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domenica 12 luglio 2026

Vivere in Sicilia nel XVI secolo (1)

L'influenza spagnola ha lasciato un'impronta indelebile sulla cultura, sull'architettura e sulla società siciliana.Nel 1412, la Sicilia fu annessa al Regno di Aragona, avviando così il periodo di dominazione spagnola. La corona aragonese, che governava anche la Catalogna e altre regioni della penisola iberica, fuse il proprio potere con quello dei nobili siciliani, creando un'amministrazione condivisa che durò per secoli. Durante questo periodo, la Sicilia fu governata da una serie di vicere spagnoli, che agivano come rappresentanti del sovrano e avevano il compito di mantenere l'ordine e amministrare la giustizia.
Cosa possiamo tratteggiare ?

Non sappiamo molto di come fosse strutturata la popolazione europea nell'anno 1500. All'epoca si era  appena cominciato a registrare matrimoni e decessi, e solo in alcuni stati europei. Il registro più antico che sia giunto ai giorni nostri è probabilmente un registro riminese dei matrimoni dell'anno 1232. 

 Esistono poi una decina di registri italiani del XIV secolo e circa cinquanta registri del xv, provenienti dal resto dell'Europa occidentale.

I censimenti della popolazione sono stati effettuati fin dall'antichità per fini fiscali e militari, ma, con la caduta dell'Impero romano, in Europa occidentale tale pratica fu interrotta. Con l'avvento degli stati moderni si tentò, peraltro senza molta determinazione, di censire nuovamente la popolazione (capifamiglia, terreni, bestiame e diritti feudali); non si ha però notizia dei risultati di tali iniziative, a eccezione del Domesday Book (Inghilterra, 1086), dell'Etat des paroisses et des feux du royaume de France ("Lista delle parrocchie e novero delle famiglie del reame di Francia", del 1328) e del Catasto di Firenze per gli anni dal 1427 al 1430.


In Cina l'antica tradizione dei censimenti fu riportata in auge dagli imperatori Ming (1368-1644). La fase iniziale consisteva nel conteggiare la popolazione, casa per casa, e nell'annotare l'occupazione del capofamiglia e la composizione del nucleo familiare; in seguito vennero stilate delle liste (i cosiddetti " registri gialli") relative alle persone, ai loro beni e alle tasse che spettava loro pagare.


In Perú gli imperatori inca censivano con precisione i propri sudditi e i loro possedimenti usando i quipu, ovvero mazzetti di cordicelle, ognuna di colore diverso a seconda della categoria di oggetti che rappresentava e con nodi ad altezze diverse: i nodi in fondo alla cordicella erano le unità, quelli più in alto le decine, quelli ancora sopra le centinaia e così via.


Tutte le stime demografiche proposte da autori moderni per il xv secolo sono in buona sostanza  il risultato di estrapolazioni più o meno accorte, azzardate sulla base di dati di epoche successive o a partire dal calcolo dell'estensione delle aree abitate, a cui si applicano coefficienti diversi in base al tipo di attività economica principale: caccia, allevamento, agricoltura estensiva, coltivazione o altro.


Si ha qualche informazione in più, invece, riguardo ai fattori demografici veri e propri, come decessi e matrimoni, dato che questi mutavano a ritmi molto lenti, e i dati che ci sono giunti per il XVI, XVII e XVIII secolo, assieme ai calcoli degli "aritmetici politici" (i primi demografi) relativi all'Europa, permettono di formulare ipotesi ragionevoli sulle dinamiche demografiche del passato.

= = =

Nostro intento è di cogliere dati sul vivere nella Sicilia dei viceré (periodo spagnolo: 1412-1806).

sabato 27 giugno 2026

Ondata di calore

 

Quando la temperatura esterna
e l'umidità sono troppo elevate,
 il corpo umano non riesce più a
raffreddarsi efficacemente tramite
il sudore. Questo può portare
a un pericoloso innalzamento della
temperatura corporea interna,
causando danni irreversibili.


Apprendiamo dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tramite il direttore regionale per l'Europa, Hans Kluge:

1)  «La nostra regione è quella che si sta riscaldando più rapidamente al mondo. Solo negli ultimi 4 anni il caldo ha causato oltre 200mila decessi».

2) Di caldo (e afa) si può morire e lo si fa in breve tempo, soprattutto quando le vittime sono soggetti deboli e a rischio. Il caldo estremo altera il sistema di regolazione della temperatura corporea soprattutto in presenza di tassi di umidità elevati che impediscono all’organismo di sudare. I rischi maggiori si corrono con: colpo di calore, disidratazione, congestione.

3) Il colpo di calore è l’evenienza più grave legata alle alte temperature: può manifestarsi all’aperto, in un ambiente chiuso e in un luogo dove non batte direttamente il sole. In 10-15 minuti può portare il soggetto a una temperatura corporea di 40-41° C con successivo collasso e (se non gestito) decesso.

4) I sintomi sono: mal di testa, nausea, vomito, vertigini, fino ad arrivare a stati confusionali e perdita di coscienza. Si interviene chiamando subito il 118 e, nel frattempo, cercando di far scendere la temperatura corporea della persona trasportandola in un luogo fresco, tamponando il corpo con un panno imbevuto di acqua fredda e/o una borsa di ghiaccio posata sulla testa.

