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mercoledì 14 ottobre 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (12)

Il diritto di sciopero è un principio 
fondamentale sancito dall'articolo 40 
della Costituzione Italiana
, il quale 
stabilisce che esso si esercita 
"nell'ambito 
delle leggi che lo regolano"
. Viene 
definito come un 
diritto individuale 
ad esercizio collettivo
: spetta al 
singolo lavoratore (subordinato o 
autonomo) decidere se aderire, ma 
l'azione di astensione deve essere 
concordata da un gruppo per la 
tutela di un interesse comune.

Nei settori in cui lo sciopero potrebbe 
compromettere i diritti fondamentali 
dei cittadini (es. sanità, trasporti, istruzione,
 igiene pubblica), l'esercizio è rigidamente 
disciplinato dalla 
Legge 146/1990. In 
questi ambiti vigono obblighi stringenti:
1) Preavviso Minimo: 
Almeno 
10 giorni prima,
2) 
obbligo di garantire turni minimi,
3) 
in caso di grave pregiudizio la
Prefettura o il Ministero, previo
segnalazione della Commissione
di Garanzia possono emanare
ordinanza di precettazione.



Ancora sui

principi costituzionali 

 Articolo 40 della Costituzione

 L’art. 40 riconosce, quale diritto, la forma di lotta dello sciopero, purché esercitato nell'ambito delle leggi che lo regolano. 

 Il riconoscimento del diritto dl sciopero conferisce al principio di lIbertà sindacale enunciato nell'articolo precedente una maggiore effettività, perché è proprio attraverso l'autotutela che Il sindacato riesce a imporre le proprie rivendicazioni. 

Per comprendere quanto sia rivoluzionaria la norma che qui si commenta vale la pena di ricordare come l'ordinamento italiano nelle diverse epoche storiche abbia considerato in maniera diversa lo sciopero. Fino al 1889 lo sciopero fu considerato un delitto, e come tale perseguito penalmente: con l'entrata in vigore in quell'anno del codice penale, cosiddetto Zanardelli, lo sciopero cessò di essere un delitto e venne tollerato come una libertà di fatto, purché fosse realizzato senza violenza o minaccia.


Nel 1926, con l'ordinamento corporativo, si ritornò alla repressione penale e vennero delineate una serie di figure criminose che comprendevano il reato di sciopero e di serrata per fini contrattuali, nonché i reati di sciopero politico e di sciopero di solidarietà, di boicottaggio, di occupazione d'azienda e di sabotaggio, tutte fattispecie inserite nel codice penale del 1931 (codice Rocco, allora in vigore). Veniva anche punito e ancor più severamente, lo sciopero nel pubblico impiego che integrava un reato contro la pubblica amministrazione. Tali norme non furono però abrogate  con la caduta dell'ordinamento corporativo e per conseguenza negli anni successivi si assistette a un'operazione di rilettura in chiave costituzionale della maggior parte di queste norme, in modo che il loro contenuto fosse compatibile con il diritto di sciopero. in sostanza, la Corte costituzionale, chiamata diverse volte a dichiarare l'incostituzionalità degli articoli del codice penale che incriminavano lo sciopero, affermò che incostituzionali erano solo le norme che vietavano lo sciopero e la serrata a fini contrattuali. Le altre norma vennero salvate ma, sempre secondo la Corte Costituzionale vanno oggi interpretate nel senso che sono vietati solo quegli scioperi che mirano a sovvertire l'ordine costituzionale o ad ostacolare il libero esercizio del diritti e poteri di sovranità popolare (si tratta in effetti di ipotesi più scolastiche che reali). Le norme che incriminavano lo sciopero dei  dipendenti pubblici sono invece state abrogate dalla legge sui servizi pubblici essenziali (l. 12 gennaio 1990, n. 146).

 Il riconoscimento dello sciopero come diritto costituzionale è dunque una vera e propria conquista dell’ordinamento repubblicano.  

Affermare che lo sciopero è non solo tollerato, come avveniva già nel periodo precorporativo, ma anche tutelato in quanto diritto vero e proprio, comporta innanzitutto che l'effettuazione dello sciopero, che consiste nell'astenersi dal rendere la prestazione lavorativa, non configura un inadempimento contrattuale.

In altre parole, Il lavoratore che sciopera non percepirà per il periodo in cui non ha lavorato alcuna retribuzione,  ma non sarà soggetto a sanzioni disciplinari da parte del datore di lavoro perché il suo comportamento non è in violazione degli obblighi contrattuali.

