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giovedì 27 agosto 2026

Letteratura: Origini linguistiche (2)

L'importanza del concilio risiede
nel suo 
Canone XVII, nel quale i
vescovi constatarono che la
popolazione non comprendeva
più il latino classico usato
durante le funzioni religiose. Per
garantire la diffusione del
cristianesimo, il concilio stabilì
che l
a liturgia e la messa dovevano
rimanere in 
latino classico.
L'omelia (la predica) doveva
essere tradotta in 
lingua
rustica romana
 (i primi
volgari neolatini, antenati del
francese) o in 
lingua thiotisca 
(germanico/tedesco).
 Il Certificato di nascita del volgare: 

Il momento in cui si acquista una chiara ed esplicita coscienza dell'esistenza del volgare è segnato dal concilio di Tours dell'anno 813, nella cui diciassettesima deliberazione si legge:


Visum est unanimitati nostrae ut quilibet episcopus habeat ome-lias continentes necessarias ad-monitiones, quibus subiecti eru-diantur: id est de fide catholica, prout capere possint. ET UT EA-SDEM OMELIAS QUISQUE APERTE TRANSFERRE STU-DEAT IN RUSTICAM RO-MANAM LINGUAM AUT THIOTISCAM, QUO FACI-LIUS CUNCTI POSSINT IN-TELLIGERE QUAE DICUN-TUR.

[All'unanimità abbiamo deliberato che ciascun vescovo tenga omelie, contenenti le ammonizioni necessarie a istruire i sottoposti circa la fede cattolica, secondo la loro capacità di comprensione. E che si studi di tradurre comprensibilmente le medesime omelie nella lingua romana rustica o nella tedesca, affinché più facilmente tutti possano intendere quel che vien detto).


(Monumenta Germaniae Historica, Concilia, II, 286)

=. =. =


L’emergere dei volgari


Testo di Francesco Sabatini/

 (Pescocostanzo, 19 dicembre 1931) è un 

linguista, filologo e lessicografo italiano, 

presidente onorario dell'Accademia della Crusca.


Questo difficile e instabile rapporto tra parlato e scritto (che viene inquadrato nel moderno concetto della "diglossia") si risolse solo dopo alcuni secoli, nell'età carolingia: quando una decisa e consapevole "riforma" dell'organizzazione del sapere e delle istituzioni preposte all'istruzione portò a una restaurazione del latino scritto nelle forme classiche, da ricercare accuratamente nei testi classici.


Fu questo un aspetto essenziale della cosiddetta "rinascita carolingia" promossa dal monaco anglosassone Alcuino di York, grande consigliere culturale di Carlo Magno, e diffusa in tutta l'Europa attraverso la Schola palatina. Questa operazione fece compiere al latino scritto il passo decisivo verso la fissità e, potremmo dire, la "trascendenza'": da quell'epoca il latino fu decisamente sottratto al fluire del tempo, diventando una lingua inevitabilmente lontana dalle sollecitazioni della realtà quotidiana, e quindi morta alla comunicazione nelle situazioni concrete, ma nello stesso tempo adatta all'elaborazione e alla circolazione dell'alta cultura internazionale. Per contraccolpo maturò allora la coscienza della sostanziale autonomia della lingua parlata, a cui si dette decisamente il nome di "volgare", e si affermò anche la volontà di provvederla di una sua tradizione di scrittura e di renderla gradualmente degna di un uso colto.


Va precisato che l'esistenza di fatto di lingue volgari strutturalmente ormai separate dal latino, e anche una certa coscienza di questa distanza, risalgono certamente ben indietro rispetto alla svolta carolingia, come testimonia la lunga e consapevole pratica di una tradizione scritta di latino volgareggiante attestata tra il VI e l'VIII secolo. Il fatto nuovo è dato dall'intenzione di elevare tali lingue alla dignità della scrittura e dell'uso ufficiale, un evento che si colloca pienamente solo nel quadro di quella realtà etnica e politica nuova che fu l'Impero carolingio: in questo contesto sulle lingue figlie del latino agì da potente catalizzatore la coabitazione e la concorrenza con le più audaci e libere lingue germaniche.

