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mercoledì 30 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

Il teatro nel Novecento 
abbandona le regole
classiche e il dramma
borghese ottocentesco
per diventare uno spazio
di sperimentazione, crisi
dell'identità e denuncia
sociale.
 Il teatro all’alba del Novecento 

Il passaggio dal teatro dell'Ottocento a quello del ventesimo secolo avviene nel segno della ottocentesca continuità dovuta alla presenza fisica d'un nutrito gruppo di padri nobili e dalla vigoria della commedia di intrattenimento borghese o dialettale a impianto realistico. La continuità attraverso drammi tardo naturalistici e nell’ansia di futuro aprono alle suggestioni del simbolismo, ad atmosfere intimistiche, a trasfigurazioni lirico-sentimentali. 

 Su questo sottofondo D'Annunzio sfida le convenzioni del repertorio borghese con il suo progetto di un teatro poetico-rituale ed esplode poi bello sperimentalismo contestatario dell'avanguardia futurista. In chiave ironica, si propongono le prime indagini d'una drammaturgia del grottesco.

Del passato resta invece il dramma storico: velleità nazionalistico-imperiali animano la tensione retorica e l'orpello storico consente di mascherare disagi sociali.


Gerolamo Rovetta offrì (1901) una visione idilliaca del Risorgimento e con Re Burlone, nel 1905, un caricaturale ritratto di Ferdinando Il di Borbone. Quelli sono anni in cui il nazionalismo incomincia a diventare un partito e se la dannunziana Francesca da Rimini (1901) dava l'illusione della tragedia nazionale di alto prestigio letterario, il Giulio Cesare (1902) di Enrico Corradini - teorico del nazionalismo e critico drammatico sul "Marzocco" - attinge dalla romanità miti, suggestioni, idee-forza per una politica espansionistica. 

Alfredo Oriani con il suo Invincibile (1902) - sul palcoscenico del Margherita di Genova - capovolge il modulo Amleto, trasponendolo negli anni della speculazione borghese per declamare o recriminare le ragioni d'una rivolta ideale perpetuamente frustrata.

Il gusto della riflessione

  Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare.

-  -  - Riflettere, interrogarsi, ragionare.

Johann Wolfgang von Goethe
Noi esseri umani siamo per natura

creature curiose e non possiamo 

fare a meno di riflettere sul mondo

che ci circonda e sul posto vi occupiamo.

Abbiamo una potente capacità intellettuale 

che ci permette di ragionare oltre che                     

            interrogarci,

e per quanto possiamo non rendercene conto

ogni volta che  facciamo un ragionamento

pensiamo filosoficamente.


 Pensare filosoficamente sul mondo che ci circonda significa trasformare l'ovvio in un mistero da esplorare. Non si tratta di fuggire dalla realtà in un astrattismo radicale, ma al contrario di calare il pensiero nella materia per metterne a nudo i meccanismi, superando l'abitudine e i pregiudizi quotidiani.

La filosofia non è un insieme statico di risposte, bensì un movimento della mente che si attiva attraverso canali ben precisi:

-Lo stupore e la meraviglia: Come ricordava Aristotele, la filosofia nasce dalla meraviglia di fronte all'esistenza. Guardare il mondo con occhi nuovi significa chiedersi perché le cose siano così e non in un altro modo.

-La decostruzione delle certezze: Significa porsi domande radicali (es. "Quello che vedo è reale o è una costruzione della mia mente?"). Questo esercizio scardina i condizionamenti e libera lo spazio per un pensiero autenticamente critico.

-L'intreccio tra l'interno e l'esterno: Il modo in cui interpretiamo la realtà è strettamente legato a ciò che siamo. Suggeriva Goethe, non percepiamo il mondo per come esso è, ma per come siamo noi: i nostri valori, le nostre paure e le nostre speranze colorano l'ambiente circostante.

Il Fascismo italiano, e non solo. (1)

 Per qualche tempo ci proponiamo di ricordare ai tanti italiani che mostrano di aver dimenticato la vicenda storica della politica di certa estrema destra (quella fascista), eventi e contesti del ventennio. Eventi e contesti vissuti dai nostri genitori e/o dai nostri nonni, che per volontà da essi non voluta si ritrovarono sotto un regime autoritario e persino arruolati (e in tanti finiti prigionieri nei campi nazisti nel corso della  seconda fase della guerra mondiale 1939-1945.

