StatCounter

Visualizzazione post con etichetta IL NOVECENTO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta IL NOVECENTO. Mostra tutti i post

sabato 24 ottobre 2026

Per non dimenticare

 

Nel luglio del 1944, a
causa della rapidissima
avanzata dell'Armata Rossa,
i nazisti non fecero in
tempo a distruggere le
strutture nel tentativo di
occultare i propri crimini.
Di conseguenza, Majdanek
è 
il campo dell'Olocausto
meglio conservato in
Europa
. Le camere a gas
originali (che presentano
ancora le macchie blu
lasciate dallo Zyklon B), le
baracche e i forni crematori
sono rimasti praticamente
intatti.
Nei pressi della città di Lublino, in Polonia, persiste ancora oggi (perché nessuno possa dimenticare) il già campo di concentramento di Majdanek (noto ufficialmente come Konzentrationslager Lublin). Li’ trascorsero mesi e mesi di prigionia fra stenti e fame migliaia di prigionieri italiani che si erano rifiutati di combattere a fianco dei tedeschi nel corso della seconda guerra mondiale. Fra essi c’era il papa di chi scrive queste righe.

 Quel campo si trova ad appena 3 km a est della città di Lublino, nel sobborgo di Majdan Tatarski. A differenza di altri lager nazisti costruiti in aree isolate o nascoste nei boschi, Majdanek sorgeva a ridosso della città ed era perfettamente visibile dai residenti, che nella situazione in cui potevano si adoperavano a buttare tozzi di pane oltre la triplice fila di filo spinato dove provavano a sopravvivere tanti prigionieri italiani, e non solo italiani.
  • Storia e Funzione: Istituito nel 1941 inizialmente come campo per prigionieri di guerra sotto il controllo delle Waffen-SS, venne trasformato ufficialmente in campo di concentramento nel febbraio del 1943. Svolse la duplice funzione di campo di concentramento e campo di sterminio immediato, dotato di camere a gas e forni crematori. Funzionò infatti sia come lager per prigionieri di guerra, sopratutto di militari italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò, che come fabbrica di morte fino alla liberazione da parte dell'Armata Rossa nel luglio 1944
  • Preservazione: A causa della rapidissima avanzata dell'Armata Rossa nel luglio del 1944, le SS non fecero in tempo a demolire le strutture e le testimonianza del feroce regime nazista. Majdanek è perciò ai nostri giorni il campo dell'Olocausto meglio conservato d'Europa, con baracche e camere a gas originali rimaste intatte. 
L’area, assieme ad altre, ospita ai nostri giorni il Museo Statale di Majdanek, il più antico museo commemorativo della Seconda guerra mondiale in Europa, fondato nel novembre del 1944. Molti recensori che hanno visitato anche altri campi (come Auschwitz) sottolineano che Majdanek offre un impatto emotivo persino più crudo. Questo perché i nazisti, nella loro fuga affrettata nel 1944, non fecero in tempo a distruggere le infrastrutture.

mercoledì 14 ottobre 2026

Il Novecento (2)

 

Il Novecento (il XX secolo) è
stato giudicato dagli storici e
dai filosofi attraverso
definizioni contrastanti, a
causa della sua natura
profondamente duale,
segnata da immani tragedie
ma anche da progressi
straordinari.

Viene ricordato come
un'epoca di drammatiche
polarizzazioni. Ha visto
coesistere i più grandi
progressi scientifici,
tecnologici, medici e di
emancipazione sociale
della storia umana con
le peggiori barbarie
e tragedie, come i 
totalitarismi, i campi
di sterminio (la 
Shoah)
e la minaccia nucleare.

Nel XX secolo sono accadute (forse come sempre nel corso dell’umanità ) eventi terribili e avanzamenti dell’umanità che hanno del meraviglioso.

 Gli amanti delle statistiche ci assicurano che la statura media della gente è aumentata dai cinque ai quindici centimetri, gli adolescenti hanno raggiunto la maturità più rapidamente; la gente rimane il più a lungo possibile giovane e vive più a lungo. La fatica nei lavori agricoli e industriali è stato di molto alleviato, e tutti -se lo vogliono- dispongono di più  tempo per lo svago. Sono cambiate, e profondamente modificano, le abitudini e i costumi del vivere. Ciò in ogni paese del pianeta.


