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venerdì 21 agosto 2026

Il gusto della riflessione (19)

 Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare

=. =.  =La Forza e 

la diplomazia.

«Viviamo in un mondo in cui 

la forza ha sostituito il diritto»

«La diplomazia è al servizio della pace, 

la forza è lo strumento della guerra». 

In realtà: 

Non c’è diritto senza una 

forza che lo sorregga.

Angelo Panebianco è un noto 
politologo, saggista e
accademico italiano
, nato a
Bologna l'11 giugno 1948. La sua
impostazione scientifica e teorica
 è fortemente influenzata dal
realismo politico. Si
concentra sulle istituzioni
 democratiche occidentali, sui
partiti politici, sulla geopolitica
e sulla sociologia politica.

È fin troppo facile dimostrare, sostiene il giornalista Angelo Panebianco, l’inconsistenza delle prime due affermazioni. Non c’è diritto che abbia una qualche effettività (che non si riduca, cioè, a un insieme di gride manzonian) se non c’è un apparato della forza che lo sostenga e ne garantisca l’applicazione. E vale anche nei rapporti interstatali ove il diritto internazionale, per avere una qualche effettività, richiede la presenza di grandi potenze che abbiano interesse a mantenerlo in vigore e che minaccino l’uso della forza a questo scopo. Se il diritto internazionale, in una certa fase storica, perde effettività significa che la o le potenze che ne erano garanti hanno smesso di svolgere tale funzione. 

Non c’è nella scacchiera mondiale diritto senza una forza che lo sorregga. Stessa cosa vale nel caso della diplomazia. L’idea che l’attività diplomatica in presenza di guerre, della competizione di potenza con tutte le sue durezze, sia soltanto una faccenda di buona volontà ove vince chi ha le maggiori capacità persuasive è manifestamente falsa.

Parole frequenti sui media

 Jamming È una tecnica di guerra elettronica usata per disturbare o rendere inutilizzabili i segnali radio ed elettronici dell’avversario.

jamming indica principalmente
un'
interferenza elettronica
volontaria per bloccare segnali
radio
, un'improvvisazione musicale
di gruppo.
E’ usato in ambito militare o
nelle trasmissioni per impedire
la ricezione di un segnale.






In pratica, si trasmettono segnali molto forti o appositamente costruiti per «coprire» quelli che servono a un dispositivo per funzionare.

Può essere usato contro i droni, disturbandone il collegamento con il suo operatore e il Gps e altri sistemi di navigazione, impedendo al drone o a un missile di determinare la propria posizione.

- - - 

Gli sconfinamenti di droni in Romania e in Lettonia, rafforzano l’idea di una pressione multidirezionale sul fianco orientale. 

In Romania, il ripetersi di intrusioni o cadute di velivoli senza pilota legati al conflitto ha mostrato quanto sia sottile la linea tra guerra confinata e coinvolgimento territoriale degli alleati. In Lettonia, e più in generale nell’area baltica, le incursioni si inseriscono in un contesto già segnato da jamming del Gps, minacce verbali e pressioni sulle infrastrutture. Anche quando non c’è prova di un attacco deliberato, l’effetto politico resta lo stesso: mostrare che i confini orientali della Nato sono penetrabili e che l’insicurezza può essere esportata.

Secondo fonti europee di intelligence, la Russia potrebbe intensificare le operazioni ibride contro gli Stati baltici e la Polonia, ricorrendo a sabotaggi infrastrutturali o perfino a operazioni false flag. Parallelamente, sarebbero circolati avvertimenti americani sulla possibilità di future mosse russe volte a testare le difese occidentali.

Flash di Storia

 L'italia dopo il 1817

 Le società segrete. Le organizzazioni clandestine già presenti sotto il regime napoleonico si moltiplicarono in tutta Europa durante la restaurazione, differenziandosi per ideologia, struttura interna, metodi di lotta. Alcune aspiravano semplicemente alla costituzione o al l'indipendenza nazionale, altre elaborarono articolati progetti di democrazia e di uguaglianza sociale. Alcune seguivano modelli gerarchici, con complessi rituali di ascendenza massonica e gradi diversi di iniziazione altre organizzarono autonome "chiese" locali; alcune propugnavano colpi di Stato militari, altre miravano a più vaste insurrezioni popolari. Cambiavano frequentemente nome e composizione interna per sfuggire alla repressione poliziesca e in certi casi senza che gli stessi membri ne fossero a conoscenza, erano controllate da sette più importanti, a volte di carattere internazionale. I governi ne conoscevano di solito l'esistenza e vi infiltravano delle spie. In genere sopravalutavano tanto la pericolosità interna delle sette quanto i loro legami internazionali: errori facilmente spiegabili alla luce del persistente terrore del giacobinismo e della interpretazione dominante della rivoluzione francese come effetto di un complotto massonico. 