——*.  *.  *——

La marcia su Roma fu una
manifestazione armata ed
eversiva organizzata dal 
Partito
Nazionale Fascista (PNF)
 il 
28 ottobre 1922. L'evento, ideato
come un vero e proprio colpo di
Stato, costrinse il re Vittorio
Emanuele III ad affidare a 
Benito Mussolini l'incarico
di formare un nuovo governo,
segnando la fine dello Stato liberale
 e l'inizio del regime fascista in Italia.
Nel primo dopoguerra l'Italia
sprofondò in una profonda
instabilità politica ed economica.
 Il movimento fascista crebbe
rapidamente sfruttando il
malcontento popolare e
imponendosi attraverso le
violenze squadriste. Nel corso del
congresso fascista di Napoli
del 24 ottobre 1922, Mussolini
ruppe gli indugi dichiarando:
 
"O ci danno il governo o lo
prendiamo calando a Roma”.

Mentre circa 25.000 camicie
nere
 convergevano mal armate
e disorganizzate verso le porte
di Roma partendo da varie
località (come Santa Marinella,
Tivoli e Civitavecchia) e
coordinandosi dal quartier
generale di Perugia, Mussolini
scelse prudentemente di
rimanere a Milano in attesa
degli sviluppi politici.




All’inizio della dittatura

Pioggia. Poco cibo, tende insufficienti e sostanzialmente munite da armi inadeguate all’iniziativa a cui erano state chiamate. Quelle “truppe fasciste” concentrate a nord di Roma per l’attacco alla capitale erano stanche, bagnate e persino affamate quando, nel pomeriggio del 29 ottobre 1922, qualcuno comincia a diffondere  la notizia che Benito Mussolini è stato nominato capo del governo.


I primi arrivati attendevano dal pomeriggio del giorno precedente l'attacco alla capitale. Nei giorni successivi, gruppi di uomini si sono aggiunti nell’area circostante la capitale: Tivoli, Monterotondo, Santa Marinella, Foligno, Valmontone e Civitavecchia, le squadre sono state fermate dagli stessi ordini fascisti, senza che dell'attacco si arrivi neppure a programmare l'inizio. 

Continuano invece gli assalti per rubare armi, che non sono ancora in quantità sufficiente: gli squadristi riuniti a Foligno, per lo più toscani - come del resto la maggior parte di coloro che sono partiti per marciare su Roma -, sono inviati a Spoleto dal quadrumvirato per assaltare il deposito militare della città. Ci riusciranno senza che il comandante e le truppe di guardia abbiano almeno provato, o fatto finta,  a difenderlo.


Nei luoghi di concentramento: gli squadristi erano stati chiamati per un'azione definita eroica e invece stavano lì a sostare alle porte di Roma, costretti ad un'attesa inoperosa e, ai loro occhi, immotivata. Qualcuno contravviene agli ordini. Il 29 ottobre un gruppo tenta l'occupazione di un forte a Monte Mario: l'esercito lo blocca e lo obbliga a tornare indietro.

Quando poi, il pomeriggio dello stesso giorno, comincia a circolare la voce che Mussolini è stato incaricato di formare il nuovo governo, gli squadristi pensano che l'ordine di entrare nella capitale arriverà immediatamente. 

Non fu cosi. Le squadre rimangono ai confini della capitale, aspettando l'arrivo di Mussolini che, si diffonde la voce, parte in treno da Milano. 

Tra quel 29 e 30 Ottobre erano state attivate delle colonne fasciste organizzate dai generali Gustavo Fara, Sante Ceccherini ed Emilio De Bono: più o meno 16.000 uomini. Ma il permesso di entrare nella capitale e occuparla arriva a partire dalle 13.30 del 30 ottobre.  La disposizione di occupare la capitale è  trasformato in invito a entrarvi: arrivano nella capitale in treno e, addirittura, per ordine espresso del sovrano e del nuovo presidente del Consiglio. Vengono alloggiate e nutrite in caserme e scuole. Un quadro completamente diverso rispetto a quello prospettato dal comando fascista, ma anche rispetto a quello che gli squadristi avevano immaginato. 

