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martedì 17 febbraio 2026

Il gusto della riflessione 9)

 Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare

=. =.  =
Piantare semi, attendere il lungo tempo.

Non giudicare ciascun

giorno in base al raccolto

che hai ottenuto, 

ma dai semi che hai piantato.

= = =

 Accade a tutti cogliere che il tempo scorra, che si approssimi la sera della vita e ci si senta per certi aspetti amareggiati. Forse ci si è attivati con impegno, con grande volontà e in buona fede, ma i risultati sono stati insignificanti e, persino nulli. E’, verosimilmente, quando si colgono queste sensazioni, arrivato il tempo in cui si gusta l’insoddisfazione.

La frase riportata è di Robert L. Stevenson e vorrebbe infondere coraggio, se non entusiasmo. Il senso e’: più che osservare i frutti che ondeggiano su un albero, curati dei semi che hai deposto. Nel corso della vita ci agitiamo probabilmente senza pensare ai semi che abbiamo deposto senza avere sufficientemente scavato nel terreno della vita e della comunità. Il seme è ovviamente l’inizio assoluto e necessario in ogni processo della vita, ma esso resta piccolo e nascosto e andrebbe difeso dai sassi, dai rovi, dagli animali che non ne colgono né la natura né lo scopo e inevitabilmente rendono sterile quanto ci eravamo  proposti. 

E’ anche quanto capita nella vita comunitaria dove il paziente lavoro di tanti genitori, l’impegno quotidiano di tante persone nella politica, nel sindacato che, pure esso, si estrinseca nel “piantare semi”. Costoro, non sempre vengono condivisi e frequentemente sono contrastati non soltanto dagli avversari, ma anche da chi manca di apertura mentale. Effettivamente anche i contadini nel loro costante lavoro non sempre vengono incoraggiati nel fluire della stagione. Se però hanno messo buona volontà arriveranno nel lungo tempo a gustare i frutti.



La casa (2)

 

Quello di Niscemi non è solo un caso
di sfortuna geologica.


Nell’area compresa tra 0 e 50 metri dal
burrone insistono 201 fabbricati, nella
fascia tra 50 e 100 metri 240 e, infine,
negli ultimi 50 metri si trovano 439
edifici, per un totale di 880.




Riflessioni “dal Belice a Niscemi”.

Sempre sono avvenuti cambiamenti all’interno dei centri abitati e all’interno delle abitazioni che in essi insistono. Il ritmo dei cambiamenti, nei tempi più prossimi pare, si ha quanto meno la sensazione, stia assumendo però ritmi più veloci.  Guardandoci alle spalle, noi di Contessa Entellina, possiamo constatare quanto questi cambiamenti nell’area del Belice si sono susseguiti inesorabilmente l’un l’altro, e quanto imprevedibili fossero le conseguenze in quegli anni sessanta del Novecento, quando l’intera area era fra le più trascurate in termini socio-politici  dell’Isola e quando l’edilizia, abitativa e non (in stragrande prevalenza), risaliva a secoli addietro, frequentemente al periodo della fondazione del paese.

La questione cambia se ci si chiede fino a che punto e’ possibile (1) prevedere le catene di eventi  o (2) aiutare  a evitare le conseguenze più indesiderate. Il problema è che frequentemente non mancano  i profeti, ma piuttosto il contrario: e dobbiamo ammettere che quasi tutto ciò che è accaduto nel caso di Niscemi, era stato profetizzato e persino riportato (per quanto abbiamo potuto cogliere) nei carteggi urbanistici.

Nel 2009 è stata individuata, a Niscemi,
una fascia di 50 metri dal perimetro della
frana del 1997 in cui demolire gli edifici, ma
oggi il raggio del rischio reale coinvolge oltre
 1.500 persone che vivono entro 150 metri
dal ciglio della frana che si è enormemente
estesa.