In Italia erano particolarmente diffuse l'Adelfia, che vantava in Piemonte un notevole seguito nell'esercito, l'Ordine delfico, che trovava i suoi adepti fra i massoni dell'ex Regno Italico, la Società guelfa, presente nello Stato Pontificio, e la Carboneria, particolarmente diffusa nel Meridione, ma con ramificazioni in ogni parte d'Italia. 

Nel 1818 Filippo Buonaroti e Federico Confalonieri tentarono di riorganizzare le sette in alcune grandi organizzazioni: i Sublimi maestri perfetti in Piemonte, la Federazione italiana in Lombardia, la Costituzione latina nell'Italia centrale.

Le sette reazionarie. 

Nell'Italia della restaurazione non si muovevano nell'ombra soltanto società segrete liberali o rivoluzionarie, ma anche sette apertamente reazionarie, legate al misticismo religioso e ai teorici più intransigenti della restaurazione europea. Nostalgiche dell'antico regime, tali sette erano sorte in diverse parti d'Europa durante il dominio napoleonico e premevano per una più dura politica di repressione nei confronti di coloro che avevano servito il regime francese e dei fermenti liberali, che costituivano una minaccia per l'assolutismo. In Italia agivano semiclan-destinamente tre grandi associazioni reazionarie, diverse nei metodi più che nelle finalità. 

Nel Regno delle Due Sicilie operavano i Calderari, una setta nata durante l'età napoleonica, riorganizzata ed estesa per opera del principe di Canosa, la quale raccoglieva reazionari del 1799, baroni dell'aristocrazia meridionale, elementi provenienti dalle bande brigantesche borboniche, e non esitava a reclutare malviventi e avventurieri di ogni genere. Nello Stato Pontificio agivano i cosiddetti San-fedisti, un nugolo di organizzazioni nate da antiche associazioni clandestine sorte durante l'età napoleonica. Violentemente antiliberali, con un programma di rafforzamento del potere della Chiesa e del papa, i Sanfedisti avrebbero assunto una forza notevole nel clima di paura e repressione seguito al fallimento dei moti del 1820 e del 1821. Un carattere di maggiore pubblicità ebbero invece in Piemonte le Amicizie. Sorte come società segrete durante il dominio francese, nel 1817, su suggerimento di Joseph de Maistre, vennero riunite nell'organizzazione delle Amicizie cristiane al fine di svolgere un’intensa attività di stampa, a livello popolare, a favore della rinnovata alleanza fra il trono e l’altare.



I 556 deputati eletti alla
Costituente (tra cui 21 donne)
scrissero il testo della nuova
carta fondamentale.
…….  L'italia dei nostri giorni

ENRICO DE NICOLA

Il 28 giugno 1946 Enrico De Nicola venne eletto capo provvisorio della Repubblica Italiana, con 396 voti su 504 votanti, superando la prevista maggioranza di tre quinti dell'Assemblea costituente. Il 1º gennaio 1948, con l'entrata in vigore della Costituzione, divenne presidente della repubblica fino all'11 maggio, quando cedette la carica a Luigi Einaudi, primo presidente eletto dal Parlamento. De Nicola era nato a Napoli nel 1877.

Eletto alla Camera dei deputati nel 1909, aveva ricoperto la carica di presidente dell'assemblea di Montecitorio dal 1920 al 1924. Nel 1921 si era impegnato nella definizione di un "patto di pacificazione" tra fascisti e socialisti e aveva offerto la sua mediazione per la formazione del governo Bonomi. Per due volte nel 1922 fu incaricato di formare un governo, ma non riuscì nell'intento a causa dei veti posti da popolari e giolittiani. In occasione delle elezioni del 1924, che segnarono il definitivo affossamento dello Stato liberale, in un primo momento aderì al listone fascista, dal quale ritirò la propria candidatura pochi giorni prima del voto, dichiarando di volersi ritirare dalla lotta politica. 

Fu nominato senatore nel 1929. Nella delicata fase attraversata dal paese dopo la caduta del fascismo e 1'8 settembre 1943, De Nicola elaborò la soluzione di compromesso per la questione istituzionale che portò al ritiro di Vittorio Emanuele III e all'attribuzione della luogotenenza a Umberto di Savoia. Dopo l'esperienza di capo dello Stato ricoprì la carica di presidente del Senato nel 1951-1952. Fu presidente della prima Corte costituzionale istituita nel 1956. Morì a Torre del Greco (NA) nel 1959.

giovedì 20 agosto 2026

Cosa abbiamo capito?