Testimonianze inequivocabili di questo processo, realizzatosi più precocemente e decisamente in Francia, sono le deliberazioni del concilio di Tours, dell'813, nel quale si esortano i vescovi a "tradurre le omelie dal latino nella lingua romana rustica o nella tedesca", e la redazione dei solenni Giuramenti di Strasburgo, dell'842, scambiati tra Ludovico il Germanico, che giurò in romana lingua, e Carlo il Calvo, che giurò in teudisca. Anche il caso del graffito romano della catacomba di Commodilla, che anticipa forse di qualche decennio il più celebre testo di Strasburgo, si situa in un contesto direttamente investito dalle correnti culturali carolinge. Ma il cammino che doveva portare dai primi tentativi di fissare nella scrittura, per usi contingenti e settoriali, il volgare parlato delle singole aree, fino alla costruzione di lingue sovraregionali capaci di incarnare una vera e propria tradizione letteraria o addirittura di sostenere il peso di un intero sistema culturale, con la varia gamma delle sue espressioni, questo cammino fu lungo e laborioso. Nel caso italiano esso ha richiesto addirittura la serie di secoli che va dall'inizio del secolo IX all'inizio del XVIII: dopo l'opera poderosa e le energiche affermazioni di Dante, bisognò aspettare l'opera di Galileo e quella di Vico perché si verificasse il decisivo sfondamento della barriera che precludeva al volgare il campo dell'alta speculazione scientifica e filosofica.

(Segue)






sabato 22 agosto 2026

Contessa Entellina, per noi è sempre “Hora”

Contessa Entellina
in lingua arbëreshe,
 
Hora e Kuntisës (o 
semplicemente 
Horë, che 
significa il paese o la città). 
Fondata nel XV secolo, è 
una storica comunità 
arbëreshe in Sicilia di 
rito greco-bizantino.




Pagine di Storia, memorie e curiosità 


Ricordo alcuni anni fa di avere avuto sul blog un pubblico confronto, con quello che era l’ultimo dei monaci  basiliani che permaneva al Monastero Basiliano SS. Salvatoresituato sulla sommità della collina Sklizza a Piana degli Albanesi. Si tratta del complesso monumentale, edificato nella prima metà degli anni '50 dai monaci basiliani dell'Abbazia di Grottaferrata, caratterizzato fra altro da una chiesa in stile neo-bizantino con rivestimenti in mattoni e marmi locali. 

 Su una pagina del blog, riferendomi al paese di Contessa Entellina, avevo usato il termine arbereshe “Hora”, parola che noi tutti contessioti usiamo per riferirci al nostro centro abitato, da sempre. La tesi del monaco basiliano era che quell’appellativo, “Hora”, competeva solamente a Piana degli Albanesi. Il confronto e le argomentazioni durarono per più giorni: ognuno rimase comunque sulle proprie convinzioni.

= = =

 Quel confronto, comunque interessante per i temi che vennero svolti, mi e’ tornato in memoria nel confronto con due amici che si propongono, ed insieme ci proponiamo, di dedicare alcune pagine del blog alla nostra Contessa Entellina, quella di oggi, quella delle strade deserte, delle aule con pochi alunni, dei giovani che conseguono un titolo di studio e poi, tutti, proprio tutti, emigrano.

 Si, …  ci proponiamo di discutere dell’immenso patrimonio edilizio post-terremoto,  nella stragrande maggioranza dei casi, disabitato. 

 Le tematiche saranno comunque tante e varie, tutte, riteniamo, culturalmente e socialmente interessanti. Oltre agli inevitabili temi a sfondo socio-economici, l’amico architetto, tratterà del “vivere la casa” e del “vivere il territorio”, due situazioni che si possono combinare e condizionarsi reciprocamente.

 Come sempre, chi vuole potrà dire il proprio pensiero.


 

  

lunedì 17 agosto 2026

Riflessioni di Economia e Storia economica (3)

Il crollo di Costantinopoli
del 29 maggio 1453
 da
parte dell'Impero Ottomano
è la causa diretta della
diaspora degli arbëreshë
 
(gli albanesi d'Italia).
Con l'avanzata turca nei
Balcani dopo la caduta
dell'Impero Bizantino e la
morte dell'eroe nazionale
Giorgio Castriota
Scanderbeg, migliaia di
albanesi lasciarono le
proprie terre per rifugiarsi
 nell'Italia meridionale a
partire dal XV secolo.
Sotto la guida di
Scanderbeg, gli albanesi
opposero una lunga
resistenza. Dopo la sua
scomparsa (1468), la
pressione turca
divenne insostenibile.

Intere comunità
attraversarono l'Adriatico.
Si stabilirono in regioni
come la Calabria, la
Sicilia, la Puglia e il
Molise, fondando o
ripopolando villaggi.


Sistemi economici da esplorare

Perché quegli arbereshe del XV secolo

vollero venire nella Sicilia feudale?

 (In questa e nella prossima pagina ci intratterremo sulla crisi dell’Impero Romano d’Occidente prima e di quello d’Oriente dopo. E’ dal crollo di Costantinopoli che coglieremo conseguenze sia politiche che socio-economiche).