Il riconoscimento del diritto di sciopero implica necessariamente il riconoscimento di attività strumentali a tale diritto quali sono la propaganda intesa a far aderire allo sciopero tutti i lavoratori, oppure le manifestazioni pubbliche per sensibilizzare e rendere partecipe l'opinione pubblica; il picchettaggio, purché non si manifesti in comportamenti illeciti penalmente (la barriera umana, per esempio, è stata diverse volte ritenuta illegittima perché è superabile solo con la forza e costituisce dunque un atto di violenza nei confronti dei lavoratori che non intendono aderire allo sciopero).


Un grosso problema che ha dovuto affrontare la giurisprudenza nell'applicare la norma in esame e in assenza di una legislazione specifica sull'esercizio del diritto di sciopero riguarda i limiti di tale diritto. Infatti, l'art. 40 Cost., dopo aver riconosciuto tale diritto, non lo definisce né lo delimita, ma rinvia per queste funzioni alla legge, che non è mai stata emanata a  eccezione di quella per il settore del servizi pubblici. Al di fuori dall'ambito di tutela dell'art. 40 Cost. si pone la serrata, che consiste nella chiusura totale o parziale dell'azienda e cioè nel rifiuto da parte del datore di lavoro di accettare la prestazione lavorativa conseguentemente di pagare la retribuzione. La serrata non è più punibile penalmente ed è una libertà di fatto che non gode, nel silenzio della Costituzione, delle stesse garanzie del diritto di sciopero.


lunedì 12 ottobre 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (11)

 

La libertà sindacale è il diritto
fondamentale, costituzionalmente
tutelato, di prestatori e datori di
lavoro, consistente nel poter
organizzare o aderire liberamente
ad organizzazioni per tutelare
i propri interessi lavorativi. Per
libertà sindacale si intende, pertanto,
 la libertà di associazione e di azione
 per la difesa di interessi collettivi
professionali. Essa riguarda la
facoltà di iniziativa, adesione e
partecipazione dei singoli all’attività
della coalizione. Viene tutelata sia
la libertà positiva, ossia il diritto di
costituire o aderire ad un sindacato, sia
 la libertà negativa, ossia la libertà
di non affiliarsi ad alcun sindacato
o recedere dall’iscrizione senza
subire alcuna penalizzazione o
discriminazione sul luogo di lavoro.
Con riferimento alla libertà
sindacale negativa si precisa che
in Italia non sono ammesse
clausole c.d. 
closed shop, tipiche
della tradizione anglosassone, le
quali impongono di assumere solo
lavoratori aderenti ad un determinato
sindacato. Difatti l’articolo 15 dello
Statuto dei lavoratori (legge n. 300
del 1970) dichiara nullo qualsiasi
accordo che subordini l’assunzione
o il mantenimento del posto di
lavoro all’iscrizione ad un’organizzazione
sindacale.





Ancora sui

principi costituzionali 

 Articolo 39 della Costituzione.

La norma costituzionale dell’art.  (2° comma e segg.) stabilisce che l'unico obbligo che può essere imposto ai sindacati, e dunque l'unica ingerenza statale, è quello della registrazione attraverso la quale le organizzazioni sindacali ottengono la personalità giuridica e quindi la possibilltà di stipulare contratti collettivi obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria cui Il contratto si riferisce.

Al tavolo delle trattative per la stipulazione del contratto collettivo avrebbe, però, dovuto sedere un unico soggetto collettivo (cosiddette rapunitarie), che rappresentasse i diversi sindacati esistenti per ciascuna categoria (per esempio tutti i sindacati del metalmeccanici, dei chimici, ecc.), e li rappresentasse inoltre non tutti paritariamente, ma in relazione all'effettivo numero di

iscritti che ciascun sindacato poteva vantare, in modo che il peso delle decisioni di ciascun sindacato fosse proporzionale alla forza ottenuta dal maggior numero di lavoratori iscritti.


Attraverso questo meccanismo il legislatore costituente credeva di aver trovato la soluzione a uno spinoso problema: conciliare l'esistenza di una pluralità di sindacati, indispensabile per poter garantire la libertà sindacale, con la necessità di avere un unico contratto collettivo obbligatorio per tutta la categoria.

