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giovedì 12 febbraio 2026

La comoda arte di governare la politica senza una sola idea. di Vito Riggio

  Riceviamo da un amico di Contessa E. un testo curato da un noto personaggio siciliano, uomo politico e da sempre amministratore di aziende pubbliche.  Già in passato sul blog abbiamo accolto testi che ci pervengono da più fonti, indipendentemente se siano vicine o meno alla visione del blog. Volentieri pertanto pubblichiamo il testo.

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Sosteneva Raymond Aron, il grande pensatore liberale, amico e rivale di Sartre nell’immediato dopoguerra, che quando si studia la politica si ha a che fare con idee mentre quando la si pratica con passioni e interessi. Questa valutazione sembra non riguardare la Sicilia autonoma. Qui, almeno a guardare le cose in modo effettuale e non volontariamente servile o ingenuamente laudatorio, sembra scomparsa ogni ombra di idea e prevalgono interessi e passioni. Sia dal punto di vista discorsivo che da quello operativo. Il dibattito, se così lo si può ancora chiamare, riguarda la durata e la distribuzione degli incarichi, la scelta di persone da promuovere o scartare, la durata delle cariche istituzionali e soprattutto la distribuzione di benefici, sotto forma di bonus, esenzioni, rinvii di pagamenti o mutui e ogni altra forma di sollecitudine verso un popolo sempre meno disposto a recarsi alle urne. 

La situazione sembra quella dell’antica Atene, dove, al di là della retorica successiva sulla invenzione della democrazia, la gente comune, chi faceva andare le navi, non voleva perdere tempo con la politica e per convincerla a recarsi alla riunione della Boulè si passava con una corda intinta nel minio. Era vergogna essere toccati dal colore rosso che la corda usata per trascinare i renitenti e gli indifferenti lasciava sulle spalle. Oggi sarebbero milioni i toccati. Coloro che pensano non valga più la pena di occuparsi della cosa pubblica. Che non è più veramente di tutti ma solo dei pochi che intendono profittarne. Cioè non servire ma servirsene. Come disse un brillante ministro ora scomparso: “La situazione è un disastro. Ma è meglio che la gestiamo noi.” Quelli che ritengono sia importante solo ottenere vantaggi per sé, i propri cari e familiari e tutto il resto se lo sbrighino quelli che di politica campano. Oppure il disgusto di coloro che sono indignati, delusi, amareggiati da come le cose vanno e quindi si ritraggono. Gli astenuti morali. Diceva, a questo proposito, un siciliano illustre come Enzo Sellerio di non stare a Palermo ma a casa propria. E veramente così scompare una intera attitudine che vedeva nella politica, almeno di principio, la scienza fondamentale o meglio l’arte regale di governare la comunità. Vengono meno le analisi che hanno contrapposto le persone nel secolo ormai trascorso. In primo piano viene la piccola e mediocre ricerca del proprio particolare e crollano i partiti come canali di partecipazione alla determinazione dell’indirizzo politico. Che sembra scomparire nel grigiore di una prassi quasi cieca. Un aspetto della crisi che affligge le democrazie dappertutto. Non lontano dalla Nazione come preferiscono chiamarla i governanti attuali. E che da noi si declina come crisi del modello autonomistico. Della speranza riposta nell’autogoverno, nell’autodeterminazione, nella partecipazione. La fine cioè dell’alibi per tanto tempo in vita, alimentato da una narrazione corale, che il ritardo regionale fosse dovuto alla lunga dipendenza dall’esterno. E che i mali dell’isola si sarebbero risolti dando spazio e potere agli stessi siciliani. Oggi i dati smentiscono questo pensiero politico che fu alla base del regionalismo e della lotta per l’indipendenza o perlomeno per una forte e speciale autonomia in senso sturziano. E che diede vita allo Statuto ormai ottanta anni orsono. E sembra che la crisi sia aumentata. Sicuro non risolta, da quando i siciliani, sia pure parzialmente, si amministrano da soli, Ambiente, tutela delle coste e del paesaggio, risorse idriche, siccità e inondazioni. Tutto il campionario oltre la sanità che è tutta quanta di competenza regionale con scarsa soddisfazione degli utenti. E le graduatorie umilianti che vedono la Sicilia, insieme a Calabria e Campania agli ultimi posti per qualità della vita e ai primi per bulimia costruttiva.        

Come ha scritto Asor Rosa nel suo ultimo lavoro su Machiavelli e l’Italia, che ha come sottotitolo cronaca di una disfatta, ”I veri barbari non vengono più da fuori: sono dappertutto.” E sono all’interno delle istituzioni e nella società che un tempo si chiamava civile e spesso presenta picchi inauditi di violenza e cinismo. Ma tutto ciò non deve farci rinunciare alla democrazia, al libero confronto delle idee, quando tali idee ci siano. Non potranno che tornare ad esserci. In modi al momento imprevedibili che spetta ai giovani inventare e praticare nonostante delusione e migrazione. Al di là delle mode, delle meschine convenienze e del disincanto. Speriamo al più presto. In modo che la frana di Niscemi non sia la sola metafora rimasta della Sicilia. La Sicilia che ha visto uomini come Cassarà, Falcone e Borsellino Perchè virtù contro furore possa prendere l’armi e fia il combatter corto. In modo che la croce che è precipitata non richiami una disfatta irreparabile.

Vito Riggio

Il gusto della riflessione 6)

Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare

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 La finta amicizia

Ci sono degli amici che

sono disposti a stare 

al vostro fianco fino all’ultima

lira. La vostra, non la loro.