-  -  -

I 15.000 km di confini che cingevano l'impero romano diventavano sempre più difficili da difendere perché la crisi demografica si faceva sentire anche nell'esercito che era composto prevalentemente di stranieri mercenari, mentre i barbari, popoli forti e fecondi, con antichi conti di sfruttamento da regolare, facevano crollare le difese in più punti e invadevano le terre saccheggiando e seminando la morte.


Scarseggiavano ormai anche gli artigiani, i contadini, i commercianti; già Caracalla in passato aveva dato la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi per poter riscuotere più tasse, ma l'espediente non bastava a colmare il deficit di un impero in rovina. Si era anche concessa la terra libera a chiunque avesse il coraggio di coltivarla, ma ben pochi si esponevano al duro lavoro per vedersi portar via il raccolto dalle truppe nemiche.


Terrorizzati, i servi trovavano protezione presso un signore di quelle «villae» che erano possedimenti autosufficienti, muniti di torri e mura, con un esercito privato e proprie carceri. Il signore non accettava incarichi sociali, non pagava le tasse, viveva per sé producendo quanto gli occorreva: utensili, cibo, abiti, persino i mattoni. Per non cadere nei tranelli di monete inaffidabili, riprese il sopravvento lo scambio in natura. I commerci erano così ridotti al minimo anche perché la rete stradale in dissesto consentiva lenti spostamenti: in un giorno si coprivano appena 35 km e le navi stavano in mare per anni.


L'imbarbarimento della popolazione era evidente anche nei costumi: si vedevano capelli lunghi, calzoni e vesti di pelliccia inutilmente vietati dagli imperatori. Costantino, il primo imperatore che aveva concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313, mantenne unito il territorio romano e nel 330 pose la capitale a Costantinopoli, così fu chiamata dal suo nome Bisanzio, la città sorta nel VII secolo a.C. come colonia greca sul Bosforo. Essa aveva tutte le prerogative per diventare un imprendibile faro di civiltà: la posizione strategica al centro di estesi traffici commerciali con l'Oriente e l'Occidente, un ampio porto e difese naturali su tre lati. Infatti fu la città più progredita e opulenta del mondo per un millennio e nessuno dei popoli invasori riuscì a entrarvi, tranne i Crociati nel 1204. E … però!

(Segue)

domenica 16 agosto 2026

Letteratura: Origini linguistiche

 Ex linguis gente, non ex gentibus linguaeexortae sunt

(Dalle lingue si sono formati i popoli, non dai popoli le lingue).

Isidoro Di Siviglia

=. =.  =Le nuove lingue nate dal latino

Testo di Francesco Sabatini/ (Pescocostanzo, 19 dicembre 1931) è un linguista, filologo e lessicografo italiano, presidente onorario dell'Accademia della Crusca.

La formazione delle lingue romanze è un fenomeno di vasta portata, che può essere compreso soltanto se ricollegato al processo di trasmissione dell’eredità linguistica e culturale latina dal mondo antico all’Europa Medievale. Tale processo coinvolge, oltre alle popolazioni  direttamente discendenti dagli abitanti dell’Impero Romano, in particolare anche la grande famiglia dei popoli germanici, venuti presto in contatto col mondo romano  e diventati via via partecipi della sua civiltà.

 Osservando il piano dei fatti linguistici, nei quali sempre si riflette la complessa dinamica  di fatti sociali, politici, culturali generali, emergono due aspetti contrastanti, ma connessi nella vicenda storica del latino: da una parte la profonda trasformazione del latino parlato, dall’altra la persistenza e fissità del latino “letterario”  di età classica nella tradizione scritta. Alla genesi e agli sviluppi di questo dualismo  linguistico bisogna risalire  per tracciare  adeguatamente la prospettiva delle origini romanze.

