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lunedì 19 febbraio 2024

Paesi dell’interno dell’Isola … ed il resto del mondo (2)

 Antichi tracciati in terra di Sicilia finalizzati a valorizzare i territori

(1) Si tratta di antichi percorsi, strade di transumanza e strade secondarie che compongono il sentiero della Via Francigena, che da sempre, storicamente, collega Palermo ad Agrigento

 Il percorso è composto da 8-9 tappe, ciascuna di 20-25 chilometri, per un totale di 183 km. Questo itinerario storico-culturale, ideato dall’Associazione “Amici dei Cammini Francigeni di Sicilia”, è inserito in un progetto più ampio sulle Vie Francigene di Sicilia.

Queste le tappe della Magna Via Francigena:

  • Palermo- Monreale- Santa Cristina Gela
  • Santa Cristina Gela – Corleone
  • Corleone – Prizzi
  • Prizzi – Castronovo di Sicilia
  • Castronovo – Cammarata – San Giovanni Gemini
  • Cammarata – San Giovanni Gemini – Sutera
  • Sutera – Racalmuto/Grotte
  • Racalmuto – Joppolo Giancaxio
  • Joppolo Giancaxio – Agrigento

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L’
Antica Trasversale Sicula 
in 35 tappe geolocalizzate, consente di attraversare gli splendidi:

====siti archeologici di: Camarrina, Pantalica, Akrai, Palikè, Morgantina, il lago di Pergusa e la Rocca di Cerere, Entella, Hippana, Mokarta, Segesta e Mozia.  

===e le località di Kamarina (Scoglitti), Castello di Donnafugata (Ragusa), Comiso, Chiaramonte Gulfi, Giarratana, Palazzolo Acreide, Cassaro, Sortino (Pantalica), Ferla, Buccheri, Vizzini, Licodia Eubea, Grammichele, Mineo, Palagonia, Ramacca, Aidone (Morgantina), Valguarnera Caropepe, Lago di Pergusa, Enna, Calascibetta, Villarosa, Villapriolo, Alimena, Resuttano, Vallelunga Pratameno, Castronovo di Sicilia, Prizzi, Hyppana, Corleone, Campofiorito, Contessa Entellina, Poggioreale, Santa Ninfa, Nuova Gibellina, Salemi, Calatafimi Segesta, Fulgatore, Mozia.

mercoledì 2 marzo 2022

Immagini di Sicilia. Impiego pubblico come meta

  •   La popolazione censita in Sicilia al 31 dicembre 2019 ammonta a 4.875.290 unità, con una riduzione di 33.258 abitanti (-6,8 per mille) rispetto all’anno precedente e di 127.614 abitanti (-3,2 per mille in media ogni anno) rispetto al Censimento 2011.
Il calo della popolazione siciliana sembra spiegarsi anche con l'analisi dei dati relativi alla disoccupazione, che nell'isola raggiunge il 17,9 per cento complessivo. Drammatico anche il dato sulla disoccupazione giovanile che raggiunge addirittura il 48,3 per cento.

Ed intanto...

1) Sono 200 mila i candidati  che si presenteranno per uno dei 1.170 posti di lavoro a tempo indeterminato alla Regione Siciliana.

2) Di contro il sindaco Leoluca Orlando ha annunciato lo stop all’emanazione dei bandi per le procedure concorsuali che riguardano le dotazioni organiche delle aziende partecipate vista l’imminente campagna elettorale per le elezioni amministrative che interesserà il Comune di Palermo.

venerdì 14 gennaio 2022

Valle del Belice. Ad oltre mezzo secolo dal terremoto esistono paesi svuotati di presenza umana

Sul blog esistono centinaia di pagine su quell'evento sismico e sono facili da ritracciare.

Riteniamo pertanto che non giovi ai lettori riproporre sempre le medesime riflessioni.

Ci soffermiamo sul Quadro socio-economico.

 Il terremoto del gennaio 1968 colpì con numerose e violente scosse una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani: un’area ritenuta fino ad allora non sismica dalle conoscenze scientifico-geologiche. 