 

Si tratta di una frase, ovviamente sarcastica, di Carlo Veneziano, giornalista e scrittore (1882-1950). La frase si adatta alla società dell’amicizia facile, sbrigativa e superficiale che si riscontra più nei piccoli centri come Contessa Entellina che nelle città quale Palermo. Molti scrittori e sociologi hanno scritto sull’amicizia, quella gratuita. Quando in essa si infiltra uno scopo, un interesse e’ inevitabile che essa prima o dopo e’ destinata ad inaridirsi. Il calcolo, il vantaggio, l’invidia sono agli antipodi dell’amicizia.

L’amicizia se e’ tale mostra generosità, volontà di perseguire insieme nella piena libertà delle personali idee e scelte che possono convivere nel dialogo e confronto sereno.

Politica, economia, sociologia, diritto

L’antico abitato di
Contessa Entellina
a valle di Brignet


L’urbanistica è la 
disciplina
tecnica, teorica e pratica che
studia, pianifica e gestisce lo
sviluppo del territorio, delle
città e delle aree urbane
. Il
suo obiettivo principale è
organizzare l'uso del territorio,
 garantendo la qualità
ambientale, l'adattamento
funzionale degli insediamenti
 e il benessere delle comunità.

L’economia / sociologia nella vita quotidiana: il vivere comunitario nei centri siciliani trascurati.

Territorio e vita. E’ facile volgendo lo sguardo indietro, per noi contessioni o comunque residenti nella Valle del Belice, cogliere la gravità degli eventi naturali  su chi (tanta gente) si vede, come a Niscemi,  cambiare non solo i ritmi della vita ma anche le prospettive sul futuro. 

  Se il sisma nel Belice non era prevedibile, verosimilmente la frana di Niscemi stava nel futuro delle cose, e lo stanno confermando i vari studi e le varie relazioni di tipo territoriali ed urbanistiche nel tempo curate dagli organismi tecnici pubblici. In una di quelle relazioni, che cominciano a filtrare, leggiamo “E’ facile, guardandosi alle spalle, vedere quanto questi cambiamenti (forse andrebbe scritto … eventi) si siano susseguiti inesorabilmente l’un l’altro, e quanto “naturale” fossero le loro conseguenze: i suburbi, per fare un esempio, sono il risultato di un mezzo di trasporto privato poco costoso

La questione cambia se ci si chiede fino a che punto e’ possibile prevedere queste catene di eventi  o aiutare a evitare alcuni  dei loro risultati  più indesiderabili. Il problema è che non e’ che manchino i profeti -sono sempre stati numerosi in quasi tutte le epoche e i luoghi-, ma piuttosto il contrario, e’ che su Niscemi il problema pare sia stato profetizzato.

Il vero problema è sempre stato selezionare  e scegliere fra le imbarazzanti qualità di futuri suggeriti in alternativa.  In questo, le società umane, frequentemente non mostrano grandi capacità (o volontà?). Proponendoci di proseguire il nostro percorso sull’urbanistica in Sicilia, riportiamo il pensiero di un noto economista statunitense: “Una previsione basata su dati passati può essere solida  se si rivela ragionevole partire dal presupposto che passato e futuro appartengono allo stesso universo statistico”.  Si tratta di un commento rilevante perché -avremo modo di coglierlo- i cambiamenti interessano anche gli stessi strumenti d’osservazione tradizionali.

(Segue)

Una foto del bel paese

 

Noi italiani siamo abituati a parlare male del nostro Paese e bene dei paesi esteri. 
Dai giornali di questi giorni estrapoliamo una fotografia non con immagini ma con dati statistici. Non ne attestiamo la piena attendibilità e però più testate hanno dedicato spazio.
L’unico dato che in quanto blog riconosciamo come verificabile e’ che negli anni cinquanta del Novecento i residenti a Contessa Entellina erano 3000-3500 unità. Oggi i residenti siamo più prossimi a mille che a millecinquecento.
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L’Italia nel mondo. Sulla Terra siamo in 8,23 miliardi di individui; solo un abitante su 6 (meno del 17%) ha tutto ciò che in linea di massima hanno gli italiani: acqua corrente potabile, servizi igienici, energia elettrica, televisioni, giornali e circostanza non secondaria (1) protezione sociale (2) la libertà democratica; (3) welfare, (4) ospedali e (5) copertura dai tanti rischi; (6) istruzione e cibo

In molte parti del mondo, sopratutto in Africa e in alcuni paesi sud americani  si vive con meno di 2 dollari al giorno, gli ospedali sono un miraggio così come la scuola spesso a pagamento; il futuro è solo una parola senza grande significato. Solo 1,4 miliardi di individui o poco più hanno una qualche forma di protezione sociale; ma quelli che possono avere il welfare italiano — scuole, ospedali, cure sanitarie e assistenziali, pensioni e sussidi — sono nel mondo poco più di 700 milioni, meno del 10%.

L’Italia è tra i primi otto Paesi per Prodotto interno lordo (pil), preceduta da colossi come Usa, Cina, Giappone, Germania, India, Regno Unito e Francia; è al quarto posto per export, al secondo posto per manifattura in Europa; è tra i primi cinque Paesi al mondo per rapporto tra spesa sociale e Pil. Se poi guardiamo ai comportamenti degli italiani, emerge un Paese di «poveri benestanti»; siamo tra i primi in Europa, e quindi anche nel mondo, per possesso di prime case (oltre l’80% degli italiani), di seconde o più case. Al secondo posto per possesso di animali da compagnia dopo la piccola Ungheria: in base ai dati Istat il 37,7% delle famiglie vive con un animale domestico, cani e gatti, e il numero medio di cani per famiglia, tra quelle che ne possiedono, è pari a 1,3, mentre quello dei gatti è di 1,8. Per dirla in sintesi gli italiani possiedono 13,9 milioni di cani microchippati e circa 11 milioni di gatti oltre ad altri animali per un totale di circa 60 milioni (uccelli, pesci, piccoli mammiferi e rettili). 

