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venerdì 13 marzo 2026

La Riforma della Giustizia

Leonardo Sciascia ha
posto il tema della giustizia,
intesa sia come diritto
sostanziale che come 
amministrazione nei 
tribunali, al centro della
sua opera, caratterizzandola
per una profonda  
diffidenza verso i 
poteri costituiti e il
sistema giudiziario.
Da  "Illuminista pessimista",
ha indagato la "terribilità"
del potere giudiziario e i
rischi dell'inquisizione,
difendendo il garantismo
e la presunzione di
innocenza,
specialmente nel caso
 Tortora



Pare che la gente ancora non si senta coinvolta


In un libretto mi e’ capitato di leggere un giudizio di Leonardo Sciascia sulla “giustizia”, che comunque prescinde dalla tematica del prossimo referendum sulla divisione delle carriere all’interno della Magistratura, che però riporto come circostanza di sussistenza del problema “giustizia” da parecchi decenni:

=Tutto è legato, per me,  al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema  che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto. E direi che il documento mi affascina -scrittura dello strazio- in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura, riscattabile.

Sciascia in buona sostanza affidava il riscatto del problema della giustizia a una letteratura che aveva con la vita un rapporto senza soluzioni, di continuità, ma in un senso molto più profondo e misterioso di quanto si potrebbe intendere pensando solo all’impegno civile dello scrittore.

= = = 

Pur non avendo legame col prossimo voto referendario sulla giustizia ci piace riportare un ulteriore brano ripreso dalla rivista “Il Giudice”, su cui Sciascia (nel dicembre 1986) dibatte comunque sui problemi di allora della giustizia.

= Un giovane esce dall'Università con una laurea in giurisprudenza; senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Manzoni, del "cuore umano", si presenta ad un concorso, lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti: e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro; un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica. Ne viene il problema che un tale potere - il potere di giudicare i propri simili - non può e non deve essere vissuto come potere.

 

Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione del giudicare dovrebbe avere radice nella ripugnanza a giudicare, nel precetto a non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell'accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell'assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all'inquietudine, al dubbio.

  Sappiamo, purtroppo, che non da questo sentimento e intendimento i più sono chiamati, vorremmo dire vocati, a scegliere la professione del giudicare. Tanti altri sono gli incentivi, e specialmente in un paese come il nostro. Ma il più pericoloso di tutti è il vagheggiare - e poi il praticare - il grande potere che la nostra società ha conferito al giudice come potere fine a se stesso o come potere finalizzato ad altro che non sia, caso per caso, quello della giustizia secondo legge, secondo lo spirito e la lettera della legge: spirito - si vorrebbe - mai disgiunto dalla lettera. E l'innegabile crisi in cui versa in Italia l'amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano o addirittura attuano, l'arbitrio.

Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a 

giudicarli. E siamo a questo punto.


La cultura nel XX secolo fino ai nostri giorni (5)

 Cultura, tradizione e modernità in Iran

Quella del popolo iraniano è una Storia che, nel nostro mondo occidentale, è sempre stata raccontata da narratori e da studiosi europei.  Fino a pochi decenni fa, studenti, ricercatori e lo stesso pubblico mondiale in genere non avevano possibilità di accedere a fonti scritte o orali sull'Iran che fossero espressione di una esposizione  "interna" sulla storia di quella parte di mondo.

Gruppo di ragazze col velo
tradizionale  durante la
celebrazione  del primo 
anniversario della rivoluzione
islamica. Il ritorno, allora,
di Khomeini accelerò 
la scomparsa dell’apparato
del vecchio regime e il
trionfo del nuovo.





Gli storici ed i cultori del  sapere occidentale sull'Iran non dubitano che, in taluni casi,  il loro contributo sul mondo iraniano (persiano)  è stato notevole, né del fatto che un punto di vista "interno" debba essere intrinsecamente e necessariamente migliore. C’è però che la storiografia occidentale vuole richiamare l'attenzione sulla questione delle sensibilità o dei punti di vista di tipo soggettivo che sono implicitamente o esplicitamente presenti nell'interpretazione degli eventi storici. 

Se da un lato l'adozione una prospettiva esterna sarebbe certamente problematica nel momento in cui costituisse l'unica, o la principale fonte di conoscenza e comprensione della storia di qualsiasi paese, nel caso dell'Iran risulta ancor più evidente la necessità di una presa di coscienza della stratificazione di un tipo di conoscenza caratterizzata da una "narrazione distante"' e pertanto abbondantemente diversa.


