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domenica 29 marzo 2026

La domenica è fatta per riflettere

 Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”

L'arresto di San Paolo nel Tempio
 di 
Gerusalemme (Atti 21) segna
una svolta 
drammatica,
trasformando  la sua missione 
da predicatore itinerante a
testimone in catene. 
Accusato
falsamente di aver introdotto 
pagani nel luogo santo, fu
salvato 
dai romani da una
folla inferocita, 
trasformando
il Tempio nel luogo  della sua
passione e testimonianza.





Il tempio. Forse è possibile ed interessante cogliere un significato non puramente da cronaca nelle indicazioni dei luoghi particolari in cui si svolgono le azioni dei personaggi che si incontrano leggendo gli “Atti degli Apostoli”: tempio, sinagoga, casa, strada, ecc.

Va colta innanzitutto l'importanza attribuita al tempio in tutta la prima parte degli Atti, quella  ambientata a Gerusalemme (cc. 2-5), così come nell'ultima parte (cc. 21-26). Il termine Jerovn, "tempio", compare 23 volte negli Atti, e quasi esclusivamente in queste due sezioni.

Gesù, quando era giunto a Gerusalemme per subirvi le vicende culminanti della sua missione (passione, morte, risurrezione), come prima cosa entra nel tempio e ne scaccia i mercanti, denunciando le condizioni in cui il tempio era stato trasformato ('spelonca di ladri"), in contrasto con quello che avrebbe dovuto essere: "casa di preghiera" (Lc 19,45). In seguito aveva fatto del tempio il luogo quotidiano del suo insegnamento pubblico e dei suoi dibattiti con le autorità religose giudaiche, finché ne aveva predetto la completa distruzione (Lc 21,6). Al momento della morte, il velo del tempio si era squarciato (23,45), a significare (così spiegano gli interpreti) la fine di una concezione esclusivista del culto nel tempio.

Alla fine del Vangelo gli apostoli "stavano sempre nel tempio lodando Dio" (Lc 24,53): il tempio non aveva esaurito la sua funzione, ma era ritornato ad essere quello che Dio voleva: casa di preghiera. A questa conclusione si riaggancia anche la prima sezione degli Atti, dove la comunità si raduna nel tempio ogni giorno per la preghiera (2,46; 3,1), e in particolare si ritrova nel portico di Salomone (5,12). 

 Dopo la miracolosa liberazione dal carcere, gli apostoli vengono espressamente mandati dall'angelo a predicare nel tempio (5,20.21.25). Il carattere abituale di questo comportamento è indicato dai due sommari di 2,46: "Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio", e 5,42: "E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annuncio che Gesù è il Cristo".

L'episodio dello storpio (c. 3) acquista un valore emblematico: escluso dal tempio perché menomato, viene riammesso dopo la guarigione. L'ingresso nel tempio rappresenta la reintegrazione completa nel popolo eletto e nel rapporto pieno con la divinità. Parlando in questa occasione nel tempio, Pietro lancia il suo appello al popolo giudaico perché, senza rinnegare le proprie tradizioni, ma portandole a compimento, accolga la salvezza che viene da Gesù.


Anche san Paolo, alla fine della sua missione, si reca a Gerusalemme, e qui esprime ossequio verso il tempio: accetta senza discutere la proposta di San Giacomo di compiere un rito di purificazione nel tempio per dimostrare che non intende rompere con la legge di Mosè (21,26). Rievocando gli eventi della propria conversione, ricorda che, proprio mentre pregava nel tempio, aveva avuto una visione di Gesù e il mandato di andare a predicare ai pagani (22,17-21). Questo particolare, nuovo rispetto alla versione precedente dell'episodio (c. 9), è significativo della volontà di san Paolo di manifestare il suo rispetto per il tempio.

E però la sua presenza nel tempio suscita scandalo nei giudei osservanti, viene sentita come una profanazione, anche se in base a un equivoco, la gente afferma che Paolo predica contro il tempio e che vi ha introdotto dei pagani (21,27-30). Paolo si difenderà dall'accusa di aver profanato il tempio (24,12.17-18). Sta di fatto che lo trascinano fuori dal tempio e chiudono le porte. Si avverte un contrasto rispetto all'episodio dello storpio, che, prima escluso, viene fatto entrare nel tempio (3,8), mentre Paolo viene chiuso fuori (21,30).