Tutto ciò necessitava però di una legge di attuazione che, come già riportato in precedenza, non é stata mai emanata cosi che a distanza oramai di tanti decenni si può dire, quasi con cerlezza, che il meccanismo enunciato sia stato abbandonato. Conseguentemente i sindacati, privi della personalità giuridica, sono semplici associazioni non riconosciute (disciplinati dagli artt. 1321 e segg. c.c.).


Le ragioni della mancata attuazione della norma sono di due ordini: contingente e storico. Con riguardo al primo fattore, furono proprio i sindacati a opporsi, in quanto l'attuazione della norma avrebbe comportato un controllo sia sul loro ordinamento interno sia sul numero effettivo del loro iscritti. Da un punto di vista storico, invece, diminuì la necessità di avere un contratto collettivo efficace per tutti i lavoratori della stessa categoria, e ciò sia perché si riuscì per vie diverse legislative (si tratta della l. 14 luglio 1959,  n. 741, dí cui tratteremo sul blog in prosieguo) e giurisprudenziali (che riprenderemo quando affronteremo dell'efficacia del contratto collettivo) a ottenere comunque un'estensione dell'efficacia del contratto collettivo a soggetti non iscritti, sia -ancora- perché, a partire dagli anni Sessanta, il legislatore dei primi governi di centro-sinistra, di fronte alle istanze promosse dalle parti sociali, reagì, Invece che con l'attuazione della norma, promulgando leggi speciali.


(Segue)

mercoledì 7 ottobre 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (10)


Lo Statuto dei Lavoratori è la 
Legge 20 maggio 1970, n. 300, una
delle norme fondamentali del diritto
del lavoro italiano che tutela la libertà,
la dignità e i diritti sindacali nei luoghi
di lavoro.
Approvato il 20 maggio 1970, fu
fortemente voluto dal Ministro del
Lavoro Giacomo Brodolini e ideato
dal giurista Gino Giugni.


Ancora sui

principi costituzionali 

 Articolo 39 della Costituzione.  

Il primo comma dell’articolo 39 della Costituzione enuncia la lìbertà di organizzazione sindacale. Si tratta di un principio rivoluzionario che si pone in netto contrasto con il sistema corporativo (1926-1944) introdotto dal regime fascista. In quell'epoca esisteva, infatti, un Sindacato unico, sottoposto a un penetrante controllo dello Stato, che aveva la rappresentanza legale di tutti i componenti della categorica e stipulava così contratti collettivi applicabili a tutti i lavoratori che vi appartenevano.

Una prima importante osservazione riguarda il fatto che la norma tutela la libertà di organizzazione e non di associazione sindacale. La differenza non é solo terminologica: infatti, il termine organizzazione è più ampio del termine associazione, il che vuol dire che il legislatore tutela tutti  i movimenti sindacali anche se non hanno forma di associazione, come per esempio i consigli di fabbrica o i comitati di base sorti in anni più recenti.


La ibertà sindacale va intesa nel senso piu ampio comprendente i diritti del singolo di costituire un nuovo sindacato in qualunque forma e non solo in quella associativa, di aderire a sindacati già esistenti cosi come di non aderire ad alcun sindacato, senza che queste scelte possano comportare per il lavoratore un trattamento peggiorativo o discriminatorio.

Si è discusso se la libertà sindacale riguarda  anche i datori di lavoro, e in particolare se possano qualificarsi come “sindacali” e dunque essere tutelate dall’art. 39 Cost., invece che dal generico art. 18 Cost. che garantisce anch’esso la libertà di associazione  (ma secondo un profilo diverso e meno ampio rispetto a quella di cui all'art.  39), anche le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro.

Sul tema non si registrano opinioni uniformi: c'è chi sostiene, infatti, che non v'é ragione di fare differenziazioni perché anche le organizzazioni dei datori di lavoro sono sindacali e come tali rientrano nell'art. 39; c'è chi, invece, sostiene che la norma, in considerazione anche della sua collocazione (gli artt. dal 35 al 40 si occupano dei diritti del lavoratore), non intendeva far riferimento anche a queste organizzazioni che in sostanza sono solo sindacati di risposta nati per resistere ai veri e propri sindacati dei lavoratori.


L'enunciato principio di libertà sindacale ha trovato poi la sua più grande attuazione nello Statuto dei lavoratori, che attraverso una serie di norme ha cercato di rendere effettivo tale diritto e nel titolo Ill della cosiddetta legislazione di sostegno ha addirittura cercato di rimuovere alcuni ostacolli che avrebbero potuto impedire o anche solo rendere più difficoltoso l'esercizio delle libertà sindacali.  Sempre lo Statuto, all'art. 28, ha poi previsto uno strumento processuale molto efficace per rimuovere gli eventuali comportamenti, cosiddetti anti-sindacali, che realizzino una violazione della libertà sindacale (sullo Statuto dei Lavoratori ci soffermeremo in seguito).


