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lunedì 24 agosto 2026

Il gusto della riflessione (20)

Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare

=  =. =Invecchiare 

è vivere

  •  Essere vecchi, per giunta poveri, equivale
  • al massimo della solitudine, perché assomma 
  • i due handicap individualmente e socialmente 
  • meno tollerati. 

Ma se guardiamo intorno a noi ci si accorge che 

talune frange della società hanno come esorcizzato

un declino che per altre e’ ineluttabile: 

la classe politica, ad esempio, sembra non conoscere, 

diciamo, pensionamento. Raccolgo, qui, una curiosità diffusa: 

è un vantaggio o un rischio essere governati 

da una sorta di gerontocrazia, per dirla scientificamente?

La gerontocrazia è
una 
forma di governo o
di potere in cui il
comando spetta alle
persone più anziane
della società
. La parola
viene dal greco 
geron 
(vecchio) e 
kratos 
(potere). 
Oggi il termine ha
spesso un valore critico
o polemico. Si usa per
indicare sistemi politici
o economici in cui i giovani
sono esclusi dai ruoli
chiave a favore di una
classe dirigente molto
avanti con gli anni.


———

———

La convinzione riportata e’ di Francesco Antonini (medico che negli anni ’60 ha introdotto la geriatria in Italia secondo una visione del tutto nuova: al centro dell’interesse vi è la persona anziana nella sua totalità, da curare in modo rapido ed intensivo in caso di un evento acuto (generalmente ictus o infarto) lavorando poi sulle capacità residue. Parola d’ordine: mantenere un’autonomia che sola può garantire le libertà di pensiero e di movimento, insieme alla fiducia nelle proprie possibilità).

 Ciò che sta accadendo è, più recentemente, un fatto unico nella storia della nostra specie. Dopo millenni di relativa stabilità, e contravvenendo ai suoi stessi ritmi biologici, l'esistenza ha compiuto un grande salto: i centenari, che solo qualche decennio fa rappresentavano un'eccezione, ora si contano a migliaia. Tutto questo induce a rivedere ogni nostra cognizione sul limite massimo da assegnare alla vita; e ad accettare che si possa, anzi che si debba, morire fra i 105 e i 120 anni. Questo, sí, sarà un traguardo difficilmente valicabile, almeno secondo gli attuali criteri di riferimento. Già oggi, tuttavia, la morte di un ottantenne deve essere considerata prematura. Avviene, infatti, quasi sempre per malattia, non per usura fisiologica. Si stenta a crederlo perché siamo riluttanti a liberarci di un'antropologia arcaica, che continua a invischiare idee, progetti, speranze.


Flash di Storia

 



 
Gli studi sulla questione
meridionale
 
costituiscono il cuore del 
meridionalismo
un ricco filone del dibattito
intellettuale, 
politico ed economico italiano nato 
subito dopo l'Unità d'Italia (1861)

Questi studi analizzano le cause del 
divario storico nello sviluppo 
socio-economico
 tra il 
Mezzogiorno e le regioni 
centro-settentrionali.

Subito dopo l'Unità, le prime inchieste
e studi svelarono la drammatica realtà
del Sud, caratterizzata da analfabetismo,
 povertà agraria e infrastrutture carenti.

Pasquale Villari e Leopoldo
Franchetti:
 
Con le loro inchieste (come l'Inchiesta
in Sicilia del 1876), denunciarono la
struttura feudale del latifondo e lo stato
di abbandono delle classi contadine.
Giustino Fortunato: Sostenne che
l'arretratezza del Sud fosse legata a
cause naturali e geografiche (povertà
del suolo), ma fu tra i primi a criticare
le politiche doganali dello Stato unitario.
Gaetano Salvemini: Sostenne una
dura battaglia contro il protezionismo
industriale del Nord, considerato un
danno
per l'economia agricola meridionale.
Chiese il suffragio universale per dare
voce ai contadini del Sud.
Antonio Gramsci: Nel suo celebre
saggio 
Alcuni temi della questione
meridionale
 (1926), propose una chiave
di lettura basata sulle classi sociali.
 Gramsci spiegò il problema come il
risultato di un blocco storico
agrario-industriale:
 un'alleanza tra gli industriali del Nord
e i grandi latifondisti del Sud, che
manteneva i contadini meridionali in
una condizione
di subalternità coloniale.

Oggi la questione meridionale
non riguarda più un mondo rurale
isolato, ma si inserisce in contesti
globali e complessi.
Economisti come Robert Putnam
o indagini della Banca d'Italia si
sono concentrati sulla carenza di
"capitale sociale" (fiducia nelle
istituzioni, senso civico) e
sull'inefficienza della pubblica
amministrazione locale come
freno agli investimenti.



L'italia dopo il 1818 

A conclusione della grave crisi provocata dalle carestie del triennio 1815-17, si apre un periodo della storia economica europea caratterizato da una tendenza generale alla diminuzione dei prezzi del grano e delle derrate agricole (destinata a durare con frequenti oscillazioni fino al 1846-48), da una crescita costante della produzione e degli scambi commerciali, favorita dalla rivoluzione dei trasporti, con periodiche fasi di tensione e crisi finanziarie (v. 1825-1826, 1836-1837, 1846-1847), e da una tendenza generale al ribasso dei prezzi industriali.


Agricoltura

Anche in Italia si apre un periodo di prezzi agricoli al ribasso, accentuato nelle annate di sovrapproduzione e temporaneamente contrastato in quelle di scarsi raccolti. Nel lungo periodo ciò provoca una diminuzione delle rendite e l'indebitamento dei piccoli proprietari.

Nonostante la flessione costante dei prezzi del grano, la cerealicoltura si conferma dominante; la diminuzione delle rendite viene contrastata dai proprietari aumentando gli oneri contrattuali a carico dei ceti contadini; in generale, si registra una debole risposta sul piano della diversificazione colturale, delle innovazioni agronomiche e produttive. Fanno eccezione alla caduta dei prezzi alcune produzioni per l'esportazione come il riso e la seta greggia; ne beneficiano le grandi aziende agricole della pianura irrigua piemontese e lombarda, e i produttori serici (filiera della seta). 

La caduta dei prezzi e dei profitti agricoli colpisce in misura più grave che altrove l'agricoltura meridionale, fondata per larga parte sulla cerealicoltura, e dunque più esposta agli effetti della concorrenza dei grani russi e nord-africani. Anche altre produzioni tipiche del Meridione - come l'olio - risultano minacciate dalla concorrenza estera (olio spagnolo). Secondo le testimonianze dei conqtemporanei, l'indebitamento di proprietari terrieri e contadini raggiunge livelli elevatissimi, provocando un'ulteriore concentrazione della proprietà in mano ai grandi latifondisti.

Regno delle due Sicilie

(Moneta, finanza, credito)

Riforma monetaria. La promulgazione dello «Statuto monetario del Reame» si propone di riordinare la circolazione monetaria sulla base del monometallismo argenteo; si registra un progressivo aumento dello stock di metallo coniato ma con scarsi effetti sulla diffusione del numerario circolante. La circolazione monetaria resta concentrata per oltre due terzi del totale a Napoli; per la mancata diramazione del Banco delle Due Sicilie nelle province e la forte arretratezza del sistema creditizio nel suo complesso, il mercato del credito - a parte l'attività dei Monti dei pegni e, per il credito agrario, dei Monti frumentari - resta in mano ai «prestatori» che svolgono opera di intermediazione tra i Banchi e il pubblico. 





…….  L'italia dei nostri giorni


Gli studi sulla questione meridionale. 


Diversi furono gli storici che si occuparono della questione meridionale dall'inizio del Novecento:

Francesco Saverio Nitti, esaminò la questione meridionale (Nord e Sud, 1900) inserendola nel più ampio contesto dell'intero Stato italiano, il pugliese Gaetano Salvemini (Scritti sulla questione meridionale, 1896-1955) espresse invece una visione strettamente politica che investiva direttamente il Partito socialista individuando nel latifondismo la causa del ristagno economico e politico. Più meditato il meridionalismo di Benedetto Croce (Storia del Regno di Napoli, 1925), volto soprattutto alla considerazione della cultura meridionale chiaramente inserita nell'area culturale europea.

Luigi Sturzo, invece, propugnatore di un'organizzazione politica dei cattolici, sostenne un programma di riforme che conducesse alle autonomie regionali e che portasse a soluzione il problema delle aree sottosviluppate.