Il Progresso scientifico è avanzato, grazie anche al grande numero di scienziati che seguono ormai ogni aspetto del vivere umano.

 Dalla fine dell'Ottocento gli uomini godono dell'acqua corrente, delle strade illuminate, della possibilità di conservare o congelare il cibo, di usare macchine per cucire, per lavare o per scrivere.

Nelle nostre campagne da decenni tagliamo l'erba e falciamo/trebiamo il grano con mezzi meccanici. Da alcuni decenni disponiamo di telefoni e telefonini.

Gli aerei in poche ore collegano le più grandi città del pianeta.


Con questa pagina introduttiva contiamo di spaziare sulla “storia” di ciò che il Novecento ha lasciato alle giovani generazioni di questo XXI secolo dell’era cristiana. Nel bene e nel male.


Lo Statuto dei Lavoratori (12)

Il diritto di sciopero è un principio 
fondamentale sancito dall'articolo 40 
della Costituzione Italiana
, il quale 
stabilisce che esso si esercita 
"nell'ambito 
delle leggi che lo regolano"
. Viene 
definito come un 
diritto individuale 
ad esercizio collettivo
: spetta al 
singolo lavoratore (subordinato o 
autonomo) decidere se aderire, ma 
l'azione di astensione deve essere 
concordata da un gruppo per la 
tutela di un interesse comune.

Nei settori in cui lo sciopero potrebbe 
compromettere i diritti fondamentali 
dei cittadini (es. sanità, trasporti, istruzione,
 igiene pubblica), l'esercizio è rigidamente 
disciplinato dalla 
Legge 146/1990. In 
questi ambiti vigono obblighi stringenti:
1) Preavviso Minimo: 
Almeno 
10 giorni prima,
2) 
obbligo di garantire turni minimi,
3) 
in caso di grave pregiudizio la
Prefettura o il Ministero, previo
segnalazione della Commissione
di Garanzia possono emanare
ordinanza di precettazione.



Ancora sui

principi costituzionali 

 Articolo 40 della Costituzione

 L’art. 40 riconosce, quale diritto, la forma di lotta dello sciopero, purché esercitato nell'ambito delle leggi che lo regolano. 

 Il riconoscimento del diritto dl sciopero conferisce al principio di lIbertà sindacale enunciato nell'articolo precedente una maggiore effettività, perché è proprio attraverso l'autotutela che Il sindacato riesce a imporre le proprie rivendicazioni. 

Per comprendere quanto sia rivoluzionaria la norma che qui si commenta vale la pena di ricordare come l'ordinamento italiano nelle diverse epoche storiche abbia considerato in maniera diversa lo sciopero. Fino al 1889 lo sciopero fu considerato un delitto, e come tale perseguito penalmente: con l'entrata in vigore in quell'anno del codice penale, cosiddetto Zanardelli, lo sciopero cessò di essere un delitto e venne tollerato come una libertà di fatto, purché fosse realizzato senza violenza o minaccia.


Nel 1926, con l'ordinamento corporativo, si ritornò alla repressione penale e vennero delineate una serie di figure criminose che comprendevano il reato di sciopero e di serrata per fini contrattuali, nonché i reati di sciopero politico e di sciopero di solidarietà, di boicottaggio, di occupazione d'azienda e di sabotaggio, tutte fattispecie inserite nel codice penale del 1931 (codice Rocco, allora in vigore). Veniva anche punito e ancor più severamente, lo sciopero nel pubblico impiego che integrava un reato contro la pubblica amministrazione. Tali norme non furono però abrogate  con la caduta dell'ordinamento corporativo e per conseguenza negli anni successivi si assistette a un'operazione di rilettura in chiave costituzionale della maggior parte di queste norme, in modo che il loro contenuto fosse compatibile con il diritto di sciopero. in sostanza, la Corte costituzionale, chiamata diverse volte a dichiarare l'incostituzionalità degli articoli del codice penale che incriminavano lo sciopero, affermò che incostituzionali erano solo le norme che vietavano lo sciopero e la serrata a fini contrattuali. Le altre norma vennero salvate ma, sempre secondo la Corte Costituzionale vanno oggi interpretate nel senso che sono vietati solo quegli scioperi che mirano a sovvertire l'ordine costituzionale o ad ostacolare il libero esercizio del diritti e poteri di sovranità popolare (si tratta in effetti di ipotesi più scolastiche che reali). Le norme che incriminavano lo sciopero dei  dipendenti pubblici sono invece state abrogate dalla legge sui servizi pubblici essenziali (l. 12 gennaio 1990, n. 146).

