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mercoledì 19 agosto 2026

L’amico cane (21)

 I cani non sono tutti uguali:

Cosa sapere su razze e personalità.

Quando gli esseri umani hanno iniziato la loro vita con il cane, hanno capito che questi avrebbe potuto affiancarli nella vita e nelle attività di tutti i giorni: nella caccia, nella cura degli armenti, nella guardia, nella guerra,  nell'intrattenimento, nelle arene da combattimento, nei cinodromi, nei circhi. 
Hanno iniziato così a selezionare gli esemplari che più si adattavano ai diversi ruoli. È così che sono nate le razze. Ed è per questo che tutti i cani si assomigliano ma non sono tutti uguali.

Conoscere le caratteristiche delle diverse razze è importante quando si decide di avviare una convivenza con uno o più cani.
 La selezione sempre più spinta effettuata nel corso dei secoli ha fatto sì che si creassero cani con forti specializzazioni, a cui corrispondono però esigenze etologiche (comportamentali), che possiamo considerare anche come bisogni o desideri  che tenderanno ad emergere nel corso della loro vita, anche se nelle nostre famiglie non saranno impiegati per la caccia, per la custodia o la conduzione di greggi o mandrie, per la guardia della proprietà. 

Le motivazioni di razza determinano il comportamento, in aggiunta al contesto sociale che a sua volta lo influenza e lo modifica. Sapere cosa desidera dentro di sé un cane di una razza selezionata per la caccia o per altri scopi, anche se per noi sarà semplicemente un compagno di vita, ci aiuterà a gestirlo nel migliore dei modi. 

Come?  Riconoscendo i suoi bisogni e desideri e assecondandoli il più possibile, seppure in un modo diverso e compatibile con le nostre vite moderne. Possiamo avere un segugio anche se non andiamo a caccia, un pastore maremmano abruzzese anche se non abbiamo pecore da proteggere. L’importante è creare le condizioni perché il cane si senta appagato e non viva con ansia o frustrazione la repressione di quelli che, ancora una volta semplificando, potremmo definire i suoi «istinti».

Ottant’anni di Repubblica

 

La nostra e’ una repubblica
parlamentare unitaria, fondata
ufficialmente il 2 giugno 1946
a seguito del referendum
istituzionale. Legge fondamentale
e’ la Costituzione della 
Repubblica Italiana, entrata
in vigore il 1’ gennaio 1948.


La Repubblica Italiana fu voluta nel 1946 soprattutto dai partiti antifascisti di massa del Centro-Nord (in particolare socialisti, comunisti e repubblicani) e dal voto popolare delle regioni centro-settentrionali, a fronte di un forte orientamento monarchico concentrato invece nel Mezzogiorno.

 Il Partito Socialista, il Partito Comunista e il Partito Repubblicano fecero una campagna decisa e netta per la soluzione repubblicana, legandola alla rottura totale con il fascismo.

 La DC lasciò libertà di coscienza ai propri elettori, sebbene il leader Alcide De Gasperi e una parte rilevante del partito scelsero e favorirono l'opzione repubblicana per garantire una transizione democratica stabile.

 Per l’esito in favore della Repubblica fu fondamentale la partecipazione di massa al primo voto a suffragio universale, con il forte contributo delle donne italiane che votarono per la prima volta a livello nazionale.

 Il Centro-Nord fu il vero motore della vittoria della Repubblica (12.717.923 voti totali a livello nazionale contro i 10.719.284 della monarchia), grazie a una forte mobilitazione popolare e operaia segnata dall'esperienza della Resistenza. 

 Il Meridione espresse, in netta maggioranza, la preferenza per la conservazione della Monarchia, percepita come elemento di continuità e stabilità, avendo esso meno subito le devastazioni dirette dell'occupazione e della guerra civile del nord.

= = = 

Ci proponiamo di riportare sul blog, con frequenza, situazioni e fatti su “Ottanta Anni di Repubblica Italiana”.

Studi Prestigiosi. Stando ai giornali

 

Non c'è nessun ateneo italiano tra i migliori cento al mondo, ma se ne contano almeno 42 se si considerano i migliori mille. 

 Bisogna scendere al 153esimo posto nel ranking mondiale per trovare la prima italiana, che anche quest'anno è La Sapienza di Roma.

  Le migliori 10 università al mondo:

1. Università di Harvard (Usa)

2. Università di Stanford (Usa)

3. Massachusetts Institute of Technology (Usa)

4. Università di Cambridge (Regno Unito)

5. Università della California, Berkeley (Usa)

6. Università di Princeton (Usa)

7. Università di Oxford (Regno Unito)

8. Università della Columbia (Usa)

9. Università di Chicago (Usa)

       10.     Istituto di Tecnologia della California (Usa).

L'Europa continentale è guidata dall'Università Paris-Saclay al 13esimo posto, seguita dal Politecnico di Zurigo al 19esimo. Mentre il Paese con il numero più alto di università nel ranking è la Cina, che vanta 234 atenei tra i primi mille al mondo. Seguono gli Stati Uniti con 187. Numeri più bassi guardando all'Europa: il Regno Unito ne conta 57, la Germania 51, l'Italia 42.


L'elenco delle università italiane nel ranking

1. La Sapienza di Roma (153esimo posto)

2. Università di Padova

3. Politecnico di Milano (dal 201esimo posto al 300)

4. Università di Bologna

5. Università Statale di Milano

6. Università Federico II di Napoli

7. Università di Pisa

8. Università di Torino

9. Università di Firenze (tra il posto 301 e il 400)

Università di Milano Bicocca

Università di Trento

Università La Cattolica Sacro Cuore (tra il posto 401 e il 500)

Università di Bari

Università di Catania

Università di Genova

Università di Pavia

Università di Roma Tor Vergata

Università degli Studi del Campania Luigi Vanvitelli (tra il posto 501 e 600)

Università di Palermo

Università di Perugia

Università Vita-Salute San Raffele

Università di Brescia (tra il posto 601 e 700)

Università di Ferrara

Università di Parma

Università di Trieste

Università di Verona

Politecnico delle Marche (tra il posto 701 e 800)

Politecnico di Bari

Politecnico di Torino

Scuola Normale Superiore di Pisa

Università della Calabria

Università di Modena e Reggio Emilia

Università di Siena

Università di Cagliari (tra il posto 801 e 900)

Università di Chieti-Pescara

Università di Messina

Università del Salento

Università di Salerno

Università Humanitas (tra il posto 901 e 1000)

Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

Università degli Studi del Piemonte Orientale

Università dell'Aquila


martedì 18 agosto 2026

Aree interne dell’Isola (4)


Contessa Entellina vive un
forte spopolamento, con
tassi di case vuote o non
abitate che come in molti
 piccoli centri interni
della Sicilia raggiungono
o superano il 50-60% a
causa dell'emigrazione
giovanile e non, e del
generale calo
 demografico.

Il rimedio non è 
di certo il destinare
risorse pubbliche
a feste e festicciole,
ossia sperpero di
risorse.

Aree interne, addio: 

Come ripopolarle?

Le aree interne della Sicilia affrontano una grave crisi strutturale. Sono tutte caratterizzate da isolamento viario, mancanza di occupazione stabile e spopolamento demografico e questa realtà spinge migliaia di giovani a emigrare, desertificando paesi e borghi rurali/montani tra Madonie, Nebrodi, Sicani ed entroterra ennese e nisseno.

1) Le arterie provinciali e comunali presentano interruzioni, frane croniche e manutenzione quasi assente, anzi assente.

2) Spostarsi verso i poli ospedalieri o universitari della costa richiede tempi lunghi e disagevoli.

3) Le opportunità lavorative dignitose sono ridotte al lumicino, limitate a un'agricoltura spesso tradizionale e non sempre ammodernata e redditizia.

4) I giovani con titoli di studio superiori (universitari)  o professionali lasciano l'isola per il Nord Italia o l'estero in direzione della Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna.

5) Nei  paesi dell’entroterra, che includono la nostra Contessa Entellina, restano solo gli anziani, rendendo insostenibile il welfare locale.

