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mercoledì 3 giugno 2026

Andare in pensione

 Crescono i requisiti pensionistici

L’età per andare in pensione torna a salire, ma senza scatti bruschi. Dal 2027 l’aumento sarà graduale: un mese il primo anno, due nel successivo. Un meccanismo già previsto dall’adeguamento alla speranza di vita, ma rimodulato dalla legge di Bilancio.

Vecchiaia: si sale a 67 anni e 3 mesi
. Per la pensione di vecchiaia restano fermi i 20 anni di contributi, mentre cambia il requisito anagrafico. Dal 1° gennaio 2027 serviranno 67 anni e un mese; dal 2028 si passerà a 67 anni e tre mesi. La soglia vale sia per chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996 sia per chi è interamente nel sistema contributivo, con la differenza — per questi ultimi — dell’obbligo di maturare un assegno almeno pari all’assegno sociale. Resta inoltre la possibilità di pensionamento con il solo requisito contributivo minimo (cinque anni effettivi) a 71 anni e un mese nel 2027 e a 71 anni e tre mesi nel 2028.

Anticipata: più contributi richiesti. 
L’aumento riguarda anche la pensione anticipata ordinaria, che resta legata esclusivamente agli anni di contribuzione. Nel 2027 saranno necessari:
* 42 anni e 11 mesi per gli uomini
* 41 anni e 11 mesi per le donne. Dal 2028 il requisito salirà rispettivamente a 43 anni e un mese e a 42 anni e un mese.

Per i lavoratori interamente contributivi resta inoltre la possibilità di uscita anticipata con requisito misto anagrafico e contributivo: 64 anni e un mese nel 2027, 64 anni e tre mesi nel 2028, con almeno 20 anni di versamenti e un importo minimo della pensione. Il trattamento pensionistico decorre trascorsi tre mesi dalla maturazione dei requisiti, secondo il meccanismo della cosiddetta «finestra mobile».

Se la Russia di Putin perde la testa…

 Nella notte tra giovedì 28 e venerdì 29 maggio un drone russo ha colpito un condominio in Romania scatenando un incendio. Nell'attacco due persone hanno riportato lievi ferite mentre molte altre sono state fatte evacuare. 

 La Nato ha condannato quando accaduto, accusando Mosca di essere stata «sconsiderata», mentre il governo rumeno parla di «grave e irresponsabile escalation»

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  Lo sconfinamento del drone russo in territorio Nato romeno è avvenuto mentre dall’altra parte, in territorio ucraino, era in corso un massiccio attacco russo.

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L'articolo 4 è uno strumento di
pre-allerta e 
non implica l'uso
della forza
. Non è un intervento
di difesa collettiva, che è invece
regolato dal ben più noto 
Articolo 5 della NATO.
L’attivazione di questa norma
consente a un Paese di non
affrontare una crisi in
isolamento politico e di
mettere in atto una
diplomazia preventiva.


 Le autorità romene parlano di sconfinamento ma se in passato avevano denunciato il ritrovamento di rottami di droni russi in zone remote o scarsamente abitate e senza vittime, considerandoli effetti collaterali degli attacchi a porti ucraini sul Danubio, ora per la prima volta un drone ha colpito un’area densamente popolata e la risposta, anche diplomatica, è stata decisa, con un console russo espulso. 

 Se Mosca spinge su questo confine non è casuale: la Romania è uno dei cardini del fianco Est della Nato, Bucarest sta investendo 2,5 miliardi di euro per trasformare la base aerea di Kogalniceanu nel più grande presidio aereo dell’Alleanza in Europa, strategico per rafforzare anche il fianco orientale dell’Unione. Un’analisi del Center for Strategic and International Studies definisce questa zona come un’«area grigia», non coperta dai tradizionali meccanismi di deterrenza, quindi sotto la soglia dell’articolo 5 della Nato, quello che sancisce che un attacco a un singolo membro dell’Alleanza va considerato un attacco a tutti gli altri. L’articolo 4 del trattato Nato  ha natura consultiva: non comporta automaticamente l’invio di truppe o mezzi, ma obbliga gli alleati a riunirsi per valutare i rischi e cercare una risposta comune: misure diplomatiche, strategiche o di deterrenza.

Riflessioni


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Ciascun essere umano, tutti rechiamo con noi la nostra piccola (raramente grande) storia. Tutti ci siamo imbattuti in vicende splendenti della vita ma anche nelle miserie che accompagnano l’umanità. Tanti di noi abbiamo attraversato il viaggio della vita da ospiti inquieti e curiosi ed abbiamo sempre voluto conoscere se le fondamenta della società fossero, o meno, solide, convincenti e sopratutto giuste.

Molti, moltissimi uomini, hanno da sempre coltivato la “cultura critica”, quell’interrogarsi se una “società più giusta” sia possibile costruirla e lasciarla a chi dopo di noi verrà. L’espressione  “uomini inquieti" evoca figure mosse da un'insofferenza profonda verso le ingiustizie del proprio tempo, individui che non hanno mai smesso di cercare e pretendere un mondo più equo, che non si sono accontentati dello status quo e, attraverso il loro pensiero e la loro azione, hanno scosso le coscienze.

Ci piace evocare le figure che hanno fatto della lotta per l'uguaglianza e i diritti la propria missione e che si possono riassumere in queste storie straordinarie:

Mahatma Gandhi: Ha guidato l'India all'indipendenza attraverso la disobbedienza civile e la nonviolenza, ispirando intere generazioni a resistere all'oppressione senza ricorrere alle armi,

Nelson Mandela: Dopo ventisette anni di carcere, ha abbattuto il regime segregazionista dell'apartheid in Sudafrica, trasformando il rancore in riconciliazione e democrazia,

Martin Luther King Jr.: Ha guidato il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, lottando per l'uguaglianza razziale e sognando una società fondata sul contenuto del carattere piuttosto che sul colore della pelle.

Thomas Sankara: Leader del Burkina Faso, ha dedicato la sua vita a sradicare la corruzione, combattere la fame e promuovere l'emancipazione femminile, guadagnandosi il titolo di "uomo integro",

Ken Saro-Wiwa: Scrittore e attivista nigeriano, ha combattuto contro lo sfruttamento ambientale e la devastazione della sua terra d'origine a opera delle multinazionali del petrolio, pagando con la vita il suo attivismo,

Danilo Dolci: Noto come il "Gandhi italiano", ha operato attivamente in Sicilia, nella Valle del Belice, contro la povertà, il potere mafioso e l'abbandono dello Stato. Ha promosso il pacifismo, la nonviolenza e lo sviluppo collettivo, lottando per il riscatto sociale degli emarginati,

Peppino Impastato: Giovane giornalista e attivista siciliano, ha sfidato apertamente Cosa Nostra nella sua stessa terra, venendo barbaramente ucciso nel 1978 per le sue denunce coraggiose.

Questi uomini rappresentano solo una parte di coloro che hanno cambiato la storia, sfidando le convenzioni e pagando spesso prezzi altissimi per consegnarci una società più giusta e inclusiva.

(Segue)




martedì 2 giugno 2026

L’America (2)

Perché New Orleans è cara ai contessioti? 

Il legame tra New Orleans
Contessa Entellina è
uno dei capitoli più
affascinanti e antichi
dell'emigrazione siciliana
negli Stati Uniti
.
I "Contessioti"

 hanno plasmato la storia
della comunità italo-americana
in Louisiana fin dalla
seconda metà del XIX secolo.
L'emigrazione seguì le rotte
 commerciali degli agrumi
tra Palermo e New Orleans.
Nel 1862, 
Stefano Vaccaro 
di Contessa Entellina si stabilì
nella città della Louisiana,
avviando una florida attività
di produzione e commercio
di frutta e aprendo la strada
a migliaia (si, migliaia)
di suoi compaesani.
Nel 1760 il Canada passò all'Inghilterra, che ebbe anche la Florida. 20 anni dopo gli spagnoli se la ripresero; intanto la Gran Bretagna aveva allargato i suoi interessi attraverso la Compagnia della Baia di Hudson e il commercio delle pelli comprate per pochi spiccioli dagli indiani resistette fino al 1870. Non ebbe l'Alaska, perché era dominio russo.

Nella seconda metà del Settecento le 13 colonie inglesi si costruirono l'indipendenza. Ormai si erano scoperte grandi ricchezze, si erano impiantate le prime industrie e la Gran Bretagna le sottomise a un controllo ferreo per non disperdere neanche una briciola di quel ben di Dio. Pretese di essere l'unica destinataria delle esportazioni e l'unica fornitrice dei prodotti da importare che, anche se venivano da altri Paesi, dovevano prima fermarsi in Inghilterra per pagare dogane e mediazioni. In America potevano svilupparsi solo le industrie utili all'Inghilterra e quelle in concorrenza non avevano futuro. Le richieste di tasse aumentavano giacché la loro entità non era più fissata dalle assemblee locali, ma dal parlamento di Londra dove le colonie non avevano rappresentanti che le tutelassero. Il primo moto d'indipendenza cominciò con alcuni giovani che nel porto di Boston, fingendost facchini, buttarono in mare 340 casse ti te’ gravate dal dazio. L'Inghilterra chiuse il porto finché non fosse stato risarcito il danno.

Ma ormai il Nordamerica aveva armi, navi, soldati, e nel 1775 volarono le prime pallottole; l'anno dopo l'indipendenza era una realtà che venne formalmente riconosciuta nel 1783. Lo Stato federale fu costruito in breve tempo: nel 1803 per 15 milioni di dollari si acquistarono dalla Francia gli oltre 2 milioni di kmq della Louisiana. Nel 1819 la Spagna vendette la Florida (153.000 kmq) per 5 milioni di dollari. Nel 1845 il Texas (oltre 3 milioni di kmq) si staccava dal Messico e chiedeva la fusione con gli Stati Uniti che pagavano il suo debito pubblico di 7 milioni e mezzo di dollari.