 Sia a causa della normale più rapida evoluzione dell’uso linguistico vivo, sia per l'influenza che su di esso avevano esercitato le varie lingue dei popoli via via assoggettati dai Romani (le lingue di "sostrato"), il latino parlato - o  "volgare", nel senso di comunemente usato — presentava già nell'età classica sensibili differenze rispetto a quello fissato dalla tradizione scritta letteraria. Presto la distanza andò aumentando fortemente, per effetto dei rivolgimenti che si producevano nella società e nella cultura romana, soprattutto con l'avvento del cristianesimo e con la crescente infiltrazione di altre popolazioni nell'Impero. Questo progressivo e alla fine incolmabile distacco tra il latino parlato e la sua forma scritta sancita da una formidabile tradizione letteraria emerge da una fitta serie di testimonianze. Accanto alle prove dirette che ci forniscono le scritture dei semicolți (dai graffiti pompeiani ad alcune lettere di soldati) e alle trasposizioni a fini d'arte che si colgono per esempio nel Satyricon di Petronio, si pongono le dichiarazioni di grammatici e scrittori, rivelatrici di una crescente tensione nei confronti di tale problema. Nella seconda metà del I secolo Quintiliano poteva già notare una differenza intrinseca tra il parlare comune e la lingua colta (Mihi aliam quandam videtur habere naturam sermo vulgaris, aliam viri eloquentis oratio). Ma, al passaggio tra il IV e il V secolo, san Girolamo si trovò a constatare che ormai il latino si trastormava giorno per giorno da un luogo all'altro (Cum ipsa latinitas et regionibus quotidie mutetur et tempore) e sant'Agostino giungeva a scegliere forme volgareggianti, ancorché censurate dai grammatici, per farsi comprendere dalla gente comune (Sic etiam potius loquamur: melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi). Finché, due secoli dopo, Gregorio di Tours si dichiara incapace lui stesso di adoperare correttamente, pur volendolo, il latino della tradizione.Al disfacimento dell'assetto sociale e infine anche dalla compagine statale dell'Impero corrispondeva ormai una reale separazione delle due correnti linguistiche: queste erano separate da differenze strutturali che investivano tutti i piani del sistema, dalla fonologia alla morfologia, alla sintassi e al lessico.

Al momento della caduta dell'Impero d'Occidente si erano create certamente fratture linguistiche notevoli nel territorio latinizzato e forse si erano già delineati tre rami di latinità: il ramo occidentale, esteso ai territori iberico e gallico (compresa l'intera Italia alpina e padana); il ramo orientale, esteso all'Italia peninsulare, alla Sicilia e alla penisola balcanica; il ramo, assai più esile, che possiamo chiamare centrale o Tirrenico, circoscritto alla Sardegna e forse alla Corsica. A questi rami si riconducono i numerosissimi "dialetti (termine venuto in uso ben più tardi, nell'Italia rinascimentale) ' che coprono ancora oggi il territorio della Romania residua.

Da vasti territori, intanto, il latino era stato o stava per essere estirpato del tutto: nella metà sud-orientale dell'Impero prese via via il sopravvento, anche come lingua ufficiale, il greco; l'area renana e quella britannica stavano subendo la germanizzazione; la fascia nord-africana sarebbe stata deromanizzata tra il VII e l'VIII secolo per effetto dell'invasione araba; una buona parte della penisola balcanica avrebbe subito di li’ a poco la stessa sorte con la calata delle popolazioni slave.

Al di sopra degli sconvolgimenti prodotti nell’assetto linguistico di base dai movimenti etnici, si conservava però la tradizione unitaria del latino scritto: eredità preziosa della civiltà romana, strumento insostituibile per assicurare, sia pure attraverso esili fili, la comprensione del messaggio di quella civiltà e per attuare, nell'intero ambito dell'Europa romano-germanica, la comunicazione nella sfera della cultura intellettuale e dei rapporti giuridici, diplomatici ed ecclesiastici, e perciò strumento ricercato e via via acquisito anche dall'aristocrazia dei dominatori. Ma ormai questo latino, non più organicamente connesso con l'uso vivo della lingua, veniva appreso solo attraverso l'istruzione, in forme quanto mai irrigidite e al tempo stesso ibride, perché soggette nelle varie aree all'influenza incontrollata del parlato locale.

mercoledì 5 agosto 2026

Riflessioni di Economia e Storia economica (2)

L'Italia del XV secolo
 (il Quattrocento) 
era una
terra divisa in tanti Stati
diversi, guidata da
Signorie e Repubbliche,
ed è famosa per la
nascita del Rinascimento.
Grazie alla ricchezza delle
corti e dei mercanti,
l'Italia diventa il centro
di una grande rinascita
della cultura, della pittura,
 della scultura e della
letteratura.



Sistemi economici da esplorare

Perché quegli arbereshe del XV secolo

vollero venire nella Sicilia feudale?


L'Italia del XV secolo, il secolo del crollo dell’Impero Romano d’Oriente e della migrazione degli arbereshe dai Balcani nel Sud Italia ed in Sicilia, almeno quella centrale e quella settentrionale, era ai vertici mondiali della ricchezza. Era probabilmente più ricca, per caput (=pro capite), di quanto non sia mai stata sino alla vigilia della prima guerra mondiale. 