5) La disidratazione è un altro pericolo serio. Non sempre si beve a sufficienza, ma con il caldo, la perdita di liquidi dall’organismo dovuta alla sudorazione può determinare pericolose alterazioni metaboliche: la principale conseguenza è l’abbassamento della pressione arteriosa, che a sua volta aumenta il pericolo di svenimento o collasso. I segni principali della disidratazione sono: sete, debolezza, vertigini, palpitazioni, ansia, pelle e mucose asciutte, crampi muscolari, problemi di concentrazione, memoria, irritabilità. E’ bene bere almeno 8 bicchieri di acqua al giorno anche se il quantitativo dipende da attività fisica, ambiente ed età. Un criterio di valutazione sempre valido è il colore delle urine che deve rimanere chiaro. No alle bevande zuccherate che non dissetano e attenzione alla temperatura dei liquidi: se troppo freddi l’organismo reagisce producendo altro calore. L'alcol è un vasodilatatore e ha un forte effetto diuretico, che accelera la disidratazione.


giovedì 25 giugno 2026

Ondata di calore

 «Il caldo è un’emergenza sanitaria», a segnalarlo è l’Organizzazione mondiale della sanità specificando che l’Europa è «la regione che si sta riscaldando più rapidamente al mondo». Negli ultimi 4 anni le estati roventi hanno causato oltre 200 mila decessi. Di caldo (e afa) si può morire anche in breve tempo, quando viene alterato il sistema di regolazione della temperatura corporea. I rischi maggiori si corrono con colpo di calore e disidratazione. Le persone più esposte sono bambini, anziani e fragili.

Il colpo di calore è l’evenienza più grave legata alle alte temperature. Può manifestarsi anche in un ambiente chiuso e in 10-15 minuti può portare il soggetto a una temperatura corporea di 40-41° C con successivo collasso. È necessario chiamare subito il 118 e, nel frattempo, cercare di raffreddare il corpo con panni imbevuti di acqua fredda. I sintomi sono: mal di testa, nausea, vertigini, stato confusionale e perdita di coscienza. Esiste anche lo «stress da calore» (che può precedere il colpo di calore): riguarda chi pratica attività fisica in un ambiente eccessivamente caldo.

Usare prudenza

Il colpo di calore è l’evenienza più grave legata alle alte temperature: può manifestarsi all’aperto, in un ambiente chiuso e in un luogo dove non batte direttamente il sole. In 10-15 minuti può portare il soggetto a una temperatura corporea di 40-41° C con successivo collasso e (se non gestito) decesso.

I sintomi sono: mal di testa, nausea, vomito, vertigini, fino ad arrivare a stati confusionali e perdita di coscienza. Si interviene chiamando subito il medico o il 118 e, nel frattempo, cercando di far scendere la temperatura corporea della persona trasportandola in un luogo fresco, tamponando il corpo con un panno imbevuto di acqua fredda e/o una borsa di ghiaccio posata sulla testa.

== L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tramite il direttore regionale per l'Europa, Hans Kluge, ha dichiarato: «La nostra regione è quella che si sta riscaldando più rapidamente al mondo. Solo negli ultimi 4 anni il caldo ha causato oltre 200mila decessi».

== Per affrontare il caldo è consigliabile fare pasti leggeri, digeribili e ricchi di frutta e verdura. Gli alimenti più idratanti sono: anguria, melone, cetrioli, zucchine, pesche, fragole, ciliegie, albicocche, fichi, frutti di bosco, pomodori, melanzane, sedano, peperoni. È bene limitare il consumo di cibi ricchi di grassi, fritti, salse o piatti troppo elaborati e salati.

== Molti anziani soffrono di disturbi di salute che il caldo può aggravare: nei cardiopatici sono in agguato possibili episodi di tachicardia e aritmie. L'effetto combinato dei farmaci e della sudorazione può far abbassare troppo la pressione, la disidratazione, anche parziale, può provocare calcolosi renale o peggiorare malattie renali. È bene tenerli sempre monitorati e rivolgersi al medico curante per consigli specifici.



mercoledì 29 ottobre 2025

Mulini ad acqua di Bagnitelle ed altri

A Bisacquino sono presenti
 diversi mulini ad acqua
storici, tra cui il Mulino
 Vaccarizzotto, riscoperto
e restauraton da Pino
Colca. 

Questi mulini sfruttavano
 i corsi d'acqua locali e
i modelli a ruota
orizzontale erano
comuni nella zona 
stante la portata
 ridotta dei fiumi, come
accadde anche al
Mulino Vaccarizzo.

I mulini a ruota orizzontale
erano più diffusi nell'area
dei Monti Sicani perché
erano adatti a corsi
d'acqua con una portata
 limitata. 
La forza dell'acqua,
 agendo sulla ruota
posta in linea con il
flusso, faceva girare
 la pietra della macina
collegata sull'asse di
rotazione.











Mulini e mulinara
Nella Sicilia feudale, i mulini ad acqua erano strutture fondamentali per la trasformazione del grano in farina, e il loro possesso era tipicamente in mano all'aristocrazia feudale e ai monasteri, che li davano in affitto agli aderenti alla corporazione dei mugnai. L'importanza di questi mulini era tale che la loro rete rappresentava un elemento centrale del sistema relazionale, economico e sociale del tempo, spesso con strutture complesse organizzate lungo i corsi d'acqua, come dimostrano i numerosi resti di fabricati per mulini che insistono in più campagne della Sicilia.

I mulini ad acqua sfruttavano la forza di caduta dell'acqua medesima, convogliata attraverso canali (detti "saie") in vasche ("botte di carico"), che cadevano su ruote idrauliche per azionare il meccanismo di macinazione. Il grano veniva versato in una tramoggia (trimoia) e macinato tra due pietre, una fissa (statore) e una rotante (rotore), con una rotazione azionata da un sistema di ingranaggi. La proprietà lungo tutto il periodo della "modernità" (dal 1450 alla rivoluzione francese) fu dei feudatari sia ecclesiastici (S. Maria del Bosco), che degli aristocratici (i Baroni Gioeni, Colonna). Ovviamente la gestione operativa dei mulini veniva data in gestione, in affitto, ai mugnai, alla loro corporazione, che nella vasta area della Valle del Belice era rappresentata, in linea di massima, da membri della patriarcale famiglia dei Clesi (=mulinara).

