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lunedì 16 marzo 2026

Vivere in Sicilia (2)

L’ampio movimento dei lavoratori
sfidava i latifondisti e le autorità,
chiedendo una radicale revisione
dei contratti di lavoro e dei patti
colonici. All’iniziale agitazione dei
braccianti si era unita anche
quella dei mezzadri, che
condividevano con i primi una
condizione miserevole e appena
al di sopra della soglia di
sussistenza.



Di cosa ci occuperemo
Ebbe a scrivere  il prof. Francesco Renda (storico e politico: Cattolica Eraclea, 18 febbraio 1922 – Palermo, 12 maggio 2013) che molta attenzione in Sicilia veniva, in anni andati, dedicata alle analisi della mafia in quanto fenomeno criminale. 

Poi aggiungeva: …sebbene la mafia sia senza dubbio un fenomeno di criminalità organizzata, non ogni criminalità organizzata è  mafia. Quel che fa la differenza è la molteplicità dei rapporti di tolleranza  e di collusione che la società nel suo insieme concede o non concede. Senza tali rapporti la criminalità non sarebbe mai divenuta mafia, e anche oggi, non sarebbe mafia. La storia della mafia è dunque solo in parte storia della criminalità. Nel complesso invece è storia dei legami che tengono insieme la criminalità con i vari comparti della società civile politica istituzionale e viceversa.

Il Fascio dei Lavoratori di
Contessa Entellina (1892-1894)
ebbe una caratterizzazione
prettamente agricola e
associo’ varie centinaia di
contadini.
Fra i leaders che si distinsero
ci fu l’allora giovane
don Ciccio LoIacono,
che in seguito,
nei primi anni venti del
‘900, sarà il primo sindaco
socialista di Contessa E.
Egli sarà costretto, ancora
prima di finire il
mandato, a lasciare
l’incarico dal sopraggiunto
regime fascista.

~~~~~~~
Riporta il prof. Renda:

Nel Congresso di Corleone 
del luglio 1893, i contadini 
auspicarono la diffusione 
della mezzadria, antica 
forma contrattuale che 
prevedeva la divisione
del prodotto e degli utili 
tra il contadino-mezzadro e 
il latifondista del fondo, a 
proposito della quale
i socialisti temevano 
potesse favorire un rapporto 
paternalistico tra contadini 
e latifondisti.

L’iniziativa dei Fasci nelle 
campagne ebbe
di fatto  una 
dimensione sindacale e 
una dimensione politica. 










Il blog non ha il polso per affermare se oggi il fenomeno mafioso sia in Sicilia più o meno esteso di quando il professore Renda scrisse il suo prezioso testo “Storia della Mafia”, però il blog sa che la politica nell’Isola non è fra le più attente al ruolo che dovrebbe competerle nell’attenzionare l’inarrestabile flusso migratorio e la conseguente desertificazione di tutte le attività produttive nelle aree interne dell’Isola, dall’agricoltura, all’artigianato al piccolo commercio, se e’ vero che a Contessa Entellina esiste un unico esercizio commerciale alimentare con annesso panificio e a quanto ci viene segnalato nemmeno un salone dove tagliare i capelli o farsi la barba.

La finalità della pagina (Vivere in Sicilia) è quella di, per intanto, evocare storicamente l’ampio movimento dei lavoratori che a fine Ottocento sfidava i latifondisti e le autorità, chiedendo una radicale revisione dei contratti di lavoro e dei patti colonici. All’iniziale agitazione dei braccianti si unì quella dei mezzadri, che condividevano con i primi una condizione miserevole e appena al di sopra della soglia di sussistenza.

Vorremmo, sempre su questa pagina, evocare  il passato storico in generale per dare futuro alla nostra realtà sociale. L’impronta storica e in un certo senso evocativa di certa “storia” sociale, ci servirà  per immaginare fino a dove potrà arrivare l’assenza e l’inerzia politica che da anni sta caratterizzando gran parte dell’entroterra siciliano, dove denaro pubblico viene destinato a feste prive di messaggio o significato e/o portato culturale ...

La Storia avrà, su questa pagina, abbastanza spazio e i testi del prof. Renda e del prof. Anton Blok, che di vicende prepotenti accadute sul territorio di Contessa Entellina ne evocano tante, ci serviranno a meglio comprendere la realtà che dovremmo, tutti assieme cogliere e culturalmente giudicare, per quindi rigettarle.