(Segue) 

= = =

La sociologia. La religione permea sin dall’inizio la vicenda storica umana. Sin dalle prime lezioni di Storia dell’umanità, dall’alba delle prime civiltà, dagli antichi greci (Iliade, Odissea) egizi, babilonesi apprendiamo che mai sono esistiti gruppi, comunità che non avvertivano l’esigenza di coltivare una qualche forma di percorso del tempo secondo una tradizione religiosa. All’origine di questi percorsi e di queste motivazioni -ovunque- e’ sempre stato il voler cogliere, capire perché ci siamo qui? Chi siamo? Quale è il fine per cui siamo e poi cessiamo? 

Non v’è dubbio che di risposte, ciascuna religione, ne possiede una; è però (forse) alla base c’è una esigenza universale  dell’essere umano di individuare, di darsi, in quanto comunita’, un riferimento proprio-collettivo frutto del contesto socio-storico-culturale entro cui insiste.

Su questa pagina domenicale, dedicata da sempre  al riferimento “cristiano”, (in appendice), riporteremo brevi riflessioni, fra lo storico ed il sociologico della realtà religiosa in quanto tale, che -ovunque- caratterizza gran parte della umanità, dall’inizio storico ad oggi.

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Parole frequenti sui media


articolo 138

È l’articolo della Carta costituzionale che stabilisce la procedura per la revisione e le leggi costituzionali. Se una legge non viene approvata a maggioranza di due terzi delle due Camere, può essere sottoposta a referendum popolare. La richiesta di consultazione popolare può essere avanzata da un quinto dei membri di una Camera (40 senatori, 80 deputati), da 500 mila elettori o da 5 Consigli regionali.


sabato 28 marzo 2026

Frasi di verità

*Le parole ci servono:

Per scoprire e parlare dell’esistenza,

del nostro vivere su questo pianeta.

-Dobbiamo perciò sviluppare il pensiero critico,

-dobbiamo porci domande fondamentali,

-e dobbiamo ragionare con rigore. 

Dobbiamo veicolare concetti, che possono 

diventare teorie se riusciamo a bene

argomentarle e difenderle dalle confutazioni, grazie alle parole.

L’illusione di ingrossare la propria immagine (2)

Farsi un’idea illusoria di  qualcuno 

=Mostrarsi superiori nasconde insicurezza 

 Ciascun essere umano è una realtà complessa che offre nei confronti della società di sé una certa immagine (popolare, prestigiosa etc.) che tende via via a conservare e pure ad accrescere. La realtà di ciascuno è infatti rappresentata da un insieme di realtà. C’è l’individuo con un suo precipuo aspetto fisico, con un proprio quoziente intellettuale, con un certo temperamento (=un certo carattere), con certe reazioni primarie e secondarie. Tutto questo insieme, in maniera compenetrato, da’ forma a quella che viene detta una coscienza. Quell’insieme ora succintamente evocato è qualcuno, e’ un individuo, a cui diamo un nome, per differenziarlo socialmente da altri; altri che tutti (ed ognuno) sono dei soggetti.

Quel nome che viene dato è una sorta di aureola, che taluni definiscono il prestigio personale del soggetto, seppure non è altro che un apprezzamento dell’opinione pubblica.  L’opinione pubblica non è nient’altro che la visione, la valutazione che la società ha del soggetto di cui ci stiamo interessando. L’individuo, grazie all’apprezzamento sociale, si crea sostanzialmente una sua specifica immagine (=visione, opinione), che letta con ottica diversa  possiamo  dire che quell’individuo proietta nella società una sua specifica immagine sull’opinione pubblica. L’individuo, grazie all’immagine che sa proiettare, diventa il personaggio.

Certo, la gran parte della gente non si cura, anzi nemmeno sa di quello che è, e nemmeno di come appare. Eppure, nella società, in questa società -in questa parte di mondo- l’immagine conta (interessa)  più della realtà vera. L’illusione vale più dell’obiettività. E quest’asserzione ci spiega perché in questa parte di mondo vige la corsa all’apparenza (=il gioco di chi è più bravo ad ingannare): fare la migliore impressione!

(segue).

La Repubblica fondata sul lavoro (5)

 Il lavoro è il principio cardine
su cui si basa la comunità
politica e lo Stato. Non
indica un obbligo lavorativo,
 ma valorizza l'attività manuale
 e intellettuale come strumento
di progresso sociale e
mezzo di realizzazione
personale

Principi basilari sul lavoro

 Stiamo enucleando i principi costituzionali.

 ==Art. 37 della Costituzione. Quest’articolo della nostra Costituzione contiene i principi sulla parità di trattamento  e retribuzione tra uomo e donna che esplichino le stesse mansioni lavorative, così come tra lavoratori adulti e minori. Esso afferma, inoltre, la necessità di permettere alla donna  di svolgere, contemporaneamente all’attività lavorativa, quella di madre. Lo stesso articolo impone, ancora che, con legge, si preveda il limite minimo di età per il lavoro salariato (l. 17 ottobre 1967, n. 977).  La norma si occupa di due categorie di lavoratori (donne e minori) che in tempi trascorsi sono state particolarmente sfruttate. Per quanto riguarda la donna va ricordata 

1) la legge  09/01/1963, n. 7, che vieta il licenziamento per causa di matrimonio.

2)  la legge 30/12/1971, n. 1204, che tutela la lavoratrice madre. Tutela anche la lavoratrice madre anche nel profilo che non può svolgere lavori pesanti, garantendola ancora nei periodi di astensione dal lavoro obbligatori e facoltativi, per favorire la sua funzione di madre accanto al figlio.

 Per quanto riguarda invece la tutela dei minori, l’art. 37  della Costituzione  enuncia tre distinti principi:

-la fissazione di un’età minima, al di sotto della quale non si può accedere al mondo del lavoro. Generalmente l’età e’ fissata a 15 anni, ma è elevata a 16 o 18 anni per alcuni lavori pesanti, individuati da apposite leggi. Per i lavori agricoli è abbassata a 14 anni, come pure per quelli domestici, compatibilmente con l’obbligo scolastico. E’necessario, inoltre, che prima dell’assunzione e durante il rapporto di lavoro i lavoratori minori siano sottoposti a visita medica  per accertare l’idoneità, senza pregiudizio per la salute, all’attività lavorativa.

-la tutela del lavoro minorile;

-il principio della parità di retribuzione a parità di mansioni svolte.

(Segue)

venerdì 27 marzo 2026

La letteratura (24)

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello (1867-1936) 
è
una delle figure più influenti
e rivoluzionarie della letteratura
italiana ed europea del
Novecento, capace di traghettare
la narrativa e il teatro dal verismo
ottocentesco a una moderna
concezione relativistica e
psicologica
. Vincitore del Premio
Nobel per la letteratura nel
 1934, ha trasformato la
scrittura in uno strumento
di indagine profonda dell'animo
umano e della crisi d'identità
moderna.



Grazie
 alle collaborazioni su cui potremo contare sulle pagine di Letteratura, su Pirandello ci intratterremo abbastanza a lungo. Si tratterà di pagine di visioni del vivere che Pirandello ha maturato  nell’arco della sua vita, dal 28 giugno 1867 al 10 dicembre 1936. Un tempo entro cui non mancarono sconvolgimenti sociali, scientifici e tecnologici che inevitabilmente incisero nello stile di vita e nel modo di leggere il mondo da parte di uno scrittore ed artista quale Pirandello fu.

Pirandello era nato in una Sicilia prettamente agricola poco dopo l’Unita’ del Paese e già nei primi anni del Novecento riferisce di un mondo avviato ad essere dominato dalla tecnica e dalla meccanica. Egli non apprezza il processo ed il corso della storia che intravede all'orizzonte e comincia nelle sue meditazioni e nelle metafore a parlare di alienazione dell’uomo. Di fatto egli vive criticamente la transizione che vede scorrere nel suo tempo e sempre di fatto, con impegno morale e conoscitivo, manifesta il suo rifiuto.