 Come distinguere il

 “Vero” dall’ “Inverosimile”

La vicenda che coinvolge il
giornalista Sigfrido Ranucci e
l'ex faccendiere Valter Lavitola
 
ha assunto contorni così paradossali
ed emotivamente disorientanti da
giustificare in pieno lo sconcerto del 
"in che mondo viviamo?". La realtà
emersa dalle indagini della Procura di
Roma e dalle confessioni  ha
superato la trama di qualsiasi
fanta-thriller politico.

La vicenda mette a nudo dinamiche
profondamente ciniche della società
contemporanea
, articolate su più livell
i.
Il movente assurdo: Secondo
l'accusa e le ammissioni dello stesso
Lavitola, la bomba 
non è stata messa
per colpire o zittire Ranucci, ma
"a suo favore"
. L'obiettivo dichiarato
era quello di aumentarne a
dismisura la notorietà pubblica,
blindarne la scorta e lanciarne la
figura sul piano politico.


Ranucci resta ad oggi la vittima di un odioso attentato orchestrato da un avventuriero ambizioso, quel Valter Lavitola che, però, con Ranucci aveva una fitta frequentazione. Ranucci al primo interrogatorio ripercorse le sue direttrici di sempre. E, davanti alla richiesta di illustrare un possibile movente dell’azione dinamitarda, parlò della possibilità che fosse stata la camorra o dell’eventualità che la pista da seguire fosse quella dei cantieri navali approfonditi nel corso di due servizi di Report dal giornalista Daniele Autieri.

 Sappiamo che i quattro esecutori materiali dell’attentato dinamitardo contro il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, sono dei piccoli pregiudicati della provincia di Avellino che eseguirono il blitz su preciso input. Si tratta di un piccolo progresso a fronte dei molti silenzi. 

  Per completare il quadro, il pm antimafia Edoardo De Santis, si propone almeno due obiettivi. In parallelo a ulteriori analisi sui dispositivi elettronici di Lavitola — cellulari e pc — il magistrato potrebbe risentire i protagonisti degli avvenimenti di Pomezia, gli indagati e la vittima. 

Il gusto della riflessione (18)


FRANCESCO RENDA è stato
professore emerito di storia moderna
ha dedicato la sua vita allo
studio della Sicilia e alle
lotte del movimento contadino.

Il 1° maggio 1947 avrebbe
dovuto partecipare come
oratore ufficiale all'evento.
Si salvò miracolosamente
a causa di un guasto alla
moto, arrivando sul posto
subito dopo la sparatoria
per soccorrere i feriti.


Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare.

=  =. =  « la mafia non è solo

criminalità organizzata».

 

= = = Finora, la nostra attenzione è stata solo rivolta alla analisi della mafia come fenomeno criminale. Ma sebbene la mafia sia senza dubbio un fenomeno di criminalità organizzata, non ogni criminalità organizzata è mafia. 

= = = Quel che fa la differenza è la molteplicità dei rapporti di tolleranza e di collusione che la società nel suo insieme concede o non concede. Senza tali rapporti la criminalità non sarebbe mai divenuta mafia, e anche oggi, non sarebbe mafia.

 =  =  = La storia della mafia è dunque solo in parte storia della criminalità. Nel complesso invece è storia dei legami che tengono insieme la criminalità con i vari comparti della società civile politica istituzionale e viceversa.  

=.  =.  = E’ da capire il perché la società non sia riuscita a liberarsi da un fenomeno così anomalo e devastante.        

 ————-

La riflessione e’ del prof. Francesco Renda. Terminata l'esperienza parlamentare diretta, si è concentrato sulla ricerca scientifica diventando professore ordinario e presidente della facoltà di Scienze Politiche a Palermo. Nel 1977 ha fondato l'Istituto Gramsci Siciliano, del quale è stato a lungo presidente. A Contessa E. e’ stato ospite del convegno pubblico con cui l’Amministrazione Comunale, guidata da Francesco Di Martino, ha conferito la cittadinanza onoraria al sociologo olandese Anton Blok, autore di varie dispense ed un libro, diffuso in più paesi del pianeta, La Mafia in un paese della Sicilia Occidentale.



Il bene comune?