(Segue)




martedì 29 settembre 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (9)

Ancora sui
principi costituzionali 

 Articolo 39 della Costituzione.  

Articolo 39, comma 1, Cost.: 
Sancisce che l'organizzazione
sindacale è libera. I commi
successivi (sulla registrazione
obbligatoria e l'efficacia
generale dei contratti) non
sono mai stati attuati per
voluta scelta dei
sindacati, portando a un
sistema basato su sindacati
di fatto.

Lo Statuto dei Lavoratori
(Legge n. 300/1970):
 
Promuove e garantisce
l'esercizio della libertà
 e dell'attività sindacale
all'interno dei luoghi di
lavoro, reprimendo le
condotte antisindacali
del datore di
lavoro (Articolo 28).








L'art. 39 si inserisce in un ampio quadro normativo internazionale che sotto diversi aspetti garantisce la libertà sindacale. Vanno innanzitutto ricordate le convenzioni dell'Oil nn. 87 e 98, ratificate in Italia con la l. 23 marzo 1958, n. 367, che nell'ordine riguardano la libertà sindacale e il diritto di organizzazione e di contrattazione collettiva.

== La prima riconosce sia ai lavoratori sia ai datori di lavoro il diritto di costituire, senza alcuna autorizzazione da parte dello Stato organizzazioni sindacali o di aderire a quelle già esistenti. È fatto inoltre divieto alla pubblica autorità di ingerirsi in qualsiasi forma nell'organizzazione sindacale, perché ciò impedirebbe l'esercizio della libertà sindacale, che va intesa come diritto di creare sindacati, elaborare statuti, eleggere i propri rappresentanti, organizzare Il proprio programma d'azione.


= = La seconda convenzione, la n. 98 per permettere una corretta azione sindacale, di cui la contrattazione collettiva è esempio, garantisce i lavoratori e i sindacati da qualsiasi comportamento discriminatorio e lesivo che iI datore di lavoro possa adottare nel loro confronti.


Accanto a questi testi specifici bisogna ricordare che numerose convenzioni internazionali hanno posto l'accento sulla libertà sindacale come libertà fondamentale dell'uomo, che ogni Stato deve rispettare (vietando discriminazioni basate sull'appartenenza o meno a un sindacato) e promuovere. In questo senso si sono espresse numerose convenzioni stipulate dall' OIL (cosi, per esempio, la n. 117 del 1966; la n. 135 del 1971; la n. 141 del 1975), ma anche convenzioni internazionali di più ampio respiro che non si occupano solo della materia sindacale o del lavoro (cosi per esempio la Convenzione per la salvaguardia del diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 1950; la Carta soclale europea del 1961; Il Patto internazionale sul diritti economici, sociali e culturali elaborato dall'ONU e siglato nel 1966).


(Segue: il contenuto e la portata dell’articolo 39 della Costituzione).

mercoledì 9 settembre 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (8)

Ancora sui
principi costituzionali 

 Articolo 38 della Costituzione. 

La norma detta alcuni principi fondamentali in materia di previdenza sociale. L'esigenza di tutelare i lavoratori che si trovano in una condizione di bisogno causata dalla riduzione della capacità lavorativa, in realtà, nasce in tempi lontani, in seguito alle trasformazioni economiche e sociali determinate dalla rivoluzione industriale. Ma la tutela previdenziale ha subito notevoli trasformazioni nel tempo. 


All'inizio, infatti, la prima manifestazione di quella che poi sarà la previdenza sociale, è costituita dalle «società di mutuo soccorso». Si trattava di associazioni volontarie di lavoratori che avevano il fine di ripartire tra gli stessi lavoratori che vi partecipavano le conseguenze economiche dannose di un evento che poteva colpire uno di loro e che quindi si impegnavano a versare del contributi, diretti a consentire sostanzialmente l'erogazione di determinate prestazioni a coloro che si trovassero nell'impossibilità di lavorare per malattia, infortunio o invalidità. 