Volendo attribuire ancora qualche validità all'affermazione di Hegel relativamente al ruolo della passione e dell'interesse sul funzionamento della mente, si può ritenere che passione e interesse abbiano avuto negli ultimi decenni un enorme impatto sul modo in cui si sono sedimentate le immagini dell'Iran nelle menti di molti di coloro che hanno narrato storie su questo paese da un punto di vista "non centrale", non coerente a quel mondo.


In presenza di tale rilevante e significativa condizione, sorge spontaneo chiedersi quali siano i fatti della storia iraniana moderna che hanno suscitato più interesse o passione nella visione e nel punto di vista occidentale.


Accanto agli aspetti politici ed economici relativi alle trasformazioni che portarono alle due rivoluzioni, costituzionale e islamica, e ai cambiamenti ad esse susseguiti in ambito politico, sociale ed economico, oggetto di dibattiti è divenuta la tematica relativa a cultura e civiltà, focalizzata in particolare modo sulle relazioni tra tradizionalismo e modernismo. Qualsiasi analisi dell'Iran moderno e contemporaneo deve, pertanto, necessariamente tenere conto delle questioni relative a tradizione, cultura e modernismo


(segue)

_ _ _


Su queste pagine intendiamo esplorare se l‘approccio occidentale di approcciare le visioni del mondo, con la violenza, siano appropriate.





La nostra presenza nel mondo

 

Le giovani generazioni ci interpellano (12)

La natura umana si evolve in misura

dei compiti che deve risolvere 

*   *   *

Formarsi ed informarsi nella crescita culturale

_  _  _ 

L’informazione, la lettura, la partecipazione 

sociale sono gli strumenti centrali 

nella formazione culturale.

Fonti di conoscenza sono la 

Letteratura, il Cinema e l’Arte.

Chiavi di lettura per capire le esperienze 

sociali e politiche sono l’Informazione, 

i Giornali ed i Libri.

giovedì 12 marzo 2026

La cultura nel XX secolo fino ai nostri giorni (4)

L’allora Presidente iraniano
Mohammed Khathami
durante la visita ad una 
raffineria del Golfo Persico
nel marzo 2000. I
riformisti da lui guidati
ottennero la vittoria
alle elezioni del 2000,
trionfo poi confermato
nel giugno 2001.









 Cultura, tradizione e modernità in Iran

 Ci proponiamo di incentrarci per alcune settimane sulla storia moderna e contemporanea dell'Iran sotto l’ottica culturale, fra tradizione e modernità. Dopo alcune brevi considerazioni iniziali, il tema che ci interesserà sarà quello dei rapporti tra classe intellettuale, tradizione e modernità così come sono venuti configurandosi in relazione ai principali eventi della sua storia nel secolo scorso. 

 Al contrario di come tanti media ci lasciano intendere, in queste ore, l’Iran non è un Paese né arretrato e ancor meno privo di una Storia.

 Ci proponiamo di analizzarne le interpretazioni sia storiche che culturali, ancora ai nostri giorni esistenti.


Il XX secolo è generalmente riconosciuto come il nucleo, a livello storico, della vicenda moderna dell'Iran. Due sono gli avvenimenti principali collegati alla nascita dell'Iran moderno, a) la rivoluzione costituzionale del 1906-1911 e b) la rivoluzione islamica del 1978-1979, entrambi punti di riferimento più importanti.

Tra questi esistono, tuttavia, anche altri fatti storici importanti la cui analisi ci aiuterà a una comprensione esaustiva dell'Iran moderno, quali per esempio:

  • il movimento nazionale sviluppatosi tra il 1951 e il 1953, (nazionalizzazione dell'industria petrolifera);
  • le iniziative politico e sociale intraprese dallo scia tra il 1962 e il 1963: " rivoluzione bianca” e il relativo movimento di opposizione.

Sulla scorta di una abbondante letteratura che da sempre è stata coltivata in Italia su questo Paese, mai ritenuto sottosviluppato e ancor meno culturalmente arretrato, ci proponiamo di cogliere le modalità di evoluzione della società iraniana attraverso cambiamenti a livello politico, culturale ed economico che hanno interessato l’intero Novecento e, più specificatamente, le interpretazioni possibili delle relazioni sviluppatesi tra intellettuali, tradizioni e modernismo a fronte dei mutamenti sociali che hanno caratterizzato la storia moderna dell’Iran, sopratutto fino a prima della rivoluzione Komeinista.