Iniziava così l'epopea del Far West a danno degli indiani. L'anno dopo fu annesso l'Oregon; nel 1848, dopo la guerra contro il Messico, la California, l'Arizona, il Nuovo Messico. L'unificazione era costata poco più di 50 milioni di dollari. L'immenso territorio aveva meno di 4 milioni di abitanti dei quali 757.208 erano schiavi negri e in più c'era la scarsa popolazione indiana. Quindi gli emigrati europei furono i benvenuti e il livello demografico lievitò fino ai 105.710.620 nel 1920.

Nel Sudamerica i conquistadores avevano spazzato via grandi civilta’ come quelle degli Incas nel  Perú e degli Aztechi messicani. I figli creoli, meticci, mulatti di quei soldati crebbero nell'odio della violenza paterna, furono costretti al battesimo ma per lungo tempo rimasero pagani nel cuore, identificando il cristianesimo con la crudeltà e l'avidità. Per frenare l'accaparramento di ricchezze da parte dei missionari, Pio V dovette proibire che portassero valori personali al loro ritorno in patria. Le attività locali erano compromesse da alte tassazioni e monopoli. Era vietata la coltivazione della vite e dell'ulivo per non competere con la Spagna e tutto il commercio era in mani spagnole. Le rivoluzioni avvenute nel Settecento portarono all'indipendenza dei vari Paesi del Sud, e ai moti non furono estranei gli Stati Uniti che iniziarono la penetrazione commerciale in quei territori specie per il petrolio messicano, per i metalli brasiliani e peruviani, per la gomma, il caffè’, i cereali, il cacao, la carne, i pellami. 

Tra Nord e Sud si profilavano forti diversità: il Nord industriale era protezionista, il Sud agrario era per il libero scambio. Sulla schiavitù avveniva lo scontro più forte: l’Ovest ne voleva l'abolizione perché temeva la concorrenza dei prodotti più a buon mercato a causa della manodopera schiava. Si alleò dunque con il Nord che voleva bloccare l'estensione della schiavitù nel West messicano.

Un altro punto di dissidio era che il Nord voleva estendere il governo federale, mentre il Sud voleva l'autonomia dei vari Paesi. Sotto la presidenza di Lincoln alcuni Stati sudisti si staccarono dall'Unione per formare gli Stati Confederati d’America: nel 1861 scoppio’ la guerra di secessione (o guerra civile) finita nel 1865 con un milione di morti e con la vittoria nordista. Lincoln fu ucciso, si disse, dai sudisti. Abolita la schiavitù, mettendo in ginocchio l'economia del Sud, per gli Stati Uniti iniziò la penetrazione economica, industriale, commerciale nella parte meridionale del continente. L'America, percorsa da un sorprendente impulso produttivo, divenne il luogo delle improvvise, immense fortune, ma anche di spaventose povertà. L'Alaska era stata acquistata dai russi nel 1867 per poco più di 7 milioni di dollari e nel 1869 si ebbe l'annessione delle Hawaii. Sotto la presidenza di Roosevelt gli Stati Uniti divennero una grande potenza.

Nel 1904 iniziarono i lavori per il canale di Panama.

(Segue)


Parole frequenti sui media


Il campo largo è tanto 
largo nei sondaggi quanto
stretto e litigioso nei 
contenuti programmatici
campo largo

La coalizione di centrosinistra si basa sull’alleanza tra Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e Italia viva. È l’assetto con cui si è presentata in quasi tutte le elezioni regionali degli ultimi due anni e in molte sfide per la guida delle città. Secondo la nuova legge il candidato premier deve essere indicato prima delle votazioni. E crolla così l’unico appiglio che era rimasto al Campo largo per cercare di sciogliere le controversie: affidare al dopo voto la scelta di chi dovrà guidare la coalizione.

La festa della Repubblica

Il 2 giugno la
Repubblica Italiana
compie 80 anni
.
 Il 2 giugno 1948 si tenne l'insediamento ufficiale e il giuramento di Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica Italiana eletto dal Parlamento dopo l'entrata in vigore della Costituzione il 1’ gennaio.

  Il 2 giugno 1946 si era svolto il referendum istituzionale con cui i cittadini italiani, chiamati alle urne per la prima volta, a suffragio universale, (esteso anche alle donne), scelsero di trasformare l'Italia in una Repubblica, ponendo fine alla monarchia dei Savoia. La Repubblica vinse con il 54,3% dei voti (12.718.641) contro il 45,7% della Monarchia (10.718.502).

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lunedì 1 giugno 2026

Il movimento sindacale in Italia

 Conoscere la società civile
Il ruolo principale dei sindacati
in Italia è tutelare i diritti dei
lavoratori e rappresentare i loro
interessi professionali
. Lo fanno
 principalmente attraverso la
contrattazione collettiva, l'assistenza
legale e fiscale, e il dialogo con le
istituzioni per influenzare le politiche
 economiche e sociali del Paese.




 Nei Paesi di democrazia occidentale i sindacati, cioe’ le organizzazioni rappresentative degli interessi delle categorie sociali, svolgono un ruolo di protagonisti nelle vicende della politica economica. E’ prassi e ruolo istituzionale dei governi di qualsivoglia colore, interpellare i sindacati, e comunque tener conto del loro punto di vista nell'elaborazione delle misure di politica economica. 