Per contro

==i bimbi nelle famiglie italiane tra 0 e 14 anni sono solo 7,2 milioni molto meno di cani e gatti. 

== siamo primi di gran lunga in Europa per evasione fiscale e contributiva; 

==siamo esportatori netti di malavita organizzata. 

==siamo tra i primi tre Paesi per risorse impiegate in gioco d’azzardo con una spesa che nel 2024 è ammontata a 157 miliardi (agenzia dei monopoli), oltre a circa altri 20 miliardi di gioco irregolare: una quota pro capite di 2.665 euro molto più di quella sanitaria (2.345 euro). 

==siamo al quarto posto per uso di droghe, tra i primi due per possesso di smartphone e contratti di telefonia mobile con 80 milioni di sim attive (135% in rapporto alla popolazione)

==siamo al secondo posto per chirurgia estetica, 20 miliardi l’anno spesi per il fumo; 10 miliardi per maghi e fattucchiere per predire il futuro, ovvero molto più di quello che si versa nei fondi pensione. 

==== di contro siamo ultimi per tasso di occupazione, 

==== ultimi per produttività totale e meno di metà classifica per ore lavorate; 

=  = = siamo primi per debito pubblico. 

Altre specificità italiane

#### Siamo un Paese che spende circa 185 miliardi per l’assistenza sociale distribuiti senza fare ulteriori controlli ogni anno ai 30 milioni di italiani che hanno fatto la dichiarazione per l’Isee.

#### Una spesa assistenziale ormai fuori controllo e di poco inferiore a quella per le pensioni, al netto degli oltre 70 miliardi di Irpef che gravano sugli assegni pensionistici, erogata in denaro senza alcun gravame fiscale, a pioggia senza nemmeno una banca dati, come accade in moltissimi Paesi europei, per verificare gli effettivi bisognosi.

mercoledì 11 febbraio 2026

Il gusto della riflessione 5)

 Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare.

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Scambiarsi un dollaro

 

Se tu ed io ci scambiamo

 un dollaro, restiamo sempre 

con  un dollaro ciascuno.

Se invece ci scambiamo

 le idee, dopo tu ne hai due e io pure.

 

La frase è di Dan Zaira, americano, e vuole ricordarci con massima efficacia che scambiarsi una idea o l’amore e’ un reciproco arricchimento spirituale.  Chi vive di scambi commerciali difficilmente gusta la bellezza della vita.

Politica, economia, sociologia, diritto

Contessa Entellina
Nella notte 1968, alle ore 2:33 del 15
gennaio, una scossa molto violenta
causò gravissimi danni
. Ma la scossa
più forte si verificò poco dopo, alle
ore 3:01, e causò gli effetti più gravi.
In quella notte perse la vita una ottima
persona, il concittadino, Agostino
Merendino.
Seguirono altre scosse 
che seminarono
vittime e danni in tutta la Valle
del Belice.





Territori e vita. Sotto più punti di vista, il centro abitato (che sia un grosso paese o una città) è sempre una realtà intrigante, nel senso che è quasi normalissimo che ciascuno provi ad intromettersi negli affari altrui.  La città, o comunque il grosso aggregato urbano, è comunque nella società occidentale luogo e sede dell’espressione della civilizzazione umana e, come contestualmente in tanti pensano e dicono,  luogo di dissipazione e alienante di “umanità“.

  Studiando la Storia scopriamo che nel corso dell’umanità i cambiamenti in direzione del progresso ci sono sempre stati e il loro ritmo si è sempre via via accellerato. In ultimo la rivoluzione industriale (e contestualmente commerciale) ha trasformato la società rurale di stretta sussistenza quale era senza alcun dubbio la realtà belicina ante ‘68 nella Sicilia occidentale, nella società sicuramente più ricca e urbana dei nostri giorni. E’ ovvio,  nel contempo, che ad ogni evento in direzione del progresso non e’ mai escluso uno o più risultato indesiderato. E anche nella nostra area, e nel complesso del Belice, qualcosa non è sempre andato per il verso giusto. Ma avremo tempo per intrattenerci.

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L’economia / sociologia nella vita quotidiana: I cambiamenti dei centri abitati.
Sicilia nostra
Niscemi 2026. E’ facile, guardandosi alle spalle, vedere quanto i cambiamenti si siano susseguiti inesorabilmente l’un l’altro, e quanto “naturali” sono state le loro conseguenze: i suburbi di Niscemi che sorgevano prossimi al precipizio, per fare un esempio, sono il risultato di una tolleranza civica, clientelare, amicale, e nel contempo incivile, in una società quella italiana, timbrata come democratica e dal gusto europeo.
In una realtà siciliana, di periferia, clientelare e amicale, dove le previsioni e gli elaborati edilizie servono solo per conservarli negli archivi,  e’ da chiedersi fino a che punto e’ possibile prevedere la catena di eventi o meglio aiutare ad evitare  alcuni dei risultati più indesiderati? 
Non è che in Sicilia manchino i profeti (o meglio le persone corrette che non intendono categoricamente avvalersi dei favori clientelari), essi ci sono sempre stati, e sono pure stati numerosi in ogni epoca e in ogni area della nostra Isola che, per essere state persone corrette, hanno in più casi pesantemente pagato. Il vero problema della nostra Isola è sempre stato selezionare e scegliere  fra le imbarazzanti quantità di futuribili politicanti, chiacchieroni, ciarlatani e le persone serie e competenti che non amano fare esibizioni (qualcuno dice fare chiasso).