  La comprensione delle diverse realtà iraniane, contraddistinte sicuramente da una natura complessa e sempre in continua evoluzione, può ulteriormente aumentare se useremo più diversità di approcci che considerino il processo storico fino all’impresa illegale e folle di Trump (seppure nell’arco di un secolo fin qui non siano mancate all’interno del Paese insurrezioni, rivoluzioni e guerre).

  Su più pagine ci proponiamo di cogliere il modo in cui si sono perpetuate nel tempo, evolvendosi, valori e riferimenti culturali ed in relativi spazi di espressione.




La nostra presenza nel mondo

 

Quella di Eugenio Scalfari è 
stata una vita lunga e ricca di
idee, storie, incontri e avvenimenti,
una vita passata in gran parte a
onorare il senso e la deontologia
di una professione cui ha dato
lustro.






Le giovani generazioni ci interpellano (11)

La natura umana si evolve in misura

dei compiti che deve risolvere 


= = = Ogni fatto culturale è sempre di grande importanza in quanto interagisce col comportamento degli individui e delle collettività. La nostra è una specie socievole e dalla società ricava l’immagine che ha di se’.

= = = Ogni fatto, ogni evento, e’ frutto di combinazioni casuali  e le linee di comportamento che si determinano possono essere rovesciate senza che ve ne sia una plausibile ragione.

= = = Leggere la storia e’ un esercizio quanto mai arbitrario perché l’osservatore  vi entra già armato dei propri pregiudizi  dei quali difficilmente riuscirà a liberarsi.


_______

Le riflessioni sono di Eugenio Scalfari. Per l’alto mare aperto e’ un’opera in cui Eugenio Scalfari compie un viaggio intellettuale attraverso quattro secoli di modernità, da Montaigne a Kafka. Riflette sulla crisi della razionalità moderna e la nascita di una nuova epoca, proponendo un "pensiero danzante" tra etica, metafisica e letteratura, nonostante la percepita sconfitta della modernità.

Il blog

Nuovi processi di democrazia e partecipazione.

Il desiderio di trasformazione civica,
sociale e culturale rappresenta un
movimento profondo e diffuso, volto
a ripensare i paradigmi della
convivenza, la partecipazione
democratica
e il ruolo della cultura
come motore di cambiamento
.

Questo impulso si manifesta
attraverso nuove forme di 
cittadinanza attiva, spesso 
guidate dalle giovani generazioni, 
che cercano di costruire  comunità 
più inclusive, sostenibili e 
resilienti, come auspicato dagli
obiettivi dell’Agenda 2030.



A chi di tanto in tanto ci chiede: chi te lo fa fare a dedicare impegno ad esso, al blog? la risposta è sempre stata che esso è stato, da sempre, ritenuto (da meno di un ventennio in qua) strumento di formazione culturale e sociale, uno strumento di conoscenza che si confronta con le letture, e gli eventi della vita di chi lo dirige, di chi lo collabora  e di chi lo consulta.

 Ciascuno di noi, in fondo, è chiamato a cercare strumenti attuali e accessibili per essere ascoltati, con contenuti ora qualificati ed ora meno per far circolare il pensiero. 

Tutti dobbiamo, dovremmo,  sentire e possedere consapevolezza dei limiti, ma anche delle opportunità dei nuovi mezzi (quale, appunto, e’ un blog) che ci offrono possibilità  di dire la nostra, augurandoci ovviamente che il quadro di vita attorno a noi possa sempre migliorare e divenire sempre più aperto.

 Quanto ora riportato non significa, non vuole assolutamente significare, che tutto ciò che sul blog riportiamo è neutrale. No! Ogni espressione culturale, politica, sociale e’, inevitabilmente e sempre, un derivato della condizione e del contesto umano entro cui si vive.

 Dal punto di vista del blog, di chi scrive sul blog, ogni testo pubblicato è ovviamente meritevole di fiducia ed è pure portatore di spazio di responsabilità, talvolta suscettibile di interventi critici da parti altre, e comunque esso è, e resta, desiderio di trasformazione civica, sociale e politica.

 Ai nostri giorni stiamo assistendo al superamento di modelli culturali tradizionali in favore di una "collaborazione aperta" tra cittadini, amministrazioni e terzo settore. Questo approccio valorizza energie creative latenti e promuove spazi di sperimentazione, come nel caso dei bandi CivICa o la creazione di "ecosistemi ibridi". La cultura, detto in altri termini, non è più intesa solo come fruizione, ma come bene pubblico comune e come leva di trasformazione sociale e culturale. Essa favorisce la coesione sociale, la fiducia e il capitale sociale, attivando quelli che sono i processi di rigenerazione urbana e sociale.