 Il comportamento sociale dei sindacati ed i relativi rapporti sindacati-governo dipendono in qualche misura dalla loro storia, dalle ideologie che li permeano. 

  Sul blog proveremo a tratteggiare origini e  tappe significative nello sviluppo del movimento sindacale in Italia, intendendo per movimento sindacale quello formato dalle organizzazioni rappresentative dei lavoratori dipendenti. Il loro percorso storico riflette, nel bene e nel male e fin dall'inizio, quello dello sviluppo economico del Paese. Per chiarire: una delle ragioni del ritardo con cui sorsero le organizzazioni sindacali in Italia è da ricercarsi nel ritardato decollo dell’industria nel nostro Paese. L'industria moderna è infatti arrivata in Italia con qualche decennio di ritardo rispetto a Paesi come la Gran Bretagna, la Germania e gli Stati Uniti.

  L'economia italiana è stata fino all’inizio del ‘900 prevalentemente agricola e anche nei decenni successivi, fino agli anni Sessanta, quando cominciano nel nostro Paese i governi di centro-sinistra, con l’ingresso dei socialisti nell’area di governo, i lavoratori dipendenti dell'industria non avevano avuto fino ad allora ruoli significativi. 

(Segue)


Scienza, osservare l’universo (4)

 L'astronomia

L'ultimo viaggio storico di astronauti si è concluso il 10 aprile 2026 con la missione Artemis II. Quattro astronauti (gli americani Christina Koch, Victor Glover e Reid Wiseman, e il canadese Jeremy Hansen) hanno completato un volo di dieci giorni intorno alla Luna a bordo della capsula Orion.

L'ultimo sbarco umano sul suolo lunare, risale invece al 1972 con la missione Apollo 17, che ha visto gli astronauti Eugene Cernan e Harrison Schmitt camminare sulla Luna.

Da sempre sul blog, abbiamo voluto conoscere qualcosa sul mondo entro cui viviamo e su ciò che sta fuori dal mondo e che comunque influisce in mille modi sul mondo. Per il poco che possiamo riportare sul blog lo faremo sempre e se ci fossero lettori che sono appassionati della questione, apprezzeremo qualsiasi riflessione sul tema. In tanto proseguiremo con cio’ che finora sulla problematica conosciamo.

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L’astronomia si dedica allo
studio dei corpi celesti 
(Pianeti, stelle, galassie,
buchi neri …) dei loro
fenomeni e dell’evoluzione
dell’Universo. Essa si
serve della matematica,
della fisica e della 
chimica per cogliere
le leggi che regolano
il cosmo.
L'astronomia è al tempo stesso la scienza più antica e la più moderna. Lo studio della volta celeste ha infatti attratto l'uomo fin dagli albori della civiltà e continua a costituire una delle scienze più affascinanti.

Astronomia nel senso più lato del termine è, comunque la scienza, intesa secondo la lettura dei nostri giorni, quella che nelle Università, nei laboratori e nei centri scientifici studia l'universo che ci circonda, i corpi che lo compongono e i fenomeni che in esso si verificano. Stante la vastità  della materia viene suddivisa oggi in molte branche, a seconda del particolare aspetto astronomico che si considera o, spesso e a torto, delle tecniche impiegate per studiare il cosmo. 

La radioastronomia, ad esempio, ha come caratteristica propria l'uso, nello studio dei corpi celesti, di strumenti atti a captare le onde radio piuttosto che quelle ottiche. Essa si distingue pertanto dall'astrofisica classica per il diverso dominio dello spettro elettromagnetico che viene analizzato, non per l'oggetto delle ricerche che è, in entrambi i casi, lo studio fisico di quella frazione di radiazione emessa da un corpo celeste in grado di raggiungere i nostri strumenti.


Nella lontana antichità la scienza astronomica raggiunse risultati tanto considerevoli che coloro che la praticavano vennero a occupare una posizione di prestigio agli occhi dei loro concittadini e fruirono spesso di particolari privilegi. Il motivo del ruolo primario che l'astronomia ebbe fin dal suo nascere, e in diversi ambiti di civiltà, è evidente: essa, nella sua prima rudimentale struttura, forniva una spiegazione di fenomeni naturali strettamente connessi alla vita dell'uomo, quali il susseguirsi del giorno e della notte e l'alternarsi delle stagioni, e dava la possibilità di stabilire un calendario che permettesse un computo di questi e degli altri avvenimenti ciclici che tanta importanza avevano nelle primitive strutture civili, basate essenzialmente sull'agricoltura (si pensi all'importanza delle previsioni delle piene del Nilo presso gli antichi egizi).


Su questo campo, un amico si propone di farci conoscere molti risvolti dell’immensità e meraviglie che stanno dentro e fuori l’atmosfera terrestre.