 Nel breve volgere di dieci giorni (con scosse frequenti) furono distrutte 9.000 case, numerose antiche chiese, vetusti palazzi e castelli, testimonianze storiche in quest'angolo di Sicilia relative agli antichi mondi feudali e latifondisti. Si contarono alcune centinaia di vittime e oltre 100.000 senzatetto, 12.000 dei quali emigrarono quasi subito verso l’Italia del nord, su decisa volontà politica romana che mise a disposizione biglietti gratis per qualsiasi località del pianeta. Da Contessa interi nuclei familiari partirono non solo per la Germania, Francia, Svizzera e Gran Bretagna, ma persino per l'Australia e l'America. Nessuno di essi è più tornato, nemmeno a ricostruzione edilizia ultimata.

 Una emergenza come quella, in condizioni di impreparazione ed in una realtà ancora interamente contadina, in tutta la Valle apparve subito difficile da gestire.  Dopo giorni, e pure settimane, in tutta la Valle sorsero delle vere e numerose tendopoli, a cui dopo mesi (e pure qualche annetto) seguirono le baraccopoli. La Ricostruzione -con risorse pubbliche- delle abitazioni, secondo criteri igienici e di conforto, arriverà dopo appena un decennio (ad oltre metà degli anni '70). Per evitare la burocratizzazione del processo di "rinascita" venne fuori, per la prima volta ad oltre un secolo dall'Unità del Paese, una vera e propria "de-centralizzazione" amministrativa. L'esame, e poi l'approvazione vera e propria dei progetti di ri-nascita delle singole unità abitative, a cui seguiva il finanziamento pubblico, il tutto è avvenuto nell'ambito di ciascun comune della Valle del Belice. Si è trattato quindi di un vero e proprio iniziale processo di democratizzazione del Paese, fino ad allora fermo all'iniziale fase del regionalismo (1970).

 Tutto andò bene e come avrebbero voluto i protagonisti del processo della Ricostruzione: i sindaci, anzitutto? No. Le case ricostruite non tardarono ad essere chiuse a chiave, ed abbandonate, con i proprietari che  dovettero prendere, in maniera accellerata, l'antico ritmo migratorio tanto abituale in Sicilia. Eppure il comitato dei sindaci, che si era distinto nel saper guidare istituzioni e volontà della gente, composto com'era da personaggi di vasta popolarità, in gran parte -se non tutti- divennero parlamentari regionali o nazionali; e quel comitato si adoperò e lottò molto, guidando con le oo.ss manifestazioni e proteste perchè le iniziali promesse di industrializzazione dell'area fosse avviata. 

 Arrivò finalmente un progetto di industrializzazione da realizzare a Capo Granitola. Ma è rimasto sulla carta. Perchè ? perchè di disastri successivi alla Valle del Belice nella fragile struttura geologica dell'Italia ne arrivarono altri ancora, persino più devastanti, e conseguentemente calò il silenzio mediatico e politico sulla Valle; ma anche perchè tantissime forze lavorative locali, della Valle, mano mano che venivano realizzate le abitazioni non perdevano tempo per emigrare. E fu così che nella Valle del Belice, da Contessa Entellina a Salaparuta, da Santa Margherità Belice a Santa Ninfa ed altrove,  è avvenuto lo svuotamento dei residenti ed oggi si hanno classi scolastiche elementari di quattro-cinque-sei ragazzi. 

 Non esistono più gli uomini/donne e soprattutto le forze civiche idonee per attivare un movimento di popolo per chiedere ed esigere che "i cittadini da Pantelleria a Milano o a Trento abbiano pari diritto di godere degli stessi standard di vita".

 Nel chiudere questa pagina è inevitabile dover ricordare i sindaci, ed il sindaco di quel periodo di Contessa Entellina. Erano tutti personaggi che masticavano bene la "Politica", possedevano dirittura morale e visione di un mondo civile. In questi parametri rientravano Di Martino, Corrao, Montalbano e tutti gli altri dei quattordici comuni del Belice che, per almeno un ulteriore decennio dagli eventi sismici, continuarono a guidare i rispettivi comuni e diedero le basi che ancora oggi attendono di essere sviluppate sul piano socio-economico.

mercoledì 24 novembre 2021

Gli estremisti di centro. In Italia pure i controsensi vegetano

  Ieri su alcuni giornali e pure sui telegiornali abbiamo potuto leggere ed ascoltare il pensiero politico di due personaggi che (a loro dire) si autodichiarano di centro, Renzi e Calenda.