Il cambiamento culturale dei nostri giorni, detto in altri termini,  non viene più imposto dall'alto, ma viene co-creato, coinvolgendo attivamente le persone e generando senso di appartenenza. La trasformazione pertanto richiede il cambiamento culturale che apre nuovi spazi di cittadinanza e un dialogo continuo tra istituzioni e società autorganizzata. Il cambiamento culturale offre uno spazio, che volendolo, può essere approfondito per la creazione di relazioni basate su interessi condivisi fra più orientamenti culturali.

=.=.=.

mercoledì 11 marzo 2026

Cosa abbiamo da attenderci ?

Sulla base delle analisi
geopolitiche all'inizio del 2026,
 i conflitti in Ucraina e in Medio
Oriente si prospettano come
crisi prolungate, interconnesse
e ad alto rischio, segnando un
periodo di profonda instabilità
internazionale.


La crisi nel Golfo Persico,
con possibili minacce alle
infrastrutture energetiche e
al trasporto petrolifero
nello Stretto di Hormuz,
comporta un alto rischio di
shock sui prezzi del petrolio,
che potrebbero superare i
100 USD/bbl.

La persistenza di entrambi i
conflitti pesa sulla crescita
economica europea,
aumentando le incertezze
sull'inflazione e testando
la resilienza delle catene di
approvvigionamento.

















L’Italia è il Paese più vulnerabile in Europa in conseguenza sia della guerra in Ucraina che di quella in Medio Oriente. 

Quali le valutazioni che ci inducono a trarre conclusioni ?

=- Siamo il paese più dipendente della media dei Paesi europei dall’import di idrocarburi.

=- Siamo dipendenti da Paesi fornitori poco affidabili (Medio Oriente), che possono lasciarci a secco o ricattarci, ma primo tra tutti i paesi inaffidabili c’è  da inserire, da un anno in qua’, pure e sopratutto gli Stati Uniti.

=- La quota delle energie rinnovabili (che anni fa si diceva ci avrebbe riscattato da ogni dipendenza e ricatto estero) nei consumi energetici è cresciuta meno che nella media europea. 

 =-  In questo clima non abbiamo niente di buono da attenderci dai prossimi mesi, se non una pesante ondata inflazionistica.

=-L'impennata dei prezzi oltre che dall’imprevidenza del nostro Governo, sempre impreparato su ciò che avviene sul globo terrestre, arriverà dalla sciagurata politica trumpiana che ha messo in subbuglio il già sconvolto, di per sé, Medio Oriente. 

I giornali

 Dice Papa Leone XIV : “La stampa non è solo veicolo di diffusione delle notizie  ma anche delle idee e della cultura come fermento vivo della società”.

Il giornalismo formativo-culturale
in Italia ha radici antiche, in
origine legate alla terza pagina. 
Oggi le sfide sono legate alla
velocità dell’informazione
e alla necessità di
approfondimento critico,
speco in collaborazione
con le istituzioni.

 I giornali fungono da ponte tra le
diverse discipline (umanistiche e
scientifiche), educando il pubblico
e diffondendo saperi e nel
contempo cercando di mantenere
alto il livello critico rispetto alla
superficialità dei trend.
























 = = =  Oggi tantissimi di noi italiani si informano su ciò che capita nel mondo seguendo i telegiornali o le tante radio che possediamo nelle automobili. In Italia la lettura dei giornali pare sia in caduta, e ciò -riteniamo noi- non è una buona circostanza. Tutti noi non vogliamo di certo essere convinti dai tanti chiacchieroni che per più ragioni ci assillano attraverso radio e televisioni, ma per coltivare una nostra personale formazione (per formarci una convinzione indipendente) abbiamo bisogno di leggere, leggere tanto sia libri che giornali, e di coltivare una nostra libera visione per non restare isolati dalle cose del mondo. Solo coltivando una nostra visione potremo essere cittadini indipendenti, non isolati dalle altrui esuberanze.

E’ ovvio che in giro, nei piccoli come nei grandi centri, capita di ascoltare chiacchiere da gradassi che meritano di essere accantonate, possedendo ciascuno di noi una base civica comunque attinta a scuola,  oltre che dalla lettura dei giornali. Ciascuno scegliendo gli orientamenti più confacenti, seguendo le linee della politica democratica ed evitando sempre di dare credito ai chiacchieroni di paese o ai populisti di turno, e’ ai nostri giorni, in condizione di scegliere per la convivenza, la pace e per il senso da dare alla propria vita.