  Cosa e’ il senso civico -su cui ci soffermeremo?  è quell’insieme di comportamenti e di atteggiamenti basati sul rispetto delle regole, delle leggi e degli altri membri dellacomunità. Esso vuole additare la responsabilità verso il bene comune, la cooperazione e la partecipazione attiva alla vita sociale, formando cittadini consapevoli che curano gli spazi pubblici; esso si sviluppa principalmente attraverso i comportamenti lineari della politica, l'educazione civica attivamente curata dalla scuola e dalla famiglia e le corrette relazioni sociali. 

   Nel 2018, ad esempio, l'84% degli italiani dichiarava di non gettare carte per strada, mentre il 74,4% degli automobilisti evitava il parcheggio in doppia fila. La mancanza di questo senso può portare a comportamenti illeciti, come la corruzione, l'evasione fiscale, ritenute meno gravi da una parte della popolazione.

  In breve: contiamo di dover stimolare l’Impegno nella vita democratica non solo attraverso il voto, ma anche  il volontariato o la segnalazione di disservizi.



La Riforma della Giustizia

  

L’occasione referendaria
ci dà occasione al blog di
affrontare 
 un momento di approfondimento
aperto a tutte e tutti, pensato
per offrire strumenti utili
a comprendere i quesiti
referendari e le loro possibili
conseguenze.


Affronteremo sia i
punti di vista del 
SI che del NO.





Pare che la gente ancora non si senta coinvolta

Stiamo provando a cogliere quale sia la portata del voto SI al referendum sul funzionamento della Giustizia. Porteremo sulle pagine del blog nei prossimi giorni sia le ragioni del SÌ che del No. Le nostre considerazioni sono colte dai giornali e dai media che in questi giorni ampiamente affrontano la problematica “Giustizia”.

I sostenitori del SÌ, fra altre ragioni, sostengono la terzietà del giudice rispetto ad accusa e difesa, come elemento di parità tra le parti. Per loro l’attuale assetto vede il pm come una parte pubblica e il difensore come una parte privata e terzietà non significa, non deve significare  parità. Dovrebbe significare equidistanza rispetto al funzionamento del processo e di tutti i meccanismi.
== A loro dire l’equidistanza non ci sarebbe finché il pm non perderà  l’alone di para-giudice. Attualmente i pm hanno un rapporto di colleganza con i giudici, il  che può (dal punto di vista di chi sostiene il SÌ) influenzarli. Siedono infatti nello stesso Csm dove vengono assegnati incarichi, trasferimenti e promozioni. Hanno una visione comune, una comune frequentazione, rapporti di fiducia privilegiati. C’è voluta una legge per vietare il copia incolla che taluni giudici facevano delle richieste dei pm. Certa stampa sostiene che e’ fisiologico, c’è una presunzione di fiducia in quello che nell’attuale assetto e’ riconosciuto come un collega.

== Nessuno può, comunque asserire che il rapporto giudice/pm verrebbe meno anche non sedendo insieme nello stesso Csm. Come non c’è prova del fatto che potrebbero diminuire  i via libera a intercettazioni e proroghe, che ora sono, a dire dei giornali, mezzi ordinari.

==  Nel dibattito mediatico e politico, è diventato decisivo pure il tema delle correnti dei magistrati. Effettivamente, dice certa stampa, ci sono intercettazioni in cui i pm chiedono a componenti del Csm di far fuori magistrati (giudici) di un’altra corrente come conseguenza della circostanza che i pm hanno un rapporto di colleganza con i giudici, che può influenzarli. Siedono nello stesso Csm dove vengono assegnati incarichi, trasferimenti e promozioni. Hanno una visione comune, una comune frequentazione, rapporti di fiducia privilegiati. C’è voluta una legge per vietare il copia incolla che taluni giudici facevano delle richieste dei pm. 

(segue)
Su pagine successive riporteremo le valutazioni del fronte del NO.

Cosa abbiamo da attenderci ?

 2026: ancora guerre a sfondo nazionalistico.

La guerra di USA e Israele
contro l’Iran coinvolge
indirettamente anche
 l’Italia e non solo per
le gravi conseguenze
energetiche del conflitto
che ricadono anche sulla
 Penisola.