I fascisti entrano a Roma, ma non l'hanno conquistata e l'alone eroico della loro impresa ha sostanzialmente perso smalto. Una volta entrati nella capitale, Roma, in quei giorni continua a respingerli più di qualsiasi altra città.


Gli antifascisti, in città e nella penisola, non si sono rassegnati a lasciare occupare le aree dove sono in maggioranza e che, in qualche modo, controllano.  Nella zona di San Lorenzo non si arrendono agli squadristi che invadono il loro quartiere, come non si arrendono gli abitanti della Prenestina, della Nomentana e quelli di Borgo Pio e della zona della via Trionfale: i fascisti cercano di occupare spazi che sono loro ostili, e i loro antagonisti continuano a rispondere.


L'attacco squadrista a Roma è pesantissimo: violenze nei quartieri popolari, olio di ricino agli avversari, case di deputati antifascisti distrutte, bastonature e poi incendi e distruzioni di sedi di partito, di giornali, di case del popolo. I fascisti decidono di attaccare tutti i potenziali oppositori: ma Roma è una delle poche città d'Italia dove l'opposizione antifascista non cede il campo senza combattere.


(Segue)


martedì 29 settembre 2026

Sui giornali in questi giorni

 Corsa agli armamenti?
La spesa complessiva nell’Intelligenza artificiale (AI) è stimata quest’anno (fonte Gartner) in 2,67 trilioni di dollario. 

 Quella militare mondiale ufficiale avrebbe raggiunto nel 2025, secondo Sipri, i 2,8 trilioni di dollari. 

 Sono ordini di grandezza che sfuggono all’immediata comprensione. Cifre che ci appaiono fantascientifiche, avveniristiche, non raramente distopiche (realtà oppressiva e disumana).

Il gusto della riflessione (29)

 Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare.

-  -  - 

Dagli scrittori dell'umanesimo
civile fiorentino (come
Machiavelli o Coluccio Salutati)
 fino alla politica moderna, le
fonti storiche sono spesso state
modificate o interpretate in modo
pilotato per sostenere una
specifica tesi politica.




L’uso politico della Storia

Ramses II, faraone all'epoca della fuga degli ebrei verso 

la Terra promessa, venne lungamente considerato 

l'avversario di Mosè e «il simbolo del male». 


Per alcuni secoli, nell'immaginazione degli europei,

l'Egitto fu soprattutto una terra biblica, la temporanea 

prigione degli ebrei nella mappa storica dell'Antico Testamento.


Ma verso la fine dell'Ottocento e soprattutto nei testi scolastici 

della Repubblica araba d'Egitto dopo il colpo di Stato del 1954, 

il faraone divenne, «uno dei simboli dell'unità nazionale araba 

e, più in generale, della passata grandezza del paese».


=.  =.  =

La frase è di Nicolas Grimal (1948), tra i più noti egittologi al mondo, dirige il comitato scientifico dell'Ifao del Cairo. Già docente all'Università della Sorbona, dal 2000 è professore di Egittologia al Collège de France. Ha scritto numerosi studi specialistici fra cui Le termes de la propagande royale du Nouvel Empire à la conquête d'Alexandre (1986). 

La frase vuole soltanto essere un esempio dell'uso che molti Stati, fra Ottocento e Novecento, hanno fatto del passato.

Per l'inaugurazione del Canale di Suez Giuseppe Verdi ebbe dal Kedivè d'Egitto l'incarico di scrivere un'opera patriottica e romantica che cantava le gesta di Radamēs contro l'esercito invasore degli etiopi guidato dal re Amonasro. Il libretto trasse spunto dall'idea di un grande egittologo, Auguste Mariette, e Aida andò in scena al teatro kediviale del Cairo, fra grandi festeggiamenti, il 24 dicembre 1871. 

Le feste di quell'anno divennero il prototipo culturale delle grandi celebrazioni storico politiche del secolo seguente. 

Nell'ottobre del 1971 lo Scià di Persia volle celebrare il 2500° anniversario della fondazione dell'Impero di Ciro e tenne corte a Persepoli per una grande manifestazione a cui invitò i presidenti e i sovrani del mondo. 