Il vero problema dopo il verificarsi di qualsiasi evento catastrofico e’ sempre stato di selezionare e scegliere fra le imbarazzanti quantità  di futuri suggeriti in alternativa. Su questo versante le capacità umane non sempre si sono dimostrate all’altezza della situazione. Vero che il noto economista americano Julian L. Simon ha scritto: “una previsione basata su dati passati può essere solida se si rivela ragionevole partire dal presupposto che passato e futuro appartengono allo stesso universo statistico”. Questo commento è particolarmente importante nell’intento urbanistico che ci proponiamo di perseguire per alcune pagine del blog. E’ importante anche perché i cambiamenti che hanno interessato gli strumenti d’osservazione tradizionali sono tanti e significativi.

(Segue)

Letteratura (16)

Ungaretti: nel dolore la
ricerca d’Infinito
Il dolore, l’angoscia sono magistralmente
espresse dall’opera di molti intellettuali,
scrittori e poeti italiani che fecero esperienza
al fronte rendendone poi testimonianza.
Il grande poeta 
Giuseppe Ungaretti 
(1888-1970), maestro precursore
dell’Ermetismo, dedicò alla Grande
Guerra una parte della sua produzione
poetica. Arruolatosi con entusiasmo
come volontario, e inviato a combattere
sul Carso, mentre era soldato Ungaretti
scrisse in un taccuino alcune poesie, che
furono poi raccolte e pubblicate, nel
1916, con il titolo 
Il porto sepolto.
Questi versi, unitamente ad altri
successivi, tornano in 
Allegria di
naufragi
, del 1919. Le due raccolte,
infine, confluirono, con nuove
integrazioni, nel volume 
L’allegria
, del 1931.
Queste poesie, brevi, talvolta
brevissime, hanno un marcato
carattere autobiografico, in 
una
stretta connessione fra arte e
vita
, e nella loro essenzialità stringata
cercano il senso ultimo e nascosto
delle cose. Esse sono infatti del tutto
prive di qualunque componente
descrittiva; attraverso lo strumento
dell’analogia, con una o, al massimo,
poche ed efficacissime 
immagini
poetiche
, puntano direttamente al
significato con incredibile intensità,
scandagliando la profondità del mondo
interiore del poeta. «Si sta come /
d’autunno / sugli alberi / le foglie»
(
Soldati, 1918). La vita del soldato, che
qui percepiamo senza nome, senza
identità, desolato e solo, è assimilata
alla fragilità di una foglia in autunno.















Ancora 

Giuseppe Ungaretti

  Nel 1908 nasce “La Voce”, Ungaretti ha vent’anni e poco più tardi ne chiederà a Prezzolini l’abbonamento; in quegli anni scrive su D’Annunzio, presenta una mostra di Lorenzo Viani ad Alessandria (d’Egitto). Nel 1912, a ventiquattro anni lascia l’Egitto e dopo aver incontrato a Firenze Prezzolini lascia pure l’Italia per Parigi, dove risiederà per un paio di anni. Si iscriverà alla facoltà di Lettere della Sorbona e con il prof. Strowski discuterà una tesina su Maurice de Guerin. A Parigi approdano frequentemente Soffici e Papini (fondatori de Lacerba) che lo invitano a collaborare alla loro rivista: in essa già nel febbraio del 1915 escono le prime poesie ungarettiane: Il paesaggio di Alessandria d’Egitto ed Epifania

 A Parigi, Ungaretti rimane due anni, poi decide di conseguire un titolo di studio italiano e sceglie l’abilitazione in lingua francese, sede di esami Torino. La guerra e’ ormai alle porte e Ungaretti partecipa alla campagna interventista e poi si arruolerà come volontario, soldato semplice. Su un articolo dell’8 agosto 1919 manifesterà la sua scelta di interventista.  Al fronte inizia la sua forte denuncia sulla disorganizzazione e l’abbandono in cui era lasciato l’esercito al Carso. A fine guerra, egli come tanti altri reduci rientrati dal fronte denuncia: delusione, impotenza, odio alla borghesia. 

 Nel 1919 scrive da corrispondente da Parigi per il Popolo d'Italia in posizioni sia antisocialiste che antiborghesi. Negli anni del Fascismo scrive per più testate giornalistiche e gira in più regioni d’Europa dove tiene conferenze sulla Letteratura Italiana, fino a quando gli viene offerta la cattedra di lingua e letteratura italiana  presso l’Università di San Paolo del Brasile. 