Gli effetti a grande rischio per il nostro Paese. Nel quadro della guerra in Iran l’Italia fra i paesi europei dipendenti dalle importazioni di gas, e’ quello a rischiare di più,  con la previsione di un aumento dell’inflazione di oltre un punto nel quarto trimestre dell’anno. Più del doppio di quanto si stima invece per l'Eurozona nel suo complesso e il Regno Unito (oltre mezzo punto di inflazione in più), mentre l’aumento per gli Usa sarà dello 0,2% e per il Canada ancora di meno.

Siamo, come italiani, più dipendenti della media dei Paesi europei dall’import di idrocarburi.

Siamo peraltro dipendenti da Paesi instabili e/o inaffidabili, che possono lasciarci a secco o ricattarci, compresi gli Stati Uniti.

La quota delle rinnovabili (su cui in anni passati si era molto puntato) nei consumi energetici è cresciuta meno che nella media europea

domenica 15 marzo 2026

La Riforma della Giustizia

Voteremo il 22
e 23 marzo sulla
riforma costituzionale
della magistratura.

In caso di Sì,
entreranno in vigore
carriere separate
per giudici e pm,
due CSM distinti
e una nuova Alta
Corte disciplinare;
in caso di No,
resterà l’attuale
sistema.










 Pare che la gente ancora non si senta coinvolta

No, non serve la laurea in giurisprudenza ne’ saper svolgere a chiacchiere il mestiere di politico per assumere una determinazione favorevole o contraria rispetto ai quesiti referendari sulla Giustizia. Sul blog proveremo a riportare argomentazioni di entrambi gli schieramenti, per farci un’idea personale, individuale, in modo che ciascuno recandosi al seggio elettorale abbia una visione ed una consapevolezza sulla problematica.

1) Punto centrale del Referendum è la separazione delle carriere. Attualmente esiste semplicemente la separazione delle funzioni. 

Per meglio capire riportiamo una brevissima cronistoria: Il 1989 e’ l’anno in cui in Italia fu introdotto il processo accusatorio, un modello (un metodo) secondo il quale la prova si forma nel processo, nel contraddittorio delle parti, ossia nel confronto fra accusa e difesa.

In seguito nel 1999, con una delle tante riforme fu introdotto il cosiddetto giusto processo. Fino ad allora, giudici e pubblici ministeri si scambiavano spesso la funzione. Poteva accadere che un presidente della Corte d’Assise da giudice poteva transitare subito (in un diverso procedimento)  procuratore, pubblico accusatore. 

Dal 2005 si comincia a mettere qualche barriera, con i decreti Mastella-Castelli: si può fare il passaggio da giudice a pm e viceversa, ma solo cambiando regione, e con limiti temporali. Ancora dopo arriva  la legge Cartabia, che stabilisce un solo passaggio possibile, con però il cambio del distretto giudiziario.  Ciò e’ avvenuto con la strenua opposizione dell'Associazione magistrati.

Quello rappresentato è il quadro attualmente esistente: è la separazione delle funzioni. Cosa diversa di ciò che col referendum si punta a perseguire, nelle intenzioni dei promotori e’ la separazione delle carriere. L’architettura del processo accusatorio, sostengono, prevede la terzietà tra le due parti - accusa e difesa - davanti a un giudice.

(Segue)
Sul blog proveremo ad esporre contenuti e motivazioni sia del SÌ che del NO.

La domenica è fatta per riflettere

 Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”

Saulo di Tarso, prima della conversione, 
fu un feroce persecutore dei cristiani a
Gerusalemme, approvando il martirio di
Stefano
.
Dopo l'incontro con Gesù sulla
 via di Damasco, tornò a Gerusalemme
come discepolo, ma incontrò diffidenza;
grazie a Barnaba fu introdotto agli
apostoli, predicando coraggiosamente
prima di fuggire a Tarso.