Un nuovo, originale disegno è stato proposto da Antonio Gramsci, autore d'un saggio incompiuto: Alcuni temi della questione meridionale (1926), ora in La questione meridionaleGramsci, dopo aver ravvisato nella cattiva amministrazione dei governi succedutisi dal Risorgimento le cause tangibili dell'arretratezza meridionale, ha riaffermato la necessità strategica dell'alleanza fra operai e contadini.

 La nuova stagione del meridionalismo fu inaugurata con la ripresa democratica nella prospettiva, coltivata in particolare dalla sinistra meridionale, che nella la miseria che affliggeva il sud Italia potesse avere luogo la rinascita del Mezzogiorno e in primo luogo della sua agricoltura. Accanto alle analisi della sinistra si svilupparono quelle del meridionalismo laico di M. Rossi Doria e F. Compagna. Negli anni Cinquanta e Sessanta, di questi due settori politico-culturali divennero espressione due riviste: rispettivamente «Cronache meridionali» e «Nord e Sud». Questo meridionalismo era in grado di porre su basi concrete il problema della riforma agraria come nodo centrale della questione meridionale. Sulla necessità delle riforme convergeva anche il meridionalismo comunista, corroborato dalla diffusione degli scritti di Gramsci e dalla ripubblicazione del volume di E. Sereni (La questione agraria nella rinascita nazionale, 1946). 

La svolta democratica e quella, successiva, rappresentata dalla legge stralcio della riforma agraria e dalla nascita della Cassa per il Mezzogiorno (1950) stimolarono nuovi studi. Sono di quegli anni la pubblicazione delle prime antologie di B. Caizzi (1950) e di R. Villari (1961), lo sviluppo di una letteratura storiografica d'ispirazione gramsciana che riprendeva, tra l'altro, il tema della riflessione critica sul Risorgimento e sul liberalismo postrisorgimentale, visti in particolare attraverso la questione meridionale (L. Salvadori, 1960); ma anche quella sorta di rivoluzione copernicana della storiografia liberale (e della concezione crociana in particolare) che fu rappresentata dal saggio Risorgimento e capitalismo (1959).

Evocando la gestualità del mondo contadino

 Quando non si usava la parola esplicita

I contadini poeti nella Sicilia del
Novecento 
rappresentano una
voce autentica e profonda della
civiltà contadina, legata alla terra,
alle lotte sociali e al mondo dei
dialetti
. Figure come Ignazio
Buttitta, cantore della protesta
e della dignità popolare, e i
poeti anonimi o minori delle
feste di piazza e della tradizione
rurale hanno usato la poesia
come strumento di riscatto, fatica
e memoria.
A Contessa Entellina vi erano
più figure che seppero interpretare
la durezza dei tempi e
pure lasciavano trasparire
nei loro versi la cattiveria
di chi approfittava dei
ruoli di potere e 
frequentemente di 
prepotenza.






Fra le memorie che conservo e risalenti a decine di anni fa, ci sono personaggi, figure locali di Contessa Entellina, che e’ difficile dimenticare. Ai nostri giorni quelle figure, col loro modo di parlare (recitare), di evocare tempi andati e personaggi storici di Contessa Entellina li avremmo annoverati come figure del Teatro-Azione. In questa forma di recita si mette in discussione la centralità della parola e del testo e si sposta il fuoco dell’evento scenico sulla voce, sulla recita e sul corpo dell’attore come luogo primario di senso.

  Era la voce, il corpo e l’organismo che agiva e che produceva significato attraverso il movimento, la tensione muscolare, il ritmo del respiro. La gestualità (un po’ tipica della civiltà contadina) si caricava così di un valore autonomo, quasi linguistico: un alfabeto fisico capace di comunicare senza mediazione verbale, spesso ai limiti della resistenza fisica e dell’improvvisazione.

 La gestualità nel mondo contadino siciliano prima della Seconda Guerra Mondiale e poi per qualche tempo ancora ( meno di un paio di decenni) era un vero e proprio linguaggio visivo e comunitario. Sostituiva o rafforzava le parole, regolava i rapporti sociali, esprimeva rispetto, onore, fede religiosa e serviva pure a comunicare a distanza nei campi aperti. Gesti ampi del braccio o fischi codificati servivano a parlarsi da un fondo all'altro della valle senza urlare. 

 Togliere la coppola o toccarla appena con due dita era il segno basilare di riverenza verso il proprietario terriero, il medico o il prete del paese. Nelle fiere del bestiame ( da noi, a Contessa E. 8 maggio e 9 settembre), gli accordi si chiudevano spesso con una stretta di mano vigorosa protetta da un fazzoletto per non mostrare ad altri la cifra pattuita o per suggellare l'onore della parola data.

Fra i ricordi, collegati a specifici personaggi locali, c’e’ un modo comunicativo di silenzio espressivo: spesso bastava un cenno del mento verso l'alto per dire "no" o un movimento della mano a palpa in giù per calmare qualcuno.

 


  


domenica 23 agosto 2026

La domenica è fatta anche per riflettere

Il rapporto tra Roma e
Bisanzio
 rappresenta la
continuità e la
trasformazione
dell'Impero Romano
.
Nel 330 d.C. l'imperatore
Costantino spostò la capitale
Bisanzio, fondandola
"Nuova Roma"
(Costantinopoli).
 Questo diede vita all'Impero
Romano d'Oriente, i cui
abitanti continuavano
a considerarsi veri Romani
 (
Romei).
I bizantini non si definivano
tali; usavano il nome 
Rhomaioi (Romani) per
indicare la loro eredità
politica e giuridica.
L'Impero d'Oriente
sopravvisse per oltre
un millennio alla caduta
di Roma del 476 d.C.,
cadendo infine nel 1453.


Roma/Bisanzio

Quando nel 324 l’Imperatore Costantino decise di trasferire la capitale dell’Impero a Costantinopoli pose, a sua insaputa, le basi di numerose controversie che, con il passare del tempo, si sarebbero trasformate in un conflitto permanente tra la Chiesa di Roma e le Chiese d'oriente. 

Dopo aver  raggiunto la prosperità, Costantinopoli si sentì promossa, come la prima Roma, a un grande destino universale: si vantò di essere diventata la sede di una Chiesa che rifulgeva nei suoi riti e che fioriva di uomini, santi e dottrine, eclissando con la sua espansione quella che a Roma conservava le tombe di Pietro e Paolo, mentre il decadente impero latino sarebbe crollato sotto gli assalti dei Barbari.

Anche se fondate sulla stessa fede, definita dai sette grandi Concili ecumenici, Roma e Bisanzio non avrebbero tardato, fin dal VI e VII secolo, a diventare a poco a poco estranee l'una all'altra per poi finire per separarsi del tutto. 

Si è trattato del frutto di un processo lungo e complesso dove si mescolano divergenze culturali (la civiltà « greco-romana» si scinde tra la sua componente latina e quella ellenica), eventi storici (dominio dei Franchi a ovest, espansione dell'islam a est), rivalità geopolitiche (il sacro Impero romano-germanico contro l'antico Impero romano-bizantino), controversie dottrinali (la famosa questione del filioque, l'esistenza di preti sposati in Oriente) e conflitti ecclesiologici (monarchia papale contro la conciliarità).

Da una parte e dall'altra l'orgoglio, il disprezzo, l'ignoranza, le incomprensioni, la sufficienza, le provocazioni e l'intransigenza, se non addirittura il fanatismo, finiranno per esacerbare le differenze e i contrasti, trasformandoli in ostilità. 

Il risultato sarà, nel 1054, lo scisma tra Roma e Bisanzio: una scissione che verrà suggellata nel 1204 dal sacco di Costantinopoli durante la sesta crociata. 


Nel 1453, minata da controversie intestine secolari, Bisanzio soccomberà all'assalto dei Turchi e vivrà da allora per molti secoli sotto il giogo ottomano.

Tuttavia, nel giorno in cui il fulgore dei ceri cessò di far scintillare gli ori della basilica di Santa Sofia, la fiaccola della fede ortodossa era già passata nelle mani della ”Santa Russia”, il cui nascente impero punto’ ad immaginarsi come la terza Roma.

(Segue)

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San Paolo non è un camerata 

«San Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico». 


Undici sacerdoti contro Roberto Vannacci. Undici sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che opera tra Basilicata e Sicilia, scrivono una lettera al leader di Futuro nazionale. Vannacci aveva citato la Norvegia come possibile modello per l’Italia: «Ha deciso di non dare i sussidi prima dei 5 anni di permanenza». Poi ha aggiunto: «Cito il camerata San Paolo, “Chi non lavora, neppure mangi”». 