Più tardi, negli anni Ottanta, Saddam Hussein ordinò la ricostruzione di Babilonia e volle che su ogni mattone venisse inciso il suo nome. Quando gli archeologi scoprirono sulla porta della città un'iscrizione in onore del grande Nabucodonosor II, re dal 605 al 562 a.C. e conquistatore di Gerusalemme, il dittatore iracheno volle che un’altra epigrafe, a fianco dell’antica, celebrasse i suoi trionfi.


Lo Statuto dei Lavoratori (9)

Ancora sui
principi costituzionali 

 Articolo 39 della Costituzione.  

Articolo 39, comma 1, Cost.: 
Sancisce che l'organizzazione
sindacale è libera. I commi
successivi (sulla registrazione
obbligatoria e l'efficacia
generale dei contratti) non
sono mai stati attuati per
voluta scelta dei
sindacati, portando a un
sistema basato su sindacati
di fatto.

Lo Statuto dei Lavoratori
(Legge n. 300/1970):
 
Promuove e garantisce
l'esercizio della libertà
 e dell'attività sindacale
all'interno dei luoghi di
lavoro, reprimendo le
condotte antisindacali
del datore di
lavoro (Articolo 28).








L'art. 39 si inserisce in un ampio quadro normativo internazionale che sotto diversi aspetti garantisce la libertà sindacale. Vanno innanzitutto ricordate le convenzioni dell'Oil nn. 87 e 98, ratificate in Italia con la l. 23 marzo 1958, n. 367, che nell'ordine riguardano la libertà sindacale e il diritto di organizzazione e di contrattazione collettiva.

== La prima riconosce sia ai lavoratori sia ai datori di lavoro il diritto di costituire, senza alcuna autorizzazione da parte dello Stato organizzazioni sindacali o di aderire a quelle già esistenti. È fatto inoltre divieto alla pubblica autorità di ingerirsi in qualsiasi forma nell'organizzazione sindacale, perché ciò impedirebbe l'esercizio della libertà sindacale, che va intesa come diritto di creare sindacati, elaborare statuti, eleggere i propri rappresentanti, organizzare Il proprio programma d'azione.


= = La seconda convenzione, la n. 98 per permettere una corretta azione sindacale, di cui la contrattazione collettiva è esempio, garantisce i lavoratori e i sindacati da qualsiasi comportamento discriminatorio e lesivo che iI datore di lavoro possa adottare nel loro confronti.


Accanto a questi testi specifici bisogna ricordare che numerose convenzioni internazionali hanno posto l'accento sulla libertà sindacale come libertà fondamentale dell'uomo, che ogni Stato deve rispettare (vietando discriminazioni basate sull'appartenenza o meno a un sindacato) e promuovere. In questo senso si sono espresse numerose convenzioni stipulate dall' OIL (cosi, per esempio, la n. 117 del 1966; la n. 135 del 1971; la n. 141 del 1975), ma anche convenzioni internazionali di più ampio respiro che non si occupano solo della materia sindacale o del lavoro (cosi per esempio la Convenzione per la salvaguardia del diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 1950; la Carta soclale europea del 1961; Il Patto internazionale sul diritti economici, sociali e culturali elaborato dall'ONU e siglato nel 1966).


(Segue: il contenuto e la portata dell’articolo 39 della Costituzione).

lunedì 28 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

In letteratura, il concetto di 
Opera aperta definisce un
testo che non impone 
un’unica interpretazione
rigida o un percorso
narrativo lineare, ma 
richiede una 
collaborazione 
attiva e inventiva
del lettore per 
completarne il
senso.






 L’opera aperta.

Ha scritto Umberto Eco: "Molta della letteratura contemporanea è fondata sull'uso del simbolo come comunicazione dell'indefinito, aperta a reazioni e comprensioni sempre nuove.

Possiamo facilmente pensare all'opera di Kafka come ad un'opera "aperta" per eccellenza: processo, castello, attesa, condanna, malattia, metamorfosi, tortura non sono situazioni da intendersi nel loro significato letterale immediato.