Le rare occasioni in cui nella sua opera di scrittore si manifesta l’espressione del progresso egli usa una sorta di tonalità divinatoria negativa, a fronte della nostalgia del passato (ritenuto più umano, più integro e più vero).  Nel suo SI GIRA… (1915)  così riporta …quattro generazioni di lumi, quattro, olio, petrolio, gas e luce elettrica, nel giro di vent’anni, eh… eh… sono troppe, sa?  e ci si guasta la vista, e anche la testa; e anche la testa, un poco (….). Tante cose nel buio vedevo con quei lumi la’, che loro forse non vedono più con la lampada elettrica. Pirandello nei suoi romanzi, anche in anni distanti da quel 1915, non riporterà nei suoi romanzi o drammi mai cenno dei nuovi mezzi di comunicazione: telefono, radio ed altro ancora. Farà qualche cenno ai treni ottocenteschi. Tram ed automobili da lui vengono presi di mira, come se egli soffrisse quell’avvento di nuova tecnologia.

=  =  =  =

Su Pirandello contiamo di doverci intrattenere per qualche tempo.

Punti di vista in politica

L’umore e le decisioni di
Donald Trump, specialmente 
durante il suo secondo 
mandato iniziato nel 2025,
 sono spesso 
descritti
come imprevedibili e 
volubili, capaci di dettare
l'agenda 
politica ed
economica globale 
fin dalle prime ore del
mattino. 
Il suo stile di
leadership  si basa 
sull'
America First, agendo
con impeto su dazi e
politica  estera, 
come nel caso delle recenti 
tensioni con l'UE e la
questione iraniana.



Gli Stati Uniti d’Europa

ancora non esistono.

Sulla guerra nel Golfo, l’Europa sin dal primo giorno, ha evitato di parlare francamente ed ha evitato di criticare l’iniziativa in violazione delle prescrizioni ONU da parte di Israele e USA. Volendo essere più precisi l'Europa ha prodotto quasi tante posizioni quanti sono i paesi aderenti e i loro leaders politici. Gli europei hanno fatto fatica a parlare con una voce sola, mostrando al mondo che che “essa”, l’Europa unita, non esiste, che  nessuna Europa unita con una politica estera ed una difesa propria esiste. Bene che vada esiste l’assenza di coraggio di fronte ad un Trump, che addirittura non sente nemmeno il bisogno di informare in anticipo ciò che sta per provocare, bloccando le forniture di carburanti all’Intero Pianeta.

Il cancelliere Merz e Giorgia Meloni, entrambi timorosi di esprimere anche la critica più blanda verso il capo della Casa Bianca, hanno definito quelli di Usa e Israele «interventi unilaterali condotti fuori dal diritto internazionale». Pure Macron ha evitato lo scontro con Washington condannando dapprima solo le reazioni iraniane poi ha  chiesto una seduta di emergenza ONU.  Starmer ha cercato di barcamentarsi, scontentando tutti, gli inglesi e Trump e il resto degli europei. Solo il socialista Pedro Sanchez ha osato criticare dall'inizio l'azione militare, tenendo il punto anche dopo le minacce di Trump di interrompere ogni rapporto con la Spagna.

Viene da riflettere e poter affermare: vero è che la franchezza in politica è un tema dibattuto, ma essa è cruciale per costruire fiducia, autenticità e credibilità. Ritengo che la chiarezza e la coerenza tra parole e azioni sono fondamentali per una comunicazione efficace, e però spesso i politici ricorrono a un linguaggio ambiguo o al cosiddetto "politichese" per evitare di perdere consensi, o per il timore che un Trump di turno li bacchetti (=li minacci). A noi è conseguentemente piaciuto senza se e senza ma il linguaggio semplice e diretto, utilizzato da Pedro Sanchez perché crea fiducia rispetto al linguaggio complesso e inefficace della gran parte dei leaders europei riferendosi al Trump di giornata.


Una donna alla guida della Chiesa Anglicana

 

Come prevede il rito di insediamento Sarah Mullally, ha bussato tre volte ai portoni della cattedrale di Canterbury. Quando questi si sono aperti, è entrata con le parole: «Sono Sarah, serva di Gesù Cristo».