Questi mulini rappresentano una testimonianza dell'ingegno tecnico e dell'organizzazione economica che ha caratterizzato la Sicilia feudale, un'eredità che ha influenzato profondamente lo sviluppo di molte aree dell'isola. Nell'area prossima a Contessa Entellina fino agli anni cinquanta del Novecento funzionarono in c.da Alvano e in c.da Vaccarizzotto (entrambi territorio di Bisacquino) due mulini ad acqua, storicamente appartenenti al Monastero di Santa Maria del Bosco, e a fine Ottocento acquistati all'asta indetta dallo Stato liberale dal bisnonno di chi scrive queste righe, previo assenso del suo amico, parroco Nicolò Genovese, dal momento che si trattava di beni già ecclesiastici posti all’asta dallo Stato liberale.

Ai nostri giorni questi mulini, sia restaurati che diroccati, narrano la storia di una tradizione contadina e artigianale che ha plasmato il territorio di quest'area di Sicilia fra Contessa Entellina e Bisacquino. La presenza di mulini storici sul territorio è infatti testimonianza dell'economia rurale che caratterizzava l'intera Vallata del Belice fino a non molti decenni fa.

giovedì 5 dicembre 2024

Mulini di Bagnitelle e mulini altri

Dal regime feudale ai tempi più recenti

  I mulini ad acqua, di cui sul blog è possibile rintracciare più pagine, non possono che trovare ancora un poco di spazio (pagine), quanto meno per giustificare quegli appellativi, che da ragazzo frequentemente venivano appiccicati a chi scrive,  per additarlo come “figlio del mulinaro”.  

   I mulini di cui i Clesi, storicamente, e però  in tempi diversi, sono stati  gestori sono: quello di Bagnitelle (in epoca feudale/latifondistica) il cui impianto era però di pertinenza delle signorie locali che nel corso dell’era moderna si sono susseguite (Cardona, Gioeni, Colonna) e che veniva gestito conseguentemente in nome e per conto della Baronia. Il che significa che l’impianto era una delle pertinenze  dell’Universita’ locale (=oggi sarebbe il Comune) che lo affidava in gestione alla corporazione di mestiere, localmente rappresentata esclusivamente dai Clesi.

Il mulino -già  dei Clesi- di c.da
Vaccarizzotto in territorio di 
Bisacquino è  oggi proprietà di
Pino Colca, che con impegno e
diligenza ne ha conservato i tratti
originari. Sullo sfondo si coglie la
grande “botte” che accumulava
l’acqua che sarebbe servita da 
forza-motrice.


   Con l’abolizione del feudalesimo (1812), viene meno il regime professionale-corporativo ed i Clesi (il cui cognome è anagraficamente diffuso in più paesi belicini, dove nel tempo gestivano -appunto- dei mulini) assumono in conduzione diretta, ossia in loro nome, i molini inizialmente in affitto,  in più paesi della Valle del Belice (uno di essi, nel post Unità, è stato quello di Tarucco-Bisacquino) fino ad arrivare sul finire dell’Ottocento, sempre con i Clesi di Contessa -direttamente, col bisnonno di chi scrive-  a comprare due impianti, quello di Alvano e quello di Vaccarizzotto (entrambi sorgevano in territorio di Bisacquino). Questi due impianti, in periodo feudale, erano appartenuti al Monastero di Santa Maria del Bosco e lo Stato liberale post-risorgimentale li mise in vendita, all’asta. Il mulino di Tarucco, fu acquistato da una famiglia di Bisacquino (Lo Voi) che lo affidò in affitto ai Clesi (al ramo dei mulinara) di Contessa, gli altri due (Alvano  e Vaccarizzotto) fino agli anni cinquanta del Novecento furono gestiti direttamente dai Clesi.

  Gli antichi mulini ad acqua

Nel loro operato erano posti a cascata lungo i corsi d’acqua; qui giungevano i contadini con i muli carichi di grano e dovevano attendere a volte lunghe ore per il loro turno di macina.

Il mugnaio era colui che  presiedeva al rito di trasformazione del prezioso cereale in farina, regolando sia la quantità di grano da molire, sia la giusta pressione da dare alle macine per ottenere, in maniera empirica ma sapiente, la “giusta granulosità della farina che doveva essere né troppo fine, né troppo semulosa”.

L’acqua convogliata attraverso un canale in muratura, detto “saia”, accumulata e scaricata nella “botte di carico”, che poteva raggiungere anche dieci metri di altezza, raggiungeva il locale inferiore dell’apparato detto “Guarraffo” dove veniva indirizzata a forte pressione da una canaletta detta “cannedda” sulle pale della ruota orizzontale a raggiera.

Sotto la spinta dell’acqua, nel locale superiore dove alloggiava il vero e proprio apparato molitorio, attraverso un giuoco di ingranaggi, la macina soprana ruotante (rotore) su quella sottana fissa “statore”, triturava la granaglia che veniva dai sacchi riversata nella tramoggia (trimoia) e convogliata nel foro centrale della mola soprana. 

Il grano man mano che veniva molito dalle macine, opportunamente scalpellate con opportuni incavi disposti a spirale, favorivano la fuoruscita della farina che veniva raccolta in un apposito accumulatore (cascia).


mercoledì 29 maggio 2024

Un Personaggio


 Maria Antonietta Russo, dottore di ricerca in Storia Medievale. Si è  occupata prevalentemente  del Val di Mazara e delle famiglie del tardo medio evo siciliano.