 (Segue)

lunedì 16 febbraio 2026

Uomini da ricordare

 Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Piero Gobetti

“L'idea di democrazia di Gobetti ruota
intorno a due concetti fondamentali. Uno
è la centralità della democrazia che
trova il suo luogo privilegiato nel parlamento
eletto attraverso il sistema proporzionale”,
 spiega Pietro Polito, direttore del Centro
studi Gobetti. "E l'altro è una lettura sociale
che mette al centro il
 tema del conflitto
e dell'iniziativa
". Il conflitto inteso come 
scontro tra idee e motore della
società
, ma anche come lotta di classe.
Sono i temi - attualissimi - al centro della
nuova raccolta di scritti gobettiani, “
La democrazia da fare”,








Oggi, viene ricordato in una precedente pagina del blog, ricorre l’anniversario dell’assassinio di  Piero Gobetti, assassinato a colpi di bastonate dai fascisti nel 1925. 

  In questi casi, quando c’è un anniversario, si va alla ricerca di qualche motivo di attualità. Il suo motto «rivoluzione liberale» è una espressione poco attuale. Ai nostri giorni l’intransigenza ed il rigore intellettuale non è,  non è molto attuale, o come ci capita leggere non è nel carattere degli italiani, più inclini al piccolo compromesso, se non -come capita nei piccoli paesini di Sicilia- più inclini all’amicalita’.

  A Gobetti piaceva Matteotti. Quanto in quegli anni Mussolini era retorico, greve, pressapochista, teatrale, tanto Matteotti era serio, rigoroso e andava in Polesine (nella sua regione emiliana-romagnola) a controllare i conti delle cooperative. Motivo d’attualità sarebbe sicuramente oggi per Gobetti trovarsi in prima fila contro l’ipotesi di una legge elettorale che con spirito di provocazione pretende dare un premio di minoranza, perché le fa diventare maggioranza. Oggi pochi si scandalizzano per l'ipotesi di un premio di maggioranza a chi supera il 40 per cento, ma nel 1953 successe l’inferno per una legge che voleva dare il premio a chi aveva più del 50 per cento».

 Piero Gobetti, che morì  a 25 anni per le conseguenze delle bastonate fasciste, a quell'età aveva già fondato tre riviste – «Energie nove», «La rivoluzione liberale», «Il Baretti» – e una casa editrice che pubblicò 114 volumi, tra i quali il libro di poesie di un autore promettente, «Ossi di seppia», di Eugenio Montale. E’ stato anche critico letterario, teatrale e d’arte nonché traduttore. Ma è stato soprattutto un simbolo di intransigenza nei confronti del nascente fascismo e il più grande esempio di intellettuale e politico dell’epoca. La sua vita fu stroncata dalla violenza delle squadracce mussoliniane e il 16 febbraio del 1926 moriva a Parigi, dove si era rifugiato per farsi curare. 

L’intellettuale liberale/rivoluzionario

Piero Gobetti (1901-1926) 
è stato un intellettuale 
liberale atipico che ha
cercato di unire
liberalismo e socialismo 
in una "rivoluzione liberale".
 Pur critico verso il 
marxismo determinista, 
stimava la classe operaia 
e figure come 
Gramsci e 
Matteotti, vedendo nel 
proletariato organizzato 
una forza progressista 
contro il conservatorismo 
liberale e il fascismo, 
auspicando una 
maturazione politica 
delle masse.

Piero Gobetti

Morì in esilio a Parigi cent’anni fa appena ventiquattrenne, il 16 febbraio 1926, indomito e isolato. Piero Gobetti — editore, studioso, giornalista — ancora ai nostri giorni e’ un punto di riferimento importante. Fu in prima fila nel contrapporsi al Fascismo ancora, in quegli anni,  impegnato a consolidarsi. 

Una sua convinzione-riflessione e’ che il conflitto, la contrapposizione politica, e’ sempre motore di progresso. Sua idea politica di fondo è  che non c’è possibilità di avanzamento sociale, umano, di civiltà senza un confronto critico serrato tra opinioni diverse. Gobetti considera irrinunciabile il valore della lotta e contrapposizione politica in ogni campo. Tant’è vero che il sottotitolo del suo libro La rivoluzione liberale è appunto Saggio sulla lotta politica in Italia.