Ancora Gerusalemme
















Gerusalemme è un'entità fondamentale per San Luca, sebbene ambigua: luogo di salvezza e di persecuzione insieme, punto di arrivo e punto di partenza nel cammino del Vangelo: lo è già per Gesù e lo è per gli apostoli. Già il Vangelo le assegna un ruolo determinante, dato che inizia con la scena del sacerdote Zaccaria nel tempio di Gerusalemme e, sempre all'inizio, dà rilievo alla presentazione di Gesù al medesimo tempio e all'episodio di Gesù che sceglie di rimanere nel tempio, a Gerusalemme, in mezzo ai dottori della legge (Lc 1-2); il Vangelo poi si conclude con la scena di Gesù risorto che incontra i discepoli a Gerusalemme e spiega loro che la predicazione dovrà cominciare da Gerusalemme; infine, dopo l'ascensione, si ha il ritorno dei discepoli a Gerusalemme (cfr. Lo 24,33.47.52). Su questa conclusione si innesta e si intreccia l'inizio degli Atti.

Un valore emblematico, negli Atti, ha l'episodio della Pentecoste, nel quale a Gerusalemme sono radunati, al momento della discesa dello Spirito Santo, "giudei, uomini devoti di ogni nazione della terra" (2,5) e ne viene fatto un elenco preciso, che ripercorre i quattro punti cardinali (2,9-10): si rivela così l'inizio del compimento delle profezie antiche che vedevano appunto in Gerusalemme il punto di convergenza di tutti i popoli nel tempo della salvezza definitiva. A un certo punto del racconto degli Atti si ha invece un movimento centrifugo rispetto a Gerusalemme, ma senza che si possa dire che il suo valore di cardine e motore propulsore vada perduto.

 Gerusalemme è all'inizio e al centro dell'opera di San Luca, ed è anche, in qualche modo, alla fine. Gerusalemme è la città eletta per la salvezza di Dio e la città del rifiuto di questa salvezza, ma è anche la città da cui muove la progressiva espansione del Vangelo, il cui cammino appare intrinsecamente contraddittorio, perché avviene sia per volontà dello Spirito sia anche come una sorta di conseguenza non voluta dell'opposizione degli uomini. L'estremo salto verso i confini della terra, a partire da Roma, si verifica per l'ostinata e cieca opposizione degli abitanti di Gerusalemme alla missione di Paolo, e in particolare per l'opposizione all'idea che anche i pagani possano essere partecipi delle promesse divine (cfr. 22,21-22). Ma la medesima situazione si profila poi anche a Roma (28,25-28). Sicché Gerusalemme si può dire che costituisca l'archetipo e il modello della sorte del Vangelo in ogni luogo, e, in quanto tale, ha valore permanente.

   Essa inoltre, per aver dato origine alla prima comunità cristiana, dalla vita ideale, è un modello, come già abbiamo detto, anche per le chiese cristiane. E' la chiesa madre di tutte le chiese, perché è stata fondata direttamente dagli apostoli, i primi e veri testimoni di Gesù e destinatari delle sue stesse parole, e perché da essa si sono dipartiti gli apostoli che hanno incominciato a portare il vangelo fuori da Gerusalemme e a fondare nuove comunità. E' la chiesa capace di stabilire le direttive fondamentali della missione e quella che ha diritto ad essere sostenuta nella carestia (11,28-30).

E' interessante notare come anche la figura di San Paolo, l'apostolo dei gentili, il missionario dei grandi viaggi, venga da Luca innestata saldamente in Gerusalemme, sia facendo sì che egli si presenti, nel discorso davanti ad Agrippa, come sempre vissuto a Gerusalemme (26,4), sia collegando a Gerusalemme anche la sua chiamata a diventare inviato di Gesù. Tale chiamata è a sua volta collegata con la sua azione persecutoria contro i cristiani e le prime menzioni di Paolo vengono fatte in occasione della morte di Stefano e della persecuzione connessa: "E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo"(7,58); "Saulo era fra coloro che approvavano la sua uccisione" (8,1); "Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione" (8,3). L'introduzione al racconto della chiamata di Damasco contiene un preciso aggancio a queste annotazioni: "Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore ... (9,1). Il testo dice che egli aveva l'intenzione di "condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo" (9,2). Subito dopo la conversione, Paolo va a Gerusalemme per cercare di unirsi con i discepoli (9,26). Predica andando e venendo a Gerusalemme, ma immediatamente cercano di ucciderlo (9,28-29): chiaro segno e preannuncio della sorte futura (un po' come era stata per Gesù l'esperienza della sinagoga di Nazaret, in Lc 4).