 




Eleonora d'Aragona

Eleonora d'Aragona, figlia del Duca

Giovanni di Randazzo, moglie di

Guglielmo Peralta, uno dei quattro

vicari del regno, incarna il prototipo

della nobildonna di stirpe reale che

riesce, con l'acume della sua intelligenza, 

il peso della sua prosapia, la leggenda

del suo aspetto, la "debolezza del suo

sesso", a modificare le sorti della sua

famiglia salvaguardando per i

suoi eredi un considerevole patrimonio

fondiario che si estende per buona

parte del Val di Mazara.

Dall'esame dei documenti si è delineato,

non solamente il ritratto ufficiale di

questa donna che, immediatamente 

dopo la morte avvenuta nel 1406,

assume un'area di leggenda nell' immaginario

collettivo, ma anche, e sopratutto, il

profilo di una madre che soffre con

dignità per la morte del figlio e che lotta 

con tutti i mezzi per la legittimazione

del nipote prediletto da lei allevato.

Una donna forte, dunque, che seppe

destreggiarsi in un mondo di uomini

forti senza mai trascurare di manifestare

la sua femminilità in tutte le sue varie

sfaccettature.

venerdì 2 giugno 2023

Economia e Società. Escursioni ed itinerari con "Vivere Slow"

Iniziative che meritano 

di essere sostenute

Capita di notare animazione nelle campagne dell'area di Calatamauro. L'Associazione Vivere Slow ha fissato in quella zona una delle sue basi di aggregazione sociale e culturale. Inevitabilmente il frequentatore e/o l'osservatore della contrada  è indotto a voler capire, scoprire ed approfondire in cosa i due principali animatori, Nino Montalbano ed Anna Fucarino, stanno fondando la via di impegno civile e nello stesso tempo di valorizzazione del territotrio.

A chi scrive queste righe sembra che puntino, con successo, a voler valorizzare all'insegna di quiete e relax la "pace ed il silenzio" del territorio contessioto nel contesto della "natura incontaminata".  Propongono infatti salutari passeggiate all'interno del Bosco di Santa Maria e fino al Monte Genuardo per ritemprare corpo e spirito. Detto in altre forme Nino ed Anna, ormai da più anni, propongono a chi vive nelle città, e a chi vuole a loro unirsi, l'escursionismo, quella particolare forma di turismo che si concentra sulla conoscenza e sul godimento della natura, del paesaggio, del territorio.

 I due promotori dell'Associazione "Vivere Slow" però non puntano solamente alla salutare attività fisica; l'escursionismo nell'ambito dei tanti siti del territorio di Contessa Entellina è infatti anche cultura. Cultura a diretto contatto con la natura. Chi ama l'escursionismo generalmente è una persona che sa leggere il paesaggio: sa cosa deve cercare, dove stanno e quali sono i segni del territorio, sa riconoscere le emergenze naturalistiche, architettoniche e culturali delle terre di alta collina e di montagna e delle cosiddette aree interne perchè è informato e consapevole dei luoghi che si accinge a frequentare. Consapevole, purtroppo, molto più di quanto non lo siano tanti dei residenti.

 L'escursionismo non è altro che "cultura a contatto con la natura". E chi vi partecipa sa leggere il paesaggio, sa cosa cercare e nessun segno del territorio che riesce a cogliere gli è estraneo. Sa conoscere le emergenze naturalistiche, architettoniche e culturali delle aree interne perchè è informato ed è consapevole apriori dei luoghi che frequenta (frequentemente lo è più dei politici, che ignorano lo stato delle aree interne).

Il Bosco di Santa Maria, il monte Genuardo sono luoghi affascinanti da conoscere, amare e rispettare. E, per quanto ci riguarda, come Blog, siamo grati alla vocazione e all'impegno che Nino ed Anna dedicano in direzione di questo versante di impegno e di valorizzazione.

martedì 18 aprile 2023

Cosa conosciamo di Santa Maria del Bosco (7)

  Dal testo curato da Antonino G. Marchese "L'Abbazia di Santa Maria del Bosco di Calatamauro"

INTRODUZIONE di Cataldo Naro

Arcivescovo di Monreale e Abate di Santa Maria del Bosco

= = = II

Leggi la prima parte: 7 aprile u.s.

Visitare ancora oggi l'antica abbazia, pur priva di monaci, significa cogliere l'intenzionecredente di chi la pensò, la costruì e lungo i secoli la completò e l'abbellì. All'origine ci fu, indubbiamente, un progetto credente che -com'è nella logica del cristianesimo- si è fatto carico di un'esigenza di comunicazione della stessa fede, cioè dell'urgenza  di una carità spirituale, la "caritas veritatis" che non può non spingere  alla evangelizzazione dei vicini  e dei lontani, nello spazio e nel tempo, per donare ciò che si è ricevuto in dono dal Signore e4 che solo donando si può conservare. Il progetto di Santa Maria del Bosco fu pensato per attraversare i secoli. Mutuando l'espressione di un piccolo scritto di Aelredo di Rievault (1110-1167), indirizzato ad una sua sorella monaca che stava lavorando ad una tovaglia di lino da usare sull'altare durante le celebrazioni liturgiche, "De institutione inclusarum"  potremmo dire che ogni opera d'arte cristiana, -la grande abbazia come la tovaglia o altro oggetto di culto- nata dalla fede  e per la fede non vuole essere altro che un "incentivum charitatis": nasce da una tensione comunicativa e intende incentivare la comunicazione di quell'amore che spinse il Cristo a dare la vita per gli uomini.

domenica 16 aprile 2023

Cosa conosciamo di Santa Maria del Bosco? (6)

 Mariny Guttilla è professore associato di Storia dell'arte moderna nell'Università di Palermo. 