 Un’atra idea di fondo del pensiero di Gobetti è stata che la mancata affermazione in Italia  della Riforma religiosa protestante aveva determinato l’immaturità etica e politica degli italiani. La rivoluzione delle coscienze avviata da Martin Lutero e Giovanni Calvino, a suo avviso, aveva generato il capitalismo moderno. Invece in Italia si era affermata la Controriforma cattolica, che di contro aveva fiaccato moralmente il nostro popolo.

Quella del “liberale” Gobetti fu una posizione nettamente rivoluzionaria. Non a caso intrattenne rapporti strettissimi con Antonio Gramsci, che gli affida la critica teatrale sull’«Ordine Nuovo», quando da settimanale lo trasforma in quotidiano. Gobetti (liberale) ammira il movimento dei consigli operai. A sua volta Gramsci, dopo la morte dell’editore, scrive che Gobetti, pur non essendo comunista, aveva capito il ruolo centrale del fattore “lavoro”  nella società contemporanea.

 Gobetti, editore di libri ha pubblicato nelle sue edizioni opere di autori socialisti, liberali e cattolici, persino fascisti. Ma la sua battaglia antifascista scaturisce dal fatto che la politica è l’arte del compromesso, della costruzione di alleanze. Gobetti non se ne cura e non intende curarsene. Non vuole accordarsi nemmeno con i socialisti riformisti di Turati. Guarda invece alle avanguardie operaie. Questo è un punto molto debole della concezione politica di Gobetti, ma non toglie nulla alla sua eccezionale sensibilità culturale. Basti pensare che, con grande intuito, fu il primo a riconoscere il talento letterario di Eugenio Montale, del quale pubblicò nel 1925 la raccolta di poesie Ossi di seppia. 

Il gusto della riflessione 8)

 Una metafora cinese

Un rospo che vive 

in fondo ad un pozzo 

giudica la vastità 

del cielo sulla base 

del bordo del pozzo.


Si tratta di una metafora cinese del "Jǐngdǐzhīwā" denominata come la  "la rana/rospo in fondo al pozzo". È una sorta di parabola usata per deridere o ammonire chi ha vedute ristrette, ignorando l'immensità del mondo esterno a causa della propria chiusura mentale o limitata esperienza.

Winston Churchill usava una formulazione ben diversa ma la cui sostanza non differiva: un pessimista vede la difficoltà in ogni opportunità. Un ottimista vede l’opportunità in ogni difficoltà.

Sfogliando una rivista…. …

Gli eredi principali di Gianni
Agnelli, scomparso nel 2003,
 sono stati la moglie Marella
Caracciolo e la figlia Margherita
Agnelli
. L'asse ereditario ha
subito complesse vicende legali,
con Marella che ha designato i
nipoti John, Lapo e Ginevra
Elkann (figli di Margherita)
come eredi del suo patrimonio,
scatenando una lunga
battaglia legale con la figlia
Margherita.





Esisteva la Fiat
Fiat (poi Fca, oggi Stellantis, domani chissà). A Mirafiori ai nostri giorni -Febbraio 2026- ci sono pochi impiegati e operai «che avevano le tute blu, felici di andare in fabbrica a lavorare», adesso sono per lo più in cassa integrazione: erano 60 mila nel 1971, oggi appena 4.080, quasi tutti alla vigilia della pensione, e ad oggi non sussiste nessun piano, nessuna manifestazione progettuale per sostituirli. Mah!

Capita di leggere che Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino) esiste tuttora ed è stata fondata l'11 luglio 1899 a Torino. Fondata da un gruppo di investitori, tra cui Giovanni Agnelli, ed ha segnato la storia industriale italiana con modelli iconici come la 500 e la Panda. Oggi leggiamo che il marchio fa parte del gruppo Stellantis.

