Nella Costituzione italiana, la dignità umana non è racchiusa in un singolo articolo-manifesto, ma costituisce il vero e proprio filo conduttore e valore fondante dell'intero ordinamento repubblicano. Pur non essendoci una formula assoluta e generale come in altre carte coeve (ad esempio la Legge Fondamentale tedesca), la dignità "innerva" tutta la prima parte del testo costituzionale, legandosi a doppio filo al principio personalista, pluralista e lavorista.
==Quattro sono i pilastri fondamentali:
2) Dignità e Lavoro (Articoli 36 e 38). Nel modello costituzionale italiano, il lavoro è lo strumento principale di emancipazione e affermazione della dignità umana. L'Articolo 36 stabilisce che la retribuzione del lavoratore deve essere proporzionata al lavoro svolto e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. L'Articolo 38 garantisce i mezzi di sostentamento e l'assistenza sociale in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia o disoccupazione involontaria, affinché nessuno sia privato della propria dignità a causa di condizioni di vulnerabilità.
La visione della società secondo Aristotele
La teorizzazione dello schiavismo
Nella società occidentale, dall’Illuminismo, e comunque dalla fine del Settecento, chi possiede i mezzi di produzione, riesce pure ad imporre la propria rappresentazione del mondo teorizzandone la unicità: per questa via giustifica il proprio dominio e legittima la propria superiorità su chi è impegnato nella produzione come forza lavoro. Avviene, seguendo Aristotele, che tutti coloro la cui cultura è diversa da quella egemone, non rientrando i loro comportamenti nel discretizzato secondo i modelli dominanti, vengono associati alla natura. Non sono cioè logos ma caos. Sono barbari, primitivi, diversi, devianti. La loro condizione subalterna o marginale viene cosí affermata come un dato naturale. E’ lo stesso Aristotele a esprimere i seguenti concetti:
«Poiché l'essere dotato di intelligenza e preveggenza è dominatore e signore per natura, chi può eseguire con le facoltà corporali le prescrizioni di questo, è soggetto e schiavo... Per natura dunque è determinata la condizione dell'essere femminino e dell'essere servile, poiché la natura nelle sue creazioni non rassomiglia agli artigiani dozzinali, come quelli che fanno le spade delfiche, opera meschina; ma adatta ciascun essere alla sua funzione: cosí infatti ciascuno degli strumenti raggiungerebbe la perfezione, qualora non fosse destinato a una molteplicità di funzioni, ma fosse conformato e adoperato per una sola. Tra i barbari, è vero, la femmina e lo schiavo sono allo stesso livello, ma la causa è che i barbari per natura non sono destinati a comandare».
Aristotele, con quanto ora riportato, insiste nel riferire alla natura la diversità di condizione sociale, e nell'assumere questa a segno di inferiorità. Egli considera inoltre l'opinione apparentemente strana che uno strumento per essere perfetto deve servire a una sola funzione.
E una stranezza il cui valore ideologico viene chiarito subito dopo, quando leggiamo che per il filosofo greco «le arti... hanno una sfera ben determinata, hanno bisogno di strumenti appositi per effettuare la produzione degli oggetti propri di ciascuna di esse (gli strumenti alcuni sono inanimati, altri animati; per esempio, per il capitano di nave, il timone è strumento inanimato, l'osservatore sulla prua, animato: poiché l'operaio nelle arti tien luogo d'utensile): cosí nell'economia la proprietà è strumento per la vita, il possederla è il complesso degli strumenti, lo schiavo è una proprietà animata, e l'operaio è uno strumento superiore a tutti gli altri strumenti»
(Politica I 12526 1-7; I 12536 25-34).
Il discorso ora è chiaro: se lo strumento piú perfetto è quello adatto a svolgere una sola funzione, operaio ideale, in quanto strumento, sarà quello che limiterà se stesso al solo ruolo di operaio. In questo modo, restando stabile l'assetto sociale, la natura non minaccerà la cultura, il logos, cioè, manterrà il predominio sul caos.
La concezione gerarchica tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, anche se non sempre esplicitata nei termini schematici e crudi usati dal filosofo greco, è un carattere distintivo di molte civiltà. La ritroviamo in qualche modo anche nel pensiero cristiano, la cui storia in larga misura si confonde per molti secoli con quella della civiltà occidentale. Il Cristianesimo, ovviamente, muovendo dal presupposto della parità umana, per recuperare la distinzione negata, riformulava in modo diverso l'opposizione attraverso la messa in valore dell'ascesi. Ne risultava cosí un nuovo ordine gerarchico che poneva al livello piú basso il lavoro materiale e a quello piú alto il lavoro, l’impegno spirituale.
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(Segue: su questa pagina punteremo a mettere in rilievo il ruolo del fattore “Lavoro” dall’alba della civiltà fino ai nostri giorni).