Il bene comune indica l'insieme
di quelle condizioni di vita sociale
che permettono a tutti i singoli
cittadini, alle famiglie e ai gruppi
di raggiungere la propria pienezza.
Tuttavia, 
il concetto
cambia molto a seconda della
visione filosofica, politica ed
economica di riferimento,
generando interpretazioni
e tensioni divergenti tra loro
.


 Politica, e non solo.

Sfogliando giornali e libri di decenni passati si ha la sensazione che parole un tempo forti, autorevoli, addirittura normative (verità, ordine, patria, giustizia, disciplina, solidarietà, educazione, regola, senso ….) siano ai nostri giorni parole vuote. Evocarle da l’impressione di evocare fantasmi, persone all’antica o come si dice adesso “politicamente scorrette”.

Rinviamo ad altra occasione l’avvenuto smagliamento delle organizzazioni partitiche e politiche dei nostri giorni, e’ certo però che la rete dei rapporti umani da più tempo -si coglie- si va smagliando, i legami civici languono, le scuole culturali diffuse sui territori, se ancora esistono, sono aperte ai minimalismi, ai pensieri deboli.

Tratteggiando il mondo di periferia, se si agisce per la collettività, ci si accorge presto che la rete dei rapporti umani si smaglia, i legami culturali e sociali languono e i grandi ideali lasciano spazio solamente ai minimalismi, alle costruzioni deboli. E sapevamo che la politica deve, dovrebbe tendere a interpretare interessi di carattere generale, ma per quanto essa si adoperi (con figure non sempre opportune), stenta a chiarirne e a difenderne il senso  alto ed intero nel quale la gran parte della società possa riconoscersi, non solo come cittadini, ma anche come persone.

Così, quando vien meno il consenso interiore a ciò che lasciamo fare, il nostro tempo pur ricco di tantissime cose da fare, finisce per apparirci privo di significato, cioè di valore.

(Segue)

mercoledì 19 agosto 2026

L’amico cane (21)

 I cani non sono tutti uguali:

Cosa sapere su razze e personalità.

Quando gli esseri umani hanno iniziato la loro vita con il cane, hanno capito che questi avrebbe potuto affiancarli nella vita e nelle attività di tutti i giorni: nella caccia, nella cura degli armenti, nella guardia, nella guerra,  nell'intrattenimento, nelle arene da combattimento, nei cinodromi, nei circhi. 
Hanno iniziato così a selezionare gli esemplari che più si adattavano ai diversi ruoli. È così che sono nate le razze. Ed è per questo che tutti i cani si assomigliano ma non sono tutti uguali.

Conoscere le caratteristiche delle diverse razze è importante quando si decide di avviare una convivenza con uno o più cani.
 La selezione sempre più spinta effettuata nel corso dei secoli ha fatto sì che si creassero cani con forti specializzazioni, a cui corrispondono però esigenze etologiche (comportamentali), che possiamo considerare anche come bisogni o desideri  che tenderanno ad emergere nel corso della loro vita, anche se nelle nostre famiglie non saranno impiegati per la caccia, per la custodia o la conduzione di greggi o mandrie, per la guardia della proprietà. 

Le motivazioni di razza determinano il comportamento, in aggiunta al contesto sociale che a sua volta lo influenza e lo modifica. Sapere cosa desidera dentro di sé un cane di una razza selezionata per la caccia o per altri scopi, anche se per noi sarà semplicemente un compagno di vita, ci aiuterà a gestirlo nel migliore dei modi. 

Come?  Riconoscendo i suoi bisogni e desideri e assecondandoli il più possibile, seppure in un modo diverso e compatibile con le nostre vite moderne. Possiamo avere un segugio anche se non andiamo a caccia, un pastore maremmano abruzzese anche se non abbiamo pecore da proteggere. L’importante è creare le condizioni perché il cane si senta appagato e non viva con ansia o frustrazione la repressione di quelli che, ancora una volta semplificando, potremmo definire i suoi «istinti».

Ottant’anni di Repubblica

 

La nostra e’ una repubblica
parlamentare unitaria, fondata
ufficialmente il 2 giugno 1946
a seguito del referendum
istituzionale. Legge fondamentale
e’ la Costituzione della 
Repubblica Italiana, entrata
in vigore il 1’ gennaio 1948.


La Repubblica Italiana fu voluta nel 1946 soprattutto dai partiti antifascisti di massa del Centro-Nord (in particolare socialisti, comunisti e repubblicani) e dal voto popolare delle regioni centro-settentrionali, a fronte di un forte orientamento monarchico concentrato invece nel Mezzogiorno.

