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lunedì 6 luglio 2026

Anni sessanta

L’emigrazione permanente del Meridione
La Sicilia alla fine degli anni
cinquanta  visse una profonda
lacerazione socio-economica:
l'isola fu investita
da 
un'emigrazione di massa
senza precedenti
, fattore che
sradico’ il vecchio mondo
contadino senza però integrarlo
pienamente nel "miracolo economico"
italiano. Mentre l'Italia
centro-settentrionale procedette
grazie al boom dei consumi, la
Sicilia divenne un territorio di
forti contrasti strutturali e
speranze deluse


Centinaia di migliaia di
siciliani, in prevalenza
giovani maschi, emigrarono
verso il "Triangolo
Industriale" (Milano, Torino,
Genova) o verso l'Europa
settentrionale (Germania,
Belgio, Svizzera).





Mi e’ stato chiesto cosa ero, cosa facevo, nei primi anni sessanta. Ero appena un ragazzino, ma ricordo bene che quelli erano anni di profondi disagi sociali, umani all’interno della comunità di Contessa Entellina, e della Sicilia in generale. Ogni mattina alle 5,30 la corriera di Stassi partiva sovraccarica di gente, contessioti, che emigravano, in direzione della Germania, Svizzera, Francia, Belgio spesso con le valigie di cartone rilegate con cordicelle (e più volte con spago) per evitare che cedessero al sovraccarico dei contenuti. I giovani, ma anche i meno giovani,  intraprendevano il viaggio della speranza. Contessa riprendeva la via della migrazione che dagli anni venti era stata bloccata dal Fascismo che puntava ad avere molte baionette piuttosto che tanti posti di lavoro.  In questa nuova svolta migratoria non si andava più in America, a New Orleans,  ma nel Nord Europa.

Era quello, nel 1960, un tempo di cambiamenti: quell’anno, stando al censimento, il Paese (Italia) aveva raggiunto una popolazione di 50 milioni e 45 mila italiani e la stragrande maggioranza non se la passava affatto bene. Un operaio, se trovava lavoro portava a casa 45.000 lire al mese. Il Giornale di Sicilia costava 30 lire e a Contessa Entellina lo si comprava presso la rivendita delle sorelle Tardo, in via Liuzza. I governi dell’epoca erano, in un certo senso più che retrivi, in termini politici. La Democrazia Cristiana non aveva la maggioranza assoluta e in Parlamento varava solamente leggi che soddisfacevano le forze più retrive dell’estrema destra, gli eredi del Duce e il gruppo parlamentare monarchico. Ricordo che nel corso di manifestazioni per uno sciopero nazionale promosso dai sindacati la repressione fu tremenda e la Polizia fu autorizzata a sparare e le vittime nel corso degli scontri furono dieci (fra Sicilia e Reggio Emilia).

 Devono passare altri tre anni perché inizi la stagione dei governi di centro-sinistra con nuovi protagonisti, Pietro Nenni e Ugo La Malfa. Il quadro politico cambio’, ma quello sociale necessitò inevitabilmente di ulteriore lungo tempo.

(Segue)

Statuto dei Lavoratori

Lo Statuto dei Lavoratori
 (Legge 20 maggio 1970, n. 300)
 è il 
testo normativo fondamentale
del diritto del lavoro in Italia
.
Emanato sull'onda delle lotte sindacali
dell'Autunno Caldo, la legge ha
l'obiettivo principale di 
portare i
principi della Costituzione Italiana
all'interno dei luoghi di lavoro
,
tutelando la dignità, la libertà e l'attività
 sindacale dei dipendenti. I padri politici e
intellettuali della norma furono i ministri
del Lavoro Giacomo Brodolini e
Carlo Donat-Cattin, insieme al giurista
Gino Giugni.



Il curatore del Blog, per più anni ha gestito i rapporti 

lavoristici di una medio-grande azienda. A distanza di decenni

dal pensionamento, ritiene di rievocare l’assetto legislativo

dello Statuto dei Lavoratori e successivo,   che caratterizza  un periodo, per certi aspetti, storico.

* * *     * * * 

Legge 20 maggio 1970, n. 300, pubblicatasulla GURI 27 maggio 1970, n. 131. Norme sulla tutela delle libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento.