 Per quanto ne sappiamo e per quanto riportano i buoni testi universitari per centro politico si intende quella posizione che attinge a posizioni qualificabili in parte come socialiste ed in parte liberali (liberalsocialismo). 

 Se dovessimo giudicare in termini politici Renzi e Calenda diremmo che essi non sono per nulla uomini politici di centro, ed ovviamente né socialisti a metà né liberali a metà. Sono (ci è sembrato) dei quasi-narcisi, uomini che hanno un eccessivo culto di sé stessi.  Il loro Ego (a giudizio di chi scrive) diviene la misura di tutte le cose, non conta né la cultura democratica di sinistra né quella di destra.

giovedì 28 ottobre 2021

Eventi storici. La marcia su Roma

Il 28 ottobre 1922 il governo dichiarò lo stato d'assedio, ma il re (alle 8 e 30) si rifiutò di controfirmarlo e Luigi Facta, presidente del Consiglio, si dimise

Novantanove anni fa, il  29 Ottobre 1922, il Fascismo, movimento politico minoritario in seno al Parlamento e nel Paese, previo la messa in scena di una marcia su Roma, consegue, con la sostanziale complicità della monarchia dei Savoia, l'incarico di costituire un governo.

 Si trattò dell'inizio della fine dello stato liberale. Mussolini costitui' un governo con l'assenso dei conservatori, di alcune fasce di ambienti liberali e con l'opposizione del solo fronte socialista. Dopo quell'evento di forzatura istituzionale della "marcia",  il Fascismo non lascerà più il potere per un ventennio. Verrà sciolto il Parlamento e via via pure i partiti e con essi le istituzioni della democrazia liberale.  Verra' perseguitata ' l'opposizione in ogni località del paese e verranno indotti parecchi italiani a scegliere l'esilio. E non si trattò solamente dei prestigiosi nomi dell'antifascismo che tutti conosciamo, i Pertini, i Nenni, i fratelli Rosselli etc. Furono migliaia gli uomini politici costretti a scegliere l'esilio e tantissimi quelli costretti a vivere al confino, in località lontane dai contatti umani. Tanti vennero persino assassinati, il nome di Matteotti li rappresenta simbolicamente tutti.

 Pure nei paesini, come Contessa Entellina, su segnalazione e pressione dei fascisti locali furono proposti gli allontanamenti degli esponenti più in vista dell'antifascismo locale di ispirazione socialista, fra cui due giovani studenti universitari che si erano distinti nell'organizzazione di manifestazioni e proteste a difesa delle libertà statutarie. Furono indotti per tutta la durata del regime a non tornare in paese, e costretti a vivere in altra regione del Paese. 

sabato 23 ottobre 2021

Consiglio dei ministri: “Qui non si fa politica, si lavora!”

C'era una volta la "Democrazia"

 È  accaduto nella seduta del Consiglio dei Ministri, ieri. C'era da approvare il Documento programmatico di Economia. Il premier Draghi espose le cifre essenziali che egli ed i suoi uffici avevano appostato e chiese che i ministri esprimessero il voto favorevole. Il ministro Franceschini, e qualche altro ministro, osò aprire bocca per chiedere più risorse per il suo ministero (i beni culturali), ma il premier categorico chiese di votare il documento così come era stato definito: "non ci sono ulteriori risorse" disse, ed il Consiglio dei Ministri, come una scolaresca di quinta elementare, approvo' all'unanimità.