 Il Partito Socialista, il Partito Comunista e il Partito Repubblicano fecero una campagna decisa e netta per la soluzione repubblicana, legandola alla rottura totale con il fascismo.

 La DC lasciò libertà di coscienza ai propri elettori, sebbene il leader Alcide De Gasperi e una parte rilevante del partito scelsero e favorirono l'opzione repubblicana per garantire una transizione democratica stabile.

 Per l’esito in favore della Repubblica fu fondamentale la partecipazione di massa al primo voto a suffragio universale, con il forte contributo delle donne italiane che votarono per la prima volta a livello nazionale.

 Il Centro-Nord fu il vero motore della vittoria della Repubblica (12.717.923 voti totali a livello nazionale contro i 10.719.284 della monarchia), grazie a una forte mobilitazione popolare e operaia segnata dall'esperienza della Resistenza. 

 Il Meridione espresse, in netta maggioranza, la preferenza per la conservazione della Monarchia, percepita come elemento di continuità e stabilità, avendo esso meno subito le devastazioni dirette dell'occupazione e della guerra civile del nord.

= = = 

Ci proponiamo di riportare sul blog, con frequenza, situazioni e fatti su “Ottanta Anni di Repubblica Italiana”.

Studi Prestigiosi. Stando ai giornali

 

Non c'è nessun ateneo italiano tra i migliori cento al mondo, ma se ne contano almeno 42 se si considerano i migliori mille. 

 Bisogna scendere al 153esimo posto nel ranking mondiale per trovare la prima italiana, che anche quest'anno è La Sapienza di Roma.

  Le migliori 10 università al mondo:

1. Università di Harvard (Usa)

2. Università di Stanford (Usa)

3. Massachusetts Institute of Technology (Usa)

4. Università di Cambridge (Regno Unito)

5. Università della California, Berkeley (Usa)

6. Università di Princeton (Usa)

7. Università di Oxford (Regno Unito)

8. Università della Columbia (Usa)

9. Università di Chicago (Usa)

       10.     Istituto di Tecnologia della California (Usa).

L'Europa continentale è guidata dall'Università Paris-Saclay al 13esimo posto, seguita dal Politecnico di Zurigo al 19esimo. Mentre il Paese con il numero più alto di università nel ranking è la Cina, che vanta 234 atenei tra i primi mille al mondo. Seguono gli Stati Uniti con 187. Numeri più bassi guardando all'Europa: il Regno Unito ne conta 57, la Germania 51, l'Italia 42.


L'elenco delle università italiane nel ranking

1. La Sapienza di Roma (153esimo posto)

2. Università di Padova

3. Politecnico di Milano (dal 201esimo posto al 300)

4. Università di Bologna

5. Università Statale di Milano

6. Università Federico II di Napoli

7. Università di Pisa

8. Università di Torino

9. Università di Firenze (tra il posto 301 e il 400)

Università di Milano Bicocca

Università di Trento

Università La Cattolica Sacro Cuore (tra il posto 401 e il 500)

Università di Bari

Università di Catania

Università di Genova

Università di Pavia

Università di Roma Tor Vergata

Università degli Studi del Campania Luigi Vanvitelli (tra il posto 501 e 600)

Università di Palermo

Università di Perugia

Università Vita-Salute San Raffele

Università di Brescia (tra il posto 601 e 700)

Università di Ferrara

Università di Parma

Università di Trieste

Università di Verona

Politecnico delle Marche (tra il posto 701 e 800)

Politecnico di Bari

Politecnico di Torino

Scuola Normale Superiore di Pisa

Università della Calabria

Università di Modena e Reggio Emilia

Università di Siena

Università di Cagliari (tra il posto 801 e 900)

Università di Chieti-Pescara

Università di Messina

Università del Salento

Università di Salerno

Università Humanitas (tra il posto 901 e 1000)

Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

Università degli Studi del Piemonte Orientale

Università dell'Aquila


martedì 18 agosto 2026

Aree interne dell’Isola (4)


Contessa Entellina vive un
forte spopolamento, con
tassi di case vuote o non
abitate che come in molti
 piccoli centri interni
della Sicilia raggiungono
o superano il 50-60% a
causa dell'emigrazione
giovanile e non, e del
generale calo
 demografico.

Il rimedio non è 
di certo il destinare
risorse pubbliche
a feste e festicciole,
ossia sperpero di
risorse.

Aree interne, addio: 

Come ripopolarle?

Le aree interne della Sicilia affrontano una grave crisi strutturale. Sono tutte caratterizzate da isolamento viario, mancanza di occupazione stabile e spopolamento demografico e questa realtà spinge migliaia di giovani a emigrare, desertificando paesi e borghi rurali/montani tra Madonie, Nebrodi, Sicani ed entroterra ennese e nisseno.

1) Le arterie provinciali e comunali presentano interruzioni, frane croniche e manutenzione quasi assente, anzi assente.

2) Spostarsi verso i poli ospedalieri o universitari della costa richiede tempi lunghi e disagevoli.

3) Le opportunità lavorative dignitose sono ridotte al lumicino, limitate a un'agricoltura spesso tradizionale e non sempre ammodernata e redditizia.

4) I giovani con titoli di studio superiori (universitari)  o professionali lasciano l'isola per il Nord Italia o l'estero in direzione della Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna.

5) Nei  paesi dell’entroterra, che includono la nostra Contessa Entellina, restano solo gli anziani, rendendo insostenibile il welfare locale.

6) Per la Cgil Sicilia ricade nelle “aree interne” il 39,6% del territorio isolano e però vi risiede l’11% della popolazione (Istat 2025). Nelle cinque zone della prima Snai il calo demografico, dal 2014 al 2025, è proseguito, più marcato sui Nebrodi con – 10.412 abitanti, meno nelle Madonie (- 770) . Il Calatino ha perso 6.577 abitanti, la valle del Simeto 4.091, le terre Sicane 6331. Al calo demografico si è accompagnata la diminuzione delle istituzioni scolastiche, con punta del 53,84% nelle terre Sicane.

“In queste aree- ha detto Gabriella Messina, segretaria confederale Cgil Sicilia- le difficoltà infrastrutturali, dalla rete viaria alle connessioni digitali, continuano a rappresentare uno dei principali fattori di svantaggio. Esse contribuiscono a determinare quel deficit di cittadinanza, insieme alle carenze del sistema sanitario, del servizi sociali e delle strutture deputate all’istruzione, che causano lo spopolamento”. 

(Segue)
  • Ed è nata l’industria del riposo (1)

    Il modo di viaggiare degli
    italiani ha subito una
    metamorfosi profonda
    negli ultimi sessant'anni,
    trasformando il concetto
    stesso di vacanza. Il
    passaggio 
    dalla
    villeggiatura degli
    anni Sessanta al viaggio
    agostano dei nostri
    giorni
     riflette non solo
    un cambiamento nei trasporti
    e nell'economia, ma una vera
    e propria rivoluzione
    antropologica e culturale.






     Fino a qualche decennio fa si parlava di 

    “Villeggiatura”, oggi, in alcuni ambienti sociali

    si parla di “Viaggi agostani”.

    I viaggi di piacere hanno smesso di essere prerogativa delle classi alte fin da più decenni, quando il migliorato tenore di vita e i mezzi di trasporto via via più celeri e confortevoli consentono ormai di spostarsi a masse crescenti di persone.

    Fino ad allora solo chi aveva denaro e cultura si era dedicato ai viaggi preferendo località salubri per ritemprare il fisico e paesi lontani per arricchire le proprie conoscenze. Gli imperatori romani e il patriziato, grandi estimatori delle lunghe vacanze, avevano costruito ville sontuose al mare o in campagna: Tiberio si ritirava a Capri, Adriano a Tivoli e così via. 


    Ville suburbane accoglievano d'estate i signori rinascimentali in fuga dall'afa della città; la massa si spostava solo per qualche pellegrinaggio religioso o per tornare al paese d'origine a trovare i parenti.


     In effetti, fino agli anni Cinquanta del Novecento chi godeva delle ferie, non disponendo di mezzi adeguati, evitava alberghi e pensioni: la famiglia contadina, una fitta rete di «compari», amici d'infanzia, colleghi di lavoro offrivano la loro ospitalità, che veniva poi ricambiata in città per quanti di loro dovessero andarvi.


     Chi poi non aveva nessuno a volte partiva accampandosi in zone non troppo distanti dal luogo di residenza: è il caso di molte famiglie sarde o siciliane che dai paesi montani dell’interno, ossia al centro delle due Isole, scendevano al mare, nelle incantevoli spiagge.


    Piccoli nuclei di pescatori e sperdute località montane divennero via via vere e proprie cittadine grazie alle ville che i borghesi benestanti vi andavano costruendo e agli alberghi lussuosi che cominciavano a sorgere: cosi nacquero San Remo, Forte dei Marmi, Cortina d'Ampezzo e qualcosa di molto più vago nella nostra Sicilia.