 Il processo evolutivo comincia nel 2014 quando Fiat si è fusa con Chrysler, diventando FCA (Fiat Chrysler Automobiles), e poi, dal 2021 entra a far parte del gruppo Stellantis. FIAT -e’ dato leggere- il marchio numero uno all'interno di Stellantis con più di 1,2 milioni di veicoli venduti nel mondo nel 2024 e leader di mercato in Brasile, Italia, Turchia e Algeria.

domenica 15 febbraio 2026

La domenica è fatta anche per riflettere

 

Le epistole (o lettere) di
San Paolo costituiscono
una parte fondamentale
del Nuovo Testamento,
rappresentando i più 
antichi scritti cristiani
pervenuti. Sono state
scritte tra il 50 e il 60 d.c.
per rispondere a esigenze
pastorali, teologiche o
pratiche delle prime
comunità cristiane,
queste lettere hanno
plasmato la teologia
cristiana.






Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”. Gli Atti sono una fonte rilevante per la storia della Chiesa primitiva e il loro storico, definito “il primo storico cristiano”. L’opera inizia ricostituendo la vita di San Paolo e le tappe principali delle fondazioni di chiese, e in generale per stabilire gli unici punti di riferimento cronologici affidabili.

Per fare questo si basa su alcune indicazioni: in particolare sulla menzione, in 18,12, del proconsole Gallione (Mentre Gallione era proconsole dell’Acaia..) riferita all’arresto di San Paolo durante il suo soggiorno a Corinto, dove rimase “un anno e sei mesi” (18,11). Attraverso altri indizi gli storici riescono a dedurre che Paolo stette a Corinto tra il 50 e il 52, anche se c’è chi fissa il periodo tra il 49 e il 51.

 Nei testi di San Paolo tanti altri sono i richiamo a vicende e figure storiche, riportate da tanti altri personaggi storici del tempo: Giuseppe Flavio, Tacito, Svetonio, etc.:

=la carestia avvenuta al tempo dell’imperatore Claudio, databile tra il 46-48.

=la morte di Erode Agrippa, avvenuta nel 44.

= l’editto di espulsione dei giudei da Roma, che coinvolse Aquila e Priscilla, datato nel 49/50.

=la figura del procuratore Felice: assunse la carica nel 52/53.

=la successione, nella carica di procuratore, di Festo a Felice (24,27: Trascorsi due anni, Felice ebbe come successore Porcio Festo): e’ datata nel 59/60, o secondo altri nel 55.

. . . 

 Essere persone responsabili

Riflessioni estrapolate da un lungo testo di

P. Nino Fasullo:  redentorista, ha insegnato filosofia e pedagogia nelle scuole statali; ha fondato nel 1975, insieme a dei laici, la rivista Segno, strumento di approfondimento culturale e di indagine critica oltre che di impegno civile,

== Come tutte le cose umane anche la religione è carica di ambiguità. Può essere fonte di pace come di guerra, causa di amore come di odio, sorgente di generosità come di egoismo ottuso e disperato. Non c’è alcun bisogno che citi il più piccolo esempio. Della religione si può fare pressoché qualsiasi uso. Serve, e come! alla conquista e alla conservazione del potere. Con la religione si possono fare le cose più sublimi come le più turpi, le più dolci come le più violente. Con linguaggio pascaliano  si può parlare all’infinito di grandezza  e di miseria della religione. Forse niente c’è di più umano della religione.  …   …

== Ma se la religione è un fatto umano, e contiene in sé i limiti di tutti i fatti umani, nessuno può prendere scandalo dal fatto, che uno stesso uomo divida la sua vita, senza problemi tra crimine e religione. La possibilità della violenza collegata alla  religione e’ data dall’essere quest’ultima fatto umano. Così la religione sembra avere un limite genetico praticamente insuperabile. Non è Dio che spinge e ordina la violenza ma è l’uomo che la produce attribuendola a Dio e giudicandola, di conseguenza, conforme alla volontà e alla legge divine. Le ragioni della violenza si trovano intere nell’uomo, non in Dio. …   …

== Ma restiamo nell’orizzonte antropologico. E’ grande la religione perché l’uomo è capace di fare cose grandi. Ma è anche misera perché l’uomo è capace anche di cose meschine. Non c’è una fine delle religione come hanno immaginato le teorie sulla citta’ secolare degli anni 80. Le religioni, evidentemente, durerannno fino alla fine del mondo, ossia fin quando durerà l’uomo.

== sempre nel tentativo di cogliere la differenza, non assoluta ma reale, tra religione e Vangelo, possiamo dire che i caratteri del Vangelo non sono quelli della religione. Si può affermare tranquillamente, come non pochi hanno fatto, che il Vangelo (quindi il Cristianesimo) non è una religione. E’ altra cosa dalla religione. Intanto, Gesù non è venuto ad avviare una nuova religione. Le religioni le fondano gli uomini (siano pure profeti, siano pure ispirati da Dio), non le fonda Dio. In secondo luogo, il Vangelo non è una religione accanto alle altre.  E’ invece il bisogno dell’uomo da parte di Dio. Ha scritto Simone Weil: “L’idea di una ricerca dell’uomo da parte di Dio  e’ di uno splendore e di una profondità insondabili. Vi è decadenza quando viene rimpiazzata dall’idea di una ricerca di Dio da parte dell’uomo”.

Se la religione nasce dall’uomo, il Vangelo invece proviene da Dio. Il Vangelo è l’apparizione  della Grazia e della libertà destinate agli uomini, a cominciare dai poveri. In questo senso, è solo in questo, c’è una notevole differenza tra Religione e Vangelo.

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Il gusto della riflessione 7)

Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare.

=. =.  = Che cos’è’ l’amore?

Nessuno tra i poeti e 

i pensatori ha trovato 

risposta alla domanda:

“Che cos’è l’amore?”. 

Volete forse 

imprigionare la luce? 

Vi sfuggirà  tra le dita.


La frase è del teologo russo Pavel Evdokimov (nt. a San Pietroburgo nel 1910 e morto in Francia  nel 1970). Effettivamente non è facile definire l’amore. L’unico modo per conoscerlo è viverlo. Ai nostri giorni della parola “amore” si fa un larghissimo uso nelle canzoni.

L'amore è sicuramente un legame emotivo profondo che unisce le persone, un'esperienza complessa che combina sentimenti di affetto, vicinanza e desiderio di benessere reciproco, coinvolgendo aspetti chimici e psicologici, traducendosi in un'attrazione, una connessione stabile, impegno e volontà di creare un progetto di vita insieme, pur manifestandosi in molte forme, dall'amore romantico all'affetto familiare, alla solidarietà cristiana. E’ certo che l’amore non può essere definito e descritto in pienezza, sarebbe, dice qualcuno, come tentare di chiudere in una mano la “luce”.

sabato 14 febbraio 2026

Riflessioni sulla società

 


La sfida politica in Italia fra
Destra e Sinistra si concentra
sulla visione del Paese in vista
delle prospettive elettorali future,
con un forte scontro sui temi
economici, sociali e di politica
estera.

Il welfare state (in italiano
"stato del benessere" o "stato
sociale") è un 
modello di
organizzazione statale in cui il
potere pubblico interviene nelle
dinamiche economiche e sociali
per garantire standard minimi di
reddito, salute, istruzione,
abitazione e sicurezza a tutti
 i cittadini
. L'obiettivo principale
è la riduzione delle
disuguaglianze e la
protezione degli individui
dai rischi sociali (malattia,
vecchiaia, disoccupazione),
garantendo l'uguaglianza
sostanziale.










Welfare State (in italiano Stato Sociale o Stato del Benessere) è un modello politico-economico in cui lo Stato assume un ruolo fondamentale nella protezione e promozione del benessere sociale ed economico dei suoi cittadini. Si basa sui principi 

dell'uguaglianza delle opportunità

della distribuzione equa della ricchezza 

e della responsabilità pubblica per coloro che non sono in grado di sostenersi autonomamente

Il Welfare State è in qualche modo la bussola politica della “Sinistra” politica europea quando sta alla guida dei rispettivi paesi. 