L'idea di adottare uno «Statuto dei lavoratori», diretto a garantire il rispetto delle libertà costituzionali negli ambienti di lavoro nacque molto tempo fa. Infatti, il decennio successivo all'entrata in vigore della Costituzione fu caratterizzato dalla tendenza da parte imprenditoriale, a restringere e ridimensionare i diritti dei lavoratori all'interno delle aziende, soprattutto con riguardo all'aspetto della tutela sindacale. l datori di lavoro, infatti, forti dell'assenza in tale periodo di una disciplina limitativa dei licenziamenti, tendevano a isolare i pochi attivisti sindacali e a mantenere i lavoratori in una posizione di inferiorità, nel perseguimento di una logica diretta a impedire che nei posti di lavoro si organizzasse e si sviluppasse una forza politica-sindacale capace di influire in modo determinante sulle strutture sociali, provocandone dei cambiamenti radicali. 

Il legislatore del 1970 si propose di contro di attribuire al sindacalismo tradizionale una posizione di privilegio all'interno delle singole aziende, e segui’ la linea promozionale e di sostegno garantendo con tale meccanismo anche allo Stato di avere come interlocutori dei soggetti stabili e maggiormente disponibili al compromesso. Su queste basi venne emanato lo Statuto dei lavoratori.


Il titolo I dello Statuto ha per oggetto innanzitutto la tutela della libertà e della dignità dei lavoratori ed è diretto a evitare quelle situazioni di repressione che potrebbero attuarsi nell'ambito dell'impresa (come l'uso della polizia privata nelle fabbriche, il controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, l'assunzione di informazioni sui lavoratori, l'esercizio del potere disciplinare, ecc.). 

Il titolo Il, quindi, mira a rafforzare l'effettività del principio della libertà sindacale all'interno dei luoghi di lavoro ed enuncia i principi generali di libertà, imponendo al datore di lavoro essenzialmente di astenersi da una serie di comportamenti che la limiterebbero. 

Il titolo IlI mira, invece, a eliminare o attenuare quegli ostacoli che di fatto impediscono l'esercizio dell'attività sindacale. In quest'ottica viene richiesto al datore di lavoro non un comportamento passivo, l'astensione, ma un atteggiamento positivo di collaborazione, il che sarà per lui più gravoso.

Proprio per questa ragione il titolo III è denominato «Legislazione sostegno» dell'attività sindacale, in quanto il legislatore ha predisposto dei mezzi affinché i sindacati possano agire efficacemente.

Tuttavia proprio perché, come sopra accennato, i diritti riconosciuti dal titolo IlI richiedono una collaborazione del datore di lavoro, e sono dunque un onere per lui, ma soprattutto in considerazione della scelta promozionale sopra esaminata e perseguita nell'elaborazione dello Statuto, il legislatore non ha voluto riconoscere tali diritti indistintamente a tutte le organizzazioni sindacali, ma all'interno di queste ha operato una selezione attuata fondamentalmente dall'art. 19, che apre il titolo IlI, e al commento del quale si rinvia. 

Nell'ambito del titolo IV, che reca disposizioni varie e generali, di rilievo è la disposizione di cui all'art. 28 (repressione della condotta antisindacale), che introduce un efficace strumento diretto a rendere effettivo il principio di libertà sindacale garantito nei titoli precedenti. 

Il titolo V contiene alcune norme sul collocamento superate dagli interventi normativi successivi (v. ASSUNZIONE) e, infine, il titolo VI determina sostanzialmente il campo di applicazione della normativa e contiene altre disposizioni finali e penali.


 Nelle prossime pagine contiamo di  esaminare i singoli articoli e le specifiche fattispecie.

Italiani emigrati, contessioti emigrati. (1)

La mobilità umana post-Unita’

Da Palermo a New Orleans.
Il flusso comincia lentamente
ancor prima dell’Unita’, per
divenire questione di massa
nel Meridione italiano, dal
post Unita’ d’Italia.