In materia urbanistica in Sicilia, la società civile non ha quasi mai dimostrato grande volontà di correttezza. Qui si è sempre cercato l’amicu e la parlata e l’invocazione e comunque l’attesa della “prossima” sanatoria.

Sul tema delle abitazioni, e comunque dell’urbanistica in Sicilia, ci proponiamo di dilungarci. Segno che il processo della “ricostruzione” nell’area del Belice qualche consapevolezza a tanti amici l’ha lasciata.

A cosa serve la politica?


Proporre cambiamenti e’ facile.

Cambiare i fondamenti e’ difficile.

Una data da tenere presente è quella che Trump definì il «Liberation Day», cioè l’imposizione di dazi nell’aprile 2025. Non si trattò solo di una mossa politica e commerciale, si trattò del simbolo della fine dell’identificazione fra Stati Uniti ed Europa; fu quella data una scissione che designa la solitudine del Vecchio Continente, una condizione che il vecchio continente ancora oggi stenta a cogliere, ammettere e ancor meno ad affrontare. La risposta burocratica e tecnocratica delle istituzioni europee e dell’elettorato, che sembra premiare sempre di più ciò che è alternativo al sistema attuale e’ segno che ancora non si colgono i nuovi segni. Negli Stati Uniti, Trump e l’enfant prodige J. D. Vance, oggi vicepresidente, sono ancora da capire e da approfondire. La loro narrazione dominante esplicitata chiarissimamente “il distacco per sopraggiunta insofferenza dal mondo esterno”; il loro comportamento, simbolo di un post conservatorismo e post progressismo, punta esclusivamente a «un pragmatismo funzionale al proprio potere che si nutre di svuotamento della normale logica». 

Di fronte a questa anomalia manifesta, che porta con sé uno stravolgimento delle categorie interpretative della politica e della società,  come puo’ l’Europa ridefinire l’idea complessiva di libertà e di società democratica? E anzi, la domanda chiave è: «La civiltà occidentale, perché questo è il suo nome, è davvero giunta al capolinea o ci sono ancora elementi di speranza?».

In Europa, in tanti si chiedono “E’ possibile il ritorno alla politica, cioè al superamento di modelli basati solo sugli interessi economici? “. Che poi significa  Occidente, cultura, identità, persona e, soprattutto, libertà. In pratica «… tornare al popolo, alle persone, a declinare nel concreto un’idea di libertà che porti in sé come irrinunciabili un’idea di giustizia sociale e di equità». 

Si vorrebbe salvare ciò che c’è di buono del cosiddetto Occidente e delle nostre identità con le nuove possibilità per immaginare un futuro credibile, a cui sempre più persone possano riferirsi. Quale sarà, potrà  essere, questo futuro ancora non lo sappiamo.

martedì 10 febbraio 2026

Il gusto della riflessione 4)

 Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare

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Essere corretti in politica

Sono l’educazione e il carattere, non le idee o le convenienze politiche, 
a segnare il confine tra persona evoluta e quella cavernicola,  
tra chi rispetta le istituzioni e gli avversari 
e chi si serve della politica per fare gli affari propri e  ne abusa. 

 Fascista o antifascista, comunista o anticomunista, democratico o antidemocratico, il mascalzone resta sempre un mascalzone.


Non ci viene detto di chi siano le frasi proposte. L’uomo politico comunque si manifesta in molteplici forme, dagli archetipi che rispondono a bisogni sociali di cambiamento o appartenenza, fino alla gestione tecnica del potere negli organismi pubblici. Le modalità includono l’idealismo, il realismo, la ribellione, la rappresentanza dell’uomo comune e la gestione dell’antipolitica. Il ruolo implica inevitabilmente la capacità di agire e interagire in contesti complessi, spesso interpretando la politica come un'azione collettiva responsabile.


Letteratura (15)

 Abbiamo avviato da alcune settimane le pagine sulla “Letteratura” italiana  a cominciare dal trecento, su richiesta e volontà di tre amici. Due altri amici e amanti di libri ci propongono -adesso- di alternare nell’arco di una settimana (o più settimane) pagine della “Letteratura” del Novecento con quella del trecento, che comunque ci proponiamo di continuare quanto meno fino ad incontrare Dante.

Giuseppe Ungaretti


Non avendo motivi da obiettare, proveremo ad allinearci ai desiderata. Ci occuperemo -per avviare il Novecento- provando a tratteggiare la figura di Giuseppe Ungaretti.

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E’ nato in una famiglia povera. I genitori erano originari delle campagne di Lucca e si erano trasferiti ad Alessandria d’Egitto dove egli nacque l’8 febbraio 1888. Il padre Antonio lavorò come sterratore nelle opere di apertura di quello che diventerà il “Canale di Suez”. Fu cresciuto da una balia sudanese ed aveva appena due anni quando il padre morì. Egli evoca la sua fanciullezza ai margini del deserto egiziano fra realtà che non gli appariranno mai familiari: “in mezzo ai cani urlanti”,  non familiari, “l’infinito e sordo plenilunio/ Delle aride sere che t’assediano”, e insieme i riti che si svolgevano in casa la sera nella recita del rosario da parte di sua madre. E poi evoca il “ lumino alla Madonna” da porre con continuità. In proposito evoca: “Se bimbo mi svegliavo/ Di soprassalto, mi calmavo udendo/ Urlanti nell’assente via,/ Cani randagi. Mi parevano/ Più del lumino alla Madonna / Che ardeva sempre in quella stanza, / Mistica compagnia” (Il Capitano).