Una citazione che ha suscitato nei sacerdoti «profondo dissenso e sconcerto: associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede». 


La frase, dicono i sacerdoti, è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale. San Paolo non invocava punizioni contro i poveri, si rivolgeva a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso». Il richiamo è al rispetto: «Non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale». In chiusura anche un consiglio al generale, citando ancora San Paolo: «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri».

Parole frequenti sui media


La 47ª edizione del Meeting
per l'amicizia fra i popoli
 si
tiene alla 
Fiera di Rimini dal 21
al 26 agosto 2026
. Il tema centrale
di quest'anno è 
«L'amor che move
il sole e l'altre stelle»
, celebre
verso finale del Paradiso della 
Divina Commedia di Dante
Alighieri.

Il dibattito istituzionale: Presenti
i massimi esponenti della politica e
della società; il Presidente della
Repubblica Sergio Mattarella ha
aperto l'evento con un messaggio
contro l'odio.





meeting

Il Meeting di Rimini è la kermesse annuale organizzata dalla Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli di Comunione e liberazione, la comunità fondata da don Giussani: propone una riflessione su temi religiosi, culturali, politici e artistici con dibattiti, incontri e mostre. 

La prima edizione fu nel 1980, con il titolo «La pace e i diritti dell’uomo»: diede spazio alla situazione nell’Urss e ospitò alcuni dissidenti russi. La 47esima edizione è iniziata venerdì e si concluderà mercoledì: il titolo di quest’anno è «L’amor che move il sole e l’altre stelle», dall’ultimo verso della Divina Commedia di Dante.

Alla manifestazione di quest’anno partecipano circa 500 relatori provenienti dal mondo istituzionale, religioso e culturale, tra cui ben 13 ministri del governo e 5 cardinali.

sabato 22 agosto 2026

Contessa Entellina, per noi è sempre “Hora”

Contessa Entellina
in lingua arbëreshe,
 
Hora e Kuntisës (o 
semplicemente 
Horë, che 
significa il paese o la città). 
Fondata nel XV secolo, è 
una storica comunità 
arbëreshe in Sicilia di 
rito greco-bizantino.




Pagine di Storia, memorie e curiosità 


Ricordo alcuni anni fa di avere avuto sul blog un pubblico confronto, con quello che era l’ultimo dei monaci  basiliani che permaneva al Monastero Basiliano SS. Salvatoresituato sulla sommità della collina Sklizza a Piana degli Albanesi. Si tratta del complesso monumentale, edificato nella prima metà degli anni '50 dai monaci basiliani dell'Abbazia di Grottaferrata, caratterizzato fra altro da una chiesa in stile neo-bizantino con rivestimenti in mattoni e marmi locali. 

 Su una pagina del blog, riferendomi al paese di Contessa Entellina, avevo usato il termine arbereshe “Hora”, parola che noi tutti contessioti usiamo per riferirci al nostro centro abitato, da sempre. La tesi del monaco basiliano era che quell’appellativo, “Hora”, competeva solamente a Piana degli Albanesi. Il confronto e le argomentazioni durarono per più giorni: ognuno rimase comunque sulle proprie convinzioni.

= = =

 Quel confronto, comunque interessante per i temi che vennero svolti, mi e’ tornato in memoria nel confronto con due amici che si propongono, ed insieme ci proponiamo, di dedicare alcune pagine del blog alla nostra Contessa Entellina, quella di oggi, quella delle strade deserte, delle aule con pochi alunni, dei giovani che conseguono un titolo di studio e poi, tutti, proprio tutti, emigrano.

 Si, …  ci proponiamo di discutere dell’immenso patrimonio edilizio post-terremoto,  nella stragrande maggioranza dei casi, disabitato. 

 Le tematiche saranno comunque tante e varie, tutte, riteniamo, culturalmente e socialmente interessanti. Oltre agli inevitabili temi a sfondo socio-economici, l’amico architetto, tratterà del “vivere la casa” e del “vivere il territorio”, due situazioni che si possono combinare e condizionarsi reciprocamente.

 Come sempre, chi vuole potrà dire il proprio pensiero.


 

  

La Sicilia, terra dei contrari?