 Il riconoscimento dello sciopero come diritto costituzionale è dunque una vera e propria conquista dell’ordinamento repubblicano.  

Affermare che lo sciopero è non solo tollerato, come avveniva già nel periodo precorporativo, ma anche tutelato in quanto diritto vero e proprio, comporta innanzitutto che l'effettuazione dello sciopero, che consiste nell'astenersi dal rendere la prestazione lavorativa, non configura un inadempimento contrattuale.

In altre parole, Il lavoratore che sciopera non percepirà per il periodo in cui non ha lavorato alcuna retribuzione,  ma non sarà soggetto a sanzioni disciplinari da parte del datore di lavoro perché il suo comportamento non è in violazione degli obblighi contrattuali.

Il riconoscimento del diritto di sciopero implica necessariamente il riconoscimento di attività strumentali a tale diritto quali sono la propaganda intesa a far aderire allo sciopero tutti i lavoratori, oppure le manifestazioni pubbliche per sensibilizzare e rendere partecipe l'opinione pubblica; il picchettaggio, purché non si manifesti in comportamenti illeciti penalmente (la barriera umana, per esempio, è stata diverse volte ritenuta illegittima perché è superabile solo con la forza e costituisce dunque un atto di violenza nei confronti dei lavoratori che non intendono aderire allo sciopero).


Un grosso problema che ha dovuto affrontare la giurisprudenza nell'applicare la norma in esame e in assenza di una legislazione specifica sull'esercizio del diritto di sciopero riguarda i limiti di tale diritto. Infatti, l'art. 40 Cost., dopo aver riconosciuto tale diritto, non lo definisce né lo delimita, ma rinvia per queste funzioni alla legge, che non è mai stata emanata a  eccezione di quella per il settore del servizi pubblici. Al di fuori dall'ambito di tutela dell'art. 40 Cost. si pone la serrata, che consiste nella chiusura totale o parziale dell'azienda e cioè nel rifiuto da parte del datore di lavoro di accettare la prestazione lavorativa conseguentemente di pagare la retribuzione. La serrata non è più punibile penalmente ed è una libertà di fatto che non gode, nel silenzio della Costituzione, delle stesse garanzie del diritto di sciopero.


lunedì 12 ottobre 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (11)

 

La libertà sindacale è il diritto
fondamentale, costituzionalmente
tutelato, di prestatori e datori di
lavoro, consistente nel poter
organizzare o aderire liberamente
ad organizzazioni per tutelare
i propri interessi lavorativi. Per
libertà sindacale si intende, pertanto,
 la libertà di associazione e di azione
 per la difesa di interessi collettivi
professionali. Essa riguarda la
facoltà di iniziativa, adesione e
partecipazione dei singoli all’attività
della coalizione. Viene tutelata sia
la libertà positiva, ossia il diritto di
costituire o aderire ad un sindacato, sia
 la libertà negativa, ossia la libertà
di non affiliarsi ad alcun sindacato
o recedere dall’iscrizione senza
subire alcuna penalizzazione o
discriminazione sul luogo di lavoro.
Con riferimento alla libertà
sindacale negativa si precisa che
in Italia non sono ammesse
clausole c.d. 
closed shop, tipiche
della tradizione anglosassone, le
quali impongono di assumere solo
lavoratori aderenti ad un determinato
sindacato. Difatti l’articolo 15 dello
Statuto dei lavoratori (legge n. 300
del 1970) dichiara nullo qualsiasi
accordo che subordini l’assunzione
o il mantenimento del posto di
lavoro all’iscrizione ad un’organizzazione
sindacale.





Ancora sui

principi costituzionali 

 Articolo 39 della Costituzione.

La norma costituzionale dell’art.  (2° comma e segg.) stabilisce che l'unico obbligo che può essere imposto ai sindacati, e dunque l'unica ingerenza statale, è quello della registrazione attraverso la quale le organizzazioni sindacali ottengono la personalità giuridica e quindi la possibilltà di stipulare contratti collettivi obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria cui Il contratto si riferisce.

