| Il rapporto tra Roma e Bisanzio rappresenta la continuità e la trasformazione dell'Impero Romano. Nel 330 d.C. l'imperatore Costantino spostò la capitale a Bisanzio, fondandola "Nuova Roma" (Costantinopoli). Questo diede vita all'Impero Romano d'Oriente, i cui abitanti continuavano a considerarsi veri Romani (Romei). I bizantini non si definivano tali; usavano il nome Rhomaioi (Romani) per indicare la loro eredità politica e giuridica. L'Impero d'Oriente sopravvisse per oltre un millennio alla caduta di Roma del 476 d.C., cadendo infine nel 1453. |
Quando nel 324 l’Imperatore Costantino decise di trasferire la capitale dell’Impero a Costantinopoli pose, a sua insaputa, le basi di numerose controversie che, con il passare del tempo, si sarebbero trasformate in un conflitto permanente tra la Chiesa di Roma e le Chiese d'oriente.
Dopo aver raggiunto la prosperità, Costantinopoli si sentì promossa, come la prima Roma, a un grande destino universale: si vantò di essere diventata la sede di una Chiesa che rifulgeva nei suoi riti e che fioriva di uomini, santi e dottrine, eclissando con la sua espansione quella che a Roma conservava le tombe di Pietro e Paolo, mentre il decadente impero latino sarebbe crollato sotto gli assalti dei Barbari.
Anche se fondate sulla stessa fede, definita dai sette grandi Concili ecumenici, Roma e Bisanzio non avrebbero tardato, fin dal VI e VII secolo, a diventare a poco a poco estranee l'una all'altra per poi finire per separarsi del tutto.
Si è trattato del frutto di un processo lungo e complesso dove si mescolano divergenze culturali (la civiltà « greco-romana» si scinde tra la sua componente latina e quella ellenica), eventi storici (dominio dei Franchi a ovest, espansione dell'islam a est), rivalità geopolitiche (il sacro Impero romano-germanico contro l'antico Impero romano-bizantino), controversie dottrinali (la famosa questione del filioque, l'esistenza di preti sposati in Oriente) e conflitti ecclesiologici (monarchia papale contro la conciliarità).
Da una parte e dall'altra l'orgoglio, il disprezzo, l'ignoranza, le incomprensioni, la sufficienza, le provocazioni e l'intransigenza, se non addirittura il fanatismo, finiranno per esacerbare le differenze e i contrasti, trasformandoli in ostilità.
Il risultato sarà, nel 1054, lo scisma tra Roma e Bisanzio: una scissione che verrà suggellata nel 1204 dal sacco di Costantinopoli durante la sesta crociata.
Nel 1453, minata da controversie intestine secolari, Bisanzio soccomberà all'assalto dei Turchi e vivrà da allora per molti secoli sotto il giogo ottomano.
Tuttavia, nel giorno in cui il fulgore dei ceri cessò di far scintillare gli ori della basilica di Santa Sofia, la fiaccola della fede ortodossa era già passata nelle mani della ”Santa Russia”, il cui nascente impero punto’ ad immaginarsi come la terza Roma.
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San Paolo non è un camerata
«San Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico».
Undici sacerdoti contro Roberto Vannacci. Undici sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che opera tra Basilicata e Sicilia, scrivono una lettera al leader di Futuro nazionale. Vannacci aveva citato la Norvegia come possibile modello per l’Italia: «Ha deciso di non dare i sussidi prima dei 5 anni di permanenza». Poi ha aggiunto: «Cito il camerata San Paolo, “Chi non lavora, neppure mangi”».
Una citazione che ha suscitato nei sacerdoti «profondo dissenso e sconcerto: associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede».
La frase, dicono i sacerdoti, è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale. San Paolo non invocava punizioni contro i poveri, si rivolgeva a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso». Il richiamo è al rispetto: «Non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale». In chiusura anche un consiglio al generale, citando ancora San Paolo: «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri».