.
I media, la tv ed i giornali, in genere ci danno il punto di vista dell'ultimo arrivista che conquista il potere. Ieri Andreotti, Craxi, D'Alema, Prodi, Berlusconi, Monti. Tutta gente che si è presentata da Messia per il bene del popolo italiano e che invece ci ha lasciato, alla luce dei fatti, nel fango.
Il prossimo Messia che naviga già, alle prime luci, nella contradizione dell'ultimo imbroglione, è Matteo Renzi: giustizialista con chi lo contrasta o non lo asseconda (la Cancellieri) e garantista con i suoi amici che già da adesso cominciano a cadere nella rete della giustizia.
 
Perché quindi non riflettere -da credenti laici- su un punto di vista che sicuramente in 2000 anni non ha cambiato il punto di osservazione sulle cose di ogni giorno ?
Per traccia delle riflessioni ci siamo proposti di seguire le proclamazioni domenicali secondo il rito bizantino.
 
La proclamazione di oggi prende il seguente titolo: Vangelo della XIII domenica di San Luca (Lc. 18 18-27). Il giovane ricco.

Il celebrante nell'omelia ha voluto evidenziare che l'episodio è riportato da tre evangelisti su quattro. Segno che si tratta di un episodio significativo accaduto quando il Nazareno era ormai divenuto popolare, conosciuto dalle folle.
Oggi dei personaggi che si trovano in quella situazione di popolarità, diciamo, che sono "uomini pubblici", personaggi che ci possono aiutare, che ci possono trovare un impiego, che ci possono fornire una "raccomandazione".
 Il personaggio che si presenta al Nazareno era molto ricco. Non cercava un impiego, un lavoro, come si fa oggi comunemente con i politicanti. No.
Certo, oggi i "molto ricchi" cercano pure essi i politicanti come fanno i Ligresti, le mogli dei politici Pd o Pdl che si occupano di formazione in Sicilia, gli affaristi alla Lavitola, per ottenere ciò che non possono conseguire legalmente e che ottengono con celerità versando nelle tasche dei politicanti masse enormi di euro.
La prima differenza che ci pare di cogliere è che gli uomini pubblici di oggi sono "corrotti" e operatori di "illegalità" rispetto all'uomo pubblico di Nazareth. Gli odierni hanno potere spesso forzando le leggi, quello usava solo la Parola per evidenziare l'inadeguatezza della Legge, e inoltre aveva una "ampia visione" del vivere nel mondo al contrario degli odierni politicanti, simbolo dell'ignoranza incallita che non gli fa vedere il bene pubblico.
Il ricco di allora era influente ed era pure religioso e non chiese all'uomo "pubblico" di allora -il Nazareno- di farlo ulteriormente arricchire con una concessione ... finalizzata magari a distruggere ulteriormente ... (la Costa Azzurra). Probabilmente non lo chiese anche perché nel mondo allora conosciuto governavano i romani. Egli stava già molto bene ed era alla ricerca della pace interiore (vita eterna).
Il Nazareno a lui, come a tutti coloro che a lui ancora oggi gli si rivolgono, propose di condurre una vita di relazione col prossimo, di servire il prossimo, ma inverosimilmente, di farsi pure aiutare dal prossimo. Gli suggerì di allacciare veri rapporti con chi è in condizioni di bisogno, di non essere razzista, nazionalista, classista. Di mettere a disposizione di chi ha bisogno la sua ricchezza, non solo economica ma pure intellettuale, conoscitiva; di offrirla a chi nella vita non ha avuto molti talenti.
Già questo modo di operare -per chi non lo sapesse- è vita eterna, è vita "speciale", è gusto della vita.
Torna -quindi- come domenica scorsa l'esortazione perché il DARE dell'uomo sia sempre prevalente sul suo AVERE.
La scienza che ci insegnano all'Università oggi ci plasma per diventare qualcuno, per arricchirci, per divenire importanti mediante l'accrescimento dell'avere rispetto al Dare.
Il ricco di allora, pur essendo religioso, ragionava come un qualunque Ligresti di oggi, come un Lavitola di oggi, come una moglie dei politicanti siciliani Pd o Pdl. "Incrementare l'avere, anche rubando, anche umiliando il prossimo".
Quel ricco-egoista non cercava la "pace interiore", non cercava l'eternità già in questo mondo, cercava il suo idolo, il suo dio-denaro.
Nulla è cambiato in 2000 anni. Chi lo desidera, dopo aver letto il Vangelo di Luca, passi a leggere i giornali di oggi, troverà la conferma.
 

domenica 13 dicembre 2009

Francesco Giunta e le indagini storiche sugli arbrëshë -5-

Viene rispettato il diritto di culto autonomo, al cui sostentamento dovevano provvedere i coloni. Ed è un fatto di estrema importanza, non solo religioso, ma anche culturale, perché attraverso il culto sarà possibile conservare più facilmente lingua e costumi. La richiesta degli Albanesi fu decisa, in questo campo, e venne accolta: “Item lu dictu magnificu signuri –si legge nei capitoli di Palazzo Adriano- permicti fari fari in lu dictu locu una cappella seu ecclesia per li dicti habitat uri, fari fari sacrificio, orari, diri missa, bactizzari et quantu cristiani divinu fari, et lu sacerdotu, lu quali servirà tali ecclesia, isa esempto et francu di omni cosa, mictendulu però li dicti habitat uri et non altru”.

Certamente il rapporto fra i diversi riti poteva essere più difficile, là dove la dipendenza dei coloni era verso un’autorità religiosa, il Vescovo di Monreale o l’Abate del Monastero di S. Giovanni degli Eremiti di Palermo. Ma conflitti veri e propri non dovettero sorgerne, se proprio nei capitoli di Mezzoiuso viene affermata la eventualità che “quando lu dictu previti fussi grecu, secundu li dicti populanti sunu, chi ipsi siano tenuti providiri la ecclesia di libri e di tucti quilli cosi che ad l’ordini loru grecu conveni”.

Se ci fermiamo un momento a considerare quanto ci consentono di dire i documenti notarili della fine del Quattrocento (dal 1489 al 1498), è possibile cogliere qualche dato importante. Anzitutto, in quell’epoca ormai gli Albanesi della Piana dell’arcivescovo, di Palazzo Adriano e di Mezzoiuso avevano in mano buona parte del commercio granario del Palermitano e si erano inseriti bene anche in quello degli animali da lavoro e da macello e del formaggio. In secondo luogo, essi agivano in gruppo, con una solidarietà che permetteva loro di ottenere anticipazioni sui futuri raccolti. Comunque, alla fine del sec. XV le comunità albanesi erano in fase di piena crescita, sia sul piano demografico, sia su quello sociale. La loro consistenza numerica andava da circa 7.500 unità originarie a 8.234 nel 1570 ed a 8.958 nel 1589. E questo quando la popolazione complessiva dell’isola non arrivava in quegli anni alle 800.000 unità.

Ma per una minoranza che si era trapiantata in un tessuto sociale per lingua e per costume non suoi e che continuava a configurarsi come un isola etno-culturale autonoma, l’incremento verificatosi nel volgere di un secolo va giudicato in tutta la sua importanza. E’, questa, una constatazione che mantiene tutta la sua attualità: se oggi, infatti, continuiamo a parlare dei nostri Albanesi, di una realtà viva che la Sicilia ha fatto sua, non è soltanto merito della gelosa conservazione che essi han fatto e continuano a fare del loro patrimonio culturale, perché c’è concomitante un merito di coloro che li hanno accolti e che ne han permesso la la sopravvivenza senza condizionamenti e senza assorbimenti.

E la misura della civiltà di un popolo può essere data anche dal rispetto che esso ha avuto ed ha per le minoranze conviventi.