 Il fenomeno migratorio costituisce una pagina importante della vicenda storica di Contessa Entellina, di cui è necessario preservare e diffondere la memoria. Personalmente ho notizie di famiglie residenti a Contessa Entellina che negli anni sessanta hanno smobilitato il loro modesto patrimonio locale e sono emigrati in Venezuela. In relazione ai fatti tragici che da giorni travagliano quel Paese, sarebbe interessante che a Contessa Entellina qualcuno che abbia conservato i rapporti con quei concittadini facesse conoscerci le condizioni.

A proposito di emigrazione. La Direzione Generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie del Ministero degli Affari Esteri favorisce iniziative di informazione e valorizzazione della storia della nostra emigrazione, nella convinzione che sia indispensabile comprendere le caratteristiche e l'importanza di quella "altra Italia" che costituisce, ancora oggi, una fondamentale risorsa per il Sistema Paese. In questa prospettiva è stato istituito, come struttura permanente del Ministero degli Affari Esteri, il Museo Nazionale dell'Emigrazione, inaugurato nel 2009 con sede al Vittoriano che ospita una biblioteca sull'emigrazione.

Sul blog ci proponiamo di coinvolgere i lettori nella conoscenza del tema migratorio, che  ci è utile non solo per comprendere appieno le difficoltà ed i drammi vissuti dai nostri connazionali, e da chiunque debba lasciare il proprio Paese, ma anche perché ci rende consapevoli dei progressi fatti e ci richiama, ora che l’Italia è anche Paese di destinazione di flussi migratori, ad un impegno di assistenza, di solidarietà e di presa di coscienza dei diritti degli stranieri che oggi rischiano la propria vita per venire in Italia, ed in Europa, a costruire un futuro migliore per sé e per i propri congiunti.


Chiudiamo questa introduzione sul fenomeno migratorio richiamando un nuovo fenomeno con cui siamo di recente chiamati noi italiani a confrontarci: quello dei "cervelli in movimento", le persone - in particolare i giovani - che vanno all'estero per cercare opportunità di lavoro e acquisire competenze che possono poi essere messe a frutto anche nella madrepatria. Non si tratta di un evento assimilabile alle vecchie "ondate migratorie",  né per la sua natura né per i numeri coinvolti. I giovani che vanno all'estero non fanno riferimento alle associazioni tradizionali e richiedono servizi, anche consolari, diversi rispetto alle comunità "storiche". Con i giovani della nuova migrazione, generalmente muniti di diplomi di laurea, occorre rapportarsi in modo dinamico e flessibile, con il duplice obiettivo fondamentale: cercar di dar loro servizi consolari adeguati alle loro esigenze e fare in modo che essi siano incentivati a ritornare in Italia, dopo esperienza all'estero, portando con sé il bagaglio di competenze acquisite e contribuendo ad arricchire il capitale umano del nostro Paese. Ma… pare che non sia questo l’intento più recente.


(Segue)

domenica 5 luglio 2026

Un Personaggio

Sergio Mattarella è il 12º e attuale Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 3 febbraio 2015. È stato eletto per un primo mandato nel 2015 e successivamente riconfermato per un secondo mandato nel febbraio 2022. Politico, accademico e giurista di origini siciliane, rappresenta l'unità nazionale e funge da custode della Costituzione Italiana


Le radici della parola “Parlamento”:


…riflettere sulla radice della parola “Parlamento”: 

il luogo dove le parole costituiscono, fondano, la

nostra identità senza congelarla in un simulacro.

Fa pensare allo spreco che spesso si fa delle parole.

E al peso che le parole hanno. Fa pensare  alle 

parole che costruiscono e a quelle che possono 

distruggere.

Alle parole vuote, insignificanti, che non impegnano; 

e a quelle piene, dense di significati.

La domenica è fatta per riflettere

I discorsi costituiscono
circa un quarto dell'intero
libro e rappresentano il cuore
 del kerygma, ovvero il primo
 annuncio della fede cristiana.





Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”

I discorsi

I discorsi sono una “forma” molto rilevante negli Atti, già dal punto di vista quantitativo: è stato calcolato che sono 24, e occupano circa 300 versetti, un terzo dell’opera.