Al tavolo delle trattative per la stipulazione del contratto collettivo avrebbe, però, dovuto sedere un unico soggetto collettivo (cosiddette rapunitarie), che rappresentasse i diversi sindacati esistenti per ciascuna categoria (per esempio tutti i sindacati del metalmeccanici, dei chimici, ecc.), e li rappresentasse inoltre non tutti paritariamente, ma in relazione all'effettivo numero di

iscritti che ciascun sindacato poteva vantare, in modo che il peso delle decisioni di ciascun sindacato fosse proporzionale alla forza ottenuta dal maggior numero di lavoratori iscritti.


Attraverso questo meccanismo il legislatore costituente credeva di aver trovato la soluzione a uno spinoso problema: conciliare l'esistenza di una pluralità di sindacati, indispensabile per poter garantire la libertà sindacale, con la necessità di avere un unico contratto collettivo obbligatorio per tutta la categoria.

Tutto ciò necessitava però di una legge di attuazione che, come già riportato in precedenza, non é stata mai emanata cosi che a distanza oramai di tanti decenni si può dire, quasi con cerlezza, che il meccanismo enunciato sia stato abbandonato. Conseguentemente i sindacati, privi della personalità giuridica, sono semplici associazioni non riconosciute (disciplinati dagli artt. 1321 e segg. c.c.).


Le ragioni della mancata attuazione della norma sono di due ordini: contingente e storico. Con riguardo al primo fattore, furono proprio i sindacati a opporsi, in quanto l'attuazione della norma avrebbe comportato un controllo sia sul loro ordinamento interno sia sul numero effettivo del loro iscritti. Da un punto di vista storico, invece, diminuì la necessità di avere un contratto collettivo efficace per tutti i lavoratori della stessa categoria, e ciò sia perché si riuscì per vie diverse legislative (si tratta della l. 14 luglio 1959,  n. 741, dí cui tratteremo sul blog in prosieguo) e giurisprudenziali (che riprenderemo quando affronteremo dell'efficacia del contratto collettivo) a ottenere comunque un'estensione dell'efficacia del contratto collettivo a soggetti non iscritti, sia -ancora- perché, a partire dagli anni Sessanta, il legislatore dei primi governi di centro-sinistra, di fronte alle istanze promosse dalle parti sociali, reagì, Invece che con l'attuazione della norma, promulgando leggi speciali.


(Segue)

giovedì 8 ottobre 2026

Il Novecento

  Il curatore del Blog conserva giornali, libri di Storia, raccolte e materiale politico dei partiti che hanno fatto nascere la democrazia nel Paese, la Repubblica Italiana, in seguito alla sconfitta del Fascismo.

  Da quel materiale “storico”, della Prima e ovviamente della Seconda Repubblica, conta di estrarre rievocazioni e vicende che via via ci hanno condotto al quadro e alla realtà dei nostri giorni.

   Piace iniziare il cammino storico, che -a Dio volendo- potrebbe, nel disegno proposto, essere lungo, da una introduzione e presentazione su questa pagina.

=.  =.  =



Lo scenario storico italiano del Novecento è un percorso complesso e tumultuoso, segnato da profonde trasformazioni storiche, sociali, artistiche e letterarie che hanno definito l'identità del Paese moderno.

 Le Coordinate Storiche e Sociali, nell’esposizione immaginata, le riportiamo scandite su cinque fenomeni politici-sociali:

 1) Dall'età giolittiana al Fascismo: Il secolo si apre con l'industrializzazione (nascita della FIAT nel 1899), le migrazioni sopratutto in direzione delle Americhe e le tensioni sociali, culminate nella tragedia della Prima Guerra Mondiale e nell'avvento del regime fascista (1922-1943), che impose un rigido controllo sulla cultura e non solamente su essa.

2) La Repubblica e il Boom Economico: In seguito alla Seconda Guerra Mondiale e alla Resistenza viene istituita la Repubblica (1946). Tra il 1958 e il 1963 l'Italia vive il fenomeno socio-economico denominato il "miracolo economico", trasformandosi da paese agricolo a importante potenza industriale, accompagnato però da grandi migrazioni interne dal Sud al Nord ed esterne verso i Paesi del nord Europa.