Francesco Giunta
Professore di Storia Medioevale
nell’Università di Palermo

mercoledì 9 dicembre 2009

Francesco Giunta e le indagini storiche sugli arbrëshë -4-

 Sono indicativi ancora una volta i capitoli: per Palazzo Adriano (1482) si dice. "Item lu dictu magnificu Signuri (il milite Giovanni di Villaraut) avendo voluntati di abitari lu dictu locu, concedi a lu dictu Jeorgi (Bonacasa), et a tutti altri persuni voriano abitari lu dictu locu, tutctu lu dictu locu". Ed il concetto è ripetuto nelle conferme del 1507 e del 1553.
Dai capitoli di Biancavilla del 1488, confermati nel 1501, nel 1506 e 1568: "volendo li dicti ..habitari infra lo ditto territorio di Adernò", mentre in quelli di Piana dei Greci è detto che "Graeci et exteri, tam proprio nomen, quam pro parte multorum sociorum, possint et valeat de novo erigere, construere et aedificare quoddam rus et casale habitabile". In quelli, poi, di Mezzoiuso del 1501, si parla di "certi graeci supra di lu terrenu ... et lo casali di Mezu Iuffusu", mentre in quelli di Contessa del 1520 il concetto è più chiaramente espresso: "Avendo il mio venerando genitore di felice memoria, Don Antonio Cardona, inteso Peralta, desideroso di far riedificare il casale di Contessa, già da lungo tempo abbandonato dai coloni, concesso, salvo licenza sovrana, che in verità non occorreva, a voi e ai vostri predecessori con suo privilegio alcuni Capitoli di grazie che io volentieri confermo, onde per le vostre cure questo casale possa essere riedificato, abitato ed accresciuto".
Edificare o riedificare: e perchè una tale opera potesse essere realizzata dagli immigrati greco-albanesi con un loro progressivo inserimento nel tessuto socio-economico dell'isola, da parte feudale e da parte sovrana vennero assicurate talune condizioni di privilegio che non si riscontrano in altre licenze di popolamento concesse per altri territori.
Ed anzitutto la libertà per i coloni di potersi liberamente muovere, fino ad abbandonare il posto concesso senza penalità: "Item chi li dicti habitaturi a luru voluntati pozanu andari e viniri, stari e partirisi di lu dictu locu; et pozanu vindiri, vulendusindi alcunu de loru andari". Così a Palazzo Adriano; ed a S. Michele di Ganzeria: "Item  su di accordiu chi sempri chi li dicti vassalli non volissinu abitari in dicta baronia pozanu vindiri li lora possessioni, senza ostaculu di lu dictu signuri Baruni et sui successuri".
Non è qui la sede per condurre un esame dettagliato dei vari capitoli: Da alcuni punti di vista l'ha già fatto il Garufi. Mi sembra, invece più opportuno rilevare talune importanti caratteristiche comuni: anzitutto, l'obbligo per i "populanti" di costruirsi una casa in uno spazio di tempo che va da uno a tre anni. Ogni colono aveva concesso una certa estensione di terra da porre a coltura (una salmata) per famiglia pagando un certo censo. L'uso di far legna nei boschi. Agevolazioni per colture non tradizionali e per l'allevamento del bestiame convenuto. Particolari cure furono date allo sviluppo della pastorizia, con la opportuna concessione di pascoli a condizione di favore. Si aggiunga il diritto di portare armi e di esercitare la caccia.
Viene, poi, regolata l'amministrazione della giustizia civile, che veniva finanziata attraverso la gabella baiulationis , o della Baglia, e amministrata da tre giurati o dal Baiulo.
(Continua)

martedì 8 dicembre 2009

Francesco Giunta e le indagini storiche sugli arbrëshë -3-

E, quindi in una Sicilia che aveva fame di braccia per la ristorazione della sua agricoltura che sopravvennero le genti d'Albania: l'accoglienza favorevole che fu loro  riservata va anche collegata con la particolare situazione socio-economica dell'isola. Fra il Quattro e il Cinquecento, infatti, gli aumenti verificatisi nei prezzi del grano e dei diversi prodotti agricoli, avevano determinato la necessità di ripopolare gli antichi casali per rimettere a coltura feudi rimasti a lungo abbandonati "per l'abbandono -come ha rilevato il Garufi- dei vassalli sfuggiti alle imposte dei donativi continui ed ai soprusi dei feudatari".
Un'altra considerazione riguarda il concetto di "povertà", che accompagna questi insediamenti albanesi in Sicilia. Va scritto ad onore degli immigrati di avere lasciato dietro le spalle ogni ricordo di grandezza e di benessere e di avere voluto ricominciare, con fierezza, da capo. Vorrei ricordatre, in tempi di difficile benessere, quali i nostri, donde bisogna partire per ricostruire e costruire nuove realtà socio-economiche.
Dal primo dei capitoli di S. Michele di Ganzaria: "Et primo chi lu dictu Cola (Bisurca) se obbliga a lu presenti portari in la boronia di la Ganzaria casati trenta, cum lu nomu di nostru Signuri, andandu di iornu augmentandusi; et perchì a lu presenti non chi è comoditati di fari casi, farannu per hora paglara".
Da una testimonianza delle genti di Mezzoiuso del 1656: "Quando si concesse detto casale et territorio di Mezzojuso dalli detti Canonici ad detto quondam Giovanni Corvino ... detto casale di Mezzojuso era piccolissimo et quasi abbandonato, tutto palude, con alcune pochissime case, et li pochi greci che in quello habitavano, la maggior parte stavano nelli pagliara, per defetto delle poche case che in quello erano, et per essere poverissimi, di modo tale che, che se detti Canonici non l'havessero concesso ad enphiteusim al detto quondam Giovanni Corvino et da quello non fossero stati subvenuti et aggiunti, detti habitatori, per la detta povertà, non si haveriano potuto mantenere".
A me pare che su queste origini, su questo "status" iniziale va posto l'accento per cogliere meglio, al di là di ogni preoccupazione cronologica, il punto di partenza per capire interamente il miracolo degli Albanesi di Sicilia.
Nascevano in questo clima di reciproco bisogno le colonie albanesi dell'isola. Ed il frutto di un simile concomitante interesse è dato dalle capitolazioni vantaggiose stipulate. Possiamo distinguere due tipi di fondazioni. quelle di Palazzo Adriano, Mezzoiuso e Contessa -e sono le prime- legate al ripopolamento di feudi abbandonati; e le altre di Biancavilla, Piana dell'Arcivescovo e S. Michele di Ganzeria che sono fondazioni ex novo con licenza sovrana "su feudi dati sempre in affitto a tempo più o meno lungo e quindi a condizioni più vantaggiose".