Capita un poco in tutto il continente europeo che gli istituti e le garanzie politiche poste dai governi europei si trovano alla guida dei rispettivi paesi, vengono (non simultaneamente) riformulate e ritoccate a beneficio della diversa visione socio-economica posseduta dalle forze politiche uscite vincitrici nell’ultima tornata elettorale. Nel 2024, il welfare in Italia ha assorbito 669,2 miliardi di euro, pari al 60,4% della spesa pubblica totale, evidenziando l'enorme impatto economico del settore. Le sfide principali per la Sostenibilità ruotano attorno a: 

() Invecchiamento Demografico: Entro il 2050, si stima che gli ultra65enni raggiungeranno il 35,9% della popolazione. Questa parte della popolazione, sebbene rappresenti circa il 25% attuale, assorbe circa il 60% della spesa sanitaria nazionale, un dato che è destinato a crescere.

() Disequilibrio Finanziario: La pressione combinata tra invecchiamento della popolazione, spesa pensionistica e bisogni sanitari crea un forte disequilibrio strutturale nei conti pubblici.

() Bassa Natalità: Il calo delle nascite riduce la base contributiva futura, minando la solidarietà generazionale. 

Quello del “Welfare” è un tema che sul blog contiamo di approfondire.  Una problematica che va emergendo e’ quella della sostenibilità del welfare che, non potrà più dipendere solo dal finanziamento pubblico, ma dalla capacità di costruire una "welfare community" che coinvolga attivamente la società civile e che valorizzi le reti di supporto locali. Sul blog contiamo di molto doverci intrattenere sulla tematica, che mira sopratutto a garantire servizi essenziali attraverso un sistema di tassazione e redistribuzione. Pilastri fondamentali includono e restano comunque:

* Sanità pubblica: Accesso garantito alle cure mediche.

* Istruzione: Scuola e università pubbliche o sovvenzionate.

* Previdenza sociale: Pensioni di vecchiaia e invalidità.

* Assistenza sociale: Sostegno ai disoccupati, alle famiglie a basso reddito e alle persone con disabilita’.

Il blog e la cucina

 R I C E T T T E    N O V I T A ‘    S E G R E T I

Facili ricette di paste ripiene 

N. 5 lasagnette alla aprutina

Ingredienti-per-4-persone


Cultura e Società: dalla Modernità alla Contemporaneità (2)

Il mondo nel 1500

La demografia all'alba del '500
in Europa è caratterizzata da una
decisa 
fase di ripresa e crescita,
dopo il calo demografico e le
epidemie di peste che avevano
colpito il continente nel XIV e XV
secolo. All'inizio del XVI
 secolo, la popolazione europea
riprende ad aumentare in modo
sostanzioso, raddoppiando in
circa un secolo e mezzo (tra il
1450 e il 1600), passando
da circa 55-60 milioni a
oltre 100 milioni di abitanti.
 











Della realtà sociale in quell’alba della modernità non sappiamo moltissimo sul piano della strutturazione della popolazione. Fu più o meno in quel periodo che si cominciò (non ovunque) a registrare matrimoni, decessi e altri passaggi di vita umana e comunitaria. Sicuramente anche nell’antichità storica qualche censimento fu effettuato, ma aveva l’intento di censire la popolazione da destinare a fini militari. L’avvento della modernità (che generalmente si fa coincidere col dopo scoperta dell’America) si iniziò a censite con maggiore determinazione la popolazione (capofamiglia, terreni, bestiame e diritti feudali). In Cina, pure li’, viene ripresa l’antica consuetudine di conteggiare la popolazione, casa per casa, annotando l’occupazione del capofamiglia e la composizione del nucleo familiare di cui si hanno precedenti tracce sin dal 1368.

Nell’America meridionale, in quello che era l’impero del Perù tutti i sudditi ed i loro possedimenti usando i quipu (= mazzetti di cordicelle, ognuna di colore diverso a seconda della categoria di oggetti che rappresentava e con nodi ad altezze diverse: i nodi in fondo alla cordicella erano le unita’, quelli più in alto le decine, quelli ancora sopra le centinaia e così via.