3) Il Tempo delle Riforme: Gli anni 60’,  '70 e '80 caratterizzati nel Paese, per la prima volta, dalla politica di centro-sinistra, sono segnati da importanti conquiste civili (servizio sanitario generalizzato, divorzio, aborto), ma anche da pesanti ferite come il terrorismo politico (anni di piombo) e le stragi mafiose. 

4) gli Anni di Piombo e il terrorismo (dalla strage di Piazza Fontana al sequestro di Aldo Moro), la violenta offensiva della mafia negli anni '90 (con gli assassinii dei magistrati Falcone e Borsellino) e l'inchiesta di Mani Pulite (Tangentopoli) che decreta il crollo della Prima Repubblica

5) Il "Novecento" nell'Arte e nella Cultura: In ambito storico-artistico, la parola identifica una specifica e importantissima corrente rappresentata dal manifesto del "ritorno all'ordine" del primo dopoguerra: dopo le provocazioni e le destrutturazioni del Futurismo, gli artisti (tra cui Mario Sironi, Achille Funi e Carlo Carrà) scelgono di recuperare la tradizione figurativa classica, le geometrie solide e la chiarezza compositiva tipica del Rinascimento italiano.

(Segue)

mercoledì 7 ottobre 2026

Lo Statuto dei Lavoratori (10)


Lo Statuto dei Lavoratori è la 
Legge 20 maggio 1970, n. 300, una
delle norme fondamentali del diritto
del lavoro italiano che tutela la libertà,
la dignità e i diritti sindacali nei luoghi
di lavoro.
Approvato il 20 maggio 1970, fu
fortemente voluto dal Ministro del
Lavoro Giacomo Brodolini e ideato
dal giurista Gino Giugni.


Ancora sui

principi costituzionali 

 Articolo 39 della Costituzione.  

Il primo comma dell’articolo 39 della Costituzione enuncia la lìbertà di organizzazione sindacale. Si tratta di un principio rivoluzionario che si pone in netto contrasto con il sistema corporativo (1926-1944) introdotto dal regime fascista. In quell'epoca esisteva, infatti, un Sindacato unico, sottoposto a un penetrante controllo dello Stato, che aveva la rappresentanza legale di tutti i componenti della categorica e stipulava così contratti collettivi applicabili a tutti i lavoratori che vi appartenevano.

Una prima importante osservazione riguarda il fatto che la norma tutela la libertà di organizzazione e non di associazione sindacale. La differenza non é solo terminologica: infatti, il termine organizzazione è più ampio del termine associazione, il che vuol dire che il legislatore tutela tutti  i movimenti sindacali anche se non hanno forma di associazione, come per esempio i consigli di fabbrica o i comitati di base sorti in anni più recenti.


La ibertà sindacale va intesa nel senso piu ampio comprendente i diritti del singolo di costituire un nuovo sindacato in qualunque forma e non solo in quella associativa, di aderire a sindacati già esistenti cosi come di non aderire ad alcun sindacato, senza che queste scelte possano comportare per il lavoratore un trattamento peggiorativo o discriminatorio.

Si è discusso se la libertà sindacale riguarda  anche i datori di lavoro, e in particolare se possano qualificarsi come “sindacali” e dunque essere tutelate dall’art. 39 Cost., invece che dal generico art. 18 Cost. che garantisce anch’esso la libertà di associazione  (ma secondo un profilo diverso e meno ampio rispetto a quella di cui all'art.  39), anche le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro.

Sul tema non si registrano opinioni uniformi: c'è chi sostiene, infatti, che non v'é ragione di fare differenziazioni perché anche le organizzazioni dei datori di lavoro sono sindacali e come tali rientrano nell'art. 39; c'è chi, invece, sostiene che la norma, in considerazione anche della sua collocazione (gli artt. dal 35 al 40 si occupano dei diritti del lavoratore), non intendeva far riferimento anche a queste organizzazioni che in sostanza sono solo sindacati di risposta nati per resistere ai veri e propri sindacati dei lavoratori.