6) Per la Cgil Sicilia ricade nelle “aree interne” il 39,6% del territorio isolano e però vi risiede l’11% della popolazione (Istat 2025). Nelle cinque zone della prima Snai il calo demografico, dal 2014 al 2025, è proseguito, più marcato sui Nebrodi con – 10.412 abitanti, meno nelle Madonie (- 770) . Il Calatino ha perso 6.577 abitanti, la valle del Simeto 4.091, le terre Sicane 6331. Al calo demografico si è accompagnata la diminuzione delle istituzioni scolastiche, con punta del 53,84% nelle terre Sicane.

“In queste aree- ha detto Gabriella Messina, segretaria confederale Cgil Sicilia- le difficoltà infrastrutturali, dalla rete viaria alle connessioni digitali, continuano a rappresentare uno dei principali fattori di svantaggio. Esse contribuiscono a determinare quel deficit di cittadinanza, insieme alle carenze del sistema sanitario, del servizi sociali e delle strutture deputate all’istruzione, che causano lo spopolamento”. 

(Segue)
  • Ed è nata l’industria del riposo (1)

    Il modo di viaggiare degli
    italiani ha subito una
    metamorfosi profonda
    negli ultimi sessant'anni,
    trasformando il concetto
    stesso di vacanza. Il
    passaggio 
    dalla
    villeggiatura degli
    anni Sessanta al viaggio
    agostano dei nostri
    giorni
     riflette non solo
    un cambiamento nei trasporti
    e nell'economia, ma una vera
    e propria rivoluzione
    antropologica e culturale.






     Fino a qualche decennio fa si parlava di 

    “Villeggiatura”, oggi, in alcuni ambienti sociali

    si parla di “Viaggi agostani”.

    I viaggi di piacere hanno smesso di essere prerogativa delle classi alte fin da più decenni, quando il migliorato tenore di vita e i mezzi di trasporto via via più celeri e confortevoli consentono ormai di spostarsi a masse crescenti di persone.

    Fino ad allora solo chi aveva denaro e cultura si era dedicato ai viaggi preferendo località salubri per ritemprare il fisico e paesi lontani per arricchire le proprie conoscenze. Gli imperatori romani e il patriziato, grandi estimatori delle lunghe vacanze, avevano costruito ville sontuose al mare o in campagna: Tiberio si ritirava a Capri, Adriano a Tivoli e così via. 


    Ville suburbane accoglievano d'estate i signori rinascimentali in fuga dall'afa della città; la massa si spostava solo per qualche pellegrinaggio religioso o per tornare al paese d'origine a trovare i parenti.


     In effetti, fino agli anni Cinquanta del Novecento chi godeva delle ferie, non disponendo di mezzi adeguati, evitava alberghi e pensioni: la famiglia contadina, una fitta rete di «compari», amici d'infanzia, colleghi di lavoro offrivano la loro ospitalità, che veniva poi ricambiata in città per quanti di loro dovessero andarvi.


     Chi poi non aveva nessuno a volte partiva accampandosi in zone non troppo distanti dal luogo di residenza: è il caso di molte famiglie sarde o siciliane che dai paesi montani dell’interno, ossia al centro delle due Isole, scendevano al mare, nelle incantevoli spiagge.


    Piccoli nuclei di pescatori e sperdute località montane divennero via via vere e proprie cittadine grazie alle ville che i borghesi benestanti vi andavano costruendo e agli alberghi lussuosi che cominciavano a sorgere: cosi nacquero San Remo, Forte dei Marmi, Cortina d'Ampezzo e qualcosa di molto più vago nella nostra Sicilia.


    Le famighe partivano sulle prime auto rombanti alla media di 40, 50 km l'ora; essendo ancora molte le strade non asfaltate (come in fondo ancora oggi da noi, in più ambiti siciliani), si sollevava un gran polverone e ci si riparava con lo «spolverino», sorta di soprabito leggero che insieme agli occhialoni e alle sciarpe proteggeva.


    Non eravamo, ancora, proprio al turismo di massa.