Ma a differenza delle costruzioni allegoriche medievali, qui i soprasensi non sono dati in modo univoco, non sono garantiti da alcuna enciclopedia, non riposano su nessun ordine del mondo".

 (U. Eco, Opera aperta, Milano 1962).


=======

Globalizzazione e contemporanea

 regionalizzazione.


Si è conclusa alcuni decenni fa, la marcia, avviata molti anni fa, verso |’Europa. Che -ora unificata- si è persino allargata oltre i confini tradizionali dell'Ovest, magari per far fronte alla competizione economica con gli Stati Uniti e altre grandi potenze orientali che la globalizzazione rende concorrenti diretti e prossimi. 

Non è nuovo ma non ha avuti mai tanti e così rumorosi proseliti il federalismo in Italia. Dunque direttrici verso l'autonomia locale del potere convivono con le esigenze della globalizzazione. Un'altalena in cui da una parte c'è una forte spinta al decentramento, dall'altra una vigorosa tendenza alla concentrazione: analoga a quella che crea colossi economici multinazionali in cui annegano i poteri e le identità di ogni singolo Stato. La situazione in cui oggi si ritrova l’Europa è una gara durissima ma già cominciata fra i regionalismi e la  globalizzazione. E ciò è davvero nuovo: tanto da lasciare col fiato sospeso. 

Vince il cerchio, che Savinio odiava come figura del sempre identico, ma certamente il mondo, e specificatamente l’Europa non gira come prima.


Naturalmente lo si sapeva: ci sarebbe stato un altro episodio della guerra millenaria fra Platone e Aristotele, fra Essere e Divenire, fra centro e periferia, tra superficie e profondo, autobiografia e romanzo, tra grande architettura narrativa e frammento, fra figuratività e informale, fra nominare e suggerire, fra il cerchio e l'ordine quadro, fra scrittura grassa e scrittura magra, fra comico e tragico, tra riso e umorismo, tra plurilinguismo dantesco e monolinguismo petrarchesco, fra lingua e dialetto, fra narrare e descrivere, tra poesia e prosa, tra epica e quotidianità, tra realismo e fantastico, tra ordine e trasgressione, fra innovazione e rispetto della tradizione, fra classicismo e barocco, fra eresia e ortodossia, fra progressisti e conservatori, fra riformisti e rivoluzionari e fra tutte le alternative nate dalla testa dell'uomo chissà quanti millenni fa. 

Ripetizioni dunque ma ci sarebbero state differenze. Nei secoli precedenti c'erano state varianti ma è nel Novecento che c’è stata la svolta radicale.


La prima clamorosa differenza della "cultura" rispetto alla "natura" fu l'industria. Piccola creatura davvero rispetto a quella che è diventata nel Novecento. Prese a morire la plurimillenaria civiltà contadina a causa di questa grande novità strutturale e ne sarebbero seguite tante: compresa la crisi della civiltà industriale, che alla fine del secolo non è più stata tanto sicura del proprio avvenire. Si alternarono nacquero e morirono rapidamente in quel  secolo (il Novecento) tutte le invenzioni, ogni svolta, persino le strutture, che avevano fama di essere durature, se non perennità . "La novità seduce", diceva già Pope, e il Novecento l'ha presa come regola di vita.


(Segue)


Persone con diabete

 Brevi camminate dopo pranzo sono associate a un minore aumento della glicemia dopo i pasti.

Da un articolo pubblicato su Complementary Therapies in Medicine, estrapoliamo :

 

Uno dei consigli:
Evitare la sedentarietà
interrompendo i periodi in
cui si sta seduti ogni 30
minuti con brevi camminate.





Le brusche oscillazioni di glicemia (la concentrazione di zuccheri nel sangue) fanno male a tutti, non solo ai diabetici. E sebbene siano naturali dopo i pasti, a seconda della dieta e del proprio stato fisico possono essere più o meno marcate. 

Picchi troppo alti (seguiti da repentini abbassamenti) segnano un eccesso di zucchero nel sangue che altera soprattutto cervello e vasi sanguigni, provocando conseguenze negative in tutti gli organi e tessuti tramite uno stato infiammatorio generale che favorisce molte patologie cronico degenerative.