L’America

  Sfogliare i cognomi dei residenti attuali nella città di New Orleans, negli USA, ed avere la sensazione di imbattersi in tantissimi di essi che risultano coincidenti con quelli che sussistono (o in verità, sussistevano in gran parte, fino agli anni sessanta/settanta del Novecento), con l’anagrafe di Contessa Entellina non suscita meraviglia in chi conosce la Storia degli USA, nelle sue grandi linee, e la Storia specifica di Contessa Entellina dai primi decenni dell’Ottocento ai nostri giorni caratterizzata da continui e ancora oggi inarrestabili flussi migratori non più verso gli USA, ma verso il Nord Europa.

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Perché New Orleans è cara ai contessioti?

Avviamo una serie di pagine per scoprire, pure noi che non siamo mai stati nel Nuovo Continente, ciò che per secoli ha rappresentato l’America e ciò che da qualche tempo inizia a non voler più essere nell’immaginario di noi europei, giusto la recente politica dell’imprevedibile Mr. Trump.

I primi esploratori spagnoli avevano considerato il Nuovo Continente un immenso, ricchissimo, territorio da sfruttare a loro esclusivo beneficio. Essi si impossessarono della California, del Colorado, dell'Arizona, del Nuovo Messico e dopo di loro i portoghesi occuparono il Brasile; tra il Seicento e il Settecento inglesi, olandesi e svedesi si stanziarono lungo la costa orientale.  

Compagnie coloniali munite di patenti governative organizzarono i loro stabilimenti creando centri abitati e basi commerciali. Nel nuovo continente iniziarono ad arrivare gruppi di fuggiaschi per motivi politici e religiosi: gli ugonotti francesi, i protestanti, massacrati prima in patria e poi dagli spagnoli; i «Pilgrim Fathers», padri pellegrini puritani. Tutti raggiunsero la Nuova Inghilterra, ossia quel tratto che oggi comprende il Maine, il Massachusetts, il New Hampshire, Rhode Island, il Vermont, il Connecticut, e furono i capostipiti di quella cultura «yankee» democratica e intransigente che fu l'anima dell'America. Nella Georgia dei Cherokee e dei Creek il primo gruppo di coloni fu costituito da debitori che avevano preferito espatriare anziché scontare la pena in carcere.

Al Nord si formò una popolazione cucché di coltivatori, giacché il clima rigido limitava l'agricoltura e consentiva solo la crescita di cereali. Sulla costa s'impiantarono le più lucrose attività della caccia, della pesca e i primi commerci. La borghesia ancora non esisteva, le scuole erano di la’ da venire, come del resto le industrie.

Al centro e al sud, invece, si andava formando un'aristocrazia agricola con estesi possedimenti in cui lavoravano gli schiavi negri importati; i raccolti di tabacco, indaco, riso, zucchero e più tardi di cotone che permisero il formarsi di grandi patrimoni.

Proprio per l'organizzazione sociale improntata a principi democratici di liberi stanziamenti e di libero commercio, la colonizzazione inglese ebbe maggior fortuna, mentre la Francia, che interveniva nei suoi possessi canadesi con l'imposizione di monopoli, con sistemi feudali di spartizione delle terre, con lo strapotere ecclesiastico, scoraggiava l'emigrazione, e quella popolazione di coatti era troppo scarsa per poter sfruttare il Canada. I pochi trasferiti con la forza si dedicavano alla caccia e al commercio delle pelli e finirono con l'essere assorbiti dalla popolazione locale.

(Segue) 

L’intento di queste pagine è di cogliere le ragioni della emigrazione di massa, a cominciare dall’alba dell’Ottocento, di più migliaia di contessioti in direzione degli USA. Flusso ininterrotto fino all’inizio del Novecento.

domenica 31 maggio 2026

La prima enciclica papale (6)

 Costruire la civiltà dell’amore


La prima enciclica del 
primo papa americano
 (Papa Leone XIV, al 
secolo Robert Francis 
Prevost)
 si intitola 
"Magnifica Humanitas"
Pubblicata il 15 maggio 
2026, è un testo dedicato 
alla Dottrina Sociale 
della Chiesa e si 
concentra sulla custodia 
della persona umana 
nell'era dell'intelligenza
 artificiale e delle moderne 
tecnologie.













210. La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male, e va chiamato con il suo nome. Questo modo di descrivere la realtà che viviamo può apparire cupo o pessimista, ma ritengo che sia una denuncia necessaria. La prospettiva cristiana, però, non si esaurisce nel denunciare il male. Noi guardiamo la storia alla luce del Crocifisso Risorto, a cui il Padre ha dato «ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18). Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. E crediamo nella forza del Regno, che si sviluppa dalla piccolezza di un granello di senape, come un seme che, una volta seminato, germoglia e cresce (cfr Mc 4,26-32). Mentre il rumore della confusione ci circonda, il bene cresce silenzioso dalla terra. Con le parole del profeta: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).


211. Una lettura attenta della storia lo conferma. Anche nelle notti più buie, il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. La memoria dei santi e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla (cfr Gv 1,5). Per questo, essi servono il bene anche dove sembra avere l’ultima parola il dolore, sostenuti da una speranza teologale che dona alla realtà un orizzonte e una direzione.

Tutti possiamo fare la nostra parte


212. In questo punto, però, si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura).


213. Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo.