La ricchezza era non solo manifatturiera, commerciale, finanziaria, ma anche agricola. Il tutto si fondava su un diritto commerciale moderno in relazione ai tempi, su raffinate istituzioni finanziarie, su mercati articolati ed efficienti e su una tecnologia d'avanguardia, anche in agricoltura.


In quell’alba della modernità, più storici ci fanno sapere che gli italiani (quelli del centro-nord) seppero - con l'imprenditorialità, con la laboriosità, con lo studio nelle scuole e nelle botteghe - produrre cose che piacquero al mondo. Seppero aggiungere valore alle risorse primarie di cui l'Italia scarseggiava e che si dovevano importare e pagare esportando con successo, da parte di un paese naturalmente trasformatore, per necessità volto ai traffici internazionali e che solo nell'apertura al commercio con l'estero poteva prosperare. 

Quell'esperienza storica socio-economico - con le sue ascese, le cadute, i recuperi - è di speciale rilievo per tutti i paesi che la natura non ha dotato delle risorse primarie più richieste internazionalmente.


Si era all’alba dello Stato moderno che però cominciava a prender forma in Spagna, in Francia, nelle isole britanniche. Gli storici sostengono che lo Stato moderno di vasta dimensione ha giocato un ruolo importante, non solo sul piano militare, civile, istituzionale, culturale ma anche su quello economico. Ha unificato legislazione, amministrazione, pesi e misure, sistema monetario; ha creato mercati e li ha sostenuti con la Marina, con l'Esercito; ha costruito porti, strade, canali; ha favorito il trasferimento delle tecniche.  


E, purtroppo, tutto ciò è in gran parte mancato all'Italia divisa e colonizzata. 


Quale peso ha avuto questa carenza nel declino italiano nei successivi secoli XVII e XVIII? Su queste ed altre circostanze, attinenti l’arretratezza del Meridione rifletteremo.

venerdì 31 luglio 2026

Riflessioni di Economia e Storia economica (1)

 Sistemi economici da esplorare

L’euro (€) è la valuta ufficiale
di 21 Stati membri dell'Unione
europea
, gestita dalla Banca
Centrale Europea
(BCE). È
entrato in vigore il 1°
gennaio 1999 per i conti, 
e il 1° gennaio 2002 come
denaro in contanti.

= = = 
Sul blog puntiamo
nel voler sviluppare
analisi di lungo periodo
sui sistemi economici:
dal feudalesimo
nobiliare al latifondo,
dalla monocultura del
grano, al vino DOC,
dal servilismo
al clientelismo,
etc. etc.




 La circostanza di una moneta unica europea, con la persistenza sul vecchio continente di lingue diverse, storie diverse, intrecci di forze e debolezze diverse tra i paesi europei, ci induce a riflettere sulla “storia economica” del nostro Paese, l’Italia,  che deve, ai nostri giorni, confrontarsi con realtà molto dinamiche sul piano non solo continentale ma anche mondiale. 
 E però intendiamo iniziare la nostra narrazione da lontano, da molto lontano. Siamo certi comunque che dai lettori più affezionati la cosa potrà essere favorevolmente accolta.

 ====

Perché quegli arbereshe del XV secolo

vollero venire nella Sicilia feudale?

L’economia siciliana del primo e secondo millennio è sempre stata sostanzialmente basata sull’agricoltura, e in particolare sulla pastorizia in una fase iniziale e la monocultura del grano, successivamente, a cominciare dall’alba della modernità. Fino al settecento la voce principale di esportazione era, appunto, il grano seguito dal sale e poi dal settecento lo zolfo. Esportazioni che, più storici sottolineano, non venivano quasi mai curate dai siciliani. Quello del commercio e del mondo degli affari, stando alla totalità degli storici dei secoli passati non ha mai coinvolto gli operatori siciliani, che, invece, hanno, da sempre, mostrato spiccato interesse, anche al costo di sacrifici, per il possesso ed infine per la proprietà della terra. 

  Per un preciso periodo, sul blog, proveremo a tracciare l’assetto socio-economico e quello giuridico della “terra” avvalendoci del supporto di una vastissima bibliografia, di cui daremo conto ai lettori mano mano che di essa ci serviremo. La mappatura e la rilevazione storico-sociale del vivere agricolo (contadino) le faremo decorrere dall’affermarsi del feudalesimo, da prima quindi dell’arrivo degli arbereshe sui territori dell’Isola

 Dal contesto storico medievale, ancora prima -quindi- della vicenda umana di quegli immigrati del XV secolo (che arrivando in Sicilia intesero sottrarsi alla dominazione turco-ottomana), svilupperemo il procedere del regime giuridico feudale e poi, in successione, sottolineeremo l’affermarsi della lenta disgregazione feudale in parallelo ai demani; quel tutto che capiterà già all’alba della contemporaneità a favore della diffusione della proprietà privata. 