(segue)

=. =. =



sabato 14 marzo 2026

Vivere in Sicilia

 C l i e n t e l i s m o ?

Ai nostri giorni
un fenomeno che
va attenzionato nella
provincia siciliana 
e’ sicuramente
il clientelismo.


Un trentenne ci fa sapere di avere cominciato a leggere solo da un paio di mesi il blog ed è stupito che un blog che nasce in Sicilia non si occupi, oltre ai tanti temi interessanti che svolge, di clientelismo, di prepotenza, arroganza o, per dirlo in una parola, di mafia.

 Probabilmente non ne avremo parlato in continuità o con frequenza, ma il blog è nato, molto tempo fa, anche, sulla volontà e l’intenzione di riflettere su un libro curato da un caro amico, sociologo, che la società ed il modo di germogliare e crescere della mafia la studio’ proprio vivendo all’interno della nostra comunità locale. Il libro del prof. Anton  Blok, figura nota a tanti di noi contessioti,  è frutto di studi condotti sul nostro territorio e raccoglie decenni di storia, di visione e cultura locale di tempi che vorremmo definire “andati” e sicuramente diversi dal vivere dei nostri giorni. Sui nostri giorni, di quelli correnti, ci auguriamo -nell’ambito della nostra comunità- di non dover trattare di mafia, anche perché non pare che qui, cessato il periodo del latifondismo, sussistono circostanze e situazioni socio-economiche che, oltre all’emigrazione senza fine, possano interessare gli uomini della prepotenza e dell’affarismo illegale. 

 E comunque alcune pagina sulle situazioni (o episodi) di arroganza, associata a carenza di spirito cittadino, non esiteremo a doverle accogliere provando al contempo di richiamare alcuni episodi evocati dal prof. Anton Blok sul suo libro di antropologia, frutto della sua lunga permanenza all’interno della nostra comunità locale.

= = = 

Roberto, un nome di fantasia, ci promette che periodicamente interverrà sul blog intrattenendoci sul ^clientelismo^. In Sicilia il clientelismo è stato -storicamente- intrecciato con la mafia, costituendo una rete di scambio voti-favori che alimenta il potere di entrambe le parti. La mafia ha usato le pratiche clientelari (appalti truccati, favori amministrativi, etc.) per consolidare il consenso sul territorio, spesso colludendo con rappresentanti delle istituzioni per gestire la cosa pubblica a vantaggio dei propri interessi. E’ nel dna della mafia in Sicilia il clientelismoQuesto (il clientelismo) è storicamente intrecciato con la mafia, costituendo una rete di scambio voti-favori che alimenta il potere di entrambe le parti.

La Mafia. Sui media non si parla più di essa.

 Forse è bene dedicare qualche pagina del blog al fenomeno della Mafia che il prof. Anton Blok ha tanto bene tratteggiato dopo avere vissuto per parecchio tempo a Contessa Entellina. Allora si trattò per lui di studiare il fenomeno che era prosperato sul latifondo e successivamente sull’alba della politica siciliana in regime repubblicano. Adesso, ai nostri giorni,  ci sarebbe da tratteggiare il fenomeno che prospera in ben altri gangli del nostro vivere, e sicuramente possiede più sfaccettature di quella che prospero’ nel corso degli anni cinquanta e sessanta del Novecento, allora sopratutto a scapito del mondo contadino.

La mafia siciliana, nota come
Cosa Nostra, è un’Organizzazione
criminale nata nell'Ottocento, caratterizzata
da una struttura verticistica e, storicamente,
 
da un forte controllo del territorio, 
estorsione (“pizzo”) e infiltrazioni politiche.


Oggi ha evoluto le sue strategie, 
puntando su riciclaggio, edilizia e affari 
finanziari meno visibili, pur rimanendo 
una piaga sociale e criminale sfidata 
da magistratura, forze dell'ordine e 
società civile.



ALCUNE PAGINE SULLA MAFIA (1)

 La prima volta che la parola "mafia" viene usata ufficialmente sulla pubblicistica e nei carteggi pubblici risale all'aprile del 1865. Pare sia stata scritta in un rapporto che l'allora prefetto di Palermo, Antonio Gualtiero, inviò al Governo. Fu a partire da quella data che con la parola mafia si iniziò ad identificare una forma di delinquenza organizzata che possedeva stretti legami con la politica del post-Unità del Paese.