L'evoluzione sociale e la maggiore sensibilità al problema della tutela previdenziale che emersero nel periodo successivo portò a un'ampliamento della solidarietà che nel periodo corporativo (fascista), non fu più limitata ai soli lavoratori, ma venne ripartita tra questi e i datori di lavoro. Lo Stato, peraltro, aveva semplici funzioni di coordinamento e unificazione del sistema: inoltre le prestazioni economiche erogate erano determinate esclusivamente in funzione del contributi versati. Solo dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, cominciò ad affermarsi una nuova tendenza, accolta nel nostro ordinamento proprio con l'art. 38. In sostanza, nasce l'idea della sicurezza sociale, che consiste nell'esigenza di garantire a tutti la libertà dal bisogno: siccome tale libertà non può essere realizzata dal singoli che ne sono titolari, essa deve essere garantita da tutta la collettività organizzata nello Stato.


In tal modo, la solidarietà viene ripartita fra tutti i cittadini e lo Stato persegue direttamente tra i suoi fini la realizzazione della tutela previdenziale con un intervento assai più intenso. Il legislatore, infatti, è intervenuto con numerose leggi in materia: così per esempio è stato istituito il Servizio sanitario nazionale, è stata estesa la tutela di malattia a tutti i cittadini, è stata prevista la pensione per tutti i lavoratori ultrasessantacinquenni e per i minorati civili (ciechi, invalidi, sordomuti, ecc.), e soprattutto l'intervento finanziario dello Stato in materia previdenziale. Inoltre, sempre sul presupposto della solidarietà collettiva, in quasi tutte le forme di tutela previdenziale non vi è più un'esclusiva corrispondenza tra prestazioni e contributi. In tempi recenti, infine, è stato superato anche il principio di territorialità che ha tradizionalmente contraddistinto il sistema previdenziale per lungo tempo. In seguito, infatti, all'intervento della Corte costituzionale (sentenza n. 369 del 30 al cembre 1985) che ha riconosciuto l'estensione della tutela previdenziale anche ai lavoratori italiani all'estero, 6 intervenuto il legislatore che ne ha disciplinato specificamente le condizioni e le modalità con I. 3 ottobre 1987, п. 398.

sabato 29 agosto 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (7)

Ancora sui

principi costituzionali

 Articolo 37 della Costituzione. 

L’art. 37 contiene i principi sulla parità di trattamento e retribuzione  tra uomo e donna che esplichino  le stesse mansioni lavorative, così  tra lavoratori adulti e minori. Inoltre, si afferma la necessità di permettere alla donna di svolgere, contemporaneamente all'attività lavorativa, quella di madre. Lo stesso articolo impone altresi che, con legge, si preveda il limite minimo d'età per il lavoro salariato (l. 17 ottobre 1967, n. 977). La norma si occupa di due categorie di lavoratori, donne e minori, che nel passato sono state particolarmente sfruttate. Anche qui i principi enunciati dalla norma costituzionale sono stati attuati da una serie di leggi. In particolare, per quanto concerne la donna va ricordata la l. 9 gennaio 1963, n. 7, che vieta i licenziamenti per causa di matrimonio. Analogo divieto circa il licenziamento è previsto anche dalla successiva I. 30 dicembre 1971, n. 1204, che tutela la lavoratrice madre. Questa legge prevede inoltre una tutela generale a favore della lavoratrice madre considerando sia la sua salute, per cui non può svolgere lavori pesanti, sia garantendo dei periodi di astensione dal lavoro obbligatori e facoltativi, per favorire la sua funzione di madre accanto al figtio.

Per quanto riguarda invece la tutela del minori, l'art. 37 Cost. enuncia tre distinti principi: la fissazione dI un'età minima, al di sotto della quale non si può accedere al mondo del lavoro: la tutela in generale del lavoro minorile e il principio di parità di retribuzione a parità di mansioni svolte.

Per quanto riguarda l'età, generalmente è fissata a 15 anni, ma è elevata a 16 o 18 per alcuni lavori pesanti, espressamente individuati dalla legge, ed è abbassata a 14 per il lavoro agricolo, domestico, per quello leggero non industriale e per particolari attività (si pensi allo spettacolo in cui spesso è necessaria la presenza di minori), compatibilmente con l'obbligo scolastico. Inoltre, la legge dispone, sempre in linea generale, che le condizioni ambientali in cui devono lavorare questi soggetti non possano né ledere né pregiudicare la loro crescita E necessario, poi, che prima dell'assunzione e durante il rapporto di lavoro i lavoratori minori siano sottoposti a visita medica per accertare che siano in grado di svolgere, senza alcun pregiudizio per la loro salute, l'attività lavorativa.