 Stiamo, sostanzialmente immaginando di passare in rassegna sul blog cinque secoli di Storia, di grande interesse, tutta incentrata sugli istituti giuridici, in ottica storica e sociale dei distinti periodi, dal feudalesimo, passando per il latifondismo e poi alla proprietà privata della terra. Intendiamo soffermarci  e riflettere su ciò che ogni epoca storica ha implicato sul vivere sociale e comunitario locale e, più estesamente, sul vivere siciliano.

 Si tratterà’, in buona sostanza, di fotografare e far rivivere  cinque/sei secoli di evoluzione socio-economica delle popolazioni dell’Isola, attraverso cui passare in rassegna i modelli comportamentali umani nella gestione della terra, che poi nel loro procedere portarono al superamento del feudalesimo prima e poi del latifondismo. Contiamo, in conclusione, di pervenire a quella che fu definita la Riforma agraria degli anni cinquanta del Novecento. 

   Concludendo, ci proponiamo in altri termini,  di tratteggiare il vivere locale, della comunità contessiota, dalla fondazione, in periodo feudale, alla ricostruzione post sisma 1968 che vede i giovani muniti di plurimi diplomi di laurea emigrare e la pubblica amministrazione assente o muta sulle problematiche che stanno dietro al calo demografico delle aree interne all’Isola.

  Altre informazioni guida contiamo di doverle al lettore via via che le trattazioni lo esigeranno. 

(Segue)

venerdì 17 luglio 2026

Ambiente: Territorio da studiare (1)

Il territorio di Contessa
Entellina (a circa 80 km da
Palermo) 
sorge nella Valle
del Belice, alle falde del Monte
Genuardo
. È un'importante
 oasi etnica, linguistica
e religiosa fondata nel
XV secolo da esuli albanesi
 (
arbëreshë). L'area è celebre
 per le sue tradizioni, il
rito greco-bizantino e il
ricco patrimonio
naturalistico e archeologico.
Il territorio è rinomato
per le sue produzioni
vitivinicole di eccellenza,
con storiche cantine
radicate nel comprensorio.






 Mille punti di vista.

Mille approcci.

Con ogni probabilità, ciascuno di noi è perfettamente consapevole nel recarsi in macchina dal centro abitato di Contessa Entellina in uno dei borghi che insistono sul territorio, per dire a Roccella, che percorre una strada ed uno spazio che contestualmente è fisico, geografico, storico, amministrativo, rurale ed altro ancora. Con ogni probabilità l'Italia - cosí come oggi la percorriamo in treno o in auto - è rappresentabile in tante mappe nelle quali si possono circoscrivere vari ambiti. Altri innumerevoli se ne possono tracciare, siano essi storico-artistici, linguistici, istituzionali ecc., ma ciascun ambito  risponde a una periodizzazione. L'ambiente geografico di cinquemila anni fa era verosimilmente simile a quello del 2026, non cosí quello degli insediamenti e dei quadri ambientali.  Ogni ambito, ogni contesto  territoriale possiede, ovviamente, una sua cronologia.

La storia è disciplina eminentemente narrativa, cosí come la geografia - si suol dire dal tempo di Tolomeo - è invece disciplina eminentemente descrittiva: per quanto diverse possano esser queste due letture esse rispondono a un diverso modo di osservare la realtà, di pensare a essa e, dunque, di interpretarla. 


Quando si affronta il tema dell'organizzazione del territorio la prima questione su cui riflettere è la sua particolarità: ovvero che l'habitat è un sistema la cui costruzione - per quanto sia riferibile a uomini o a principi, a comunità monastiche, a famiglie titolate o a classi sociali - non è mai risolta una volta per tutte in una periodizzazione che si riferisca al nome di un sovrano, di un feudatario, di una data comunità storicamente connotata. Perché ogni insediamento ha un suo precedente e un suo successivo strato di interventi. La trasformazione di un territorio è un processo continuo e, in quanto tale, processo sempre in atto.

(Segue)

domenica 12 luglio 2026

Vivere in Sicilia nel XVI secolo (1)

L'influenza spagnola ha lasciato un'impronta indelebile sulla cultura, sull'architettura e sulla società siciliana.Nel 1412, la Sicilia fu annessa al Regno di Aragona, avviando così il periodo di dominazione spagnola. La corona aragonese, che governava anche la Catalogna e altre regioni della penisola iberica, fuse il proprio potere con quello dei nobili siciliani, creando un'amministrazione condivisa che durò per secoli. Durante questo periodo, la Sicilia fu governata da una serie di vicere spagnoli, che agivano come rappresentanti del sovrano e avevano il compito di mantenere l'ordine e amministrare la giustizia.
Cosa possiamo tratteggiare ?