L'enunciato principio di libertà sindacale ha trovato poi la sua più grande attuazione nello Statuto dei lavoratori, che attraverso una serie di norme ha cercato di rendere effettivo tale diritto e nel titolo Ill della cosiddetta legislazione di sostegno ha addirittura cercato di rimuovere alcuni ostacolli che avrebbero potuto impedire o anche solo rendere più difficoltoso l'esercizio delle libertà sindacali.  Sempre lo Statuto, all'art. 28, ha poi previsto uno strumento processuale molto efficace per rimuovere gli eventuali comportamenti, cosiddetti anti-sindacali, che realizzino una violazione della libertà sindacale (sullo Statuto dei Lavoratori ci soffermeremo in seguito).


(Segue)




lunedì 5 ottobre 2026

La Sicilia, la Valle Belice del tempo che fu

 Vincenzo Guarrasi è un noto geografo e antropologo italiano, professore emerito di Geografia presso l'Università degli Studi di Palermo. Formatosi inizialmente come antropologo, ha dedicato la sua lunga carriera accademica (insegnando dal 1977 al 2017) all'esplorazione dei legami tra territorio, cultura e società. Tra le sue principali aree di ricerca figurano la geografia culturale e urbana, lo sviluppo locale, le migrazioni internazionali nel Mediterraneo e il concetto di "città cosmopolita". Ha ricoperto ruoli istituzionali di rilievo all'interno della comunità geografica italiana, tra cui quello di vicepresidente dell'Associazione dei Geografi Italiani (AGEI). È inoltre autore di numerose monografie e saggi accademici, tra i quali spiccano:

La condizione marginale

La città cosmopolita. Geografie dell'ascolto

La tempesta perfetta. Quando l'umanità iniziò a cospirare contro se stessa (pubblicato dalle Edizioni Museo Pasqualino).

Del professore ci e’ capitato leggere un testo circa l’uso della “pietra” nell’edilizia siciliana. Il testo è risultato interessante, perché a chi ha età avanzata, ricorda l’edilizia contessiota e non solo, del pre-terremoto nella Valle del Belice ‘1968’. Il brano è parecchio lungo e sul blog osiamo pigliare solamente le prime due pagine del libro ad impronta antropologica.

======


La cartina coglie
l’area belicina.

L'
urbanistica contadina
 siciliana 
(o habitat rurale) 
si esprime storicamente
attraverso un dualismo
unico: 
l'accentramento
urbano
 della popolazione
nei borghi (la cosiddetta
 "città-paese") e la rete
di presidi isolati nel territorio
 (le masserie), entrambi
nati per rispondere alle
esigenze del latifondo, del
clima e della difesa.


Scritture di pietra, come tatuaggi, modellano il paesaggio siciliano. Segni dell'azione dell'uomo, intesa a plasmare e a riplasmare continuamente il proprio ambiente, ritroviamo nella ragnatela di muri a secco della regione iblea, nelle pazienti opere di terrazzamento che sospingono verso l'alto le colture arboree lungo i fianchi dell'Etna, nei ciottolati e nei lastricati dei centri storici minori, nei fabbricati, infine, dell'edilizia pubblica e privata, civile e religiosa.

In poche altre regioni del mondo, d'altronde, come nel bacino del Mediterraneo, l'architettura della pietra poteva trovare un ambiente piú favorevole al proprio sviluppo. La pietra da costruzione per eccellenza, infatti, non è certo il granito che si scheggia sotto il piccone o il martello, ma il calcare che si lascia tagliare dal cesello, sezionare in forme regolari, aggiustare e combinare nelle forme piú diverse. La pietra calcarea, dunque, che già domina il paesaggio mediterraneo naturale, perché raramente la vegetazione la ricopre di un manto cosí folto da impedirle di apparire a nudo, dà la propria impronta indelebile anche al paesaggio umano realizzando una particolare continuità tra natura e cultura, ambiente urbano e rurale. Spoglio delle proprie essenze vegetali spontanee per l'intensità delle colture e il morso delle greggi, per la pratica plurisecolare del debbio e gli incendi dei pastori, che ne hanno progressivamente ridimensionato e degradato la superficie boschiva, il mondo mediterraneo consegna alla pietra la propria immagine di paesaggio interamente costruito, straordinaria amalgama di natura e cultura (Vidal de La Blache 1948, 155).


A partire dal tardo Medioevo in Sicilia, come in altre regioni dell'Europa e del Mediterraneo, la pietra è andata soppiantando il legno nelle opere architettoniche (Guidoni 1980, 80). Lentamente, ma inesorabilmente. La civiltà della pietra ha richiesto secoli per costituirsi. E stato necessario sfruttare le cave, scegliere le pietre di piú facile lavorazione e che in seguito induriscono all'aria. È stato necessario investire su un lungo arco di secoli (Braudel 1982, 247).