Pochi minuti di movimento, in particolare camminando, durante la giornata sono associati a un minore aumento della glicemia dopo i pasti.

Rispetto alla posizione seduta ininterrotta, fare brevi pause di movimento viene associato a risposte glicemiche post-prandiali inferiori. 
Le persone che si alzavano e si muovevano almeno ogni 30 minuti e quelle che camminano sembrano trarre i maggiori benefici dall’esercizio, beneficio che e’ pari a zero (rispetto alla glicemia) per lo stare solo in piedi (alzarsi) ogni ora circa.

L'American Diabetes Association suggerisce di interrompere i lunghi periodi di sedentarietà almeno ogni 30 minuti per aiutare a regolare i livelli di glucosio.

Le persone con diabete che camminano subito dopo i pasti hanno una migliore gestione della glicemia rispetto a coloro che camminano in altri momenti.

La Costituzione


Il dibattito recente (settembre 2026) sul 
decreto-legge del Ministro
dell'Istruzione e del Merito
Giuseppe Valditara
 ruota attorno
alla compatibilità delle nuove
norme con l'
articolo 34 della
Costituzione italiana
, il quale
sancisce il principio fondamentale
secondo cui 
"La scuola è aperta
a tutti".
L'adozione di questa misura ha
sollevato forti discussioni di natura
sia politica che costituzionale.
L'Associazione Nazionale Presidi
(ANP), per bocca del presidente
Antonello Giannelli, e diverse
associazioni studentesche hanno
sollevato forti dubbi sull'applicabilità
concreta del provvedimento,
specialmente nei contesti urbani
ad alta densità migratoria,
contestando la rigidità del tetto
e l'utilizzo dello strumento del
decreto-legge (art. 77 Cost.) per
questioni ordinamentali di questa
portata.




articolo 34

Si apre con le parole: «La scuola è aperta a tutti» e sancisce l’accesso universale all’istruzione, l’obbligatorietà e gratuità del ciclo inferiore per almeno otto anni, il diritto dei meritevoli a raggiungere i gradi più alti degli studi e l’impegno della Repubblica a rendere effettivo tale diritto.

===

In questi giorni fa molto discutere il nuovo limite del 30 per cento di alunni stranieri per classe, pena lo smistamento ad altra scuola, che andrà in vigore a partire dall’anno scolastico 2027-28 e riguarderà le classi prime delle elementari, delle medie e delle superiori. Le classi intermedie già formate non saranno toccate. Da subito si applica ai nuovi arrivati nel nostro Paese che si iscrivono in corso d’anno. È confermato che dal conto saranno esclusi sia gli alunni nati in Italia sia chi, pur essendo arrivato dopo, ha già frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia nel caso dei più piccoli, oppure tre di scuola dell’obbligo per i più grandicelli. Purché «con esito positivo». Cioè senza bocciature, che come si sa alle elementari non esistono. 

Valditara, ministro dell’Istruzione, valuta in 34 mila le scuole con oltre il 30 per cento di studenti non italiani, ma senza dire quanti sono quelli nati qui. Le scuole con più del 20 per cento di nuovi arrivati sono un migliaio.

domenica 27 settembre 2026

Storia del Cristianesimo (5)

  Brevi flash sulle origini 

Provare a cogliere

http://
Il cristianesimo si è diffuso a
partire dal 
I secolo d.C. in
Palestina
, partendo da
Gerusalemme e crescendo
grazie alla predicazione di
Gesù, degli apostoli e di 
San
Paolo di Tarso.



La prima diffusione del cristianesimo. I discepoli che, dopo un periodo di iniziale sbandamento provocato dalla morte di Gesù, costituirono la prima comunità di Gerusalemme erano ancora sostanzialmente un gruppo interno al giudaismo, che del giudaismo condivideva perciò le credenze e le tradizioni fondamentali. 
L'evangelista Luca negli Atti degli Apostoli presenta i primi discepoli che osservano scrupolosamente la Legge mosaica e frequentano assiduamente il Tempio di Gerusalemme (At. 2,42-47).