Fra gli amici di allora c’era Enrico Pea (è stato un poeta, scrittore, drammaturgo e impresario teatrale) ed i fratelli Thuile che lo introducono alla storia di un porto antichissimo, sepolto, di epoca pre tolemaica.  Di loro scrive : Abitavano fuori d’Alessandria, in mezzo al deserto, al Mex. Mi parlavano di un porto sommerso, che doveva precedere l’era tolemaica: ecco l’idea del Porto sepolto, con la loro “biblioteca romantica” su cui Ungaretti comincerà i primi passi nello studio letterario.

Dagli otto-nove anni Ungaretti studia in collegio, forse in uno degli Istituti Don Bosco, e poi passa all’Ecole Suisse Jacopo, una delle migliori scuole di Alessandria, dove attraverso le letture fa conoscenza con Baudelaire e Mallarme’, Laforgue, Nietzschei, le polemiche di “Mercuri de France”. Quello e’ l’impegno letterario, ma contestualmente con l’amico Pea (un commerciante di armi e gestore di una segheria) inizia incontri sull’anarchismo (che egli chiama la Baracca Rossa).

(Segue)




A cosa serve la politica?

 Negli USA e’ arrivato Trump e la politica è diventata una questione fra miliardari. Ci chiediamo nel terzo millennio esiste ancora spazio per il “socialismo democratico”?, per la politica che guidi intenti ed obiettivi in direzione dell’uomo piuttosto che del privilegio? Cercheremo risposte e sopratutto riflessioni su tre / quattro pagine che riporteremo sul blog. Ad ispirarci sono alcune pagine de “La Lettura” di queste settimane.

 Le disuguaglianze socio-economiche non sono né situazioni naturali né inevitabili. Sono il risultato di mutevoli costruzioni istituzionali e ideologiche gestite in termini politici dagli uomini. Al livello planetario l’attenzione particolare riguarda ovviamente il cambiamento climatico e pure la «distruzione della natura»: due enormi sfide per il futuro e al tempo stesso pure esse nuove e gravi fonti di disparità sociali e territoriali che pure esse stanno gravemente impoverendo vaste aree del pianeta.

Le diseguaglianze
nell’odierna 
società sono frutto
di dinamiche 
strutturali, piuttosto
che di semplici
colpe individuali.

E’ la Politica
che deve
intervenire.






La disuguaglianza è un fenomeno complesso e problematico.

Vi sono ovunque nel pianeta le disuguaglianze economiche, legate a reddito e a patrimonio. Oggi nel mondo il 10% più ricco detiene dal 25% al 70% del reddito totale a seconda dei Paesi. Il 50% più povero detiene invece una quota tra il 5 e il 25%. I livelli più contenuti di disuguaglianza si osservano nel Nord Europa, quelli più alti in Sudafrica.

 Per quanto riguarda il patrimonio, le disparità sono ancora più marcate. Il 10% più ricco detiene fra il 60% e il 90% della ricchezza, il 50% più povero in media il 5%. Sebbene il Ventesimo secolo, lo scorso secolo,  abbia registrato una “lunga marcia” verso l’eguaglianza di reddito, i progressi in termini di patrimonio sono stati piuttosto modesti. Un’altra rilevante dimensione della disuguaglianza è quella di genere. Le donne percepiscono solo il 35% circa del reddito da lavoro in Europa; in molti Paesi il valore è molto più basso. Il patriarcato economico resta ancora oggi una caratteristica strutturale del sistema economico capitalistico.

La lunga marcia. Principale rimedio è sempre stato individuato nella mobilitazione politica dei lavoratori, i tradizionali partiti della sinistra ed i sindacati. Interessante e’ quanto accaduto in Svezia: Alla fine dell’Ottocento, questo Paese era fortemente disuguale. Solo il 20% dei maschi ricchi poteva votare. Ciascun elettore poteva avere fino a mille voti a seconda del livello di ricchezza. C’erano comunità locali in cui un solo elettore disponeva del 50% dei voti. Inoltre, potevano votare anche le imprese e le persone giuridiche. Un sistema fatto apposta per conservare potere e privilegi dell’aristocrazia. Un’alleanza fra operai e contadini (già fortemente alfabetizzati e organizzati dal locale partito socialista democratico) ottenne il suffragio universale nel 1920; nel 1932 il partito socialdemocratico conquistò il governo, che mantenne per sei decenni. Grazie alla tassazione progressiva e al welfare state, la Svezia si trasformò nel Paese più egualitario del mondo. Tutto dipende quindi da chi controlla lo Stato e dagli obiettivi che persegue. Il destino socio-economico di un Paese è connesso al livello culturale e  alla politica che decide la direzione da intraprendere. Destra o Sinistra non possiedono ne’ la stessa cultura ne’ i medesimi obiettivi. Eppure sotto i nostri occhi ci capitano figure che con disinvoltura transitano da una formazione all’altra. Come giudicarli? Preferiamo non giudicarli perché sono essi stessi a qualificarsi.

(Segue)


lunedì 9 febbraio 2026

Il gusto della riflessione 3)

Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere.

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Jean De La Bruyere


 Quelli che impiegano

male il tempo sono 

i primi a lamentarsi che

passa troppo in fretta.

 Ogni ora, giorno, mese che passiamo rappresentano una porzione della nostra vita che si consuma, e che comunque va via. Però la frase intende dirci qualcosa in più. Essa intende riportare una esperienza che in tanti verosimilmente abbiamo conosciuta. Se abbiamo da chiedere un favore, una cortesia, un qualche cosa o aiuto ad un conoscente che sappiamo trascorrere tempo in piazza, al bar …non è improbabile che egli ci dica che è troppo preso e occupato. Se ci rivolgiamo a chi sappiamo essere un lavoratore che sta sempre in attività, questi invece  troverà sempre tempo e modo per aiutarci.