Altre disposizioni riguardano delle condizioni di particolare favore, rispetto agli altri lavoratori, in relazione all'orario, alle ferie, al divieto di lavoro notturno, ecc.

Per quel che concerne la parità di retribuzione, va ricordato che in applicazione di questo principio la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime le disposizioni di quei contratti di lavoro che prevedevano che il periodo per maturare gli scatti di anzianità decorresse solo dal ventunesimo anno di età.

Pertanto, anche qualora il contratto collettivo continui a contenere disposizioni analoghe, queste non potranno essere applicate e di conseguenza, l'anzianità decorrerà sempre dal momento dell'assunzione, indipendentemente dall'età del lavoratore.

(Segue)

martedì 25 agosto 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (6)

diritti fondamentali del  
lavoratore

L’art. 36 della Costituzione
s
tabilisce che la retribuzione
deve essere proporzionata
e sufficiente a garantire
un'esistenza libera e
dignitosa, fissa i limiti
dell'orario di lavoro e
garantisce il diritto
irrinunciabile al riposo
settimanale e alle ferie
.annuali retribuite



Ancora sui 

principi costituzionali 

Ancora sull’articolo 36 della Costituzione. Il secondo comma dell’articolo 36 garantisce indirettamente il diritto al riposo giornaliero: affermando, infatti, che la legge deve stabilire la durata massima della giornata lavorativa ne deriverà anche il riposo garantito a ciascun lavoratore.

La Costituzione, enunciando il principio di una durata massima della giornata di lavoro, ha accolto e ribadito una rivendicazione che emerse sul piano internazionale nel corso dell’Ottocento, mentre in Italia si cominciò a far sentire solo all'inizio del 1900.

Dopo la Prima Guerra mondiale si avverti la necessità di un accordo internazionale in materia, che venne formalizzato dall'OlL con una convenzione in cui si stabiliva che, per i dipendenti di imprese industriali, la durata massima del lavoro doveva essere di otto ore giornaliere e quarantotto settimanali. L'Italia, oltre a ratificare detta convenzione, predispose una propria regolamentazione della materia contenuta innanzitutto nel r.d.l. 5 marzo 1923, n. 629 convertito poi nel 1925 in legge, che limita l'orario di lavoro per gli operai e per gli impiegati delle imprese industriali o commerciali di qualunque natura. Ed è proprio questa legge che ancor oggi costituisce la disciplina legale di riferimento e che realizza il rinvio contenuto sia nell'articolo costituzionale sia nel precedente articolo del codice civile (art. 2107). Se questa è la disciplina legale bisogna, tuttavia, tenere presente che i contratti collettivi, laddove ovviamente questi esistano e siano applicabili, dettano normalmente condizioni più favorevoli che, come tali, prevalgono.


Per quanto concerne, invece, il diritto al riposo settimanale e annuale, previsti anche dall'art. 2109 c.c., essi sono riconosciuti al fine di garantire al lavoratore sia la possibilità di recuperare le energie psicofisiche, dopo una settimana o un anno di lavoro, sia la possibilità di partecipare alla vita familiare e sociale. Ed è proprio in relazione a ciò che normalmente il riposo settimanale deve cadere di domenica perché è in quel giorno che il lavoratore ha la possibilità di passare il proprio tempo libero con la propria famiglia o con i propri amici.


I principi enunciati dalla norma che si commenta vanno dunque coordinati con tutta la legislazione di attuazione, anche precedente all'entrata in vigore della Costituzione, che ci proponiamo di analizzare dettagliatamente quando si parlerà dell'orario di lavoro.


(Segue)



giovedì 13 agosto 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (5)

L'articolo 36 è una norma
precettiva.
 I giudici del lavoro italiani la
utilizzano direttamente per
dichiarare nulle le retribuzioni
troppo basse previste da
contratti
individuali o collettivi pirata,
adeguandole ai parametri
minimi della 
giurisprudenza
e dei CCNL
. Questa norma
è costantemente al centro
del dibattito politico in Italia
riguardante l'introduzione di
un salario minimo legale.



Ancora sui 

principi costituzionali 

Articolo 36 della Costituzione. 