Dal volume "Tesori ritrovati -1968-2008", da essa curato, ci piace estrapolare il testo 

"A proposito di Eleonora ed oltre".  Parte II° 

Eleonora d'Aragona, simbolo di una famiglia regnante, rappresenta un momento altamente significativo della storia siciliana; cioè quello del lungo legame  politico e culturale che unì il regno di Sicilia alla corona spagnola, unificata da Carlo V nel secolo XVI. Espressione tra le più caratteristiche di quel legame secolare -da cui derivò la dinastia siciliana- fu la presenza nell'isola dell'aristocrazia militare aragonese e dei mercanti catalani, maiorchini e valenzani, che godettero di privilegi doganali e -in specie a Palermo- ebbero la sede dei loro consolati.

Una delle conseguenze più rilevanti dell'unione con la Spagna  fu il ruolo centrale dell'isola nel bacino mediterraneo, tramite il rapporto con le popolazioni rivierasche e gli interessi economici lungo le rotte mercantili. Non solo ne uscì rafforzata la centralità politica, ma anche la componente sociale dell'aristocrazia dirigente: il ceto mercantile tese a radicalizzarsi nel territorio con l'acquisto di feudi, mischiandosi all'antico baronaggio e costituendo insieme  -nobiltà autoctona e aristocrazia militare  di ceppo iberico- il primo nucleo di una "identità siciliana", autonoma ed interagente con i popoli del Mediterraneo; aperta ad un canto ai rapporti con le marinerie delle nazioni genovesi e pisane, dall'altro ai traffici dell'Oriente bizantino e islamico. 

L'incontro tra culture diverse e la tolleranza tra popolazioni di nazioni  rivali commercialmente - e nonostante le inevitabili contese belliche- è il segno più rilevante della specificità mediterranea dell'isola, ed insieme, una delle eredità più alte che il passato abbia lasciato all'Occidente moderno.

E' questa eredità -d'arte e di storia, di tolleranza e di cultura- che la Sicilia può riproporre e avvalorare in un momento in cui le ragioni della politica si intrecciano con i fanatismi, l'integrazione raziale con le storture della discriminazione fra i popoli. Mentre, d'altro canto, l'apertura a nuove culture e società dalle radici diverse può contribuire a scioglierea quella perenne nostalgia dell'isolamento in cui talvolta in alterni momenti della storia si compiace di adagiarsi una società -come quella siciliana- che, invece, proprio da tale condizione dovrebbe prendere le distanze, avendone nel tempo derivato origine  e radicamento di fenomeni criminali.

Il recupero della memoria di un'antica tradizione, nata all'insegna dell'unione e degl'incontri fra culture diverse del Mediterraneo, proseguita in quella fucina-laboratorio di scambi culturali ed artistici che fu l'abbazia- mai isolata dal contesto europeo e mediterraneo - è una delle intenzionalità più profonde che questa mostra nel segno e nel ricordo di Eleonora si prefige.

(Mariny Guttilla)

   

venerdì 14 aprile 2023

Cosa conosciamo di Santa Maria del Bosco (5)

 Mariny Guttilla è professore associato di Storia dell'arte moderna nell'Università di Palermo. 

Dal volume "Tesori ritrovati -1968-2008", da essa curato, ci piace estrapolare il testo "A proposito di Eleonora ed oltre".

Parte I°. Dal busto marmoreo di Eleonora -icona celebrativa considerata uno dei capolavori di Francesco Laurana -esposto nella Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, pochi conoscono la provenienza. Realizzato dallo scultore dalmata "post" 1489 fu collocato, in obbedienza alle ultime volontàdella gentildonna, morta alcuni anni prima, nell'abbazia di Santa Maria del Bosco, di cui in vita era stata benefattrice.Il grandioso complesso monastico dell'ordine benedettino, accolse il celebre busto sopra il cenotafio che si trova ancora , anche se malamente incassato nella parete, in un ambiente rimasto intatto nel corso della ristrutturazione settecentesca della chiesa.

La scultura lauranesca è ovviamente presa ad esempio significativo,se non addirittura a simbolo illustre, della"dispersione" ma anche del "ritrovamento" del patrimonio dei beni abbaziali, per indicare tutte quelle opere d'arte -dal capolavoro al semplice manufatto- che per motivio diversi ma soprattutto legati alle esigenze primarie della conservazione sono state tolte dal sito originario . Opere "migranti", ideate e prodotte  dall'autore per una determinata collocazione e poi estrapolate  dal contesto storico e ambientale.

In modo analogo a quanto era avvenuto per il busto marmoreo, tolto dal Salinas e trasportato nell'allora Museo Nazionale, nel corso dei successivi decenni altre opere dell'antico patrimonio artistico di Santa Maria del Bosco hanno lasciato la loro sede per trovare rifugio in altri luoghi. Opere rimaste comunque testimoni esemplari della cultura figurativa  e delle vicende temporali che coinvolsero l'abbazia nel più ampio contesto storico  della Sicilia del periodo travagliato dei Quattro vicari , attraverso l'epoca dei viceré fino ai decreti reali del governo borbonico con le riforme del Caracciolo e le pesanti ripercussioni sulla comunità monastica -per concludere nell'epoca dell'Italia post-unitaria, segnata dalle leggi di soppressione delle corporazioni religiose e dall'incameramento dei beni patrimoniali degli ordini.