I fattori demografici, sopratutto decessi e matrimoni, sono comunque quelli che in più aree del pianeta sono stati in qualche modo riportati a futura memoria, seppure il mosaico che ne viene e’ fortemente condizionato dalla vastissima varietà di strutture familiari e di abitudini matrimoniali che emergono. Ciò che gli studi demografici evidenziano  e’ che nel corso dei secoli, in tutti i popoli, si sono creati dei sottili equilibri di corrispondenza tra il numero dei morti e quello delle nascite.

venerdì 13 febbraio 2026

Una nuova pagina (1)

Vivere nell’Unione Europea

 Il blog incuriosisce lettori di varia formazione e orientamento. Non possiamo non accogliere il suggerimento, pertanto, di curare -pure con apporti di amici finora esterni al blog- una pagina sul “diritto” che comprenda riflessioni, commenti e modalità  di fruizione sulla legislazione vigente nel nostro Paese, con particolare attenzione al mondo agricolo e alla legislazione UE.

L'articolo 834 del codice civile,
così recita: "Nessuno può essere
privato in tutto o in parte dei beni
di sua proprietà se non per causa
di pubblico interesse, legalmente
dichiarata, e contro il pagamento
di una giusta indennità. Le norme
relative all'espropriazione per
causa di pubblico interesse sono
determinate da leggi speciali". 


Cogliamo l’occasione per ricordare che, come da sempre, il blog e’ aperto ad apporti e rilievi che, in spirito di ampliamento di opinioni, dovessero essere dissonanti dalla linea culturale del conduttore e dei collaboratori. Detto in altre parole e’ ammesso dissentire (argomentando).

= = =L’espropriazione per pubblica utilità.

 Enzo ci segnala di avere ricevuto una nota di espropriazione di una porzione di terreno ereditato dal padre per presunte esigenze di pubblico interesse da parte di un Comune limitrofo a Contessa Entellina. Dopo averne parlato con lui abbiamo concordato che per alcune pagine proveremo a sviscerare l’intera materia vigente in Italia.

L’espropriazione per pubblica utilità è una potestà attribuita allo Stato (..talvolta alla Regione ed enti locali ) di sacrificare, nell’interesse della collettività e a beneficio di pubbliche amministrazioni o di privati, e contro indennizzo, determinati beni dei cittadini.

  Quali le fondamenta? La potestà di esproprio da parte dello Stato ha carattere eccezionale; essa non può essere esercitata se non in casi in cui una legge la preveda. Il fondamento del potere di esproprio va individuato nell’art. 42 Cost., il quale dichiara che l’espropriazione può avere luogo “nei casi preveduti dalla legge”, non consente il concreto esercizio da parte di qualsiasi organo dello Stato, ma esige che la legge ordinaria determini da quale organo possa essere esercitato e in vista di quali interessi. L’interesse pubblico deve essere specificato dal legislatore ordinario, in rapporto a determinate categorie di utilità. Alcune di queste sono già riconosciute  dalla Costituzione: per esempio, gli artt. 43 e 44  che prevedono l’uno l’espropriazione di aziende industriali  di preminente interesse generale attinenti a servizi pubblici essenziali, a fonti di energia e a situazioni di monopolio, e l’altro l’espropriazione dei terreni posseduti al di là dei limiti di estensione consentiti alle proprietà terriere  private. Appunto in parziale attuazione dell’art. 44 Cost. sono state emanate le  leggi 12 maggio 1950, n. 230 e 21 ottobre 1950, 841, in base alle quali si è provveduto all’espropriazione di terreni in favore di speciali enti di colonizzazione fondiaria, al fine di trasformazione e di distribuzione ai contadini, mentre in attuazione dell’art. 43 Cost. e’ stata emanata la legge 6 dicembre 1962, n. 1643, in base alla quale si è provveduto all’espropriazione  in favore dell’Enel  (ente di Stato) delle aziende destinate  alla produzione e vendita  dell’energia elettrica.  Il caso più diffuso e conosciuto  di esproprio per pubblico interesse  è quello dell’espropriazione  di beni immobili  a favore di soggetti pubblici  o privati, preordinata  alla realizzazione di opere di pubblica utilità.

La  legge fondamentale e attuale in Italia per l'esproprio di pubblica utilità è iTesto Unico Espropri - D.P.R. n. 327 del 2001. Esso disciplina in modo uniforme il procedimento, inclusi il vincolo preordinato, la dichiarazione di pubblica utilità e la determinazione dell'indennità. Questo decreto ha sostituito la precedente normativa, tra cui la storica Legge n. 2359 del 25 giugno 1865.