Contessa Entellina
L'edilizia contadina 
prima del terremoto
del Belìce del 1968
 rifletteva
fedelmente l'economia
latifondista, la cultura
agraria e la specifica
matrice identitaria 
arbëreshë (italo-albanese)
che caratterizzavano
questo lembo della Sicilia
occidentale.

Sebbene le scosse 
del 1968 abbiano 
imposto una parziale 
delocalizzazione e la 
nascita di nuove aree 
urbanizzate, il centro 
storico di Contessa 
Entellina è riuscito a 
preservare gran parte 
del suo antico tessuto 
edilizio rispetto a borghi 
vicini completamente 
rasi al suolo (come 
Poggioreale o Gibellina)




Ma è probabile che in questa area abbia preso forma la nozione di «patrimonio edilizio». È qui, infatti, piú che altrove, che una casa dura e continua a testimoniare nel tempo la lentezza di civiltà o di culture, ostinate a conservare, maniere, ripetere. Quanto è naturale, d'altronde, la ripetizione dove i materiali di costruzione variano poco e in ogni regione si impongono precise costrizioni. Costrizioni, spesso, di lunga durata (Braudel 1982, 246). Dalla scelta di costruire in pietra i luoghi dell'abitare, discendono, infatti, alcune conseguenze: i materiali idonei a un tale impiego sono rari perché essi devono resistere non soltanto alle risposte climatiche e all'azione distruttiva degli agenti atmosferici, ma anche alla degradazione che deriva dall'azione del tempo. I materiali da costruzione vengono scelti, pertanto, in relazione alla durata che sono in grado di assicurare al manufatto edilizio. 

La durata diviene cosí la dimensione chiave dell'abitare nella regione mediterranea. Non è cosí ovunque. In numerose società le costruzioni hanno una vita assai breve e sono spesso abbandonate o distrutte quando il proprietario muore. All'inevitabile, e umano, trasalimento di fronte al grande mistero che avanza, alla linea d'ombra che tutto tende ad abbracciare, l'uomo mediterraneo ha risposto, cercando di rendere visibile il tempo e i sentimenti, di costringerli a assumere dimensioni spaziali, di dare alle proprie relazioni con il mondo le forme della pietra (Tuan 1978, 97).

Uno dei problemi fondamentali di ogni tipo di architettura è quello della copertura. Per definire uno spazio chiuso, infatti, occorre che esso sia separato dall'esterno da ogni parte, anche da quella superiore. Ma per dotare la costruzione di un tetto, che la ripari efficacemente dagli agenti atmosferici, bisogna aftrontare il problema della gravità. Ogni struttura necessita di due componenti: un elemento di tensione orizzontale che raccolga le forze e un elemento verticale che possa resistere a queste ultime per trasmetterle al suolo. Intuitivamente è manifesto che il nodo fondamentale è costituito dall'elemento di tensione orizzontale (quello che chiude lo spazio) e che sono le caratteristiche di questo elemento ad avere un'influenza essenziale sulla forma della costruzione stessa (Raport 1972, 144).

L'insieme delle forze di gravitazione e la loro trasmissione al suolo esigono in generale dei materiali resistenti alla tensione e alla pressione. 

In Sicilia sono comunemente usati materiali organici come il legno, le canne o altre fibre vegetali intrecciate, privilegiati, per le loro doti di leggerezza e di elasticità, a loro volta ricoperti, per garantirne l'impermeabilità, da tegole in terracotta. Molto diffuso e dai tempi più remoti è il ricorso a volte, archi o cupole, che garantiscono gli effetti di leggerezza e di elasticità, grazie alle proprietà intrinseche alla stessa forma geometrica. 

======


(Il testo procede, interessante ancora per più pagine, ma noi ci fermiamo qui. Abbiamo voluto evocare, la realtà urbana ostica delle società  contadine siciliane, ricalcata come in ogni territorio dell’Isola pure nella Valle del Belice del tempo andato, ed ovviamente anche nella nostra Contessa Entellina. Realtà, quella, frutto della società affermatasi dal quattro/cinquecento agli anni sessanta del Novecento).