Non sappiamo molto di come fosse strutturata la popolazione europea nell'anno 1500. All'epoca si era  appena cominciato a registrare matrimoni e decessi, e solo in alcuni stati europei. Il registro più antico che sia giunto ai giorni nostri è probabilmente un registro riminese dei matrimoni dell'anno 1232. 

 Esistono poi una decina di registri italiani del XIV secolo e circa cinquanta registri del xv, provenienti dal resto dell'Europa occidentale.

I censimenti della popolazione sono stati effettuati fin dall'antichità per fini fiscali e militari, ma, con la caduta dell'Impero romano, in Europa occidentale tale pratica fu interrotta. Con l'avvento degli stati moderni si tentò, peraltro senza molta determinazione, di censire nuovamente la popolazione (capifamiglia, terreni, bestiame e diritti feudali); non si ha però notizia dei risultati di tali iniziative, a eccezione del Domesday Book (Inghilterra, 1086), dell'Etat des paroisses et des feux du royaume de France ("Lista delle parrocchie e novero delle famiglie del reame di Francia", del 1328) e del Catasto di Firenze per gli anni dal 1427 al 1430.


In Cina l'antica tradizione dei censimenti fu riportata in auge dagli imperatori Ming (1368-1644). La fase iniziale consisteva nel conteggiare la popolazione, casa per casa, e nell'annotare l'occupazione del capofamiglia e la composizione del nucleo familiare; in seguito vennero stilate delle liste (i cosiddetti " registri gialli") relative alle persone, ai loro beni e alle tasse che spettava loro pagare.


In Perú gli imperatori inca censivano con precisione i propri sudditi e i loro possedimenti usando i quipu, ovvero mazzetti di cordicelle, ognuna di colore diverso a seconda della categoria di oggetti che rappresentava e con nodi ad altezze diverse: i nodi in fondo alla cordicella erano le unità, quelli più in alto le decine, quelli ancora sopra le centinaia e così via.


Tutte le stime demografiche proposte da autori moderni per il xv secolo sono in buona sostanza  il risultato di estrapolazioni più o meno accorte, azzardate sulla base di dati di epoche successive o a partire dal calcolo dell'estensione delle aree abitate, a cui si applicano coefficienti diversi in base al tipo di attività economica principale: caccia, allevamento, agricoltura estensiva, coltivazione o altro.


Si ha qualche informazione in più, invece, riguardo ai fattori demografici veri e propri, come decessi e matrimoni, dato che questi mutavano a ritmi molto lenti, e i dati che ci sono giunti per il XVI, XVII e XVIII secolo, assieme ai calcoli degli "aritmetici politici" (i primi demografi) relativi all'Europa, permettono di formulare ipotesi ragionevoli sulle dinamiche demografiche del passato.

= = =

Nostro intento è di cogliere dati sul vivere nella Sicilia dei viceré (periodo spagnolo: 1412-1806).

martedì 2 giugno 2026

L’America (2)

Perché New Orleans è cara ai contessioti? 

Il legame tra New Orleans
Contessa Entellina è
uno dei capitoli più
affascinanti e antichi
dell'emigrazione siciliana
negli Stati Uniti
.
I "Contessioti"

 hanno plasmato la storia
della comunità italo-americana
in Louisiana fin dalla
seconda metà del XIX secolo.
L'emigrazione seguì le rotte
 commerciali degli agrumi
tra Palermo e New Orleans.
Nel 1862, 
Stefano Vaccaro 
di Contessa Entellina si stabilì
nella città della Louisiana,
avviando una florida attività
di produzione e commercio
di frutta e aprendo la strada
a migliaia (si, migliaia)
di suoi compaesani.
Nel 1760 il Canada passò all'Inghilterra, che ebbe anche la Florida. 20 anni dopo gli spagnoli se la ripresero; intanto la Gran Bretagna aveva allargato i suoi interessi attraverso la Compagnia della Baia di Hudson e il commercio delle pelli comprate per pochi spiccioli dagli indiani resistette fino al 1870. Non ebbe l'Alaska, perché era dominio russo.