    (Segue)

    Invecchiare … e’ vivere

    La vecchiaia non deve far paura
    Finché il nostro corpo e la nostra
    mente cambiano, significa che
    siamo biologicamente attivi e
    stiamo accumulando esperienza,
    ricordi e consapevolezza.
    La scienza moderna e la medicina
    non vedono più il passare degli anni
    come una passiva rassegnazione,
    ma promuovono il concetto di 
    invecchiamento attivo
    . Per fare
    in modo che questo viaggio sia
    pieno e soddisfacente, la ricerca
    scientifica suggerisce di agire su
    alcuni pilastri fondamentali
    della longevità’.


    Accettare lo scorrere del tempo
    permette di valorizzare la propria
    storia personale, le competenze e
    i successi, trasformando ogni
    anno in più in una conquista e
    non in una perdita.



    E’ capitato leggere che dall’anno Mille fino ai primi del Novecento la durata media della vita non ha mai superato i quarant’anni. Poi nel corso del Novecento si è avuto il grande balzo in attesa di altri insperati traguardi.

     Dopo millenni di relativa stabilità, l’esistenza ha compiuto un grande salto: i centenari che nel Novecento rappresentavano un’eccezione, ora ai nostri giorni si contano a migliaia. Siamo, ai nostri giorni, al punto di ritenere che la morte di un ottantenne viene ritenuta prematura ed avviene più per malattia che per usura fisiologica.

     Gli esperti ci spiegano che la decadenza di certe funzioni (al livello corticale, alla parte più esterna di un organo) si è spostata sensibilmente più avanti. Si ritiene, in linea generale, che il sessantacinquenne che va in pensione ha ancora da vivere almeno una ventina di anni. 

     A fronte di questo quadro umano si ha che una significativa fascia di popolazione che rischia di trovarsi classificata “vecchia” e inoltre individualmente “sola”. Esistono fasce di popolazione che seppure pluriottantenne non conoscono cosa significhi “pensionamento”, specialmente nel mondo della politica (=gerontocrazia). Vero è che gli antichi (Platone, Plutarco …) additavano come ideale per gli anziani proprio l’attività politica (perché dotati di esperienza, equilibrio, distacco, ragionevolezza). Questa visione, ai nostri giorni non si può sicuramente generalizzare. Sono stati grandi politici anziani Churchill, De Gaulle, Pertini e qualche altro personaggio, ma le stature politiche quando vengono fuori non dipendono dalle età.

    (Sul tema, contiamo di dover ancora riflettere)

    lunedì 17 agosto 2026

    Il gusto della riflessione (17)

    Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare.

    =  =. =  « il senso della vita». 

    = = =   «Si vive senza capire granché, 

    quando si afferra il senso della vita 

    è ora di morire». 


    = = = «Anch’io sono vissuto a lungo 

    senza capire granché. 

    È il mio più profondo rammarico; 

    ora so che la vita s’impara e va un po’ meglio, 

    però s’è fatto tardi»

    ____

    Corrado Augias (Roma, 
    26 gennaio 1935) è uno dei 
    più autorevoli 
    giornalisti, 
    scrittori e conduttori 
    televisivi italiani, noto 
    per la sua profonda cultura 
    e la sua attività di 
    divulgazione. Nella sua 
    lunghissima carriera è 
    stato anche autore teatrale
     ed ex europarlamentare.


    Quella riportata è la confessione di Corrado Augias, posta a conclusione del suo libro La vita s’impara. Quella di Corrado Augias non è un’autobiografia in senso ortodosso, è piuttosto un racconto che ha il calore e l’empatia della conversazione tra amici, che ci insegna che la vita s’impara soprattutto se non si perdono curiosità intellettuale e passione civile

    Per dirla con l’autore, e’ un libro che restituisce «l’educazione di un italiano». Lo scrittore e giornalista, 91 anni, conduttore di trasmissioni tv come «La torre di Babele» su La7, attraversa la trasformazione dell’Italia: «Siamo stati i derelitti figli di un Paese prima occupato e oppresso poi liberato, sempre però a opera di eserciti stranieri che sono andati per anni su e giù per la penisola come accadeva nell’Italia del Cinquecento, quella terribile descritta da Guicciardini e da Machiavelli». 

