Riceviamo da un amico di Contessa E. un testo curato da un noto personaggio siciliano, uomo politico e da sempre amministratore di aziende pubbliche. Già in passato sul blog abbiamo accolto testi che ci pervengono da più fonti, indipendentemente se siano vicine o meno alla visione del blog. Volentieri pertanto pubblichiamo il testo.
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Sosteneva Raymond Aron, il grande pensatore liberale, amico e rivale di Sartre nell’immediato dopoguerra, che quando si studia la politica si ha a che fare con idee mentre quando la si pratica con passioni e interessi. Questa valutazione sembra non riguardare la Sicilia autonoma. Qui, almeno a guardare le cose in modo effettuale e non volontariamente servile o ingenuamente laudatorio, sembra scomparsa ogni ombra di idea e prevalgono interessi e passioni. Sia dal punto di vista discorsivo che da quello operativo. Il dibattito, se così lo si può ancora chiamare, riguarda la durata e la distribuzione degli incarichi, la scelta di persone da promuovere o scartare, la durata delle cariche istituzionali e soprattutto la distribuzione di benefici, sotto forma di bonus, esenzioni, rinvii di pagamenti o mutui e ogni altra forma di sollecitudine verso un popolo sempre meno disposto a recarsi alle urne.
La situazione sembra quella dell’antica Atene, dove, al di là della retorica successiva sulla invenzione della democrazia, la gente comune, chi faceva andare le navi, non voleva perdere tempo con la politica e per convincerla a recarsi alla riunione della Boulè si passava con una corda intinta nel minio. Era vergogna essere toccati dal colore rosso che la corda usata per trascinare i renitenti e gli indifferenti lasciava sulle spalle. Oggi sarebbero milioni i toccati. Coloro che pensano non valga più la pena di occuparsi della cosa pubblica. Che non è più veramente di tutti ma solo dei pochi che intendono profittarne. Cioè non servire ma servirsene. Come disse un brillante ministro ora scomparso: “La situazione è un disastro. Ma è meglio che la gestiamo noi.” Quelli che ritengono sia importante solo ottenere vantaggi per sé, i propri cari e familiari e tutto il resto se lo sbrighino quelli che di politica campano. Oppure il disgusto di coloro che sono indignati, delusi, amareggiati da come le cose vanno e quindi si ritraggono. Gli astenuti morali. Diceva, a questo proposito, un siciliano illustre come Enzo Sellerio di non stare a Palermo ma a casa propria. E veramente così scompare una intera attitudine che vedeva nella politica, almeno di principio, la scienza fondamentale o meglio l’arte regale di governare la comunità. Vengono meno le analisi che hanno contrapposto le persone nel secolo ormai trascorso. In primo piano viene la piccola e mediocre ricerca del proprio particolare e crollano i partiti come canali di partecipazione alla determinazione dell’indirizzo politico. Che sembra scomparire nel grigiore di una prassi quasi cieca. Un aspetto della crisi che affligge le democrazie dappertutto. Non lontano dalla Nazione come preferiscono chiamarla i governanti attuali. E che da noi si declina come crisi del modello autonomistico. Della speranza riposta nell’autogoverno, nell’autodeterminazione, nella partecipazione. La fine cioè dell’alibi per tanto tempo in vita, alimentato da una narrazione corale, che il ritardo regionale fosse dovuto alla lunga dipendenza dall’esterno. E che i mali dell’isola si sarebbero risolti dando spazio e potere agli stessi siciliani. Oggi i dati smentiscono questo pensiero politico che fu alla base del regionalismo e della lotta per l’indipendenza o perlomeno per una forte e speciale autonomia in senso sturziano. E che diede vita allo Statuto ormai ottanta anni orsono. E sembra che la crisi sia aumentata. Sicuro non risolta, da quando i siciliani, sia pure parzialmente, si amministrano da soli, Ambiente, tutela delle coste e del paesaggio, risorse idriche, siccità e inondazioni. Tutto il campionario oltre la sanità che è tutta quanta di competenza regionale con scarsa soddisfazione degli utenti. E le graduatorie umilianti che vedono la Sicilia, insieme a Calabria e Campania agli ultimi posti per qualità della vita e ai primi per bulimia costruttiva.
Come ha scritto Asor Rosa nel suo ultimo lavoro su Machiavelli e l’Italia, che ha come sottotitolo cronaca di una disfatta, ”I veri barbari non vengono più da fuori: sono dappertutto.” E sono all’interno delle istituzioni e nella società che un tempo si chiamava civile e spesso presenta picchi inauditi di violenza e cinismo. Ma tutto ciò non deve farci rinunciare alla democrazia, al libero confronto delle idee, quando tali idee ci siano. Non potranno che tornare ad esserci. In modi al momento imprevedibili che spetta ai giovani inventare e praticare nonostante delusione e migrazione. Al di là delle mode, delle meschine convenienze e del disincanto. Speriamo al più presto. In modo che la frana di Niscemi non sia la sola metafora rimasta della Sicilia. La Sicilia che ha visto uomini come Cassarà, Falcone e Borsellino Perchè virtù contro furore possa prendere l’armi e fia il combatter corto. In modo che la croce che è precipitata non richiami una disfatta irreparabile.
Vito Riggio