E non si tratta né di pigrizia, né di mal’animo, ma di cattivo impiego del tempo. Da qui “il lamento sul tempo che passa in fretta”. Certo,  la percezione che il tempo passi in fretta è pure un fenomeno legato all'età, allo stress e alle abitudini, poiché con il passare degli anni ogni periodo rappresenta una porzione minore della vita totale, portando il cervello a percepirlo come più breve. Inoltre, le routine monotone, possono accelerare la percezione del tempo.

Il caso Niscemi

Quanto accaduto a Niscemi
si va configurando come
circostanza strutturale,
più che una emergenza
insorta  improvvisamente.







Quando i politici chiudono gli occhi
 Il dissesto idrogeologico non è solo una questione tecnica, è una questione culturale. Riguarda il modo in cui percepiamo il territorio, il valore che attribuiamo al suolo, la memoria che siamo disposti a conservare. La frana di Niscemi è solo uno dei tanti segnali di un rischio strutturale che riguarda l’intera Italia, da Bolzano a Trapani.

 Nel nostro Paese il dissesto idrogeologico, al contrario di quanto ritengono tanti politici non e’ una emergenza che spunta improvvisa, e’ una situazione, anzi una condizione strutturale. Se capita una forte pioggia (alluvione), se capita una frana, tutti mostriamo sorpresa. Colpa di madre natura. Ed invece così non è!

 Il territorio su cui viviamo, viene da dire l’intero territorio italiano, è instabile e  questa instabilità ai nostri giorni  è misurabile, documentata, storicizzata da più “studi” a cura di Istituzioni e frequentemente da Università. Situazione sorprendente e’ che può  essere conoscibile da chiunque grazie a piattaforme messe a disposizione dall’Ispra (l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Esistono persino piattaforme che non sono solo rivolte agli addetti ai lavori. 

Amministratori locali, chi compra casa, chi progetta infrastrutture, chi vuole sapere dove vive -essendo l’Italia un Paese civile- può (se lo vuole) disporre dei dati scientifici raccolti dagli organi pubblici  come se fossero  una proprietà tecnica disponibile per il cittadino. L’intero quadro del rischio idrogeologico è un gesto quasi politico prima ancora che tecnologico di cui ciascuno può e deve disporre. Come mai? Il territorio nazionale è monitorato, dall’alto, ancor meglio che dai tracciati cartografici e dai piani regolatori curati dai singoli enti locali. Il che significa che amministratori locali, vigili urbani, tecnici locali e del genio civile conoscono quali sono le aree solide e quelle fragili, quelle costruibili e quelle franose, quelle su cui si può’ realizzare un ponte e quelle dov’è la fragilità che non lo consente. Ed ovviamente, se il danno franoso investe un fabbricato costruito al di fuori della preliminare verifica sulla consistenza del suolo, esso è inevitabilmente abusivo.

Proseguendo vedremo che esistono documentazioni di monitoraggio fruibili da ciascun cittadino, oltre che dagli organi della Pubblica Amministrazione.

 

Avviene in Sicilia

  Il Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile dell'Abate Jean-Claude Richard de Saint-Non (1781-1786) è una monumentale opera illustrata del XVIII secolo in 5 volumi, che documenta con oltre 270 incisioni le bellezze, l'archeologia e i paesaggi del Sud Italia

Frutto di un viaggio intrapreso nel 1777, il libro rappresenta una delle più belle testimonianze artistiche e storiche dell'epoca, realizzata grazie alla collaborazione di artisti come Fragonard e Hubert Robe.

Non lasciare che la natura distrugga improvvisamente la terra. E’ la scritta in francese riportata sotto l’incisione dell’abate Jean Claude Richard de Saint-Non. Si era nel Settecento (1777).

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Proteggere la terra da distruzioni improvvise, spesso legate a scenari catastrofici o eventi naturali estremi, richiede la salvaguardia dell’equilibrio ambientale mediante azioni sostenibili persino quotidiane: ridurre l’inquinamento, lo spreco di risorse, difendere la biodiversità, non forzare la Natura.

Prevenire la degradazione ambientale è quanto la cattiva politica, quella tantissimo diffusa nella nostra Sicilia, non ha mai fatto e che periodicamente ci impegna -in quanto cittadini e contribuenti- ad avere rapporti conflittuali con la non-politica. Quanto accaduto a Niscemi non ha niente a che fare con madre natura, ha a che fare con gli elettori (non solo di Niscemi, ma di tutto il Meridione, viene da scrivere) che nelle urne scelgono i peggiori fra loro. Circostanza non dei nostri giorni, ma da quando invece della democrazia abbiamo preferito il clientelismo.

Il 12 ottobre 1997, lo scorso secolo, esattamente come capitato in questi giorni, avvenne, a Niscemi che un intero versante della collina e’ scivolato. Non fu un crollo improvviso, ma un movimento inesorabile che costrinse l'evacuazione di intere famiglie, proprio come oggi. Nessuno si allarmò, ne’ Genio Civile, né amministratori, né politici. Il campa e lascia campare prima o dopo presenta il conto.

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Periodicamente contiamo di riportare alcuni riquadri de Il Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile dell'Abate Jean-Claude Richard de Saint-Non (1781-1786) è una monumentale opera illustrata del XVIII secolo in 5 volumi, che documenta con oltre 270 incisioni le bellezze, l'archeologia e i paesaggi del Sud Italia. Frutto di un viaggio intrapreso nel 1777, il libro rappresenta una delle più belle testimonianze artistiche e storiche dell'epoca, realizzata grazie alla collaborazione di artisti come Fragonard e Hubert Robe.

domenica 8 febbraio 2026

La domenica è fatta anche per riflettere

 

=.  =.   =.  =Fondamenta  della fede in cui in tanti credono e altri dicono di credere.

Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”. Col supporto di più fonti libresche ci piace provare a cogliere il senso e le intenzioni che San Luca poneva nel progettare gli “Atti”. Lo faremo solo per alcune settimane e solamente per alcuni passaggi.

Genere letterario degli Atti. Gli Atti costituiscono un’opera unica per genere  nel Nuovo Testamento, a parte l’Apocalisse, anch’essa unica nel suo genere, mentre di Vangeli ne abbiamo quattro, e di lettere  ben 21  (e’ il genere più presente). Raccontano il “dopo” della missione di Gesù Cristo, rappresentano il “secondo tempo” rispetto ai Vangeli, ma presentano anche differenze letterarie rispetto al  Vangelo.

Si è molto discusso sul genere letterario degli Atti, sopratutto sui rapporti con la storiografia e con la biografia, ma anche col romanzo greco, con la novella, con le gesta di personaggi illustri della storia, con l’apologetica etc. Frequentemente si è pensato a un genere letterario sui generis, unico.

Indubbiamente si possono riconoscere rapporti con tutti questi generi, in specie con la storiografia, anche se si devono comunque introdurre dei correttivi all’idea  che gli Atti possono essere considerati un’opera storiografica tout court, sopratutto se la si giudica secondo criteri moderni.

Rapporti con la storiografia. Gli Atti hanno interessato molto dal punto di vista storico, perché costituiscono, si può dire, l’unico documento che ci ricorda su un periodo fondamentale: quello del cristianesimo delle origini (tra il 30 e il 60 circa). Anche se qualche riferimento si può ricavare da altre fonti, sia neo testamentario (lettere, sopratutto) sia profane (Giuseppe Flavio, storici romani, etc.), solo gli Atti consentono di ricostruire in modo ordinato, una successione di eventi, seppure con molti travagli per gli studiosi dei nostri giorni.

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Essere persone responsabili

Riflessioni estrapolate da un lungo testo di

P. Nino Fasullo:  redentorista, ha insegnato filosofia e pedagogia nelle scuole statali; ha fondato nel 1975, insieme a dei laici, la rivista Segno, strumento di approfondimento culturale e di indagine critica oltre che di impegno civile, 

==Parlare di “cultura” significa sapere fare spazio all’intelligenza e alla libertà per costruire rapporti umani positivi.

==La “fiducia” è una forza fondamentale che apre e sorregge i rapporti tra gli esseri umani liberati dalla paura e dalla violenza.

==Il “pentimento” è un grande potere dell’uomo capace di rinnovare se stesso e la società.

==La Religione è un fatto profondamente umano, un prodotto dell’uomo. Gli uomini ne sono gli autori e amministratori, quindi i responsabili. Loro la fanno e la disfanno. La religione in questo senso non scende dal cielo in terra, ma sale dalla terra in cielo. Rappresenta il movimento dell’uomo verso Dio, la ricerca di Dio da parte degli uomini. In questo senso si dice a ragione che la religione è iscritta nel cuore dell’uomo, il quale non può vivere senza Dio. Sant’Agostino scrisse Inquietum est cor nostrum donec requiem at in te.

(Segue)

Qualcosa su “Cosa Nostra”

Nella nostra zona, nel Corleonese, è più in uso denominare ”Mafia”, quell’organizzazione che affonda le sue origini al tempo in cui formalmente con la Costituzione del 1812, promossa dai Borbone sotto influenza britannica, fu abrogato il mero e misto imperio e con esso vennero meno i privilegi di natura pubblicistica baronali. Con quel provvedimento regio  i feudi vennero trasformati in proprietà private e la guida civile comunitaria (nei paesi agricoli) passò formalmente dai baroni (e loro delegati) agli organi pubblici dello Stato borbonico. 
Nonostante la fine formale di governo e di giurisdizione del potere baronale sui centri abitati, il potere economico sui territori agrari rimase tuttavia intatto in mano della nobiltà, immutato, attraverso il nuovo concetto di “latifondo”, ossia di vastissima estensione di proprietà privata. Storicamente in Italia, sopratutto nel Meridione, il latifondo rappresento’ un problema sociale ed economico fino alle riforme agrarie del secondo dopoguerra, che mirarono a spezzarlo. 

Come spunta “Cosa nostra?”

Il Prof. Anton Blok
trascorse, in gioventù, 
parecchio tempo (sommato in
anni) nel condurre studi sul
territorio di Contessa Entellina.




Essa nasce in Sicilia  per difendere, al soldo dei latifondisti, gli antichi diritti feudali, a beneficio quindi di alcuni latifondisti che, peraltro in connessione alla realtà del potere politico ed economico ad essi correlato, ricorsero a quello che nel secondo dopo-guerra del Novecento fu lo sconcertante fenomeno criminoso iniziato col brigantaggio e poi consolidatosi in più  gangli della società col potere mafioso articolatosi fino a ieri … nelle campagne, nella burocrazia e ben oltre  … e forse ancora oggi sopravvissuto in ruoli e vesti molto diverse dagli iniziali “uomini con la coppola”, nel ruolo regolatore di più contesti della società civile che,  capita ancora ai nostri giorni, verrebbe  assolto da uomini affiliati alla ancora perdurante Mafia.

E’ chiaro che abbiamo semplificato al massimo. Ma riteniamo di poter avere tempo e modo per chiarire meglio sul blog ciò che peraltro ci e’ capitato di apprendere dal rapporto amichevole intrattenuto, parecchi anni fa, con  uno dei maggiori studiosi del fenomeno mafioso, il prof. Anton Blok.