    «Accanto agli eroi dei busti e dei monumenti, ho cominciato a considerare gli oscuri protagonisti della vita quotidiana, quelli che ogni mattina escono da casa, affrontano un viaggio disagevole su trenini scassati perché sentono di avere un dovere da compiere. Quelli che in un ufficio di poca importanza, con una mansione di poca importanza, fanno il loro dovere meglio che possono». Nessuno li chiama eroi: «Infatti non lo sarebbero — se però l’Italia fosse un Paese diverso, se quelli che il loro dovere invece lo scansano fossero oggetto di una qualche sanzione anche solo morale. Invece, proprio la modestia dell’esempio da loro offerto può farli considerare eroi».



    Riflessioni di Economia e Storia economica (3)

    Il crollo di Costantinopoli
    del 29 maggio 1453
     da
    parte dell'Impero Ottomano
    è la causa diretta della
    diaspora degli arbëreshë
     
    (gli albanesi d'Italia).
    Con l'avanzata turca nei
    Balcani dopo la caduta
    dell'Impero Bizantino e la
    morte dell'eroe nazionale
    Giorgio Castriota
    Scanderbeg, migliaia di
    albanesi lasciarono le
    proprie terre per rifugiarsi
     nell'Italia meridionale a
    partire dal XV secolo.
    Sotto la guida di
    Scanderbeg, gli albanesi
    opposero una lunga
    resistenza. Dopo la sua
    scomparsa (1468), la
    pressione turca
    divenne insostenibile.

    Intere comunità
    attraversarono l'Adriatico.
    Si stabilirono in regioni
    come la Calabria, la
    Sicilia, la Puglia e il
    Molise, fondando o
    ripopolando villaggi.


    Sistemi economici da esplorare

    Perché quegli arbereshe del XV secolo

    vollero venire nella Sicilia feudale?

     (In questa e nella prossima pagina ci intratterremo sulla crisi dell’Impero Romano d’Occidente prima e di quello d’Oriente dopo. E’ dal crollo di Costantinopoli che coglieremo conseguenze sia politiche che socio-economiche).

    -  -  -

    I 15.000 km di confini che cingevano l'impero romano diventavano sempre più difficili da difendere perché la crisi demografica si faceva sentire anche nell'esercito che era composto prevalentemente di stranieri mercenari, mentre i barbari, popoli forti e fecondi, con antichi conti di sfruttamento da regolare, facevano crollare le difese in più punti e invadevano le terre saccheggiando e seminando la morte.


    Scarseggiavano ormai anche gli artigiani, i contadini, i commercianti; già Caracalla in passato aveva dato la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi per poter riscuotere più tasse, ma l'espediente non bastava a colmare il deficit di un impero in rovina. Si era anche concessa la terra libera a chiunque avesse il coraggio di coltivarla, ma ben pochi si esponevano al duro lavoro per vedersi portar via il raccolto dalle truppe nemiche.


    Terrorizzati, i servi trovavano protezione presso un signore di quelle «villae» che erano possedimenti autosufficienti, muniti di torri e mura, con un esercito privato e proprie carceri. Il signore non accettava incarichi sociali, non pagava le tasse, viveva per sé producendo quanto gli occorreva: utensili, cibo, abiti, persino i mattoni. Per non cadere nei tranelli di monete inaffidabili, riprese il sopravvento lo scambio in natura. I commerci erano così ridotti al minimo anche perché la rete stradale in dissesto consentiva lenti spostamenti: in un giorno si coprivano appena 35 km e le navi stavano in mare per anni.


    L'imbarbarimento della popolazione era evidente anche nei costumi: si vedevano capelli lunghi, calzoni e vesti di pelliccia inutilmente vietati dagli imperatori. Costantino, il primo imperatore che aveva concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313, mantenne unito il territorio romano e nel 330 pose la capitale a Costantinopoli, così fu chiamata dal suo nome Bisanzio, la città sorta nel VII secolo a.C. come colonia greca sul Bosforo. Essa aveva tutte le prerogative per diventare un imprendibile faro di civiltà: la posizione strategica al centro di estesi traffici commerciali con l'Oriente e l'Occidente, un ampio porto e difese naturali su tre lati. Infatti fu la città più progredita e opulenta del mondo per un millennio e nessuno dei popoli invasori riuscì a entrarvi, tranne i Crociati nel 1204. E … però!