Nella seconda metà del Settecento le 13 colonie inglesi si costruirono l'indipendenza. Ormai si erano scoperte grandi ricchezze, si erano impiantate le prime industrie e la Gran Bretagna le sottomise a un controllo ferreo per non disperdere neanche una briciola di quel ben di Dio. Pretese di essere l'unica destinataria delle esportazioni e l'unica fornitrice dei prodotti da importare che, anche se venivano da altri Paesi, dovevano prima fermarsi in Inghilterra per pagare dogane e mediazioni. In America potevano svilupparsi solo le industrie utili all'Inghilterra e quelle in concorrenza non avevano futuro. Le richieste di tasse aumentavano giacché la loro entità non era più fissata dalle assemblee locali, ma dal parlamento di Londra dove le colonie non avevano rappresentanti che le tutelassero. Il primo moto d'indipendenza cominciò con alcuni giovani che nel porto di Boston, fingendosi facchini, buttarono in mare 340 casse ti te’ gravate dal dazio. L'Inghilterra chiuse il porto finché non fosse stato risarcito il danno.

Ma ormai il Nordamerica aveva armi, navi, soldati, e nel 1775 volarono le prime pallottole; l'anno dopo l'indipendenza era una realtà che venne formalmente riconosciuta nel 1783. Lo Stato federale fu costruito in breve tempo: nel 1803 per 15 milioni di dollari si acquistarono dalla Francia gli oltre 2 milioni di kmq della Louisiana. Nel 1819 la Spagna vendette la Florida (153.000 kmq) per 5 milioni di dollari. Nel 1845 il Texas (oltre 3 milioni di kmq) si staccava dal Messico e chiedeva la fusione con gli Stati Uniti che pagavano il suo debito pubblico di 7 milioni e mezzo di dollari.


Iniziava così l'epopea del Far West a danno degli indiani. L'anno dopo fu annesso l'Oregon; nel 1848, dopo la guerra contro il Messico, la California, l'Arizona, il Nuovo Messico. L'unificazione era costata poco più di 50 milioni di dollari. L'immenso territorio aveva meno di 4 milioni di abitanti dei quali 757.208 erano schiavi negri e in più c'era la scarsa popolazione indiana. Quindi gli emigrati europei furono i benvenuti e il livello demografico lievitò fino ai 105.710.620 nel 1920.

Nel Sudamerica i conquistadores avevano spazzato via grandi civilta’ come quelle degli Incas nel  Perú e degli Aztechi messicani. I figli creoli, meticci, mulatti di quei soldati crebbero nell'odio della violenza paterna, furono costretti al battesimo ma per lungo tempo rimasero pagani nel cuore, identificando il cristianesimo con la crudeltà e l'avidità. Per frenare l'accaparramento di ricchezze da parte dei missionari, Pio V dovette proibire che portassero valori personali al loro ritorno in patria. Le attività locali erano compromesse da alte tassazioni e monopoli. Era vietata la coltivazione della vite e dell'ulivo per non competere con la Spagna e tutto il commercio era in mani spagnole. Le rivoluzioni avvenute nel Settecento portarono all'indipendenza dei vari Paesi del Sud, e ai moti non furono estranei gli Stati Uniti che iniziarono la penetrazione commerciale in quei territori specie per il petrolio messicano, per i metalli brasiliani e peruviani, per la gomma, il caffè’, i cereali, il cacao, la carne, i pellami. 

Tra Nord e Sud si profilavano forti diversità: il Nord industriale era protezionista, il Sud agrario era per il libero scambio. Sulla schiavitù avveniva lo scontro più forte: l’Ovest ne voleva l'abolizione perché temeva la concorrenza dei prodotti più a buon mercato a causa della manodopera schiava. Si alleò dunque con il Nord che voleva bloccare l'estensione della schiavitù nel West messicano.

Un altro punto di dissidio era che il Nord voleva estendere il governo federale, mentre il Sud voleva l'autonomia dei vari Paesi. Sotto la presidenza di Lincoln alcuni Stati sudisti si staccarono dall'Unione per formare gli Stati Confederati d’America: nel 1861 scoppio’ la guerra di secessione (o guerra civile) finita nel 1865 con un milione di morti e con la vittoria nordista. Lincoln fu ucciso, si disse, dai sudisti. Abolita la schiavitù, mettendo in ginocchio l'economia del Sud, per gli Stati Uniti iniziò la penetrazione economica, industriale, commerciale nella parte meridionale del continente. L'America, percorsa da un sorprendente impulso produttivo, divenne il luogo delle improvvise, immense fortune, ma anche di spaventose povertà. L'Alaska era stata acquistata dai russi nel 1867 per poco più di 7 milioni di dollari e nel 1869 si ebbe l'annessione delle Hawaii. Sotto la presidenza di Roosevelt gli Stati Uniti divennero una grande potenza.

Nel 1904 iniziarono i lavori per il canale di Panama.

(Segue)