(Segue)

sabato 8 aprile 2023

Cosa conosciamo di Santa Maria del Bosco (4)

 Dal testo curato da Antonino G. Marchese "L'Abbazia di Santa Maria del Bosco di Calatamauro"

INTRODUZIONE di Cataldo Naro

Arcivescovo di Monreale e Abate di Santa Maria del Bosco

= = = 

   Costruzioni quali l'abbazia di Santa Maria del Bosco sono nate dalla fede e per la fede. Dalla fede, cioè da una consapevolezza credente, da un desiderio di dare lode a Dio con l'intera propria vita e attraverso l'habitat stesso della propria esistenza: la casa in cui si vive con tutti i suoi ambienti: lo spazio per la preghiera ed anche quello per cucinare e per mangiare ed ancora quello per dormire e non escludendo quelli del lavoro e del riposo durante la fatica del giorno. La casa ma anche l'ambiente circostante: la campagna, il bosco, i monti, l'intero paesaggio. Il monsaco dedica l'intera sua esistenza a Dio e vive questa sua tensione religiosa, il dono a Dio di tutto se stesso, assieme a tutti gli altri monaci che vivono sotto la medesima regola e sotto il medesimo abate nella medesima casa. La casa non è divisibile dall'uomo che la costruisce e la abita, dice il suo intento, esprime la sua visione del mondo, manifesta il suo progetto di vita. La bellezza della casa dice l'interiorità di chi la costruisce. L'ormai abbandonata e silenziosa Santa Maria del Bosco dice ancora, nella precisa divisione dei suoi grandi spazi -la chiesa semidiruta, i due bellissimi chiostri, l'imponente dormitorio e le ampie celle- l'ardente desiderio di Dio che portò sul posto i primi monaci e li spinse a costruire la loro magnifica abbazia. E' un luogo di bellezza. Ed è stata anche un centro di spiritualità cristiana. Nata dalla fede, essa fu pensata anche per la fede, cioè per esprimerla e per incrementarla. Non pensarono solo a se stessi, quei primi monaci. Pensarono per le generazioni di monaci che avrebbero fatto la loro medesima scelta di vita. Pensarono per quanti sarebbero venuti, lungo i secoli, sulle loro tracce, a cercare l'unione con Dio tra le sue mura. Avevano la certezza che tanti altri li avrebbero seguiti, in quella stessa grande casa, nella ricerca di Dio.

(Segue)

lunedì 3 aprile 2023

Cosa conosciamo di Santa Maria del Bosco (3)

 Santa Maria del Bosco

Ci piace estrapolare alcune riflessioni a sfondo storico-culturale, riprese sfogliando il volume curato da Antonino G. Marchese sull'Abbazia di Santa Maria del Bosco (2006).
^ ^ ^ 

Stralci della pagina, curata dall'allora Presidente della Provincia Francesco Musotto, di presentazione  degli atti del Convegno 3-4 aprile 2004, su ciò che resta dell'antica Abbazia

 "...la permanenza del tempo che passa ma che non cancella il passato, e anzi lo nobilita e lo impreziosisce  dei frutti dell'attesa. E quei frutti sono cibo per la mente  e lo spirito di tutti i cittadini, in simbiosi tra i luoghi e ciò che di più profondo essi rappresentano". E prosegue ..

A distanza di due anni, come promesso, Palazzo Comitini ha mandato alle stampe la testimonianza scritta di quell'iniziativa, in un libro che ha i toni  avvincenti del romanzo e il rigore del saggio. Perché da una parte racconta le avventure di uno spazio avvolto dal mistero e dal fascino della contemplazione, e dall'altra propone una formula efficace e tangibile per la sua tutela e valorizzazione. In questo contesto, dunque, l'abbazia diventa il paradigma di un bene artistico che si può studiare, rivelare, amare a tutto tondo. Si costruisce anche con la carta, e l'edificio della conoscenza  può essere solido come marmo. Se ci sono buone fondamenta.

Francesco Musotto

Presidente

della Provincia Regionale di Palermo

giovedì 23 marzo 2023

Cosa conosciamo di Santa Maria del Bosco (2)

 Santa Maria del Bosco

... stralcio...di una esposizione di Giuseppe Colca - già V.Presidente della
Provincia Regionale di Palermo

  Sfogliando il volume curato da Antonino G. Marchese sull'Abbazia di Santa Maria del Bosco (2006), ci piace estrapolare alcune riflessioni a sfondo storico. Iniziamo con uno stralcio della pagina sull'intervento di presentazione del libro, curata dall'allora Vice Presidente della Provincia, Giuseppe Colca, che si sofferma nell'elencazione degli ordini religiosi che hanno segnato la vicenda dell'Abbazia.

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... Viene scandagliata la plurisecolare storia dell'Abbazia, dalle origini due-trecentesche come eremo dei Fraticelli, al Priorato benedettino elevato, nel 1400, per decreto pontificio, ad Abbazia , passata sul cadere  dello stesso secolo all'ala riformata  dei Benedettini Bianchi di Monte Oliveto Maggiore (Siena), che la mantennero sino alla soppressione, nel 1784, per volontà del viceré Caracciolo. Affidata  un decennio dopo dal governo borbonico  agli Agostiniani  del Convento della Consolazione di Palermo, veniva soppressa definitivamente  con le leggi eversive dell'asse ecclesiastico  emanate nel 1866-67 dallo Stato unitario; allorché venne acquistata all'asta dalla famiglia Ferrantelli, i cui eredi la detengono a tutt'oggi con quell'amorevole cura  che viene rivolta alla proprietà privata. 

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mercoledì 15 marzo 2023

Cosa conosciamo di Nicolò Chetta ?