Giuseppe Carlo Marino è nato nel
capoluogo siciliano, si trasferì a
Firenze e nel 1962 conseguì la
laurea in Scienze politiche. Il
grande amore per la Sicilia
lo portò ad elaborare la tesi
Sinistra siciliana dopo
il Risorgimento ed ebbe
anche una menzione
dell'Istituto Cesare Alfieri.
Marino, a Firenze, conobbe
Giorgio La Pira, Mario Luzi e
Nicola Pistelli e nel 1970 tornò
a Palermo, divenendo assistente
di Storia del Risorgimento
all'università di Palermo e poco
dopo professore incaricato di
Storia moderna.
Nel 2001, poi, la cattedra
di Storia contemporanea.




Dinamiche di potere da leggere

superando antichi stereotipi culturali.

 La Sicilia è una terra di contrari e di profondi contrasti, una definizione che riflette perfettamente la sua natura geografica, culturale e sociale, tanto da spingere grandi scrittori come Luigi Pirandello a definirla non un'isola, ma un vero e proprio "paradosso". Questa terra, la nostra terra, unisce elementi opposti in un equilibrio unico, dove la bellezza mozzafiato convive costantemente con enormi contraddizioni.

Giuseppe Carlo Marino (1939-2024), e’ stato un noto storico ed emerito dell'Università di Palermo che ha ampiamente analizzato la Sicilia descrivendola come una struttura storica basata su profonde contraddizioni sociali, politiche e culturali. E’ stato un pioniere nello studio della mafia intesa non come semplice criminalità comune, ma come un blocco di potere organico ed economico cresciuto in parallelo e in contrasto con le istituzioni ufficiali. Nei suoi numerosi saggi (come L'ideologia sicilianista del 1972), ha smontato il mito della Sicilia "vittima passiva" della storia, evidenziando come le classi dirigenti locali abbiano frequentemente cavalcato l'orgoglio isolano per difendere i propri privilegi conservatori contro la modernizzazione. Ha anche raccontato la coesistenza paradossale di spinte progressiste radicali (le lotte contadine del secondo dopo-guerra e i movimenti sindacali) e le resistenze feudali, sfociate in quella che ha definito la drammatica catena della "La Sicilia delle stragi“.

Temi chiave della sua ricerca:

== La Mafia come sistema di potere: rifiuto dell'idea di mafia come semplice "criminalità comune" o fenomeno folcloristico, interpretandola invece come classe dirigente consociativa.

== Storia delle vittime: focus storiografico sulle masse popolari, sui lavoratori e sui servitori dello Stato che hanno pagato il prezzo del sangue nella terra delle stragi.

== Uso pubblico della storia: impegno costante nella divulgazione e nel movimento antimafia culturale, collaborando anche con la RAI.

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La Sicilia, terra dei contrari, intendiamo di tanto in tanto leggerla col bagaglio culturale di tanti autorevoli scrittori, siciliani e non, del fenomeno della Mafia. Intendiamo -ovviamente- esplorare il pensiero del prof. Anton Blok che sulla vicenda storica latifondistica locale di Contessa Entellina  (e non solo)  ha dedicato una opera diffusa in tutti i paesi dell’emisfero occidentale. Iniziamo intanto conoscendo il profilo culturale del prof. Giuseppe Carlo Marino, storico dell’Università di Palermo.


Parole frequenti sui media

 

Un'ONG (Organizzazione
Non Governativa
) è
un'
associazione privata
senza fini di lucro
,
indipendente dai governi
e dalle organizzazioni
internazionali, che opera
in settori di interesse
pubblico, umanitario,
sociale o di cooperazione
allo sviluppo.




ong 

Le Organizzazioni non governative sono enti privati senza fini di lucro, indipendenti dai governi, che operano in settori di utilità sociale, umanitaria, ambientale o di cooperazione internazionale e si finanziano attraverso le donazioni. Tra le Ong con navi di salvataggio che operano nel Mar Mediterraneo per il soccorso ai migranti ci sono Emergency e Medici senza frontiere.

Ambiti di intervento: 

Cooperazione allo sviluppo: Progetti a lungo termine per l'educazione, la sanità, l'agricoltura e le infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo,

Aiuto umanitario: Interventi d'emergenza in caso di guerre, carestie o calamità naturali,

Diritti umani e ambiente: Tutela dei diritti civili, salvaguardia degli ecosistemi e della biodiversità,

Soccorso in mare: Attività di ricerca e salvataggio nel Mar Mediterraneo.