 Secondo gli uomini che ne facevano parte, la mafia esprimeva (e verosimilmente continua ad esprimere)  un'idea di superiorità, di perfezione dell'individuo.


 Nella mafia ci sono stati tanti mutamenti, tutti collegati alla trasformazione della società italiana. E siccome la mafia è profondamente legata a questa società, sopratutto inizialmente a quella meridionale, essendo cambiata  la società e’ mutata inevitabilmente anche la mafia.  Secondo il pentito Tommaso Buscetta, la struttura principale di quell’organizzazione è stata la famiglia, che aveva il potere assoluto sul territorio nel quale agiva. Così, per esempio, a Palermo sui media si parla della famiglia di Passo di Rigano, di corso dei Mille, di Porta Nuova, di Borgo Vecchio e così via, zona per zona.


 Sempre secondo Buscetta, la famiglia era composta da uomini d'onore, o soldati, suddivisi in gruppi di dieci, ciascuno comandato da un capodecina (di nomina elettiva), chiamato anche rappresentante, che era assistito da un vicecapo e da uno o più consiglieri. Inoltre, l'attività delle famiglie veniva coordinata da una commissione o cupola, della quale facevano  parte i capimandamento, cioè i rappresentanti di tre o più famiglie di zone o territori confinanti. Quasi sempre, il capomandamento era anche il capo di una delle famiglie. 

 La Commissione aveva il potere su tutta la provincia e il compito di assicurare il rispetto delle regole della mafia e anche di comporre le controversie.


All'inizio degli anni Ottanta del Novecento, con l'avvento dei "corleonesi” di Luciano Liggio era nato un’altro organismo: l’interprovinciale che aveva il compito di sanare  i disaccordi tra le "cosche" e regolare i business tra le famiglie di più province.

Nelle oltre quattrocento pagine messe assieme dal giudice Giovanni Falcone, Buscetta parla pure dei requisiti necessari "richiesti" a chi vuole fare parte di Cosa nostra.

Uno degli elementi essenziali, dice, è il coraggio. Poi, l'assoluta mancanza di vincoli di parentela o di affinità con persone che fanno parte delle forze dell'ordine. Inoltre, dalla prova di coraggio, che consiste nella spietatezza con cui si uccide, è escluso il cosiddetto professionista, quello, cioè, che esplica un'attività apparentemente lecita e che non viene chiamato a partecipare ad azioni criminali. Se l'aspirante "uomo d'onore" ha le "carte in regola" potrà giurare fedeltà alla presenza di almeno tre uomini della famiglia della quale andrà a fare parte. Allora prende fra le mani un'immagine sacra, che è stata bagnata dal sangue fuoriuscito da un dito che gli è stato punto, le dà fuoco e la tiene in mano sino a quando non resta che cenere. Il giuramento si conclude con queste parole: "Le mie carni dovranno bruciare come questa immagine se non manterrò fede al giuramento di Cosa nostra".

A questo punto potrà conoscere tanti altri "uomini d'onore" e il diritto di appartenere alla mafia terminerà soltanto con la morte.

(Segue)


La Repubblica fondata sul Lavoro (1)

La Repubblica fondata sul lavoro:
Cosa dice la Costituzione sul
lavoro, sui diritti sindacali, sui
contratti collettivi?
* * *

Il diritto del lavoro in Italia 
regola i rapporti tra datori di
lavoro e lavoratori, garantendo
diritti fondamentali come
la retribuzione dignitosa
 (Art. 36 Cost.) e la sicurezza
.
Basato sul principio di
uguaglianza e sulla tutela
della parte debole,
disciplina contratti, orari,
ferie e licenziamenti.

 
Il
lavoro è definito come
un diritto e un dovere.

= =

Il diritto del lavoro non solo
regola lo scambio tra lavoro
e retribuzione, ma protegge
la dignità sociale
dell'individuo nel contesto
 produttivo.











Quadro normativo del

rapporto di Lavoro

 Per qualche tempo dedicheremo delle pagine sulle norme giuridiche che regolano il mondo del lavoro e alla corrispondente giurisprudenza. Le fonti del diritto del lavoro le troveremo nella Costituzione repubblica,  nel Codice Civile, nei contratti collettivi nazionali, in altre fonti comunitarie ed ancora nella loro complessiva integrazione.