 Cosa pensare? Che negli organi dove si decide è -attualmente- sospesa la pratica della democrazia. Non si discute. Significa che la classe politica è composta da inetti, populisti e incompetenti fino al punto che l'Europa ha concesso oltre 200 miliardi di risorse non allo Stato Italiano, bensì alla professionalità di un tecnico, ad un commissario nella persona -sicuramente affidabile-  di Draghi. Non alla Repubblica Italiana. La democrazia, la discussione pare di capire  -attualmente- è  sospesa.

Il documento di programmazione è stato votato -senza dibattito- all'unanimità dal Consiglio dei Ministri e subito spedito a Bruxelles. I ministri non hanno avuto, pare di capire, neppure copia del documento votato all'unanimità. Tutto e' avvenuto  sulla fiducia di cui gode Draghi;  i populisti nostrani  in Europa vengono considerati alla stregua degli ignoranti.

 Perché possono capitare situazioni simili? Perché la classe politica è screditata, ignorante, viene da dire. Fra populisti e incompetenti nessun ministro ha pensato di rassegnare immediatamente le dimissioni, seduta stante. Tutti, come dei soldatini, erano serviti per fare numero.

 Agli occhi di quegli ominichi criticare poteva significare dimissioni del governo e scioglimento del Parlamento per nuove elezioni. Pertanto c'era il rischio di restare a casa,  senza indennità parlamentare.

 Eppure il Parlamento attuale, pieno di populisti e di incompetenti, è stato votato dagli italiani. Segno che in quella classe politica affollata di populisti gli italiani si sono riconosciuti.

 Il Consiglio dei Ministri  ieri è apparso ridotto alla stregua di un consiglio comunale di periferia, dove -diffusamente- non esiste nemmeno un Franceschini che osa alzare il dito e venire immediatamente zittito.

 Precisazione: siamo certi che il lavoro di Draghi è stato ineccepibile sotto il profilo tecnico, ma umiliante per l'intera classe politica italiana. 

mercoledì 6 ottobre 2021

Il famoso caso di Sciacca ... ... Avv. Domenico Cuccia

 Il ruolo degli stratioti albanesi nel famoso caso di Sciacca

di Domenico Cuccia

Molti coloni albanesi delle prime comunità arbëreshe siciliane erano di origine militare. Questa circostanza è riconosciuta dagli storici siciliani che narrano degli avvenimenti dell’Isola tra la fine del 1400 e i primi cinquanta anni del 1500 (nota 1).  Non sempre, comunque, vi sono prove evidenti atte a dimostrare tali origini. In un caso, però, le vicende determinate dalla presenza di mercenari albanesi in Sicilia sono ampiamente documentate e sono descritte sia da storici siciliani che da storici arbëreshë. Mi riferisco al famoso caso di Sciacca che nell’anno 1529 vide contrapposti due nobili, il conte Sigismondo Luna e il barone Giacomo Perollo, in competizione tra di loro per la supremazia sulla città di Sciacca. La vicenda si concluse con la vittoria del conte Luna che, novello Achille, legò ad un cavallo il corpo straziato del barone Perollo e lo fece trascinare per le strade della città di Sciacca. Dopo fu costretto a lasciare Sciacca e a rifugiarsi a Roma, dove sperava di ottenere la protezione del Papa Clemente VII, suo zio. Il Pontefice chiese all’imperatore Carlo V clemenza per suo nipote, ma l’imperatore, sdegnato per il comportamento del conte Luna, gliela negò. Il conte, pertanto, per sottrarsi alla condanna capitale comminata contro di lui dall’Imperatore o a una vita da esule fuggiasco, morì suicida, lanciandosi nel Tevere.  

Ma tornando alla contrapposizione tra i due nobili saccensi, un ruolo determinante per la vittoria del conte Luna fu data dagli 80 cavalieri albanesi, provenienti dalla colonia di Palazzo Adriano, comandati da Giorgio Camizzi di Palazzo, “il Georgius Comes Albanesis, nequissimus vir delle cronache siciliane”. La vicenda è descritta, da parte arbëreshe, da Gabriele Dara in un articolo pubblicato nel Fjàmuri del DE RADA (an.I, n.7, 30 aprile 1884). Gli stessi fatti sono descritti anche da Giuseppe Schirò, a pag. 245 del volume VIII, Saggi (nota 2). Secondo tali narrazioni il Camizzi affrontò le truppe inviate dal Viceré in soccorso del barone Perollo e sfidò a duello il barone Statella che ne era il duce. Quindi, dopo averlo ucciso, tornò indietro tra le schiere realiste che rimasero attonite e non ebbero animo di recargli alcuna offesa.