mercoledì 2 dicembre 2009

Francesco Giunta e le indagini storiche sugli arbrëshë -2-

Una simile considerazione di dare ogni aiuto ai profughi si può ritrovarla anche nelle premesse a taluni capitoli delle colonie, come in quelle di Piana là dove viene affermato che i Greco-Albanesi "post eorum exilium, ab eorum patria expulsi, possent commonde et congrue habitare".
D'altronde, la situazione della presenza umana del Tre e Quattrocento era quanto mai difficile. Pochi i paesi, scarsamente popolati, specialmente nella zona occidentale dell'isola, dove, come è stato recentemente affermato da uno studioso francese, Henri Brese, dopo la fine del XIII secolo, a pochi centri abitati corrispondeva "una immensa zona del tutto vuota che comprende i feudi dell'Arcivescovado di Monreale, dei grandi monasteri e di alcune famiglie dell'aristocrazia residenti a Palermo. Rari castelli (Calatamauro, Calatrasi, Misilmeri, Cefalù, Margana), alcuni "fondachi", dove i lavoratori agricoli trovano il vino e spendono il loro salario, si alzano nelle campagne vuote d'uomini".
In un tale quadro, giustamente pessimistico, rientra lo spopolamento dei casali, sopravvenuto alla guerra del Vespro, come a Mezzojuso, a Palazzo Adriano ed in quelle zone dove sorgerà Piana, che aveva avuto i centri agricoli distrutti dalle truppe di Federico II impegnate a reprimere la rivolta dei Saraceni siciliani.
Com'è stato rilevato, "l'uomo era un capitale preziosissimo, indispensabile" per rimettere a coltura vasti territori abbandonati, sicchè, già dalla fine del XIV secolo, i proprietari interessati (siano ecclesiastici, siano laici) avevano promosso una immigrazione di mano d'opera, soprattutto "zappatores", dalla vicina Calabria, dalla Liguria, dalla Spagna mediterranea e da Malta. Non mancano tuttavia lavoratori provenienti anche dalla regione albanese: fra il 1396 ed il 1429, infatti, si possono censire nei registri notarili di Palermo alcuni lavoratori addetti ai vigneti ed agli oliveti chiamati "de Duracio" o genericamente "de partibus Albanie", oppure "albanenses", oppure ancora "albanisi".
Ma si tratta indubbiamente di una immigrazione episodica, di singole unità, che in breve tempo si è ben integrata nella popolazione palermitana e che, nello stesso tempo, ha segnato nel volgere di un trentennio, la buona strada per il grande esodo albanese.

martedì 1 dicembre 2009

Francesco Giunta e le indagini storiche sugli arbrëshë -1-

O bella Morea ...
come ti lasciai e mai più ti vidi.

Riportiamo un breve saggio del  prof. Francesco Giunta del 1974. In quell'epoca il famoso storico non dubitava della veridicità di tanti documenti sulle origini dei paesi albanesi di Sicilia. E' negli anni '90 che, dopo accurate indagini negli archivi spagnoli, cominciano le sue perplessità su tante descrizioni 'leggendarie' della venuta in Sicilia degli arbreshe. I suoi dubbi, come abbiamo riportato in un post precedente, sono diventati certezze col libro demitizzante di Matteo Mandalà, Mundus vult decipi.
Il Contessioto

Quando è cominciata l'avventura albanese un Sicilia ? A questo, che è il primo di tanti interrogativi che toccano le vicende dell'insediamento greco nell'isola, da tempo si è cercato di dare una risposta. E la documentazione in nostro possesso, che in verità non si è accresciuta di molto col passare del tempo, è stata esaminata da ogni punto di vista, nella speranza di poter avere una risposta esauriente. Studiosi molto impegnati di parte greca e di parte latina non sono, tuttavia, riusciti a dare un sicuro inizio cronologico alla prima presenza albanese in Sicilia.
Piuttosto che riproporre un siffatto quesito, penso che sia più producente per l'avvio di un discorso sugli Albanesi di Sicilia, partire da dati certi, senza affidarsi alla suggestione delle ipotesi, per ricreare il clima nel quale la vicenda albanese matura. E di dati certi, come ha prontamente suggerito il Garufi, non abbiamo che un'affermazione dello storico siciliano Tommaso Fazelo (vissuto dal 1478 al 1570), e quindi vicino agli avvenimenti, che nelle sue decadi sulla storia di Sicilia, ha legatp l'inizio della diaspora del popolo albanese alla caduta di Costantinopoli in potere di Maometto II (1453) e alle conseguenti conquiste turche di Durazzo e del Peloponnese, e la data del 1482 che segna l'approvazione dei più antichi capitoli di colonia greca, cioè quelli di Palazzo Adriano.
In realtà, il trentennio che corse fra la proposta fazelliana e le prime capitolazioni rappresenta, senza dubbio, la fascia cronologica dei primi insediamenti albanesi in Sicilia. Le successive immigrazioni rimangono con certezza vincolate a due altri avvenimenti che contribuirono a mutare la facies politica dell'Europa balcanica: la morte di Giorgio Castriota Skanderbergh nel 1468, e la caduta di Corone nel 1532. Venuta meno, infatti, ogni possibilità di resistenza all'invasione ottomana in terra d'Albania, l'Italia aragonese e la Sicilia costituirono il naturale rifugio per gli esuli superstiti.
Erano non soltanto convenzionali, ma efficaci i legami che da tempo avevano unito gli Stati delle due sponde adriatiche, che avevano avuto come sostenitori re come Alfonso il Magnanimo e Ferrante, da una parte, e uomini valorosi come Skanderbeg, dall'altra.
L'accoglienza fu, in realtà, pari all'aspettativa, non solo per coloro che amarono fermarsi nell'Italia Meridionale, ma anche per chi preferì ricostruirsi una vita al di là dello Stretto di Messina. Il dramma di coloro che immigravano nell'isola è sottolineato da Giovanni II d'Aragona, in lettere del 1467, dalle quali può vedersi come il re iberico lo abbia fatto suo, su sollecitazione del nipote Ferrante di Napoli; egli dice testualmente: "dall'illustrissimo re di Napoli ... ci sono raccomandati Nicola Biderio Lascari e Costantino Masrechio Castriota reguli di Epiro e d'Albania, valorosi comandanti contro i Turchi, di Giorgio Masrechio Castriota Skanderbeg consanguinei, i cui padri, insieme col predetto Skanderbeg e i suoi soldati, pochi anni or sono, dall'Albania venuti per la salvezza del nostro Regno di Sicilia e di tutto il Regno di Napoli e l'Epiro dai Turchi, i predetti Nicola e Costantino, passati nel nostro regno di Sicilia con alcuni coloni, lì desiderano fermarsi. Pertanto noi certi della loro cattolicità, integrità, bontà, onore e valore, tenendo conto nello stesso tempo della loro povertà, dato che hanno abbandonato beni, provincie e poteri nelle mani dei pessimi Turchi, e considerando la loro grande nobiltà, desideriamo, vogliamo e sanciamo che ai predetti coloni Albanesi ed Epitoti dal nostro vicerè siano assegnate terre e possedimenti".
In tale documento si nota la recezione in sede politica della necessità dei profughi e la compenetrazione del re d'Aragona per quanto è accaduto agli esuli dell'Albania e dell'Epiro, forse anche per scrollarsi di dosso la responsabilità di un non interventyo oltre Adriatico, nè direttamente, nè attraverso il nipote.
(continua)