 Attraverso la libera stampa siamo in condizione di saper distinguere i politici dai politicanti,  coloro che hanno senso civico da quelli che curano gli affari propri. In quanto cittadini abbiamo l’onere di accorgerci della grettezza o della timidezza di certe linee politiche. Nessuno dubita che anche i giornali perseguono linee politiche loro proprie, ma acquisita l’informazione ciascuno di noi nella propria libertà di giudizio, col proprio bagaglio culturale, potrà essere in condizione di trarre convinzioni.

 Concludendo, e’ scontato che nella lettura dei giornali e nel seguire qualsiasi altro media, vanno distinti i fatti, che restano fatti, dalle opinioni, che restano opinioni che ciascuno di noi deve (proprio attraverso la lettura) saper coltivare e sempre meglio elaborare.

La cultura nel XX secolo fino ai nostri giorni (3)


Nel 1921 il colonnello Reza Khan, 
al centro dell’immagine, iniziò 
una rivoluzione che, nella Persia
del 1923, lo portò ad essere 
nominato presidente del consiglio
e, nel 1925, a occupare  il trono
con il nome di Reza Pahlavi.
Tra le varie misure adottate, 
cancello’ tutte le concessioni
petrolifere che favorivano gli
inglesi, e abolì l’obbligatorietà
per le donne di usare il
velo.

Il 16 gennaio 1979 a causa della 
Rivoluzione islamica guidata
dall'Ayatollah Khomeini, lo Scia
travolto dalle proteste di
piazza e dalla perdita di
consenso, abbandonò il
paese con la moglie Farah
Diba, ponendo fine a
decenni di monarchia.








Cultura, tradizione e modernità in Iran

  Breve introduzione storica: Nel 1921 il colonnello Reza Khan, al centro della foto che siamo riusciti a rintracciare, avviò una rivoluzione che, nella Persia del 1923, lo portò ad essere nominato presidente del consiglio e, nel 1925, a occupare il trono  con il nome di Reza Pahlavi. Tra le varie misure adottate, cancellò tutte le concessioni petrolifere che favorivano gli inglesi, e abolì l’obbligatorietà per le donne di usare il velo.

- - -

 Ci proponiamo di ripercorrere la Storia dal Novecento in poi del Paese che ai nostri giorni si trova all’attenzione del mondo in seguito all’iniziativa trumpiana di esigere un cambio di regime in Iran. Svilupperemo alcune considerazioni iniziali (tradizioni e modernita’ ed interpretazioni sociali).

 Nel corso del XX secolo, al livello storico, nel Paese sono accaduti due avvenimenti principali che hanno portato l’Iran al confronto col mondo moderno: nel periodo 1906-1911 avvenne una rivoluzione costituzionale mentre nel periodo 1978-1978 la rivoluzione islamica. Tra i due eventi altri eventi storici utili per cogliere esaustivamente la vicenda iraniana sono accaduti, quali: la nazionalizzazione dell’industria petrolifera fra il 1951-1953 da parte del governo di Mohammed Mossdeq  e poi tra il 1962 ed il 1963 la cosiddetta “rivoluzione bianca” e l’affermarsi di un movimento di opposizione.

Sul blog ci proponiamo di soffermarci sul processo di evoluzione della società iraniana al livello a) politico, b) culturale, c) economico che hanno attraversato l’intero Novecento fino a … ieri, e proveremo a cogliere le interpretazioni possibili all’interno del mondo culturale di questo paese che continua a vivere tra tradizione e modernismo a fronte di profondi mutamenti sociali che hanno caratterizzato la storia contemporanea dell’Iran.

Il Paese è caratterizzato da diversissime realtà sociali e culturali peraltro in continua evoluzione e contrasti sfociati con relativa frequenza in insurrezioni, rivoluzioni, guerre.

(Segue)

martedì 10 marzo 2026

Le donne

 Le donne per la prima volta al voto
Fu un momento storico
di straordinaria portata:
milioni di donne che
per la prima volta
entravano in un seggio
elettorale, con la
consapevolezza
di contare, di esistere
come cittadine a pieno
titolo. Non solo mogli,
madri o lavoratrici:
donne con una voce,
con un voto, con il
diritto di
contribuire al
futuro del Paese.









Il 10 marzo 1946, ottant’anni fa, inizia una tornata elettorale amministrativa storica, alla quale partecipano anche, per la prima volta, le donne (alcune, una manciata, saranno elette sindache). 

 Non era mai successo. Pochi mesi dopo, il 2-3 giugno, saranno chiamate a eleggere l’Assemblea Costituente e a decidere il futuro istituzionale del Paese: monarchia o repubblica. E vinse la Repubblica.

Il suffragio universale fu introdotto in Italia dal decreto legislativo luogotenenziale Bonomi, il 1° febbraio 1945: permise a tutte le donne con la maggiore età (escluse le prostitute che esercitavano «fuori dei locali autorizzati») di votare. Per essere anche elette, dovettero aspettare un secondo decreto, il n. 74 del 10 marzo 1946. Il primo voto effettivo femminile fu quindi espresso durante le elezioni amministrative che si tennero in una prima tornata tra marzo e aprile del 1946 e poi tra ottobre e novembre (a causa dello stato di devastazione del Paese), che rinnovarono centinaia di amministrazioni comunali. In quella occasione furono elette anche le prime undici sindache d’Italia: Ninetta Bartoli a Borutta (Sassari), Margherita Sanna a Orune (Nuoro), Ottavia Fontana a Veronella (Verona), Alda Arisi a Borgosatollo (Brescia), Elena Tosetti a Fanano (Modena), Ada Natali a Massa Fermana (all’epoca Ascoli Piceno), Elsa Damiani a Spello (Perugia), Anna Montiroli a Roccantica (Rieti), Caterina Tufarelli Palumbo Pisani a San Sosti (Cosenza), Lydia Toraldo Serra a Tropea (all’epoca Catanzaro) e Ines Nervi Carratelli a San Pietro in Amantea.  Nei primi anni cinquanta pure a Contessa Entellina fu eletta sindaco Pia Schirò, insegnante e cugina prima del genitore di chi scrive queste righe.

La Riforma della Giustizia


Il referendum sulla giustizia 
si terrà domenica 22 e
lunedì 23 marzo 2026. Si
tratta di referendum 
costituzionale confermativo
riguardante la legge 
costituzionale n. 253 del
30 ottobre 2025 (nota
come Riforma Nordio).
L’esito è deciso dalla
maggioranza dei voti
validi. Il 
quesito chiede ai
cittadini di confermare o
bocciare le modifiche a sette
articoli della Costituzione che
introducono:

Pare che la gente ancora non si senta coinvolta

 Stando a quanto riportano i giornali il referendum sulla giustizia non sta coinvolgendo l’interesse della gente: poco più del 40% degli elettori dichiara di seguire la campagna elettorale con una certa attenzione, solo il 9% la segue con molto interesse. Stando alle risultanze di certe indagini statistiche l’affluenza si collocherebbe al 42%, e molto difficilmente potrebbe arrivare, al massimo, al 49. Allo stato attuale sembra acquisita una tendenza al crescere della contrarietà, cui ha contribuito la maggiore mobilitazione dell’opposizione e anche alcuni eccessi comunicativi da parte di esponenti istituzionali del centrodestra.

C’è che l’oggetto della riforma, tutto sommato,  interessare poco, e le forze politiche certo non stanno assecondando lo sforzo di chiarire i contenuti del referendum. Poco più del 50% si considera almeno abbastanza informato dei temi della riforma (ma la quota dei «molto informati» rimane al 10%) e il 58% ritiene che la riforma proposta sia almeno abbastanza importante. D’altronde, l’attenzione dei cittadini negli ultimi giorni si concentra sull’attacco all’Iran, facendo diminuire l’interesse per gli altri temi dell’agenda politica.

La partecipazione 

Anche la propensione a recarsi alle urne vede qualche flessione: se infatti nella rilevazione del 12 febbraio, poco meno di un mese fa, il 36% era sicuro di partecipare e il 16% lo riteneva probabile, oggi i sicuri salgono di un punto, al 37%, mentre scendono di quattro punti coloro che ci stanno pensando, oggi al 12%. 

Tenendo conto di tutti questi indicatori, la partecipazione massima, ad oggi, potrebbe arrivare intorno al 49%. Stando alle stime di partecipazione  nell’elettorato, nelle singole formazioni politiche, le stime per partito segnalano la partecipazione  del Pd (63%) seguito dai pentastellati (57%) e dagli elettori delle altre liste del centrosinistra (51%), quella di FdI (59%),  di FI e Noi Moderati l’affluenza stimata si attesta al 45%, tra i leghisti al 44%.

I risultati vedono una tendenza alla crescita del No. Nello scenario con una partecipazione al 42%, i Sì arriverebbero al 47,6% (perdendo 1,8% rispetto al sondaggio del 12 febbraio) e i No al 52,4%, con analogo incremento rispetto al sondaggio precedente. Nel caso di una partecipazione più elevata, al 49%, ci si troverebbe sul filo della parità: i Sì al 50,2%, i No al 49,8%.