 

sabato 7 febbraio 2026

La Casa (1)

Il rischio, come in più luoghi,
nel Belice, e’ lo sradicamento
comunitario di tanta gente.

A Niscemi (2026): Una vasta
frana, innescata dal 
ciclone
Harry
, ha riattivato un fronte
geologico già noto dal 1997,
minacciando porzioni del centro
abitato e costringendo a
numerosi sgomberi. La
popolazione locale ha espresso
forte rabbia contro l'ipotesi di
essere trasferita in nuove aree
residenziali isolate, rifiutando
quello che definiscono il
"destino del Belice": vivere
in città svuotate di storia e
ricordi.








Riflessioni “dal Belice a Niscemi”.

 Gli eventi accaduti pochi giorni fa a Niscemi sono di una gravità enorme che la Politica proverà a scaricare sul “fato”, sul destino ineluttabile e prestabilito. Ed invece non di fato si tratta ma di pessima politica, di incompetenza e persino di cattiveria umana. Costruire in prossimità di burroni non ha nulla a che fare col “fato”.

 Quello della “ Casa” è uno dei grandi temi dell’Ordinamento giuridico italiano e, sopratutto un tema che le Amministrazioni Locali della Valle del Belice conoscono, o dovrebbero conoscere molto bene, perché fino a ieri .. non si poteva essere amministratore locale di questa parte di territorio siciliano se non si aveva dimestichezza con la legislazione urbanistica che presidiava il lungo processo di ricostruzione della “Valle”.

 Quando i media hanno iniziato a diffondere le notizie su quanto -pochi giorni fa- stava accadendo a Niscemi, chi scrive non poté che ricordarsi di quanto Francesco Di Martino teneva a che amministratori, dipendenti comunali, e cittadinanza fossero continuamente coinvolti nella conoscenza della normativa urbanistica, che nel dopo sisma del 1968 coinvolse la Valle del Belice nel complesso processo della ricostruzione.

  Proprio il ricordo delle settimanali Assemblee Cittadine che Di Martino, per più anni, indisse, (molte all’interno di quello che tutti indicavamo come il baraccone di Via Palermo), al fine di coinvolgere la cittadinanza nella lotta, e pure nella consapevolezza dei troppi ma necessari passaggi per arrivare alla Ricostruzione, e’ spuntata l’idea di riportare sul blog l’essenziale (ma completo) quadro urbanistico del processo di ricostruzione (e di salvaguardia del territorio). 

  Con relativa frequenza pertanto sul blog riporteremo la disciplina urbanistica e quella edilizia vigente allora, ma nelle grandi linee tuttora valida. Lo faremo per un certo lasso di tempo  ma, speriamo, sufficiente per cogliere nello spirito di educazione civica, che amministratori pubblici e cittadini tutti dobbiamo sempre coltivare nell’interesse collettivo e in quello di gruppo familiare.

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Mobilità umana: migrazione ed immigrazione (11)

 I contessioti emigrati, continuano a restare contessioti.
La migrazione dal Sud Italia verso il
Centro-Nord ed i Paesi UE
è un fenomeno strutturale costante, con
 oltre 1 milione di persone emigrate 
tra il 2014 e il 2024
, impoverendo il 
Mezzogiorno di giovani e laureati. 
Nel biennio 2023-24, il Sud ha perso 
116mila residenti, consolidando 
una tendenza che svuota le aree interne 
e alimenta la fuga di "talenti”
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Intrattenendoci sul fenomeno migratorio, col massimo di riflessioni e dettagli, come Mimmo Clesi ci chiede, a noi che collaboriamo col blog piacerebbe che ciò che andremo sviluppando fosse letto non solo dai contessioti ma dall’intero bacino siciliano perché la “migrazione” è attualita’, non solo della zona del Corleonese o della sola Sicilia. Il fenomeno migratorio riguarda l’intero Meridione italiano e tutto ciò avviene nel disinteresse della Politica e persino dei Sindacati.

  La questione “Emigrazione” andrebbe discussa e studiata nelle scuole, non come fenomeno del passato storico ma come “attualità “ che sta svuotando l’intero Meridione, nel silenzio, lo ribadiamo, della Politica e del Sindacato.

Affrontare il fenomeno, come da qualche tempo avviene sul blog, significa, e lo sottolineeremo più accentuatamente nei prossimi mesi, occuparsi di psicologia e di storia, di normative e di simbolismi, di demografia e di letteratura, di musica e di cinema, di fotografia e di religione, di devozione e di onomastica ….  

  Sconcerta che i dati statistici su Contessa Entellina, che evidenziano come i residenti ormai rasentano, si e no, i mille abitanti, non scuotono in nulla gli amministratori locali. Certo amministrare una comunità non implica disporre di rimedi politici che possiede il governo centrale. Certo! E però, sciupare denaro in feste e festicciole, in un contesto che farebbe piangere pure le pietre, significa che si dovrebbe localmente incrementare la sensibilità politica, amministrativa, economica, socio-culturale e sopratutto tenere saldi ed accrescere i legami tra tutti i contessioti che vivono oltre la contrada Cascia (che, con i loro figli, sono più numerosi dei residenti locali).

 Servono alla “politica locale”  la conoscenza più diretta del fenomeno e le intelligenze appassionanti e lungimiranti perché la ricchezza rappresentata dall’emigrazione contessiota possa costituire un patrimonio valorizzabile e sopratutto condiviso. Per fare ciò la Politica non può essere questione di un gruppetto avverso ad altro gruppo. Noi emigrati siamo parenti ed amici indistinti sia dell’uno gruppo che dell’altro gruppo politico locale, infatti!

(Segue)