Per tanti la letteratura consiste in una esperienza extratemporale quasi circoscrivibile entro uno spazio extraterritoriale, e così facendo affermano e praticano una sorta di sua inviolabilità, fondata sulla separatezza del suo universo parallelo, dei suoi contenuti, e delle sue forme. Secondo altri invece la letteratura non ha mai mancato di costituirsi come storia: storia di se stessa, delle opere e degli individui che la compongono vivendo tutto insieme di interrelazioni, e di quella storia generala delle “civiltà “ o ‘nazioni’ (nel senso che Vico da’ a questo concetto), dove la parola e’ fondamento di cultura, anzi genera ed esprime cultura.
La parola non ha perduto la sua funzione, comunicativa espressiva formativa ricostruttiva, neppure misurandosi con la trasformazione radicale della cultura nelle società economicamente evolute: misurandosi cioè con l’espansione mondiale del suo raggio territoriale una volta limitato allo spazio euroasiatico delle epoche precolombiane, e con la rivoluzione tecnologica che ha consentito l’unificazione telematica del pianeta, la concentrazione dei suoi innumerevoli habitat nel “villaggio elettronico” attraverso la comunicazione per immagini. Certo nella trasmissione degli eventi l’immagine produce effetti più sensibili, eppure la parola continua a dire quello che ha sempre detto oralmente e per iscritto, persino acquistando nella reciprocità del rapporto nuove possibilità di valorizzazione. Semmai, la crisi della parola fu un fenomeno protratto molto a lungo nei secoli succeduti al collasso in Occidente della società classica mediterranea. Quei secoli lontani, definiti bui, in realtà furono soltanto fuochi: l’alfabeto visivo prevaleva su quello scritto, i libri scarseggiavano, ma dal Sud al Nord del continente l’Europa cristiana disegnava un paesaggio comune di chiese e castelli prima che di città e dentro i nuovi templi le figure al posto delle lettere rendevano visibili un racconto verbale latente.
Non era stata però la concorrenza dell’immagine a provocare la crisi della parola; essa fu piuttosto coinvolta nel declino di una civiltà che ne aveva esaltato le funzioni e il valore nelle varie articolazioni, politiche giuridiche artistiche della sua vita sociale. Allo stesso modo, ai nostri giorni tra cultura dell’immagine e cultura della parola non c’è dissidio, contrariamente a quanto possano pensare rassegnati o allarmati i nostalgici dell’universo Gugenberg, vale a dire della carta stampata, del cui futuro non dubitiamo.
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