Piu’ specifici e maggiormente incidenti sulla disciplina concreta del lavoro, sono gli artt. 36 e 37. Il primo contiene alcuni precetti basilari in ordine alla retribuzione, che, non solo deve essere sufficiente a soddisfare le esigenze del lavoratore e della sua famiglia  tale da assicurare un’esistenza libera e dignitosa, ma deve pure risultare proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato. Si tratta di una norma immediatamente precettiva, cioè di immediata applicabilità, così che il lavoratore può chiedere al giudice che la sua retribuzione, ritenuta non rispondente ai sopra indicati parametri, venga a essi adeguata. I giudice vi provvede, se lo ritiene necessario, facendo riferimento, oltre che alle eventuali norme di legge esistenti, ai contratti collettivi, anche se non applicabili a quel preciso rapporto di lavoro. Attraverso questo meccanismo, dunque, la giurisprudenza è arrivata a estendere l'applicazione di una parte del contratto collettivo, che a stretto rigore dovrebbe regolare i rapporti solo dei soggetti iscritti al sindacato, anche a soggetti diversi.

 Il secondo e il terzo comma trattano

-della durata massima della giornata lavorativa: questa deve essere stabilita dalla legge: il contratto collettivo individuale può eventualmente soltanto scendere al di sotto del massimo fissato;

-del riposo settimanale e delle ferie che sono dichiarati diritti irrinunciabili del prestatore.

-La seconda parte della disposizione garantisce al lavoratore, dunque, tre forme di riposo: quello giornaliero (2° comma), quello settimanale e quello annuale (3° comma). Si tratta di diritti inderogabili e infungibili con la conseguenza che sono illegittime e incostituzionali le soppressioni e riduzioni di una di queste pause, anche se ne viene incrementata un'altra (per esempio non si può rinunciare alla pausa settimanale per aumentare il numero di giorni di ferie).

-Con la limitazione temporale della prestazione lavorativa si vogliono soddisfare tre importantissime esigenze: 1) la tutela dell'integrità psicofisica del cittadino; 2) la salvaguardia di spazi di tempo disponibile fuori del luogo di lavoro per permettere lo sviluppo della personalità e 3) la partecipazione alla vita sociale e familiare e, infine, l’equa distribuzione delle possibilità di lavoro in un mercato caratterizzato dalla cronica eccedenza  dell’offerta rispetto alla domanda.

(Segue)


sabato 8 agosto 2026

8 Agosto

Marcinelle, 1956
  L'8 agosto 1956, nella
miniera di carbone 
Bois du Cazier a
Marcinelle (Belgio),
un incendio a 975
metri di profondità
causò la morte di
262 minatori.
Tra i caduti si
contarono ben
136 giovani immigrati
italiani, partiti per
sfuggire alla miseria.




L’8 agosto di 70 anni fa nell’incendio sottoterra in Belgio persero la vita anche 136 lavoratori italiani. Uomini, mariti, fratelli che lasciarono il Paese spinti dalla fame e dagli accordi del dopoguerra: il Belgio per ogni minatore regalava a Roma da 2,5 a 5 tonnellate di carbone. 

Di questo parla il libro di Di Stefano sulla tragedia di Marcinelle, avvenuta l’8 agosto 1956. Il libro è un coro, un’orazione pubblica di un disastro non solo italiano ma europeo, un evento che getta una luce sinistra sul nostro dopoguerra, nel quale si coagulano alcuni temi fondamentali della nostra modernità, nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale, e che si trovano sepolti nelle vene di una miniera di carbone, diventata letteralmente una tomba di fuoco, fumo per molti uomini.

Il libro:
L'accordo "uomo-carbone": La tragica realtà del protocollo del 1946 con cui l'Italia inviava manodopera in Belgio in cambio di forniture di carbone a prezzo agevolato.

Le colpe della giustizia: La denuncia delle misere condizioni lavorative e della disorganizzazione, che portarono all'assoluzione quasi totale dei responsabili nei processi dell'epoca.
Il dovere della memoria: La lotta attiva contro la rimozione storica di un capitolo fondamentale ma doloroso dell'Italia del secondo dopoguerra.

giovedì 6 agosto 2026

Tempo di ferie e di vacanze

Rider e’ il  clclofattorino
che effettua
consegne a domicilio.
Si sposta principalmente
in bicicletta, e-bike,
scooter o monopattino.

La figura è al centro di forti
dibattiti legali e sindacali in
Italia e in Europa riguardanti
 le tutele contrattuali, l'uso
degli algoritmi di gestione
e il passaggio dal lavoro
autonomo a quello
subordinato.



