La “Parola” nel contesto
della società degli uomini
| Nel primo libro della Politica Aristotele teorizza il rapporto tra il soggetto dominatore e lo schiavo, definendo la schiavitu’ come fenomeno naturale e legale. La sua analisi si basa su una visione gerarchica del cosmo, secondo cui la natura è strutturata in modo tale che l’inferiore debba essere sottomesso al superiore per il bene di entrambi. |
Alle origini dell’uomo, lo abbiamo evidenziato nella precedente pagina, ad essere enfatizzato fu il ruolo della parola, di contro il lavoro (il fare) ed i suoi strumenti (che implicavano sforzo fisico) furono connessi alla natura ed esclusi dalla cultura del tempo che fu.
Il lavoro ed i suoi strumenti davano in quel contesto una certa rappresentazione del mondo, giustificavano il dominio e legittimavano superiorità della cultura sulla forza lavoro.
Tutti coloro la cui cultura era diversa da quella egemone e dominante (dominante perché in possesso della cultura) erano considerati e addirittura associati alla natura. Gli egemoni rappresentavano il logos, gli altri erano il caos, primitivi, diversi e devianti.
In quel contesto sociale di subalternità tutto veniva considerato come dato naturale. Apprendiamo da Aristotele: «Poiché l'essere dotato di intelligenza e preveggenza è dominatore e signore per natura, chi può eseguire con le facoltà corporali le prescrizioni di questo, é soggetto e schiavo... Per natura dunque è determinata la condizione dell'essere femminino e dell'essere servile, poiché la natura nelle sue creazioni non rassomiglia agli artıgiani dozzinali, come quelli che fanno le spade delfiche, opera meschina; ma adatta ciascun essere alla sua funzione: cosí infatti ciascuno degli strumenti raggiungerebbe la perfezione, qualora non fosse destinato a una molteplicità di funzioni, ma fosse conformato e adoperato per una sola. Tra i barbari, è vero, la femmina e lo schiavo sono allo stesso livello, ma la causa è che i barbari per natura non sono destinati a comandare».
Aristotele insiste -come sopra riportato- sulla condizione dell’essere femmineo e dell’essere servile, nell’alba della civiltà greca, come semplici strumenti destinati ciascuno ad una sola funzione. Il tutto lo attribuisce ai barbari e lo giustifica con la circostanza che i barbari per natura non sono destinati a comandare
Per Aristotele, ancora: “le arti hanno una sfera determinata, hanno bisogno di strumenti appositi per effettuare la produzione degli oggetti propri per ciascuno di essi, così la proprietà e’ strumento per la vita, il possederlo è il complesso degli strumenti, lo schiavo è uno strumento animato, e l’operaio è uno strumento superiore per la vita (Politica I 1252b 1-7; I 1253b 25-34).
Il discorso (partendo da Aristotele) ora è chiaro: se lo strumento piú perfetto è quello adatto a svolgere una sola funzione, operaio ideale, in quanto strumento, sarà quello che limiterà se stesso al solo ruolo di operaio. Restando stabile l'assetto sociale, la natura non minaccerà la cultura, ossia il logos, facendogli mantenere il predominio sul caos.
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E’ ovvio che stiamo partendo da lontano
e che contiamo di pervenire via via alla civiltà
sociale e democratica dei nostri
giorni, i cui valori sono ben altri, e i più
elevati dei millenni e secoli trascorsi.
(Segue)