La nostra presenza nel mondo

 

L'uomo desidera poter scegliere il proprio
percorso di vita, operare secondo il proprio
talento e gestire la propria esistenza senza
costrizioni esterne.
La libertà è il
presupposto per godere di ogni altro diritto
Le giovani generazioni ci interpellano (10)

La natura umana si evolve in misura

dei compiti che deve risolvere 

Quale è la spinta  verso la crescita umana, sociale e culturale? 



=. =. = 1) I cambiamenti più evidenti dipendono dalle scelte politiche e dalla economia. Ma alla base di entrambe (politica ed economia) c’è il lavoro di scavo che fa la cultura e la sua vicinanza alle più profonde emozioni che smuove nuove sensibilità etiche che finiranno per diventare politica. Naturalmente a lungo termine e spesso con movimenti contradittori.

=  =  =  2) Le nuove idee di avanzamento democratico quasi sempre suscitano reazioni, a volte durissime, come sta succedendo in Iran in questi giorni. I cambiamenti vanno affrontati con coraggio e non cedendo alla nostalgia del passato e nemmeno alla censura del presente.

=. = =  3) I diritti civili non appartengono solamente all’Occidente come dichiarano alcuni.  Ogni essere umano sa cosa sia la libertà, anche se la paura a volte diventa consenso formale. La ragazza iraniana che si toglie il velo (rischiando la vita) non corre dietro a principi e valori occidentali ma all’innato e universale bisogno di libertà e autonomia dell’essere umano.

Interrogativi

In base alle informazioni disponibili, 
si registra una situazione di gravissima
crisi in Iran, che ha portato a
speculazioni e notizie drammatiche sul vertice
del regime. 
Ecco i punti chiave:
 Ali Khamenei, e’ stato ucciso
in un attacco, descritto in alcuni
contesti come un'operazione militare
congiunta tra Stati Uniti e Israele.
La situazione è stata definita da alcune
pubblicazioni come una forma di
"tirannicidio", innescata dalla necessità
di affrontare un regime teocratico.
Questo avviene in un contesto di
accresciuta tensione internazionale
e "ritorno dell'hard power" nell'area.

Il tirannicidio
Sui giornali di questi giorni più personaggi, giornalisti, scrittori e figure del mondo della cultura si chiedono se si può essere contenti per la morte di Adolf Hitler? Per la morte di Josep Stalin? E per quella dell’ayatollah Khamenei? 

E’ certo che più personaggi, politici progressisti, gente che sappiamo dotata di umanità e di sensibilità dalla notizia dell’avvenuta uccisione del dittatore, hanno provato quanto meno sollievo. Anche cristiani, gente di fede, timorati di Dio che conoscono a memoria il quinto comandamento. 

Verosimilmente, nessun politico o no ha pensato all’ammonimento: «Porgi l’altra guancia». Come non ha pensato al Vangelo secondo Matteo:  «Chi di spada ferisce, di spada perisce», ne’ ancor meno al  Deuteronomio: «Israele vai, distruggi il tuo nemico, sradica le sue cose. Della popolazione che conquisterai riduci in schiavitù le donne e i bambini e uccidi tutti i maschi». 

Anche per chi cristiano non è, in Occidente è abbastanza diffusa la cultura e il ripudio della violenza,  patrimonio comune di credenti e non. Eppure l’uccisione di Khamenei non ha provocato particolari fremiti. Di lui e delle 108 bambine ammazzate sotto le bombe non ci sono state mostrate le foto, tutto fra noi è scivolato assieme ad altre notizie, quale l’aumento del costo della benzina.

C’e’ qualche voce che giustifica il tirannicidio dicendo che con la morte di un uomo, si evita l’uccisione di molti altri. Se Hitler fosse stato ucciso, forse, non ci sarebbero stati sei milioni di ebrei uccisi e non ci sarebbe stata la seconda guerra mondiale. Ma allora, eliminando Putin («eliminare» è termine disgustoso) non si sarebbe evitato il massacro dei soldati russi e ucraini di questi anni?  Non si sarebbero forse evitate Hiroshima e Nagasaki, eliminando Harry Truman? Solo che le cose si complicano. Perché le atomiche furono sganciate per evitare un nuovo massacro di americani nella battaglia finale con i giapponesi. 