Per lo più sono discorsi di apostoli: Pietro e Paolo ne pronunciano un buon numero ciascuno, Stefano uno; Giacomo uno; ma anche altri personaggi parlano a varie circostanze (Gamaliele, membro del sinedrio; Tertullo, avvocato dei giudei, il governatore romano Festo, ecc.). C'è anche un discorso, in realtà una preghiera, della comunità (c. 4). Alcuni sono molto lunghi: il più lungo è quello di Stefano, ma molto ampi sono quelli di Pietro in occasione della pentecoste e quello di Paolo adAntiochia di Pisidia.

Hanno suscitato discussioni: c'è chi ha ritenuto che riproducano, seppure a sintesi, discorsi effettivamente pronunciati e chi li considera un espediente letterario dell'autore, simile a quello adottato dagli storici classici, per suggerire un interpretazione degli avvenimenti. Certamente la rielaborazione letteraria ha un pes decisivo, già nel numero e nel carattere dei discorsi: potremmo notare che sia a Pietro sia a Paolo, due figure messe in parallelo anche per altri aspetti, sono attribuiti un numero simile di discorsi importanti (6 o 7), i discorsi di Paolo si possono raggnuppare a tre a tre: tre discorsi missionari, tre discorsi apologetici, e questi ultimi sono rivolti a tre tipi di interlocutori diversi: agli anziani (cristiani) di Efeso, a Mileto (c. 20); ai giudei di Gerusalemme (c. 22) e al re Agrippa, a Cesarea di Palestina (c. 26). Ogni discorso assume un valore esemplare.

I discorsi più ampi e importanti sono accuratamente elaborati dal punto di vista retorico e vengono articolati in parti; inoltre l'autore si preoccupa di adeguare linguaggio e temi al carattere dei personaggi e alle situazioni (già vi abbiamo accennato). Un ruolo importante, nei discorsi ai giudei, hanno le citazioni bibliche.

Alcuni temi di base vengono ripetuti nei diversi discorsi secondo uno schema fisso. I discorsi spesso accompagnano, come un commento, eventi capitati: ad es., il promo discorso di Pietro segue ai fatti prodigiosi della pentecoste (c. 2), il secondo al miracolo di guarigione dello storpio (c. 3).

La forma che assumono i discorsi negli Atti si differenzia alquanto da quella dei discorsi di Gesù, che hanno un carattere sentenzioso o prescrittivo o parabolico

sabato 4 luglio 2026

La cultura, cosa è?

La distanza tra l'Europa e
gli Stati Uniti nell'era Trump è
diventata evidente su più
fronti, separando due modelli
di società e di governance.
Questo allontanamento si
basa su divergenze profonde,
che coinvolgono le scelte
economiche, la tutela dei
diritti e la visione del ruolo
dell'Occidente nel mondo.

L'approccio isolazionista
statunitense mira a
disimpegnarsi dal ruolo
di "poliziotto del mondo" e
mette in discussione accordi
storici. L'Europa, costretta
a fare i conti con un conflitto
alle proprie porte, si trova
a dover ripensare e rafforzare
la propria autonomia
strategica e il suo sistema
di difesa comune.






Viaggio dentro il processo culturale. 

Per qualche tempo all’interno delle pagine del blog contiamo di intrecciare storia, cronaca, politica, sentimenti umani ai problemi della cultura. Stiamo assistendo ai nostri giorni alla frattura (rottura?) di visione delle cose del mondo fra USA ed Europa e ci chiediamo se il dato e’ solo politico, magari con l’aggiunta economica, oppure fra le due sponde dell’Atlantico sta accadendo qualcosa di più profondo? Qualcosa di culturale? Parleremo pertanto di cultura, di arte e di politica in quanto espressione di ben altro.

La pagina, per la natura della tematica, è aperta a chi conviene su ciò che andremo sviluppando ed a chi dissente. 

= = = 

Cosa sta provocando la rottura fra Europa e Nord America? Esiste sicuramente una serie di ragioni storiche e persino ideologiche. Esiste una problematica che risale all’Ottocento che ha assistito all’unita’ spirituale e culturale fra le due sponde dell’Atlantico e che sembra recentemente via via spezzarsi. 