Disarmare le parole


214. Il primo contributo che possiamo dare a una civiltà più umana è fare attenzione alle nostre parole. «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Il potere delle parole è enorme e ne facciamo esperienza nella comunicazione quotidiana, quando qualcuno ci dice qualcosa che cambia il nostro stato d’animo, in positivo o in negativo. «La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra». Tutti dobbiamo quindi fare un esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi di cui sono impregnate e sull’aggressività, aperta o larvata, che le abita. Abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha.

Costruire la pace nella giustizia


215. Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia. «Esiste una stretta relazione tra la giustizia di ciascuno e la pace di tutti». Commentando il versetto del salmo «giustizia e pace si baceranno» ( Sal 85,11b), Sant’Agostino scrive: «Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia. Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!». Non stanchiamoci dunque di cercare la giustizia!

Assumere lo sguardo delle vittime


216. Ci sono situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”.  Quando siamo davanti a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa. Per questo non possiamo restare a livello di analisi astratte. Come ha ricordato Papa Francesco, dobbiamo “toccare la carne” di chi soffre: guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite. Gli eventi dolorosi hanno bisogno sia di storia che di memoria, l’una per cercare di raccontare i fatti, l’altra per testimoniare i vissuti.


217. Dare spazio, nell’informazione e nell’educazione, allo sguardo e alla voce delle vittime aiuta a diventare realmente consapevoli dell’abisso del male racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza; a non accettare come normale la logica del conflitto; a non volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana; e a restituire alle persone colpite la dignità di essere riconosciute e ascoltate. L’attenzione a queste voci alimenta la convinzione che, al di là di minoranze violente, l’umanità non desidera la guerra. La Chiesa può essere in modo speciale un luogo di memoria viva delle vittime. Come ricordava San Paolo VI, essa sente di dover far propria insieme la voce dei morti delle guerre passate e quella dei vivi che ne portano ancora le ferite, perché il loro grido diventi appello alla pace e alla concordia e non preludio a nuovi conflitti.

Coltivare un sano realismo


218. Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti tanto l’idealismo politico, quanto il cinismo. Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare. Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili.

Rilanciare il dialogo


219. Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto. Lo ricordava già Pio XII alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole.


220. Il dialogo è una dimensione ordinaria della vita umana, e non riguarda soltanto le relazioni tra gli Stati. Si tratta di acquisire un’attitudine a costruire legami di fraternità, fatti di ascolto, di sguardi sinceri, di tempo dedicato, persino di tempo perso insieme. Perché se facciamo esperienza dell’incontro autentico con l’altro, il diverso, lo straniero, il migrante, diventa molto più difficile anche solo immaginare la guerra.


221. A livello politico, è urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni diplomatiche diventino via ordinaria per affrontare i conflitti, come auspicava Giorgio La Pira: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano!». La consapevolezza di un destino comune dei popoli chiede che la cultura del negoziato diventi sempre più un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza.


222. A coloro che hanno l’onore e l’onere di governare, vorrei ripetere alcune parole che ho detto agli inizi del mio Pontificato: «I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano; perché passerà alla storia chi seminerà pace, non chi mieterà vittime; perché gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani: non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare. Rifuggiamo le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi». 


223. Nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Lo “spirito di Assisi”, suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di Papa Francesco – ad esempio nel dialogo con il Grande Imam di al-Azhar –, mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato.
La necessità della diplomazia e del multilateralismo


224. Nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Contro le comunicazioni impulsive, le retoriche aggressive e le logiche di potenza che segnano il nostro tempo, «la vocazione della diplomazia è quella di favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che non si riterrebbero legittimati a negoziare», usando fino allo stremo l’umiltà e la pazienza per ricucire i più tenui segni di buona volontà delle parti in conflitto, così da avviare una pacificazione.


225. Anche lo spazio cibernetico è diventato terreno di confronto: attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto. In questo ambito, poi, l’attribuzione delle responsabilità è spesso incerta: quando non è chiaro chi abbia colpito, cresce il rischio di reazioni sproporzionate, errori di valutazione e spirali di escalation. Per questo occorre una diplomazia capace di operare anche in questo nuovo ambiente, negoziando regole condivise sull’uso delle tecnologie digitali, proteggendo i civili e i più vulnerabili da forme di violenza invisibili ma non meno reali.


226. Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, restano strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore, sostenendo il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la tutela delle persone più vulnerabili, il disarmo e la cura del creato. Attraverso tali istanze la comunità internazionale può cercare di ridurre le disuguaglianze, difendere i diritti dei rifugiati e delle minoranze, liberare risorse dagli armamenti per destinarle alla promozione umana e proteggere la Casa comune. La Santa Sede sostiene e accompagna questo impegno, pur riconoscendo che la debolezza attuale dell’ONU e del sistema politico internazionale rivela la necessità di riforme profonde: non si tratta solo di aggiustamenti tecnici, poiché la crisi di convinzioni e di valori tocca anche i fondamenti etici della vita delle nazioni e rende più difficile orientare il multilateralismo al vero bene comune.