    Le famighe partivano sulle prime auto rombanti alla media di 40, 50 km l'ora; essendo ancora molte le strade non asfaltate (come in fondo ancora oggi da noi, in più ambiti siciliani), si sollevava un gran polverone e ci si riparava con lo «spolverino», sorta di soprabito leggero che insieme agli occhialoni e alle sciarpe proteggeva.


    Non eravamo, ancora, proprio al turismo di massa.


    (Segue)

    Invecchiare … e’ vivere

    La vecchiaia non deve far paura
    Finché il nostro corpo e la nostra
    mente cambiano, significa che
    siamo biologicamente attivi e
    stiamo accumulando esperienza,
    ricordi e consapevolezza.
    La scienza moderna e la medicina
    non vedono più il passare degli anni
    come una passiva rassegnazione,
    ma promuovono il concetto di 
    invecchiamento attivo
    . Per fare
    in modo che questo viaggio sia
    pieno e soddisfacente, la ricerca
    scientifica suggerisce di agire su
    alcuni pilastri fondamentali
    della longevità’.


    Accettare lo scorrere del tempo
    permette di valorizzare la propria
    storia personale, le competenze e
    i successi, trasformando ogni
    anno in più in una conquista e
    non in una perdita.



    E’ capitato leggere che dall’anno Mille fino ai primi del Novecento la durata media della vita non ha mai superato i quarant’anni. Poi nel corso del Novecento si è avuto il grande balzo in attesa di altri insperati traguardi.

     Dopo millenni di relativa stabilità, l’esistenza ha compiuto un grande salto: i centenari che nel Novecento rappresentavano un’eccezione, ora ai nostri giorni si contano a migliaia. Siamo, ai nostri giorni, al punto di ritenere che la morte di un ottantenne viene ritenuta prematura ed avviene più per malattia che per usura fisiologica.

     Gli esperti ci spiegano che la decadenza di certe funzioni (al livello corticale, alla parte più esterna di un organo) si è spostata sensibilmente più avanti. Si ritiene, in linea generale, che il sessantacinquenne che va in pensione ha ancora da vivere almeno una ventina di anni. 

     A fronte di questo quadro umano si ha che una significativa fascia di popolazione che rischia di trovarsi classificata “vecchia” e inoltre individualmente “sola”. Esistono fasce di popolazione che seppure pluriottantenne non conoscono cosa significhi “pensionamento”, specialmente nel mondo della politica (=gerontocrazia). Vero è che gli antichi (Platone, Plutarco …) additavano come ideale per gli anziani proprio l’attività politica (perché dotati di esperienza, equilibrio, distacco, ragionevolezza). Questa visione, ai nostri giorni non si può sicuramente generalizzare. Sono stati grandi politici anziani Churchill, De Gaulle, Pertini e qualche altro personaggio, ma le stature politiche quando vengono fuori non dipendono dalle età.

    (Sul tema, contiamo di dover ancora riflettere)

    lunedì 17 agosto 2026

    Il gusto della riflessione (17)

    Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare.

    =  =. =  « il senso della vita». 

    = = =   «Si vive senza capire granché, 

    quando si afferra il senso della vita 

    è ora di morire». 


    = = = «Anch’io sono vissuto a lungo 

    senza capire granché. 

    È il mio più profondo rammarico; 

    ora so che la vita s’impara e va un po’ meglio, 

    però s’è fatto tardi»

    ____

    Corrado Augias (Roma, 
    26 gennaio 1935) è uno dei 
    più autorevoli 
    giornalisti, 
    scrittori e conduttori 
    televisivi italiani, noto 
    per la sua profonda cultura 
    e la sua attività di 
    divulgazione. Nella sua 
    lunghissima carriera è 
    stato anche autore teatrale
     ed ex europarlamentare.


    Quella riportata è la confessione di Corrado Augias, posta a conclusione del suo libro La vita s’impara. Quella di Corrado Augias non è un’autobiografia in senso ortodosso, è piuttosto un racconto che ha il calore e l’empatia della conversazione tra amici, che ci insegna che la vita s’impara soprattutto se non si perdono curiosità intellettuale e passione civile

    Per dirla con l’autore, e’ un libro che restituisce «l’educazione di un italiano». Lo scrittore e giornalista, 91 anni, conduttore di trasmissioni tv come «La torre di Babele» su La7, attraversa la trasformazione dell’Italia: «Siamo stati i derelitti figli di un Paese prima occupato e oppresso poi liberato, sempre però a opera di eserciti stranieri che sono andati per anni su e giù per la penisola come accadeva nell’Italia del Cinquecento, quella terribile descritta da Guicciardini e da Machiavelli». 