Partiremo da lontano, ma a noi più che la lontananza politica (che persisterà con certezza fino alla fine della presidenza Trump), interesserà quella culturale e spirituale che invece  è andata spezzandosi e probabilmente resterà di difficile ricomposizione, per non dire impossibile.  Proveremo a cogliere come dalla polemica trumpiana si sviluppa una visione nuova e differenziata delle cose del mondo; e a questo punto la differenziazione da politica va, andrebbe, letta in termini culturali. Ossia ci ritroviamo diversi noi europei dagli americani.

A) L’Ottocento europeo ha conosciuto una tendenza rivoluzionaria di fondo, sulla cui base si è sviluppato il pensiero filosofico, letterario e politico, oltre che la produzione artistica e l’impegno degli intellettuali in Europa. Il tutto era sopratutto avvenuto già nel periodo antecedente le tante rivoluzioni del 1848. Nella generalità dei paesi europei, nonostante le differenze di lingue e di stirpi, di livello politico, sociale ed economico, si puntava ovunque all’affermarsi di uno sviluppo spirituale, che era quello ereditato dalla Rivoluzione francese (nozione di popolo, concetto di libertà, fiducia nel progresso). Nel 1848, quando tutta Europa si infiammò, mai tanti poeti, letterati si ritrovarono tra gli insorti col fucile in spalla. L’arte, la letteratura sono state viste come specchio della nuova realtà in movimento, espressione attiva del popolo. In quel movimento politico del 1848 per la prima volta l’arte, la letteratura, la cultura in generale per la prima volta furono viste come specchio, espressione attiva del popolo.

C’è’ una frase di Jules Michele (1798–1874 è stato uno dei massimi storici e saggisti francesi del XIX secolo), che sottolinea la necessità del popolo nella cultura: “La generazione passata è stata una generazione di oratori, l’attuale sia di veri produttori, di uomini d’azione, che di lavoro sociale. E d’azione in molti sensi. La Letteratura, uscita dalle ombre della fantasia, prenderà di fatto corpo e realtà, sarà una forma dell’azione; essa non sarà più divertimento di qualche individuo, o di pigri, ma la voce del popolo al popolo”.

(segue)

Un personaggio

 

30/10/1871-20/07/1945
Paul Valéry (1871-1945) è stato un celebre poeta, saggista e scrittore francese. Tra i massimi esponenti del Simbolismo, è famoso per il rigore intellettuale, la poesia cerebrale e le profonde riflessioni sulla natura dell'arte, del linguaggio e della coscienza.
E’ annoverato fra gli intellettuali più influenti d'Europa e membro dell' Académie Française.

Nei suoi Sguardi sul mondo attuale, 
così giudica la “politica”:

La politica fu in primo luogo
l’arte di impedire alla gente
di immischiarsi  in ciò che la
riguarda.
In un’epoca successiva si

aggiunse l’arte di  costringerla

a decidere su ciò che non capisce.

Parole frequenti sui media


onde lente. Il sonno a onde lente, o sonno profondo non Rem, è la fase del sonno essenziale per il recupero fisico, il consolidamento della memoria e la rigenerazione cellulare. È caratterizzato da onde cerebrali delta ampie e sincronizzate. Quando la temperatura supera i 26 gradi, il sonno profondo si riduce e rende più difficile il recupero. 

Corrisponde alla fase più profonda del sonno non-REM (stadio N3). È caratterizzato da onde cerebrali ampie e lentissime (onde delta). Durante questa fase, battito cardiaco, pressione e respirazione rallentano al massimo, mentre il corpo si rigenera e il cervello consolida i ricordi

venerdì 3 luglio 2026

Parole frequenti sui media

 

L’OMS è attualmente
composta da 
194 Stati
membri.
omsL’Organizzazione Mondiale della Sanità, con sede a Ginevra, è stata istituita con il Trattato di New York del 1946 ed è entrata in vigore nel 1948. Ha come missione di garantire a tutte le persone «il più alto livello possibile di salute fisica, mentale e sociale». L'organizzazione conta 194 Stati membri e lavora con l'obiettivo di far raggiungere a tutte le popolazioni il livello più alto possibile di salute. Le sue funzioni principali includono:

  • Gestione delle emergenze: coordina la risposta globale a pandemie ed epidemie.
  • Linee guida sanitarie: stabilisce standard globali e scientifici per farmaci e cure.
  • Prevenzione e salute: promuove campagne contro malattie, fumo, abuso di alcol e malnutrizione.
  • Sostegno tecnico: aiuta i Paesi vulnerabili a sviluppare sistemi sanitari solidi

  • Immaginiamo di vivere nel 1400

     

    Re Alfonso fu uno dei monarchi
    più potenti e influenti del
    Rinascimento, capace di
    unificare sotto la Corona
    d'Aragona gran parte dei
    territori del Mediterraneo
    occidentale. E
    reditò i titoli di
    re di Aragona, Sardegna e Sicilia
     nel 1416. La sua impresa più
    celebre fu la 
    conquista del
    Regno di Napoli
     nel 1442,
    strappandolo alla dinastia francese
     degli Angiò dopo anni di duri
    scontri militari. A Napoli
    assunse il nome di 
    Alfonso I.

    Città, ceto dirigente e privilegi (1)


    Il 30 maggio 1421, durante il suo viaggio in Sicilia, re Alfonso venne a Catania.

    Direttosi, per entrare nella città, verso la porta di Aci, la trovò chiusa. Qui i giurati Niccolò d'Usina, Errico Tedeschi, Niccolaccio Migliarisi, Andrea Leone, Astasiello Taranto e Antoniello Paternò gli si presentarono dinanzi e gli chiesero di voler conservare i privilegi della città sottoscrivendo un atto pubblico che fu letto e confermato dal notaio Giovanni di Mina. Conclusasi la cerimonia, il sovrano poté entrare e soggiornare nel castello Ursino per due giorni. 


    Ventisette anni prima un altro re, Martino I, si era trovato di fronte le porte chiuse di Catania, ma quella volta nessuno si presentò ad accoglierlo: per entrare dovette assediare la città per terra e per mare e combattere. Estenuati dalla fame e dalla sete, i catanesi alla fine trattarono la resa (6 agosto 1394) ed evitarono il saccheggio pagando 5.000 fiorini; il re confermò loro i privilegi e dichiarò di non volerli punire per devozione a Sant'Agata.


    La città medioevale, anche se facente parte di un regno e riconoscendo l'autorità suprema di un sovrano, manifesta in siffatti episodi la sua radicale singolarità, la sacralità del suo territorio e il forte senso d'appartenenza dei suoi abitanti ad una comunità politico-religiosa caratterizzata da un particolare reggimento e dal particolare culto ad un santo protettore. Essa non è un semplice ente pubblico regolato da una legge generale ma una comunità civica che si regge su consuetudini, regolamenti, statuti, forme di tassazione, rapporti con il territorio, con le altre città e con lo Stato acquisiti nel corso del tempo e considerati patrimonio comune di tutti i cittadini, i quali peraltro non sono tali per il semplice fatto di risiedervi: della città tardo-medioevale e moderna si è cittadini come si è di uno stato e la cittadinanza è una qualità che non si perde trasferendosi altrove.

    (Segue)


    ====

    Nel lungo termine ci proponiamo di conoscere la Sicilia, quella anteriore all’insediamento degli arbereshe.

    La Letteratura (29)

    Dalla cultura medievale a …

    Dopo la nascita delle prime 
    università medievali (come 
    Bologna nel 1088 e Parigi) , 
    il sistema di istruzione 
    superiore conobbe una 
    rapida espansione in 
    Europa e una profonda 
    evoluzione istituzionale 
    che gettò le basi per 
    l'università moderna.