  Nel piano che abbiamo preordinato e concordato con l’amico esperto del “diritto del lavoro” contiamo di esplorare le caratteristiche giuridiche del contratto di lavoro subordinato e, conseguentemente, il concetto di subordinazione: operai, impiegati, quadri, dirigenti. Proveremo ad illustrare le norme che regolano l’assunzione, e le varie forme speciali di lavoro subordinato oltre, ed ovviamente, le varie forme di retribuzione.

  Contiamo ovviamente di doverci intrattenere sulla retribuzione e sulle sue varie forme, nonché sugli eventi della vita lavorativa: ferie, permessi, malattia, cessazione del rapporto di lavoro.  Additeremo e chiariremo il sistema di tutela dei diritti individuali e sindacali dei lavoratori e tratteggeremo il processo del lavoro e l’arbitrato.

  = = =

  Nel contesto del “diritto del lavoro” che intendiamo approfonditamente esplorare tratteggeremo anche le situazioni del lavoro autonomo e del lavoro professionale intellettuale, il lavoro parasubordinato e le cosiddette  collaborazioni coordinate a progetto. Ed intanto riportiamo subito la nostra interpretazione sul lavoro.

Lavoro (dal latino labor, parola che ha anche il significato di sofferenza e affanno) in termini molto generali, si può definire come l'applicazione di energie umane, fisiche e intellettuali, alla trasformazione di risorse naturali allo scopo di soddisfare bisogni.

Nel tempo la nozione di lavoro ha subito profonde trasformazioni associate all'evoluzione dei rapporti sociali e all'innovazione tecnologica. Nelle società moderne si intende, solitamente, per lavoro l'attività retribuita finalizzata alla produzione di beni e/o servizi

Oggetto prevalente dello studio del diritto e delle scienze sociali è stato storicamente il lavoro dipendente dell'industria manifatturiera. Ma noi svilupperemo la panoramica dall’industria all’agricoltura ed ai servizi.

C’e’ da evidenziare che l'introduzione sempre più diffusa e capillare dell'informatica nel ciclo produttivo ha sostituito in misura crescente il lavoro come fatica fisica e come applicazione diretta alla natura con l'elaborazione di informazioni. Di conseguenza, i profili delle prestazioni lavorative si sono fatti più fluidi e flessibili. Nello stesso tempo, l'idea di lavoro legata a ruoli fissi e a mansioni permanenti ha ceduto il passo all'invenzione di percorsi lavorativi molteplici e differenziati.

(Segue)

venerdì 13 marzo 2026

La cultura nel XX secolo fino ai nostri giorni (5)

 Cultura, tradizione e modernità in Iran

Quella del popolo iraniano è una Storia che, nel nostro mondo occidentale, è sempre stata raccontata da narratori e da studiosi europei.  Fino a pochi decenni fa, studenti, ricercatori e lo stesso pubblico mondiale in genere non avevano possibilità di accedere a fonti scritte o orali sull'Iran che fossero espressione di una esposizione  "interna" sulla storia di quella parte di mondo.

Gruppo di ragazze col velo
tradizionale  durante la
celebrazione  del primo 
anniversario della rivoluzione
islamica. Il ritorno, allora,
di Khomeini accelerò 
la scomparsa dell’apparato
del vecchio regime e il
trionfo del nuovo.





Gli storici ed i cultori del  sapere occidentale sull'Iran non dubitano che, in taluni casi,  il loro contributo sul mondo iraniano (persiano)  è stato notevole, né del fatto che un punto di vista "interno" debba essere intrinsecamente e necessariamente migliore. C’è però che la storiografia occidentale vuole richiamare l'attenzione sulla questione delle sensibilità o dei punti di vista di tipo soggettivo che sono implicitamente o esplicitamente presenti nell'interpretazione degli eventi storici. 

Se da un lato l'adozione di una prospettiva esterna sarebbe certamente problematica nel momento in cui costituisse l'unica, o la principale fonte di conoscenza e comprensione della storia di qualsiasi paese, nel caso dell'Iran risulta ancor più evidente la necessità di una presa di coscienza della stratificazione di un tipo di conoscenza caratterizzata da una "narrazione distante"' e pertanto abbondantemente diversa.