Accanto ai gruppi tradizionali del giudaismo del tempo di cui ci parla lo storico ebreo Flavio Giuseppe ( Guerra giudaicaII,117-119), e cioè Farisei, Sadducei, Esseni (oggi identificati dalla maggior parte degli studiosi con la comunità di Qumran) e seguaci di Giuda il Galileo, ne è sorto uno nuovo, guardato dai primi con sempre maggiore sospetto, che riconosce in Gesù di Nazaret il Signore e il Messia (At. 2,36 fa dire a Pietro che «Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso») e ne aspetta con trepidazione il ritorno imminente (maranathà = «Signore nostro, vieni», prega nelle assemblee liturgiche questa comunità).


Tuttavia la fede messianica dei primi discepoli aveva qualcosa di ben più caratteristico e radicale delle differenze che potevano esserci tra i vari gruppi giudaici in tema di osservanza della Legge, culto del Tempio o libertà politica. Nel confessare Gesù di Nazaret Signore e Messia e nell'aspettarne il ritorno imminente come glorioso Figlio dell'uomo la comunità primitiva di Gerusalemme esprimeva infatti una fede e una speranza che mettevano radicalmente in questione il giudaismo e non potevano perciò non entrare in conflitto con esso. 

La salvezza non consisteva più nell'osservanza scrupolosa della Legge di Mosè o nella realizzazione di un futuro messianico per Israele ma nell'adesione totale a Gesù morto e risorto che doveva ritornare nella gloria.

E questo già significava un allontanamento profondo dalle tradizioni di Israele. Il fatto che questo annuncio si rivolgeva non ai Giudei soltanto ma a tutti gli uomini rendeva la rottura col mondo giudaico addirittura inevitabile.


= = =

Punti di vista:

Argomenta in un suo libro Vito Mancuso che una civiltà senza religione, o con una religione senza cultura, perde inevitabilmente la propria coesione  interna, schiacciata su una sola dimensione, in balia di un egoismo molto prossimo al cinismo o alla disperazione. 

Ancora: 

-Una fede che rifiuta il confronto con la cultura, la scienza e il pensiero critico diventa sorda ai problemi reali dell'uomo moderno.  

-Quando manca un orizzonte di senso condiviso e colto, l'essere umano rimane schiacciato su una dimensione puramente materiale o egoistica, vicina alla disperazione e al cinismo.


=. =. =

Antico e Nuovo Testamento

Nel corso del 2º secolo circolano molti scritti sotto il titolo di Vangelo, Atti o Lettera, rivendicando la paternità di un apostolo, ma soltanto alcuni trovano posto nella liturgia, nella cátechesi o nella predicazione cristiana. Verso la fine dello stesso secolo diviene abituale chiamare « Nuovo Testamento » l’intero insieme degli scritti che si è imposto dappertutto nella Chiesa come riferimento importante per la tede e che ha avuto la garanzia degli apostoli.


I primi cristiani non ebbero l'idea di associare i loro testi alla Bibbia, il libro della rivelazione di Israele di cui facevano uso nella liturgia e nell'insegnamento. Via via nel tempo i nuovi scritti acquistarono  pari importanza.  Per distinguerli dalla Legge e dai Profeti, in altri termini dalla Bibbia, si parla di un «Nuovo» Testamento, diventando l'altro, di fatto, «Antico».


La parola «testamento» è la traduzione di una parola greca usata per rendere il concetto di patto, cioè, qui, l'alleanza stretta da Dio con il popolo che si era eletto. Parlare di un «Nuovo Testamento» sa di audacia. Si addita l'alleanza del Sinai,il fondamento della fede giudaica, e la si trova integrata e superata nell'avvenimento di Cristo: nella sua Pasqua. Come dire che Dio stabilisce una relazione nuova e definitiva con tutti gli uomini. 

La Bibbia dei cristiani si compone  pertanto di due parti: l'Antico e il Nuovo Testamento. L'Antico non viene rigettato; lo si interpreta come annuncio e cammino verso il Nuovo. Leggendo gli antichi testi si pensa ormai alla venuta del Cristo che è, per i cristiani, il compimento storico della speranza di Israele.


I ventisette libri del Nuovo Testamento costituiscono la letteratura più vicina alle origini cristiane. Vicina per la data, ma vicina soprattutto per l'esperienza e la fede che essi testimoniano.