    Il prestigio acquisito dalle istituzioni universitarie non mancò di suscitare l'attenzione e anche la preoccupazione dei due poteri che, nel mondo del XIll secolo, miravano a controllare le istituzioni intellettuali e gli uomini che vi operavano: le monarchie, nei Paesi dove affermarono la loro egemonia, e la Sede romana. Però l'iniziativa pontificia, forte del richiamo al valore universale della christianitas e della tradizione che attribuiva agli intellettuali un certo carattere "clericale", riuscì a prevalere. Filippo Il Augusto, re di Francia, riconobbe, sino dal 1200, l'universitas studiorum parigina, destinata a diventare la massima istituzione accademica europea; ma i suoi statuti furono approvati da Innocenzo III che li fece compilare, nel 1215, dal proprio legato Roberto di Courçon. Non solo: benché le università tendessero ad articolarsi nelle quattro distinte facoltà delle "arti", di medicina, di giurisprudenza e di teologia, fu particolare preoccupazione della Chiesa di riaffermare sempre la preminenza della "scienza sacra" nell'ordine del sapere. Di fronte alla crisi aperta da esperienze intellettuali così sconvolgenti occorreva, insomma, ristabilire una gerarchia di valori e di "autorità" che non poteva essere sovvertita. Però fu chiaro agli stessi teologi che occorreva rinnovare profondamente, nei concetti e nei metodi, la loro disciplina, e operare nuove scelte ed elaborazioni teoriche che definissero con chiarezza i rapporti tra la "scienza sacra" e la filosofia e permettessero, d'altra parte, di trasformare la maestosa "enciclopedia" aristotelica nel fondamento scientifico di una cultura ancora culminante nella fede e nella rivelazione cristiana.

    A svolgere questa missione intellettuale furono chiamati, soprattutto, gli ordini mendicanti, nati per offrire una nuova risposta all'esigenza di vivere il messaggio cristiano in piena conformità con la parola evangelica, ma anche alla necessità di affrontare il difficile dialogo della Chiesa con una reatà mondana già così lontana dai modi di vivere e dall'assetto sociale dell'Europa altomedievale. Queste istituzioni, e, in particolare, i frati minori francescani e i frati predicatori domenicani, si dimostrarono subito straordinariamente capaci di operare in queste diverse condizioni storiche, con un'indubbia duttilità che permise loro d'integrarsi in un "tessuto" sociale già assai più complesso e di operare il rinnovamento intellettuale della Chiesa ormai imposto dai tempi. Formati da religiosi che si spostavano, con singolare mobilità, nel più diversi ambienti, nelle scuole e nelle corti, tra dotti e popolani, tra ricchi mercanti e la plebe più povera delle città e dei contadi, gli ordini mendicanti compresero che era necessario misurarsi con il crescente prestigio di dicanti compresero che era necessario misurarsi con il crescente prestigio di una cultura estranea alla tradizione cristiana, ma assai funzionale agli sviluppi della vita economica, sociale e politica, per tentare di ricondurla sotto la "disciplina" e le finalità della Chiesa. Va detto subito che essi operarono con propositi e metodi assai diversi.


    (Segue)

    giovedì 2 luglio 2026

    Contessa Entellina si svuota

    Non solo Contessa Entellina

    Il Rapporto annuale Istat 2026 segnala inoltre

    che sempre più donne laureate lasciano l’Italia


     Ogni anno decine di migliaia di giovani lasciano il paese Italia. Con la laurea in tasca. E tra chi parte, ci sono sempre più donne. Che Contessa Entellina si è svuotata da tempo non fa più notizia; tanto e’ vero che qui per gli anziani che restiamo vengono organizzate feste su più gusti; tanto si usano soldi pubblici! Ogni notizia in materia ormai, qui, a Contessa Entellina passa inosservata.

     Più rilevante, e pertanto attenzionata dai media, e’ la segnalazione ISTAT secondo cui ogni anno decine di migliaia di giovani lasciano il Paese. Con la laurea in tasca. E tra chi parte, ci sono sempre più donne. I numeri sono stati fotografati dal Rapporto annuale Istat 2026: nel 2024 hanno lasciato l’Italia 25mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, a fronte di poco più di 4 mila rientri. Il Cnel ha tradotto questo esodo in una cifra impressionante: 160 miliardi di euro di capitale umano perso nell’ultimo decennio. Le ragioni non sono misteriose: gli stipendi italiani sono fermi in termini reali ai livelli del 1990, chi studia sa già, prima di cercare lavoro, che altrove sarà pagato meglio, riconosciuto prima, stabilizzato più in fretta.

     La quota di donne che si trasferiscono all’estero è cresciuta: oggi sono circa la metà. E tra le emigrate la quota di laureate supera quella maschile. C’è poco da stupirsi. È il risultato di un sistema che chiede alle donne di essere più brave e poi offre loro meno. Meno salario, meno carriera, meno spazio. 