Il testo richiamato alla nota 6

Della stessa e di altre vicende riguardanti gli stratioti albanesi si occuparono pure gli storici siciliani che hanno narrato i fatti del caso di Sciacca. Si cita in particolare il testo “Il Famoso Caso di Sciacca”, di Francesco Savasta, Palermo 1843 (nota 3); “Il Compendio del caso di Sciacca di Renda Ragusa”, scritto in latino, (nota n. 4); “La Sicilia sotto Carlo V. Imperatore” di Isidoro La Lumia (nota n. 5).

I giudizi che gli storici siciliani danno nei confronti dei cavalieri albanesi non sono molto lusinghieri. Nel testo del Savasta, pag. 211, parlando delle truppe del Conte Sigismondo Luna, si afferma: “Vennero pure a servirlo truppe di soldati facinorosi, stipendiati a sue spese, come molti greci di pessima vita, sotto la condotta di Giorgio Comitivo Greco, uomo di assai scellerati costumi, e che si metteva in ogni pericolo: tutti questi insieme formarono il numero di 400 pedoni e di 300 cavalli.” E ancora, il Savasta riferisce che, tra le condizioni poste dal barone Statella al Luna, per il perdono del Viceré, vi era la consegna del capo dei greco-albanesi Giorgio Comito. Sempre nella pagina 292 del Savasta si parla del ruolo dei “greci” nella presa del castello del barone Perollo e nella pagina 293 viene descritta la crudeltà dei soldati “greci”. Nel testo di Renda Ragusa, che era un sacerdote gesuita, a pag. 10 si parla così delle truppe del conte Luna: “Tra questi ultimi primeggiava un certo Giorgio Comito, uomo scelleratissimo dei Greci Albanesi dimoranti in Sicilia, conduttore di soldati”. Sempre lo stesso autore parla di un certo Erasmo Lorìa che, “con una masnada di greci”, ritrova il barone Perollo che si era nascosto per sfuggire alla furia assassina del conte Luna e dei suoi uomini. Il La Lumia, che si dilunga, in nota, in una descrizione sull’origine delle colonie albanesi di Sicilia, così si esprime: “veniva agli stipendi del Conte un Giorgio Comito, arrisicatissimo masnadiere, con una banda di Greci-Albanesi tolti alle colonie di fresco stabilite nell’isola; e colle fogge, colla lingua, colle armi e colle usanze natie questi figli dei commilitoni del famoso Castriotta recavano la originaria ferocia, ch’era bastata a rintuzzar tanto tempo la potenza invaditrice dei Turchi. “

Sia le fonti siciliane che quelle arbëreshe mettono in risalto il ruolo fondamentale avuto dai mercenari albanesi nella vittoria del conte Luna. Le fonti non sono concordi sul numero preciso di soldati albanesi che hanno partecipato alla guerra tra le due grandi case nobiliari saccensi. Quelle arbëreshe (Dara, Schirò) parlano di 80 cavalieri provenienti dalla colonia di Palazzo Adriano; le fonti siciliane parlano di 300 cavalieri e 400 fanti al servizio del conte Luna, includendo, però, anche le truppe provenienti da altri territori siciliani, quali, ad esempio quelli di Bivona. La presenza di numerosi mercenari di origine albanese provenienti dalla colonia di Palazzo Adriano, dimostra, comunque, che anche successivamente alla fondazione delle colonie (nota n.6), molti albanesi non avevano abbandonato le antiche abitudini di intervenire nelle guerre come stratioti che combattevano, dietro compenso, al servizio di una causa e di un Signore.  