    (Segue)

    Parole frequenti sui media

     

    Valter Lavitola è stato
    arrestato
     con l'accusa di
    essere il mandante
    dell'attentato dinamitardo
    (una bomba esplosa nei
    mesi scorsi) contro
    l'abitazione del giornalista.
    Durante un lunghissimo
    interrogatorio di garanzia
    davanti al GIP di Roma,
    Lavitola ha confessato
    una verità paradossale.
    Secondo l'imprenditore, il
    gesto serviva a far innalzare
    i sistemi di protezione e la
    scorta del giornalista, a
    suo dire in grave pericolo a
    causa di altre minacce.
    Report

    È uno storico programma televisivo di giornalismo d’inchiesta, nato nel 1997 su Rai 3 per iniziativa di Milena Gabanelli. Dopo la fase iniziale come Professione Reporter su Rai 2 (1994-1996), è diventato uno dei principali programmi d’inchiesta della tv pubblica.

    Per i pm, Sigfrido Ranucci è solo vittima dell’attentato alla sua villetta. È vero, anche per la gip Moricca era inconsapevole e manipolato dall’astuto mandante. Ma più passano i giorni, più il Lavitola-gate sparge imbarazzi e accuse, anche tra gli estimatori del giornalista.

    Il caso galvanizza Fratelli d’Italia, che rilancia sui social le parole con cui Elly Schlein, in inglese, da Bruxelles, esprimeva solidarietà a Ranucci concludendo: «La democrazia e la libertà di parola sono a rischio quando l’estrema destra è al governo».


    domenica 16 agosto 2026

    Letteratura: Origini linguistiche

     Ex linguis gente, non ex gentibus linguaeexortae sunt

    (Dalle lingue si sono formati i popoli, non dai popoli le lingue).

    Isidoro Di Siviglia

    =. =.  =Le nuove lingue nate dal latino

    Testo di Francesco Sabatini/ (Pescocostanzo, 19 dicembre 1931) è un linguista, filologo e lessicografo italiano, presidente onorario dell'Accademia della Crusca.

    La formazione delle lingue romanze è un fenomeno di vasta portata, che può essere compreso soltanto se ricollegato al processo di trasmissione dell’eredità linguistica e culturale latina dal mondo antico all’Europa Medievale. Tale processo coinvolge, oltre alle popolazioni  direttamente discendenti dagli abitanti dell’Impero Romano, in particolare anche la grande famiglia dei popoli germanici, venuti presto in contatto col mondo romano  e diventati via via partecipi della sua civiltà.

     Osservando il piano dei fatti linguistici, nei quali sempre si riflette la complessa dinamica  di fatti sociali, politici, culturali generali, emergono due aspetti contrastanti, ma connessi nella vicenda storica del latino: da una parte la profonda trasformazione del latino parlato, dall’altra la persistenza e fissità del latino “letterario”  di età classica nella tradizione scritta. Alla genesi e agli sviluppi di questo dualismo  linguistico bisogna risalire  per tracciare  adeguatamente la prospettiva delle origini romanze.