 E’ la prima donna alla guida della chiesa anglicana ed ha preso ufficialmente posto il 25 marzo sul trono diocesano e sulla cattedra di Sant’Agostino con una cerimonia incentrata sull’unione, sull’inclusione e sulla necessità di lavorare per un futuro in grado di affrontare sfide importanti, dagli abusi al riconoscimento e l’accettazione della diversità.

E’ divenuta prete nel 2002, vescova di Londra dal 2018 al gennaio di quest’anno, Mullally rappresenta una svolta progressista per la fede anglicana: «Spero che la mia nomina — aveva detto prima dell’insediamento ufficiale — dimostri a ogni bambina e a ogni persona che può continuare a inseguire i suoi sogni e ottenere ciò che vuole». 

Erano presenti al rito di insediamento il premier Keir Starmer, il principe William con la moglie Kate e i rappresentanti internazionali delle comunioni anglicane, diffusi in 65 Paesi. Non a tutti è piaciuta la decisione di scegliere come primate una donna, per giunta con vedute liberali su genere e sessualità. 

Per l’insediamento ha scelto il giorno dell’Annunciazione e ha voluto ricordare che le novità possono avere esiti positivi. «Maria», ha detto durante la cerimonia, «ha messo la sua speranza nel futuro di Dio e, attraverso Maria, Dio ha fatto una cosa nuova».

giovedì 26 marzo 2026

Riflessione sull’esito referendario

 Non solamente valutazione sulla giustizia: la gente si è espressa pure sul disagio sociale.

Dando un’occhiata ai giornali si coglie che poca o nulla è l’attenzione sull’esito del recente referendum sulle carriere dei giudici. A stupire è invece la significativa partecipazione alle urne da parte degli iscritti nelle liste elettorali. Molta più gente e’ andata domenica scorsa ai seggi rispetto alle elezioni europee del 2024. Il fenomeno non lo cogliamo a Contessa Entellina dove l’affluenza è stata del poco più  del 40%. Ma qui vale sopratutto la consistenza della tantissima gente emigrata.

 Quale l’interpretazione? Il disaggio sociale sta aumentando un po’ ovunque dal Nord al Sud dell’Italia e la gente ha sentito il bisogno di esprimersi. E quando il disagio sociale si amplia, dire (e scrivere) NO e’ il messaggio più spontaneo.

 Swg , azienda di indagini, ha testato il polso degli italiani nel suo “Scenario post referendum 2026” e ci fa sapere che hanno sorretto l’ondata dei no anche il disagio e la protesta di tante parti della società, dal Sud alle grandi città. Nel grafico sulle emozioni più sentite degli ultimi dodici mesi prevalgono disgusto, rabbia e paura, la speranza è in netta discesa. Si impenna l’indice negativo della percezione della situazione economica generale, come peraltro confermato dalle previsioni, peggiorate, dell’Ocse.  

Alla fine Santanchè ha ceduto

 La politica nell’Italia di prima, seconda, terza … Repubblica.

 =d’altronde se vediamo cosa fanno i Trump, i Putin etc. etc.=

*    *     *

Cara Giorgia 


Dopo le dimissioni del sottosegretario
Andrea Delmastro e della capa di
gabinetto del Guardasigilli Carlo
Nordio, Giusi Bartolozzi, ieri ha
lasciato anche la ministra del Turismo
Daniela Santanchè. E lo ha fatto con
una lettera alla premier che ha preteso
 il passo indietro: «Non vorrei essere
 il capro espiatorio di una sconfitta
che non è certo stata determinata
da me... obbedisco... non ti nascondo
un po’ di amarezza... ma nella mia
vita sono abituata a pagare i miei conti
 e spesso anche quelli degli altri...
».

Questo il punto di vista
della dimissionaria.




ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione. Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio.

Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei esssere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio.
Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Del Mastro che pure paga un prezzo alto.
 Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco“ e a fare quello che mi chiedi.

Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. 
Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento. 

Cari saluti. 
Daniela

Vivere da cittadino (1)

I tre pilastri della
cittadinanza:
appartenenza, diritti
e partecipazione.

Essere cittadini, 


Essere cittadini significa partecipare attivamente alla comunità, conoscendo e vivendo diritti e doveri sanciti dalla Costituzione. Implica consapevolezza dell'impatto delle proprie azioni, responsabilità sociale, sostenibilità e inclusione, sia a livello locale che globale. Essere cittadini e’ una condizione giuridica e un impegno democratico, fondamentale per l'identità di ciascuno. 