    «Accanto agli eroi dei busti e dei monumenti, ho cominciato a considerare gli oscuri protagonisti della vita quotidiana, quelli che ogni mattina escono da casa, affrontano un viaggio disagevole su trenini scassati perché sentono di avere un dovere da compiere. Quelli che in un ufficio di poca importanza, con una mansione di poca importanza, fanno il loro dovere meglio che possono». Nessuno li chiama eroi: «Infatti non lo sarebbero — se però l’Italia fosse un Paese diverso, se quelli che il loro dovere invece lo scansano fossero oggetto di una qualche sanzione anche solo morale. Invece, proprio la modestia dell’esempio da loro offerto può farli considerare eroi».



    Riflessioni di Economia e Storia economica (3)

    Il crollo di Costantinopoli
    del 29 maggio 1453
     da
    parte dell'Impero Ottomano
    è la causa diretta della
    diaspora degli arbëreshë
     
    (gli albanesi d'Italia).
    Con l'avanzata turca nei
    Balcani dopo la caduta
    dell'Impero Bizantino e la
    morte dell'eroe nazionale
    Giorgio Castriota
    Scanderbeg, migliaia di
    albanesi lasciarono le
    proprie terre per rifugiarsi
     nell'Italia meridionale a
    partire dal XV secolo.
    Sotto la guida di
    Scanderbeg, gli albanesi
    opposero una lunga
    resistenza. Dopo la sua
    scomparsa (1468), la
    pressione turca
    divenne insostenibile.

    Intere comunità
    attraversarono l'Adriatico.
    Si stabilirono in regioni
    come la Calabria, la
    Sicilia, la Puglia e il
    Molise, fondando o
    ripopolando villaggi.


    Sistemi economici da esplorare

    Perché quegli arbereshe del XV secolo

    vollero venire nella Sicilia feudale?

     (In questa e nella prossima pagina ci intratterremo sulla crisi dell’Impero Romano d’Occidente prima e di quello d’Oriente dopo. E’ dal crollo di Costantinopoli che coglieremo conseguenze sia politiche che socio-economiche).

    -  -  -

    I 15.000 km di confini che cingevano l'impero romano diventavano sempre più difficili da difendere perché la crisi demografica si faceva sentire anche nell'esercito che era composto prevalentemente di stranieri mercenari, mentre i barbari, popoli forti e fecondi, con antichi conti di sfruttamento da regolare, facevano crollare le difese in più punti e invadevano le terre saccheggiando e seminando la morte.


    Scarseggiavano ormai anche gli artigiani, i contadini, i commercianti; già Caracalla in passato aveva dato la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi per poter riscuotere più tasse, ma l'espediente non bastava a colmare il deficit di un impero in rovina. Si era anche concessa la terra libera a chiunque avesse il coraggio di coltivarla, ma ben pochi si esponevano al duro lavoro per vedersi portar via il raccolto dalle truppe nemiche.


    Terrorizzati, i servi trovavano protezione presso un signore di quelle «villae» che erano possedimenti autosufficienti, muniti di torri e mura, con un esercito privato e proprie carceri. Il signore non accettava incarichi sociali, non pagava le tasse, viveva per sé producendo quanto gli occorreva: utensili, cibo, abiti, persino i mattoni. Per non cadere nei tranelli di monete inaffidabili, riprese il sopravvento lo scambio in natura. I commerci erano così ridotti al minimo anche perché la rete stradale in dissesto consentiva lenti spostamenti: in un giorno si coprivano appena 35 km e le navi stavano in mare per anni.


    L'imbarbarimento della popolazione era evidente anche nei costumi: si vedevano capelli lunghi, calzoni e vesti di pelliccia inutilmente vietati dagli imperatori. Costantino, il primo imperatore che aveva concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313, mantenne unito il territorio romano e nel 330 pose la capitale a Costantinopoli, così fu chiamata dal suo nome Bisanzio, la città sorta nel VII secolo a.C. come colonia greca sul Bosforo. Essa aveva tutte le prerogative per diventare un imprendibile faro di civiltà: la posizione strategica al centro di estesi traffici commerciali con l'Oriente e l'Occidente, un ampio porto e difese naturali su tre lati. Infatti fu la città più progredita e opulenta del mondo per un millennio e nessuno dei popoli invasori riuscì a entrarvi, tranne i Crociati nel 1204. E … però!

    (Segue)