     Sia a causa della normale più rapida evoluzione dell’uso linguistico vivo, sia per l'influenza che su di esso avevano esercitato le varie lingue dei popoli via via assoggettati dai Romani (le lingue di "sostrato"), il latino parlato - o  "volgare", nel senso di comunemente usato — presentava già nell'età classica sensibili differenze rispetto a quello fissato dalla tradizione scritta letteraria. Presto la distanza andò aumentando fortemente, per effetto dei rivolgimenti che si producevano nella società e nella cultura romana, soprattutto con l'avvento del cristianesimo e con la crescente infiltrazione di altre popolazioni nell'Impero. Questo progressivo e alla fine incolmabile distacco tra il latino parlato e la sua forma scritta sancita da una formidabile tradizione letteraria emerge da una fitta serie di testimonianze. Accanto alle prove dirette che ci forniscono le scritture dei semicolți (dai graffiti pompeiani ad alcune lettere di soldati) e alle trasposizioni a fini d'arte che si colgono per esempio nel Satyricon di Petronio, si pongono le dichiarazioni di grammatici e scrittori, rivelatrici di una crescente tensione nei confronti di tale problema. Nella seconda metà del I secolo Quintiliano poteva già notare una differenza intrinseca tra il parlare comune e la lingua colta (Mihi aliam quandam videtur habere naturam sermo vulgaris, aliam viri eloquentis oratio). Ma, al passaggio tra il IV e il V secolo, san Girolamo si trovò a constatare che ormai il latino si trastormava giorno per giorno da un luogo all'altro (Cum ipsa latinitas et regionibus quotidie mutetur et tempore) e sant'Agostino giungeva a scegliere forme volgareggianti, ancorché censurate dai grammatici, per farsi comprendere dalla gente comune (Sic etiam potius loquamur: melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi). Finché, due secoli dopo, Gregorio di Tours si dichiara incapace lui stesso di adoperare correttamente, pur volendolo, il latino della tradizione.Al disfacimento dell'assetto sociale e infine anche dalla compagine statale dell'Impero corrispondeva ormai una reale separazione delle due correnti linguistiche: queste erano separate da differenze strutturali che investivano tutti i piani del sistema, dalla fonologia alla morfologia, alla sintassi e al lessico.

    Al momento della caduta dell'Impero d'Occidente si erano create certamente fratture linguistiche notevoli nel territorio latinizzato e forse si erano già delineati tre rami di latinità: il ramo occidentale, esteso ai territori iberico e gallico (compresa l'intera Italia alpina e padana); il ramo orientale, esteso all'Italia peninsulare, alla Sicilia e alla penisola balcanica; il ramo, assai più esile, che possiamo chiamare centrale o Tirrenico, circoscritto alla Sardegna e forse alla Corsica. A questi rami si riconducono i numerosissimi "dialetti (termine venuto in uso ben più tardi, nell'Italia rinascimentale) ' che coprono ancora oggi il territorio della Romania residua.

    Da vasti territori, intanto, il latino era stato o stava per essere estirpato del tutto: nella metà sud-orientale dell'Impero prese via via il sopravvento, anche come lingua ufficiale, il greco; l'area renana e quella britannica stavano subendo la germanizzazione; la fascia nord-africana sarebbe stata deromanizzata tra il VII e l'VIII secolo per effetto dell'invasione araba; una buona parte della penisola balcanica avrebbe subito di li’ a poco la stessa sorte con la calata delle popolazioni slave.

    Al di sopra degli sconvolgimenti prodotti nell’assetto linguistico di base dai movimenti etnici, si conservava però la tradizione unitaria del latino scritto: eredità preziosa della civiltà romana, strumento insostituibile per assicurare, sia pure attraverso esili fili, la comprensione del messaggio di quella civiltà e per attuare, nell'intero ambito dell'Europa romano-germanica, la comunicazione nella sfera della cultura intellettuale e dei rapporti giuridici, diplomatici ed ecclesiastici, e perciò strumento ricercato e via via acquisito anche dall'aristocrazia dei dominatori. Ma ormai questo latino, non più organicamente connesso con l'uso vivo della lingua, veniva appreso solo attraverso l'istruzione, in forme quanto mai irrigidite e al tempo stesso ibride, perché soggette nelle varie aree all'influenza incontrollata del parlato locale.

    La domenica è fatta per riflettere

     

    Applicare l’analisi semiotica a
    questo libro del Nuovo
    Testamento, “Gli Atti degli
    Apostoli”, significa analizzare
    le strategie narrative di San
    Luca, i ruoli degli attanti
     (=i soggetti, come Pietro
    e  Paolo) e la progressione
    del racconto da
    Gerusalemme a Roma
    senza fermarsi solo
    alla cronaca storica.





    Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”

    Procedimenti compositivi

    La struttura

    Una rilettura delle quattro tappe in chiave semiotica (= semiotica è la disciplina che studia i segni, il loro significato e il modo in cui comunichiamo) vuole significare analizzare parole, immagini, gesti e oggetti per capire come creano senso nella nostra vita, è stata proposta da L. Panier, il quale vi applica le quattro fasi che caratterizzano ogni racconto:


    1) il contratto: momento in cui il "destinatore" insedia l"eroe" (o soggetto agente) per realizzare un determinato "programma" (cc. 1-5 = progetto apostolico);


    2) la competenza: momento in cui l'eroe" acquisisce la "competenza" e i mezzi o i poteri per "fare", cioè per realizzare il "programma" (cc. 6-12 = diversificazione ed estensione del programma apostolico);


    3) la performance: momento in cui l''eroe" realizza il "programma" affrontando e dominando l'anti-eroe" (o anti-soggetto) (cc. 13-20 = missione di Paolo); 


    4) La sanzione (o riconoscimento): momento in cui l'eroe" viene riconosciuto e viene valutata la realizzazione del "programma" (cc. 21-28 = processo di Paolo, da Gerusalemme a Roma).


    Il semiologo e teologo francese Louis Panier (1945–2012), e’ noto per i suoi studi di semiotica del discorso, in particolare applicata all'analisi dei testi biblici e religiosi. E’ stato Professore di semiotica all'Université Lumière Lyon 2.

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    LA LITURGIA BIZANTINA e 

    valore pedagogico.


    La liturgia della tradizione bizantina secondo alcuni autori, nell’ispirazione e nelle celebrazioni si accosterebbe alle celebrazioni sinagogali, e vorrebbe costituire una sintesi dell’Oriente e dell’Occidente, del genio semitico e del genio greco. Molto più elaborata della liturgia latina tradizionale, essa inserisce letture e reminiscenze bibliche, di cui è intessuta, in un commentario dottrinale e spirituale molto ampio. Tutta la teologia dei Padri, tutti i dogmi dei concili ecumenici  si sono tramutati in un immenso poema liturgico, ora vertiginoso “lirismo metafisico”.

    L. Bouyer, è’ stato presbitero e teologo francese 

    appartenente alla Chiesa cattolica

    sabato 15 agosto 2026

    Agricoltura in crisi

     Caldo senza precedenti

    L'agricoltura europea sta
    affrontando una crisi
    strutturale senza precedenti
    a causa del caldo estremo
    e della siccità prolungata.
     
    Le ondate di calore record e la
    carenza idrica stanno decimando
    i raccolti estivi in tutto il
    Continente, spingendo le
    istituzioni dell'Unione Europea
    e le associazioni di categoria
    a lanciare l'allarme per la
    sicurezza alimentare e la stabilità
     economica del settore. Secondo
    le stime correnti, l'impatto
    economico complessivo delle
    anomalie climatiche estive
    rischia di costare all'UE circa 
    180 miliardi di euro, una
    cifra pari all'1,1% del PIL
    dell'intero blocco.


    L’ondata di caldo di quest’estate potrebbe costare all’agricoltura italiana più di 1,5 miliardi di euro di danni, secondo Confagricoltura e Cia. Tra caldo estremo, grandine e roghi la «tassa» del clima ha già superato i tre miliardi di euro, secondo una stima di Coldiretti. 

     La siccità ha colpito il 60% del territorio italiano. Confagricoltura calcola che stia determinando una contrazione del 10% delle colture di riso, un calo del 9% della produzione di grano duro e del 5-10% dell’ortofrutta.

      Secondo il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti. «Per proteggere il settore e la sovranità alimentare ci sono tre priorità: infrastrutture idriche resilienti, diffusione dell’irrigazione di precisione e più ricerca varietale, tecniche di adattamento e coperture del rischio climatico», aggiunge Cristiano Fini, presidente di Cia. Coldiretti chiede di «accelerare sul piano invasi con sistema di pompaggi, per raccogliere l’acqua nei periodi di maggiore disponibilità e utilizzarla quando serve».

     Le temperature costantemente sopra la media favoriscono la diffusione di malattie e insetti dannosi per le piante, aggravando lo stress biologico delle colture.

     I danni economici dell’ondata di caldo estremo di questa estate non riguardano solo il settore agricolo. Secondo uno studio della Triodos Bank il caldo estivo rischia di costare all’Ue circa 180 miliardi di euro, pari all’1,1% del Pil del blocco. E l’Italia è il Paese che, dopo la Francia, rischia di pagare il prezzo più alto.