Non significa semplicemente limitarsi all'esercizio di voto, ma anche (e sopratutto) contribuire allo sviluppo della società, prendendosi cura del territorio e delle cause sociali.

Significa conoscere le tutele giuridiche (salute, istruzione) e rispettare i doveri verso la comunità.

Essere cittadini del mondo implica promuovere l'inclusione, senza pregiudizi o stereotipi, in un contesto interculturale (=cittadinanza globale).

In Italia, la cittadinanza si basa principalmente sullo ius sanguinis (diritto di sangue), ma è anche un processo di inclusione per chi cresce nel territorio.

Essere cittadini significa anche, e sopratutto nei paesi democratici, possedere senso critico, che implica la libertà di pensare, di scrivere e, occorrendo, di denunciare. 

Essere cittadini non è un semplice ornamento, è, deve essere sostanza: saper leggere la realtà, verificarla e restituirla; significa adoperarsi per la grammatica della verità. 

Il cittadino di un Paese democratico deve saper riconoscere i fatti, pesarne la portata, distinguerli dal frastuono della politica. 

Il cittadino deve sempre saper scegliere, gerarchizzare, dare ordine a ciò che accade nella vita pubblica.  Deve saper leggere ciò che i politicanti puntano a opacizzare. 

Il cittadino deve adoperarsi a  concatenare i gesti della vita sociale e contribuire a dare forma al flusso disordinato del mondo. 

Il cittadino consapevole non si preoccupa dell’eterogenea architettura con cui opera il modulo dedicato all’Intelligenza Artificiale. 

Riflessioni sulla società (2)

I cambiamenti mettono in luce
come la famiglia sia un'istituzione
in continua evoluzione, capace
di adattarsi alle trasformazioni
della società complessa in cui
viviamo.

Non si parla più di un unico
modello, ma di "famiglie", con
una varietà di strutture
(monogenitoriali, ricostituite,
 coppie di fatto, ecc.) che
rispondono a nuove esigenze
sociali.





2026: La famiglia 

La famiglia del terzo millennio è caratterizzata da una profonda evoluzione e diversificazione, superando il modello tradizionale per abbracciare molteplici nuove forme e strutture. Questo contesto è segnato da una continua riorganizzazione e da una crisi funzionale, dove i legami e le aspettative sono in costante cambiamento. Ai nostri giorni, nella parte occidentale del pianeta, non si parla più di un unico modello, ma di "famiglie", con una varietà di strutture (monogenitoriali, ricostituite, coppie di fatto, ecc.) che rispondono a nuove esigenze sociali.

Ed allora: la famiglia è una società naturale? I dati dell’antropologia dimostrano che in realtà la famiglia è una costruzione sociale, e la moderna famiglia occidentale è solo uno dei possibili modelli. Anche la famiglia europea ha subito profonde  trasformazioni: dalle grandi famiglie allargate  alle famiglie nucleari con sempre meno componenti.

Cosa sta alla base della formazione della famiglia? A leggere i libri degli antropologi ci sono le motivazioni economiche, socioculturali e quelle generazionali. Ai nostri giorni, almeno nella parte occidentale del pianeta si assiste al progressivo rinvio della decisione di formare una famiglia e all’aumento delle convivenze. In crescita viene rilevata la questione delle coppie omosessuali.

Specificatamente i sociologi e pure i dati ISTAT ci fanno rilevare un crescente ritardo, di anno in anno, dell’età dei matrimoni, come pure dei matrimoni civili. Sempre i dati ISTAT mettono in evidenza, via via lungo il tempo, il sempre più basso numero di figli e il persistere di forti legami con le famiglie di origine. Nel contempo non sono sporadiche le separazioni, i divorzi e le famiglie con un unico genitore.

  Su tutte queste problematiche contiamo con relativa frequenza di dedicare pagine sul blog.

Parole frequenti sui media

 accisa

L’accisa è un’imposta indiretta sulla produzione e sui consumi, applicata a determinate tipologie di prodotti, che sorge nel momento in cui questi vengono fabbricati o importati e che diventa esigibile quando avviene l’immissione in consumo degli stessi beni, in base ad aliquote di imposta dipendenti dalla specifica destinazione d’uso. Nel caso del gas naturale e dell’energia elettrica l’accisa sorge e diventa esigibile al momento della fornitura agli utenti finali o quando viene consumata per uso proprio

mercoledì 25 marzo 2026

La Repubblica fondata sul lavoro (4)

Il lavoro è un pilastro fondamentale
della Costituzione italiana del 1948,
posizionato non solo come attività economica, 
ma come strumento di realizzazione personale
e di coesione sociale.
Il riconoscimento del lavoro come 
base della Repubblica Italiana 
definisce l'identità del Paese e orienta 
le sue politiche.




Principi basilari sul lavoro 

Abbiamo già accennato ad alcuni articoli della nostra  carta Costituzionale (artt. 1, 4, 35) e secondo un piano che abbiamo predisposto per il blog, riteniamo di dover porgere attenzione ad altri articoli e norme legislativi, pure essi di rilievo costituzionale prima di passare ad una esposizione dell’assetto pratico ed operativo dell’essere “cittadini” inseriti in quello che definiremo il “mondo del lavoro”.

==Art. 36 della Costituzione. Contiene alcuni precetti basilari in ordine alla retribuzione che oltre che essere  sufficiente a soddisfare le esigenze del lavoratore e della sua famiglia, è tale da assicurare un’esistenza libera e dignitosa, deve pure risultare proporzionata  alla quantità e qualità del lavoro prestato. Questi elementi sono immediatamente precettivi: il lavoratore può chiedere al giudice che la sua retribuzione, ritenuta non rispondente ai ricordati parametri, venga con suo provvedimento adeguata. Il giudice, se lo ritiene necessario, oltre a rifarsi ai principi costituzionali può evocare eventuali norme di legge o i contratti collettivi di lavoro, anche se non riferibili a quel preciso rapporto di lavoro. In tale percorso e’ il meccanismo della giurisprudenza ad estendere l’applicazione del ccnl (che a stretto rigore dovrebbe regolare i rapporti  solo degli iscritti al sindacato, anche a soggetti diversi.

—La durata massima della giornata lavorativa deve essere fissata con legge;  il ccnl può eventualmente soltanto ridurre l’orario massimo fissato per legge;

—Il riposo settimanale e le ferie nel regime legislativo sono dichiarati diritti irrinunciabili del lavoratore.

—Tre sono le forme di riposo garantite ed irrinunciabili al fine di anzitutto tutelare  l’integrità psico-fisica del cittadino, la salvaguardia di spazi di tempo  disponibili fuori  del luogo di lavoro per consentire lo sviluppo della personalità e la partecipazione  alla vita sociale e familiare. L’Ordinamento regolamenta in materia di orario  1) quello giornaliero (non oltre otto ore), tenendo presente che i ccnl generalmente dettano orari più favorevoli che, come tali, prevalgono. 2) quello settimanale  e annuale (previsti anche dall’art. 2109 c.c.) garantiscono al lavoratore la possibilità di recuperare le energie psicofisiche, dopo una settimana o un anno di lavoro sia di partecipare alla vita familiare e sociale.

(Segue).

Alla ricerca delle radici

Nella Sicilia tra il XVI e il XIX 
secolo, le "terre" erano centri 
abitati feudali, spesso feudi 
baronali o principati, che
fungevano da fulcro
amministrativo 
ed economico
nel contesto del latifondo.
Caratterizzate dalla presenza
di un 
baglio o un castello,
queste località divennero nuclei
di nuovi insediamenti grazie
alla 
licentia populandi.

Prima degli arbereshe

Nella Sicilia feudale

Il termine latino casale corrispondente all'arabo rahl o manzil compare nella topografia dell’Isola nell'XI sec., ma è intorno al 1120 che si impone nella terminologia ufficiale latina, ancora in alternanza con vicum, per poi diventare di uso esclusivo verso il 1150, e almeno fino alla fine del XIII sec. designa in Sicilia un villaggio rurale aperto, privo di difese, appartenente al territorio di un castrum (cioè di un abitato fortificato e munito di castello: quello che verrà definito terra nella terminologia ufficiale del regno normanno-svevo). 