N I C O L O'   C H E T T A
Nicolò Chetta (Nikollë Keta
in arbëreshë; Contessa Entellina,
1741 – Palermo, 1803) è stato
uno scrittore e poeta italiano di
cultura, lingua e appartenenza 
arbëreshë




dal libro: Tesoro di Notizie su dè Macedoni,

Introduzione di Matteo Mandalà
Trascrizione di Giuseppa Fucarino

martedì 14 marzo 2023

Cosa conosciamo di Santa Maria del Bosco ?

Santa Maria del Bosco
... stralcio...da uno studio di Maria Antonietta Russo

... la trasformazione del priorato in abbazia nel 1400. 
 Bonifacio IX, che già il 15 luglio aveva concesso al monastero il privilegio di assolvere tutti i peccatori in articulo mortis, elevava, il 28 luglio, ad abbazia il priorato benedettino e disponeva che il monastero fosse in perpetuo esente dalla quarta canonica e che quando fosse morto un abate, il capitolo eleggesse il successore senza altra conferma, ma con la semplice benedizione di un vescovo. 

 Primo abate fu Benedetto de Maniace che Padre Olimpio definisce «huomo ingegnoso desideroso di cose grandi, splendido, magnifico di buonissima fama e di mirabbile espettatione». 
 La nuova realtà del monastero non venne accettata facilmente da re Martino che, solo in seguito all’intervento dell’infanta Eleonora chiamata in causa dallo stesso abate, placò la sua ira. 
 Eleonora d’Aragona, insieme con i conti di Caltabellotta, ebbe un ruolo decisivo nella storia del monastero che beneficò e al quale garantì protezione e sostegno.

mercoledì 7 dicembre 2022

Microstorie (9)

 Segue da Microstrorie (8)

Letture di Storia medievale:

(Microstorie tratte dalla Grande Storia)

 Voci:  AragonesiSaluzzoPeraltaLuna  

20)) Raimondo Peralta fu figlio di Filippo di Saluzzo e Sibilla Peralta (vedi Microstrorie (8) ). E' il primo dei Peralta che approda in Sicilia al servizio di Federico III di cui, in seconde nozze, sposa la figlia Isabella. Dall'unione nascosco Giovanna, Eleonora e Giovanni.

21))  Raimondo fu Ammiraglio del Regno d'Aragona, Valenza, Sardegna e Corsica e della contea di Barcellona. Nel 1335 con 16 galee contribuì a liberare Palermo dall'assedio degli Angioini. 

22) Nel 1336 partecipo' all'incoronazione di Re Pietro ed ottenne la carica a vita di Ammiraglio.

23)) Nel 1338 ottenne l'investitura della Contea di Caltabellotta, Calatubo, Borgetto e Castellamare del Golfo e poco dopo pure la concessione di Alcamo e Bonifato.

(Segue)

giovedì 1 dicembre 2022

Microstorie (8)

Letture di Storia medievale:

(Microstorie tratte dalla Grande Storia)

 Voci:  Aragonesi, SaluzzoPeralta, Luna  

17)) I Peralta nella loro genealogia hanno antenati illustri sia dai rami ascendenti femminili che maschili. Il capostipite del ramo che si insedia in Sicilia nel 1326 è stato Raimondo I, con l'iniziale titolo di "Conte di Caltabellotta".

Le ricostruzioni genealogiche (piuttosto complesse) sembrano suggerire che egli discenda da Filippo Saluzzo e Sibilla Peralta (sposatisi nel 1298). Saluzzo fu un marchesato di borghi medievali del Piemonte, vitale per oltre quattro secoli dal 1142 al 1548. 

Quando nel 1324 Sibilla muore, lasciando quattro figli (Eleonora, Marchesa, Costanza e -appunto- Raimondo), Filippo si risposa con Agalbursa de Cervera, conservando comunque l'identificativo Peralta della moglie.  

18)) Eleonora andò in sposa di Filippo II de Castro; Marchesa sposa Pietro de Luna y Alagòn;  Costanza a re Pietro III de Bas-Serra; Raimondo, in prime nozze sposa Aldonza Ferrandis de Castro e, nel 1332, in seconde, Isabella, figlia di Federico III, colui che sarà Re dell'Isola dal 1291 al 1302 oltre che re Aragonese. 

19)) Facendo un passo temporale indietro:  il 30 marzo del 1282 a Palermo scoppia la rivolta anti-angioina (francesi) dei Vespri. In breve tempo quasi tutti i francesi furono cacciati via dall’Isola. Una delegazione siciliana anti-angioina offrì a Pietro la corona del Regno di Sicilia e questi non esitò a sbarcare a Trapani il 30 agosto di quell'anno con circa 9000 soldati. Riuscì, in meno di un mese, a liberare l’Isola dai francesi e ad instaurare il potere aragonese. Secondo questi passaggi è facile, quindi, comprendere il legame parentale fra gli Aragonesi di Spagna e i Peralta che arriveranno nell'Isola nel 1326 con Raimondo I, il conte di Caltabellotta.

mercoledì 23 novembre 2022

Microstorie (7)

Letture di Storia medievale:

(Microstorie tratte dalla Grande Storia)

 Voci: Arte, Santa Maria del BoscoLibri

14)) Il patrimonio storico-culturale ed artistico che fa riferimento all'ex-Abbazia di Santa Maria del Bosco è vastissimo e purtroppo raccolto (disperso?) in più luoghi, e peraltro mai a pieno valorizzato. Si tratta di vaste collezioni eterogenee di arte, libri e testimonianze storiche di ogni genere.