      In un paese tra i più anziani al mondo, le strutture accademiche, produttive e istituzionali riflettono ancora chi le ha costruite e chi le occupa. Per una giovane donna, lo spazio è spesso quello che rimane. 

     Chi non vuole aspettare, parte. Un report dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro misura: le donne occupate dedicano al lavoro domestico e di cura non retribuito oltre due ore al giorno, contro poco più di mezz’ora degli uomini. Non è un dato di natura, ma l’esito di un welfare che scarica sulla famiglia e dentro la famiglia, sulle donne, ciò che altrove è affidato ai servizi pubblici. Congedi di paternità residuali, asili nido insufficienti, carriere femminili che rallentano con la nascita dei figli mentre quelle maschili, spesso, accelerano.

     Chi lascia l’Italia non cerca un paese diverso. Cerca un sistema che non chieda di scegliere tra vita professionale e vita personale, una scelta che agli uomini, per lo più, non viene posta. Cerca un contesto in cui essere presa sul serio: senza battute sull’aspetto, senza paternalismo, senza dover dimostrare il doppio per ottenere la metà. Difficile trovarlo in un paese in cui il dibattito pubblico è avvitato sulla nostalgia del passato, il sessismo resta costume accettato e la parità continua a essere trattata come un’agenda sospetta.
 Il problema non è soltanto attrarre chi è partita. È costruire un paese in cui valga la pena restare.


    La Letteratura (28)

     

    Il termine università, nell'originaria
    accezione del termine, designa un
    preciso modello d'istruzione che ha le
    sue origini nelle chiese e nei conventi
    europei, dove, attorno all'XI secolo,
    iniziarono a tenersi lezioni, con letture
    e commento di testi filosofici e giuridici,
    e presso di essi, o in genere attorno a
    grandi personalità ecclesiastiche, varie
    categorie di docenti e studenti
    cominciarono a organizzarsi in
    corporazioni o universitates.



    La nascita delle università

    Secondo il significato originario del termine (universitas, comunità), l'università era una corporazione di insegnanti e studenti, organizzata con ruoli diversi (a Parigi prevaleva il ruolo dei docenti, a Bologna quello degli studenti). Nel Duecento fu usato il termine di Studium generale per indicare l'università dove vi era almeno una delle maggiori facoltà, dove insegnavano numerosi docenti e dove più grande era l'afluenza di studenti, anche stranieri.


    I primi Studia generalia furono le università di Bologna, Parigi e Oxford. Mentre nelle università italiane prevalevano le facoltà (come diritto e medicina) che abilitavano a una professione, nelle università straniere la facoltà principale era la teologia (lasciata in Italia agli ordini religiosi). Il docente universitario riceveva una paga commisurata al suo prestigio, corrisposta in un primo tempo dagli studenti con un sistema di autotassazione (la collecta) e costituita, in un secondo tempo, da benefici o rendite ecclesiastiche.


    Nel 1155, l'imperatore Federico Barbarossa concesse agli studenti bolognesi l'Authentica Habita, garantendo loro immunità, privilegi e la libertà di spostarsi per studiare senza subire ritorsioni.

    L’uomo, il pensiero, la riflessione, la decisione, la politica

     

    11) Un amico, un cultore del pensiero degli uomini, ci fa sapere che farà pervenire periodicamente al blog alcuni dei suoi preziosi e profondi pensieri, sull’uomo. Ci fa prioritariamente sapere che egli non ritiene uomini coloro che per stupidità (che auto definiscono orgoglio) non apprezzano i loro oppositori.






    =. = = Parlare di se’ stessi è pericoloso
    sopratutto in quest’epoca dominata
    dall’individualismo.

    =. =. = Ma come si può conoscere la 
    verità di un uomo senza capire l’ambiente 
    che lo ha generato, gli incontri che lo hanno
    segnato, le svolte che ci sono state 
    nella sua vita?

    =. = =  Nella vita di ciascuno ci sono
    degli incontri che spiegano molti aspetti
    della sua personalità e dell’impegno di
    vita che seguirà.