Il casale è caratterizzato, con rare eccezioni, da un rapporto di dipendenza giuridica, amministrativa e militare, e i suoi abitanti, che generalmente appartengono alle etnie sottomesse (greco-bizantina e musulmana), sono di norma donati insieme al casale stesso e alle relative terre. Riguardo alle dimensioni, il termine casale può indicare realtà molto diverse, estendendosi dal villaggio di una certa grandezza e articolazione, talora anche con edifici di culto (chiesa o moschea) e con strutture produttive (per esempio fornaci di ceramica e vetro) alla semplice azienda agricola a carattere familiare. 


Con un processo che intorno al 1350 può dirsi ormai concluso, e i cui caratteri costituiscono uno dei grandi problemi aperti dell'archeologia medievale siciliana, il popolamento rurale per casali tende a rarefarsi, e nel corso del XIV sec. può dirsi completamente scomparso: la popolazione vive ormai tutta raggruppata nelle terrae fortificate, e anche se il termine casale compare ancora in documenti del XIV sec., non corrisponde più ad un abitato, ma ad un tenimentum terrarum o feudo, cioè ad un territorio spopolato. 

(Segue)

Terra di Sicilia

 Il primo Parlamento della storia è stato istituito qui da Ruggero II nel 1130.

La dominazione araba in Sicilia
iniziata nell’827 con lo sbarco a
Mazara e conclusa nel 1091, ha
trasformato l’Isola in un fiorente
emirato, centro di scambi culturali
e agricoli nel Mediterraneo.

Sotto la dinastia Kalbita, Palermo
divenne una capitale prospera.
Hanno introdotto l’irrigazione,
Nuove colture (agrumi, 
cotone) e lasciato un’eredità 
indelebile nell’architettura,
nella lingua e nel cibo.












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Cosa sappiamo noi contessioti del territorio oggi pertinente alla giurisdizione del nostro Comune prima che arrivassero gli arbereshe? Probabilmente poco e se qualcuno sa qualcosa non ci pare che ne abbia mai trattato pubblicamente.

 Qualcosa al blog e’ pervenuto da fuori, dall’area agrigentina, da un rilevante personaggio pubblico che ci ha comunicato che segue frequentemente il nostro diffondere “ informazioni, conoscenze, opinioni, passioni e contenuti editoriali in modo costante, dinamico e plurali”, e si tratta di documentazione di taglio storico-scientifico che ci proponiamo di sviscerare in termini articolati e sopratutto contestualizzati dall’epoca storica arabo/normanna e successiva. Era quello il tempo in cui il territorio di quest’area di Sicilia era strutturata, se possiamo dire “amministrativamente” o comunque territorialmente, in Jaride e in Divise.

I termini J
arida e Divise venivano  utilizzati infatti in contesti storici e toponomastici all’epoca della dominazione araba e poi normanna e si riferivano all'organizzazione del territorio e alla gestione amministrativa delle
terre (=sarebbero i centri abitati), appunto fin tanto che sull’Isola durarono, come sopra riportato,  le dominazioni  arabe prima e quelle normane dopo.

Il significato nel contesto 
arabo/siculo-medievale:
 ==Jarida (o Garida): Deriva dall'arabo jarīdah, che significa originariamente "foglia di palma", ma che nel contesto storico-amministrativo, specialmente nel periodo normanno in Sicilia, indica un registro, un elenco o un catasto. Più specificamente, le "jaride" erano elenchi dei beni, delle terre e dei villani (contadini) di pertinenza reale o signorile. La famosa "Jarida di Monreale" è il documento fondamentale per la toponomastica e l'organizzazione agraria della Sicilia arabo-normanna.
==Divise (o Divisa): Questo termine, pur italianizzato, deriva dalla latinizzazione del termine arabo raḥl o, più in generale, indica la delimitazione o la partizione del territorio. Spesso utilizzato nei documenti come "divisa" per definire i confini di un casale o di una proprietà rurale, corrispondendo talvolta a unità amministrative o insediamenti rurale.
Abbreviando
==Jarida = Registro/Catasto. Liste, registri o catasti dei contribuenti.
==Divise = Confini/Partizioni territoriali (spesso legate a raḥl).