Volendo attribuire ancora qualche validità all'affermazione di Hegel relativamente al ruolo della passione e dell'interesse sul funzionamento della mente, si può ritenere che passione e interesse abbiano avuto negli ultimi decenni un enorme impatto sul modo in cui si sono sedimentate le immagini dell'Iran nelle menti di molti di coloro che hanno narrato storie su questo paese da un punto di vista "non centrale", non coerente a quel mondo.


In presenza di tale rilevante e significativa condizione, sorge spontaneo chiedersi quali siano i fatti della storia iraniana moderna che hanno suscitato più interesse o passione nella visione e nel punto di vista occidentale.


Accanto agli aspetti politici ed economici relativi alle trasformazioni che portarono alle due rivoluzioni, costituzionale e islamica, e ai cambiamenti ad esse susseguiti in ambito politico, sociale ed economico, oggetto di dibattiti è divenuta la tematica relativa a cultura e civiltà, focalizzata in particolare modo sulle relazioni tra tradizionalismo e modernismo. Qualsiasi analisi dell'Iran moderno e contemporaneo deve, pertanto, necessariamente tenere conto delle questioni relative a tradizione, cultura e modernismo


(segue)

_ _ _


Su queste pagine intendiamo esplorare se l‘approccio occidentale di approcciare le visioni del mondo, con la violenza, siano appropriate.





La Riforma della Giustizia

Leonardo Sciascia ha
posto il tema della giustizia,
intesa sia come diritto
sostanziale che come 
amministrazione nei 
tribunali, al centro della
sua opera, caratterizzandola
per una profonda  
diffidenza verso i 
poteri costituiti e il
sistema giudiziario.
Da  "Illuminista pessimista",
ha indagato la "terribilità"
del potere giudiziario e i
rischi dell'inquisizione,
difendendo il garantismo
e la presunzione di
innocenza,
specialmente nel caso
 Tortora



Pare che la gente ancora non si senta coinvolta


In un libretto mi e’ capitato di leggere un giudizio di Leonardo Sciascia sulla “giustizia”, che comunque prescinde dalla tematica del prossimo referendum sulla divisione delle carriere all’interno della Magistratura, che però riporto come circostanza di sussistenza del problema “giustizia” da parecchi decenni:

=Tutto è legato, per me,  al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema  che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto. E direi che il documento mi affascina -scrittura dello strazio- in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura, riscattabile.

Sciascia in buona sostanza affidava il riscatto del problema della giustizia a una letteratura che aveva con la vita un rapporto senza soluzioni, di continuità, ma in un senso molto più profondo e misterioso di quanto si potrebbe intendere pensando solo all’impegno civile dello scrittore.

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Pur non avendo legame col prossimo voto referendario sulla giustizia ci piace riportare un ulteriore brano ripreso dalla rivista “Il Giudice”, su cui Sciascia (nel dicembre 1986) dibatte comunque sui problemi di allora della giustizia.

= Un giovane esce dall'Università con una laurea in giurisprudenza; senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Manzoni, del "cuore umano", si presenta ad un concorso, lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti: e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro; un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica. Ne viene il problema che un tale potere - il potere di giudicare i propri simili - non può e non deve essere vissuto come potere.

 

Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione del giudicare dovrebbe avere radice nella ripugnanza a giudicare, nel precetto a non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell'accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell'assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all'inquietudine, al dubbio.

  Sappiamo, purtroppo, che non da questo sentimento e intendimento i più sono chiamati, vorremmo dire vocati, a scegliere la professione del giudicare. Tanti altri sono gli incentivi, e specialmente in un paese come il nostro. Ma il più pericoloso di tutti è il vagheggiare - e poi il praticare - il grande potere che la nostra società ha conferito al giudice come potere fine a se stesso o come potere finalizzato ad altro che non sia, caso per caso, quello della giustizia secondo legge, secondo lo spirito e la lettera della legge: spirito - si vorrebbe - mai disgiunto dalla lettera. E l'innegabile crisi in cui versa in Italia l'amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano o addirittura attuano, l'arbitrio.

Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a 

giudicarli. E siamo a questo punto.


La nostra presenza nel mondo

 

Le giovani generazioni ci interpellano (12)

La natura umana si evolve in misura

dei compiti che deve risolvere 

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