I cronisti e gli storici siciliani, come abbiamo visto, attribuivano a questi soldati albanesi terribili epiteti, che dimostrano la concezione negativa che avevano nei confronti degli stessi. Il capo degli stratioti albanesi, Giorgio Camizzi di Palazzo, come abbiamo detto, veniva definito Georgius Comes albanesis, nequissimus vir. Il più notò degli storici che hanno raccontato i fatti, Isidoro La Lumia, mette poi in correlazione l’abilità guerriera e la crudeltà dei mercenari che hanno combattuto per il conte Luna, con gli albanesi che, sotto la guida di Giorgio Castriota Skanderbeg, combattevano contro i turchi.

Dalle cronache siciliane che hanno descritto il caso Sciacca emerge, quindi, l’ostilità che i siciliani avevano nei confronti degli albanesi, di cui è un esempio il famoso detto “Si viri un grecu e un lupu spara a lu grecu e lassa lu lupu”. Traducendo in italiano “Se vedi un greco e un lupo spara al greco e lascia stare il lupo” (nota n.7). Il detto è molto significativo perché nella realtà contadina del 1500, il lupo costituiva il maggiore pericolo che si poteva incontrare nelle campagne siciliane.

Con il passare degli anni gli arbëreshë si sono, comunque, completamente integrati, mantenendo, però, vivi alcuni valori propri della loro identità e dalla loro storia. E proprio dalla comunità palazzese proviene una delle figure più importanti che gli arbëreshë hanno espresso in Italia, quella di Francesco Crispi, patriota e artefice dell’Unità d’Italia, più volte Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia.

 

Nota 1. Secondo lo storico Tommaso Fazzello (De Rebus Siculis, Dec 1, lib. X ed. 1558 pag. 233) la colonia albanese di Contessa è stata fondata da soldati albanesi residenti prima nel casale di Bisiri, presso Mazara del Vallo. Non è certo l’anno preciso della fondazione che alcuni indicano nel 1450.

Nota 2. Giuseppe Schirò “Opere, volume VIII Saggi”, a cura di Matteo Mandalà pag. 245, pubblicato da Rubbettino Editore, anno 1997.

Nota 3. Francesco Savasta “Il Famoso Caso di Sciacca”, Sigma edizioni, Palermo 2000, Ristampa anastatica dell’edizione di Palermo del 1843.

Nota 4. Girolamo Renda-Ragusa “Compendio del Famoso caso di Sciacca”, tradotto dal latino dal sacerdote G. Di Marzo-Ferro.  

Nota 5. Isidoro La Lumia “La Sicilia sotto Carlo V. Imperatore”, pubblicato nell’anno 1862 a Palermo presso I Fratelli Pedone Lauriel. pagine 225,229.

Nota 6. I capitoli di Palazzo Adriano sono stati stipulati nell’anno 1482. Vedasi il volume “I Capitoli delle Colonie Greco Albanesi di Sicilia” raccolti e pubblicati da Giuseppe La Mantia nel 1904. II edizione, con prefazione di Ignazio Parrino, pubblicata nell’anno 2000 dalla Tipografia Cortimiglia Corleone.

Nota 7. Alcuni sostengono che il detto non sia nato contro gli arbëreshë (comunemente definiti dai siciliani, cattolici di rito latino,  greci), ma contro i bizantini che dal 551 d.c. sino alla conquista araba, completata nel 963 d.c., avevano dominato la Sicilia. Ad avviso di chi scrive, però, nel periodo bizantino non c’erano ancora armi da fuoco che, invece, erano presenti alla fine del 1400 e nel 1500, quando gli arbëreshë si stabilirono in Sicilia, quindi anche se il detto fu forgiato contro i bizantini, sicuramente è stato poi riferito agli albanesi venuti in Sicilia.

Avv. Domenico Cuccia

venerdì 24 settembre 2021

Piccole, grandi, riflessioni

Coscienza democratica

 Non deve sfuggire che spesso un regime, che non è democratico per le leggi che in esso vigono, lo è per abitudine ed educazione. Ma vale anche l'inverso: cioè un regime che per le sue leggi può essere giudicato democratico tende poi all'oligarchia per educazione ed abitudini.

Aristotele

Filosofo

384 a.C. - 322 a.C.