15)) Se nel 2008 la Regione Sicilia ha stanziato in capo alla Provincia di Palermo dei fondi per richiamate all'attenzione degli amanti della Storia e dell'arte la secolare vicenda di Santa Maria del Bosco, è avvenuto -come tutte le iniziative di quell'ente pubblico- per ripartire, come da sua tradizione, un poco di fondi pubblici qua, altri là ed altri ancora più in là. Niente purtroppo è stato intrapreso, nell'ottica e nella prospettiva della continuità socio-economico-culturale dell'iniziativa. Tutto infatti è passato come l'acqua.

16)) Persino un piccolo Ente pubblico, come il Comune di Contessa Entellina, non riesce a venire fuori -da parecchio tempo- dalla paralisi entro cui viene tenuta la locale Biblioteca Comunale, nel cui ambito -peraltro- persistono i libri storici e "preziosi" della Biblioteca dell'Abbazia. Migliore sorte hanno alcune sculture, fra cui il busto-ritratto di Eleonora d'Aragona, opera d'arte di Francesco Laurana, architetto e scultore originario della Dalmazia che lavorò a lungo per gli aragonesi che governavano Napoli e la Sicilia, nella seconda metà del Quattrocento.

venerdì 27 maggio 2022

Il Blog e le diverse vie per conoscere il mondo: L'Arte (1)

La Galleria Borghese

   Ci capita di leggere che nel 1902 lo Stato Italiano fece quello che con buona ragione viene, può essere, definito l'affare del secolo. Riuscì ad acquistare, dopo dieci anni di estenuanti trattative, la villa Borghese -a Roma- assieme al suo vasto parco.  La cifra sborsata fu ritenuta relativamente bassa: tre milioni e seicentomila lire di allora, comprensivi di tenuta, villa padronale e tutti i capolavori d'arte in essa contenuti. Ci basta riferire che lo Stato acquisì quel contesto nel dicembre del 1902 e che l'anno seguente, nel 1903,  il parco venne donato dallo Stato al Comune di Roma perché ritornasse al pubblico godimento del popolo romano, come aveva a suo tempo manifestato di volere il fondatore, il cardinale Scipione Borghese.

Davide con la testa 
di Golia
(Opera deòl Caravaggio, 1610 ca.)
  Avremo modo di raccontare come i politici di allora sapevano curare i beni comuni nell'interesse di tutti e della "cultura" territoriale. Ci piace per il momento cominciare a riportare qualche dato e qualche descrizione sulla Galleria.

  Una iscrizione riportata sul prospetto del teatrino del parco della sontuosa dimora recita: "Io, custode della Villa Borghese Pinciana, questo pubblicamente dichiaro: chiunque tu sia, purché uomo libero, non temere qui impacci di regolamenti; va pure dove vuoi, domanda quel che desideri; vai via quando vuoi". L'iscrizione fu voluta dal cardinale Scipione Borghese (1576-1633), appassionato collezionista d'arte antica.

  Il pittore Giovanni Baglione così descrive quella villa a metà del Seicento: "Fuori di porta Pinciana fece edificare un bel palazzo in una sua Vigna, o Giardino, o Villa, che vogliamo chiamarla, nella quale si trova ogni sorta di delizia, che desiderare, et havere in questa vita si possa, tutta adornata di bellissime statue antiche, e moderne, di pitture eccellenti, e d'altre cose eccellenti, e d'altre cose preziose con fontane, peschiere, et altre vaghezze (...) ". 

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  Le opere che stanno dentro la Villa vanno dal Rinascimento Italiano ai capolavori di Rubens, Domenichino e del Barocco romano.

  Ai nostri giorni la Galleria  Borghese comprende un nucleo unico al mondo per numero ed importanza di tele del Caravaggio e di sculture del Bernini. Ovviamente è meta turistica di visitatori di tutto il mondo. Dopo l'attento restauro della villa si è provato positivamente di fondere il contesto con le opere conservate per farne un insieme ricco. 

  Sul blog proveremo a soffermarci per qualche tempo su alcune di quelle ineguagliabili opere. 

  Il senso dei nostri testi ha -possono avere- valenza locale per Contessa Entellina. Nostro proposito è sollevare interesse; l'arte ha significato ovunque, pure sul nostro territorio. Bisogna saperne cogliere il messaggio. E noi a Contessa qualcosa a cui dare significato lo possediamo, se solo riusciamo a saperlo cogliere e soprattutto a saperlo gestire.

sabato 12 marzo 2022

Accade il 12 marzo

 1909 

Viene ucciso a Palermo per mano della mafia l’investigatore italo-americano Giuseppe “Joe” Petrosino.

 Il detective - il 28 febbraio 1909 - era arrivato in Sicilia per approfondire relazioni e precedenti penali dei malavitosi emigrati che, con i dati raccolti a New York, non riusciva a incastrare.

 Le indagini non andarono oltre le venti del 12 marzo successivo. Quel giorno era stato a Caltanissetta e a quell’ora aveva finito di cenare in un ristorante a pochi passi dall’Hotel de France di piazza Marina, a Palermo,  dove aveva preso alloggio col suo vero nome.

La fine della cena coincise con l’arrivo di due sconosciuti dei quali Petrosino si fidò e che lo convinsero a seguirli in direzione dello Steri.

Qualche minuto dopo, quattro colpi di rivoltella fulminarono il poliziotto davanti alla cancellata di villa Garibaldi. E fecero del suo omicidio il primo dei delitti eccellenti, mai del tutto risolti, costati la vita a chi in Sicilia ha lottato duramente contro il crimine organizzato.

In merito a quell’episodio il capo mafia di Bisacquino, don Vito Cascio Ferro, personaggio che aveva base in Santa Maria del Bosco, fu indagato quale mandante o killer addirittura. Ma a suo favore un noto deputato fornì elementi di contro prova inattaccabili.