 Non per tutti, però

lo leggiamo da più riviste e giornali

Quella cui assistiamo è l’ennesima occasione per dividere il mondo tra chi può vivere temperature accettabili (luoghi di vacanza, aria condizionata, giardini e case confortevoli) e chi invece è costretto a lavorare sotto il sole cocente o soffre in aree tormentate dalla siccità o è talmente povero che non può permettersi di combattere l’afa e tutto quello che ne consegue. 

 La regola del nostro tempo è semplice: chi può permetterselo starà bene, chi non può si arrangi.

-A chi interessano i migranti irregolari spediti dai caporali a raccogliere i pomodori sotto il sole cocente? 

-A chi importa qualcosa dei rider che consegnano pacchi e pasti a qualunque ora (fra le 12,00 e le 14,00) a Palermo o nel resto delle altre città ? 

La «presunzione legale di subordinazione» dei rider alle piattaforme delle consegne a domicilio è stata riconosciuta in questi giorni dal governo Meloni nel decreto legislativo che ha recepito la direttiva europea sul lavoro digitale. Questa nozione, frutto di un conflitto lungo anni tra i governi e nel parlamento europeo, potrebbe dare ai sindacati, ai lavoratori e alla magistratura gli strumenti per fermare il caporalato digitale e imporre lo stabile riconoscimento dei diritti dei ciclofattorini. 

venerdì 31 luglio 2026

Le retribuzioni reali in Italia

Le cifre recenti dell'Ufficio
parlamentare di bilancio (UPB)
 
mostrano che 
tra il 1990 e il
2026 le retribuzioni reali lorde
dei dipendenti privati sono
scese del 6,6%, i salari dell'industria
 sono saliti del 16,5% e quelli
del terziario sono calati del 20,9%.




Ufficio parlamentare di bilancio (UPB)
Dal rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sulla grande depressione italiana dei salari, Gian Paolo Patta, ex segretario confederale della Cgil,  sconsolato dichiara: «Questo è il risultato di 36 anni di Seconda Repubblica».  

Vi  è, nell’osservazione di un vecchio autorevole e deluso esponente della sinistra sindacale, l’amara constatazione che le ragioni delle classi lavoratrici fossero meglio garantite nella Prima repubblica. 

È andata veramente così? Le cifre contenute nel rapporto dell’Upb sono purtroppo avvilenti:

=testimoniano da una parte il declino dell’economia italiana nel suo complesso che, crescendo meno delle altre, 

=l’impoverimento relativo di quei posti di lavoro nelle aziende troppo piccole per guadagnare competitività e accrescere il valore aggiunto. Oltre naturalmente al dilagare di forme precarie e sottopagate, in particolare nei servizi. Mentre le retribuzioni reali lorde medie a tempo pieno equivalente dei Paesi Ocse — l’organizzazione di Parigi che riunisce le maggiori economie del mondo — sono aumentate mediamente del 35 per cento tra il 1990 e il 2024, le nostre, uniche, sono addirittura diminuite dell’1,6 per cento.
 I dati Inps, che fotografano più in profondità le varie tipologie di impiego, anche a tempo parziale, sono addirittura peggiori. La caduta delle retribuzioni lorde reali nel settore privato, tra il 1990 e il 2026, è stata del 6,6 per cento. Nella fascia più modesta persino del 40,8 per cento. Il dieci per cento più povero lo è diventato ancora di più. Si è salvato solo il dieci per cento «più ricco». 

Non c’è dubbio che nella Prima repubblica le retribuzioni fossero difese meglio. Ma era un altro mondo, molto diverso da quello attuale. Vi era un potere negoziale dei sindacati e dei partiti maggiore anche per la concentrazione nell’industria della parte più rilevante della forza lavoro. C’era poi la scala mobile che da meccanismo protettivo verso l’inflazione si trasformò però — attraverso la spirale tra prezzi e salari — in un infernale trappola di rigidità. La competitività perduta veniva recuperata, in maniera via via sempre meno efficace, solo grazie alle svalutazioni competitive della lira. 

La globalizzazione ha visto la vittoria dei capitali, più liberi e dunque meno tassabili, rispetto al lavoro, meno libero e più tassabile. La flessibilità delle forme contrattuali ha aiutato le aziende e migliorato l’occupazione a danno dei livelli retributivi. Gli imprenditori si sono cullati troppo a lungo sul tema del costo del lavoro, preoccupandosi molto meno della sua qualità. Ora non trovano profili adeguati al necessario salto tecnologico.