227. Nel contesto internazionale, la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico. È uno dei modi in cui la Santa Sede si pone a servizio dell’umanità, richiamando le coscienze alla carità e alla verità, difendendo la dignità di ogni persona e facendosi voce dei poveri, dei migranti e delle vittime delle guerre. In tal modo, la diplomazia pontificia esprime la cattolicità della Chiesa e contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore in cui anche le nuove tecnologie siano orientate al bene comune.


Pregare e sperare


228. Queste piste di impegno si nutrono della preghiera e la alimentano. Per noi, infatti, la pace anzitutto «proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente». Essa è un dono consegnato da Gesù ai suoi discepoli nel giorno di Pasqua: «La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Con queste parole ho salutato la Chiesa e il mondo nel giorno della mia elezione al soglio di Pietro, e desidero ripeterle per invitare tutti a chiedere questo dono. Non stanchiamoci di pregare per la pace e di impegnarci per realizzarla nelle nostre relazioni e nella società.


Conclusione

229. «Ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10): sono parole di San Paolo, che esorta i cristiani di Corinto a custodire l’unità. Carissimi fratelli e sorelle, ci siamo interrogati sul mondo che stiamo costruendo, chiedendoci che cosa voglia dire custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Al termine di questo percorso, desidero consegnarvi un itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente con cui abitare questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo. È un cammino che nasce dalla contemplazione del disegno di Dio, vive l’unità ecclesiale nutrendosi della Parola e dell’Eucaristia, costruisce il mondo nel bene e prega insieme con la Vergine Maria.

Il Verbo si è fatto carne


230. In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale.


231. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione: il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi. La carne del Figlio, povera e vulnerabile, richiama la carne di tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio;  e attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale: come potere di diventare figli di Dio, che si risveglia quando ci lasciamo toccare dal pianto dei piccoli, dalla fragilità degli anziani, dal silenzio delle vittime, dalla fatica di quanti lottano contro il male che non vorrebbero compiere. In questa carne ferita e amata, il Padre ci mostra la vera umanità di una vita che si compie nell’apertura e nella comunione, fino a farci desiderare che la sua volontà si realizzi come in cielo così in terra. 


232. Nelle promesse del transumanesimo e di alcune correnti postumaniste, che inseguono un’umanità potenziata e quasi disincarnata, riconosciamo un desiderio che ci riguarda: il bisogno di una vita più piena, meno esposta alla fragilità e alla sofferenza. L’Incarnazione apre però una via diversa. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza. Non c’è un momento o una condizione dell’umano che non sia degno di Dio: «Secondo l’insegnamento della nostra fede, abbiamo e adoriamo, nei nostri misteri, un Dio che nasce nella mangiatoia, un Dio che vive e viaggia nella Giudea, un Dio che muore sulla croce, un Dio morto che giace nel sepolcro». Il futuro dell’umanità trova così il suo criterio nella capacità di accogliere questo modo divino di farsi vicino, di condividere il peso del mondo, di trasformare dall’interno le relazioni. «O meraviglia […] l’uomo è Dio e questo Dio Uomo passa per tutti quei gradi, sopporta tutti quegli stati e li nobilita, li santifica, li deifica in se stesso!». Ciò che salva l’uomo è l’amore divino che scende fino al punto più fragile della sua storia e la rigenera dal profondo.


233. Per questo, come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità. La dignità che lo Spirito Santo scolpisce in ciascuno di noi si riconosce anche nella capacità di riflettere criticamente, di scegliere e di amare gratuitamente, di entrare in relazioni autentiche. Nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. È il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (cfr Ef 1,10). In questo disegno, nulla di ciò che è autenticamente umano andrà perduto, ma tutto verrà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarle al nulla e consegnarle, redente, al Padre.

Un solo corpo in Cristo


234. La spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore. L’Incarnazione e la Pasqua rivelano Dio che entra nella nostra condizione umana e la trasfigura nel dono di sé. Questo dono rimane presente e operante nell’Eucaristia, nella quale il Signore si comunica e raduna la Chiesa, perché la sua offerta diventi principio di unità e sorgente di vita nuova. Da questa comunione nasce anche la solidarietà cristiana, poiché l’«unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona». Come spiega Sant’Agostino ai nuovi cristiani della sua Chiesa, il pane e il vino sull’altare sono il sacramento dell’unità dei fedeli in Cristo: «Ciò che si vede ha un aspetto materiale, ciò che si intende produce un effetto spirituale. Se vuoi comprendere [il mistero] del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra ( 1Cor 12,27). Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen».

235. L’“Amen” che diciamo nella liturgia, il Corpo che mangiamo e il Sangue che beviamo, danno forma a tutta la nostra vita. L’Eucaristia «è l’incontro personalissimo col Signore e, tuttavia, non è mai soltanto un atto di devozione individuale». In essa si mostra visibilmente che noi «siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui. E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”». L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone.

Il cantiere del nostro tempo


236. La spiritualità che desidero consegnare è quella del “saggio architetto” che, animato dalla speranza del Regno di Dio, si impegna a costruire il mondo nel bene (cfr 1Cor 3,10). Come ho scritto al principio di questa riflessione, oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico. Al termine del percorso, il progetto di una civiltà dell’amore si delinea più chiaramente e il cantiere appare già avviato, soprattutto grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cfr 1Pt 2,4-6). In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace.