La nozione di tirannicidio è ormai inservibile, perché la definizione è troppo ampia.  Uccidere un leader straniero implica un calcolo strategico con probabilità di riuscita discutibili. Un regime non è un pollo; decapitarlo non ne provoca necessariamente la morte dopo un breve ballo. Nell'era moderna, nessuno stato di polizia è mai morto per semplice assassinio. E il rischio di ritorsione, cioè che altri regimi decidano di prendere di mira leader occidentali o «non tiranni» diventa altissimo, una svolta dopo avere infranto il tabù. Ed evocando Hobbes: il tiranno non esiste, siamo tutti i tiranni di qualcun altro. C’è una parte giusta, certo, e noi lo siamo per definizione. Ma se questa può bastare come giustificazione morale (può bastare?), l’efficacia è molto discutibile. Pensiamo davvero che sia giusto gioire per la morte di Khamenei?

lunedì 9 marzo 2026

La nostra presenza nel mondo

 

Le giovani generazioni ci interpellano (9)

La natura umana si evolve in misura

dei compiti che deve risolvere

* * *

=. =. = Se fin dal suo inizio 

la storia della vita ha uno scopo, 

e lo scopo più alto è l’uomo,

=. =. = nostro compito è quello di partecipare al progetto, non certo di contrastarlo.

=. =. = O siamo forse il risultato di un processo che non aveva in mente di produrci e non si aspetta da noi nulla di speciale?


##La questione. Eclisse di Dio o della storia?" è un noto libro del giornalista e scrittore Sergio Zavoli (21.09.1923-04.08.2020), pubblicato da Mondadori. L'opera esplora il dilemma se la crisi contemporanea sia dovuta a una perdita del senso del sacro ("eclissi di Dio") o alla perdita di significato e direzione delle vicende umane ("eclissi della storia"), analizzando il rapporto tra fede, etica e modernita’.  Il concetto è stato esplorato anche da Martin Buber, che definisce l'epoca attuale come un oscuramento della luce celeste, non una scomparsa di Dio stesso, ma un allontanamento dell'uomo. Vuole riflettere sulla crisi dei grandi racconti ideologici e la difficoltà dell'uomo moderno nel dare un senso coerente e progressivo agli eventi storici.

La casa (6)

La casa non è semplicemente
un bene materiale o un insieme di
metri quadri, ma rappresenta un
complesso sistema di valori che
spaziano dall'emotivo al sociale,
fino all'economico. Essa è
considerata il "guscio" che
protegge, il luogo della
memoria e l'estensione della
nostra personalità.
E’ 
il luogo degli affetti, dove si
costruiscono e conservano i
ricordi più preziosi (feste, cene,
momenti in famiglia).
Rappresenta un "rifugio" che
offre sicurezza, calore e intimità.






 Valori simbolici

Ricordo che negli anni successivi al sisma 1968, che a Contessa Entellina causò la morte di una ottima  persona, Agostino Merendino, e il danneggiamento del vecchio modo di costruire e vivere le abitazioni, la preoccupazione di tanti, degli amministratori e pure dei tanti professionisti tecnici coinvolti nel processo della ricostruzione, fu se procedere al ripristino del vecchio sito abitato o se (come peraltro avvenuto in più centri della Valle del Belice) spostare totalmente, o parzialmente, il centro abitato. Il dibattito, in ambito politico-culturale fu ampio e lungo. L’allora sindaco, Francesco Di Martino, dedicò mesi e tanto impegno sociale e politico-amministrativo nel confronto sia con i tecnici, che numerosi furono impegnati in tutta la Valle dall’Ispettorato Zone Terremotate, che con la popolazione che settimanalmente veniva ascoltata nelle Assemblee cittadine che si svolgevano nel “capannone” di via Palermo. 

La casa, della casa si parlò, si discusse e ci si confrontò per parecchio tempo, per mesi e verosimilmente anni. Di quegli anni, di quei confronti, che talora erano in ambito comunitario divaricanti, conservo memoria e pure registrazioni destinate a futura memoria. Sono infatti documenti di passione, di impegno e di coinvolgimento cittadino. E non poteva che essere così in quegli anni e in quel contesto umano e sociale.

Contessa Entellina, in quella realtà umana successiva al sisma 1968, scopri’ oltre alla necessità di avere, riavere le abitazioni, scopri’ il valore simbolico che la casa, l’abitazione, possiede. In quella vicenda post terremoto si crearono legami profondi tra casa e comunità, tra dialettica continua su spazi privati e spazi pubblici e in quel lungo evento temporale della ri-costruzione delle case, in tanti che allora eravamo giovanissimi, abbiamo conosciuto i cambiamenti che la contemporaneità ci presentava al seguito di un dramma, di un devastante terremoto.

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  Contiamo di dover sviluppare sul blog un ampio capitolo su “La casa e i suoi valori simbolici”.