237. Restiamo fedeli alla verità! Vivendo immersi in flussi incessanti di informazioni, opinioni, immagini, sappiamo quanto sia facile orientare decisioni e preferenze attraverso algoritmi sempre più raffinati. In questo scenario è importante custodire un cuore che ama la verità, che desidera ciò che è giusto più dei contenuti di maggiore richiamo, che cerca la sapienza più dell’impatto immediato. La verità che non dobbiamo perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha rivelati. Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo. Coltiviamo invece quello che Papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato. La fedeltà alla verità chiede di integrare le possibilità offerte dalla tecnica in un cammino di sapienza, capace di custodire insieme la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune.


238. Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo. Dobbiamo educarci a considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare, che richiede missionari generosi e maturi nella fede. In modo particolare, poi, servono adulti che riscoprano la loro vocazione di artigiani dell’educare, disponibili a un lavoro quotidiano, paziente, sostenuto da alleanze educative ampie e condivise. Accompagnare bambini e ragazzi a usare le tecnologie come spazio di relazione responsabile, aiutandoli a riconoscerne i rischi e a scegliere ciò che fa crescere la libertà interiore, rappresenta oggi una forma concreta di carità e di salvaguardia della loro dignità. Educare le nuove generazioni a credere che l’evoluzione delle tecnologie non segue un percorso inevitabile, ma può essere orientata dalla responsabilità personale e collettiva, costituisce uno dei servizi più preziosi al bene comune.


239. Curiamo le relazioni! In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale.


240. Amiamo la giustizia e la pace! Le stesse tecnologie che facilitano la comunicazione e l’accesso alle risorse possono sostenere modelli che sfruttano i più vulnerabili, alimentano nuove schiavitù, trasformano il conflitto in occasione di profitto. Ogni scelta tecnica o economica si trasforma in luogo di discernimento spirituale, occasione per verificare se i progressi dell’IA aprano spazi di giustizia e partecipazione oppure concentrino ricchezza e potere nelle mani di pochi. Invito a guardare con lucidità le filiere della produzione digitale, le condizioni di lavoro nascoste dietro i nostri dispositivi, i meccanismi che traggono vantaggio dalla manipolazione e dalla guerra e, allo stesso tempo, a cercare vie concrete per far crescere equità, partecipazione e cura del creato. La speranza che annunciamo viene dal cielo «per generare, quaggiù, una storia nuova»: proprio per questo chi crede si impegna perché, al posto delle disuguaglianze, trovi spazio una maggiore giustizia e perché «invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace».


241. Guardando al domani, desidero richiamare l’immagine di Neemia, che all’inizio di questo percorso abbiamo scelto come compagno e figura-guida. Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere.


242. L’immagine della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento, della città santa che ci viene, anzitutto, data in dono. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono per tutto il popolo di Dio, «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). Le mura di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi della Sposa dell’Agnello. Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni. La presenza di Dio offre a tutti luce e vita. La città è un nuovo Eden, con la sua acqua viva donata agli assetati e con il suo albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni» (Ap 22,2). Nell’attesa del suo compimento, questa visione sta davanti a noi come un’esortazione, un appello a superare le nostre divisioni e a lavorare insieme: questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre.

Il canto della speranza: il Magnificat


243. Il quarto punto di questo programma di vita cristiana, dopo la fede che contempla il disegno di amore del Padre, la carità che ci unisce in un unico corpo ecclesiale, la speranza che sostiene il nostro agire nel mondo, è la preghiera. Il canto di Maria accompagna il nostro impegno. Davanti a Elisabetta che le annuncia che è diventata la madre del Signore, Maria esplode in un inno di lode e di gioia: la sua anima magnifica il Signore e il suo spirito esulta in Dio suo salvatore, perché Egli ha scelto per il suo disegno di salvezza una ragazza giovane, povera, piccola. D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già disperso i superbi, rovesciato i potenti, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. Egli ha già soccorso Israele, suo servo. Dio «si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare “i superbi, i potenti e i ricchi”. Eppure la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi».


244. La Vergine Maria non solo ci insegna a vedere l’invisibile opera di Dio, ma indirizza anche il nostro sguardo «sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati», educandoci «ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco». Così, la Vergine diventa «poetessa e profetessa della redenzione», perché dalle sue labbra sgorga «l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat; è Lei che rivela il disegno trasformatore dell’economia cristiana, il risultato storico e sociale, che tuttora trae dal cristianesimo la sua origine e la sua forza». 


245. Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno. Nella fedeltà umile di ogni giorno, anche il tempo dell’IA può diventare un passaggio in cui lo Spirito fa maturare la civiltà dell’amore nella nostra vita: il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione. Affido questo desiderio alla Madre di Cristo, alla donna del Magnificat, perché accompagni i nostri passi nel presente che cambia e custodisca in ciascuno di noi la fiducia nel Vangelo, così che possiamo testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio.


Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 maggio dell’anno 2026, secondo del mio Pontificato.