Luigi Pirandello
E’ capitato, sfogliando una rivista, di leggere (rileggere … a distanza di decenni, dagli anni da studente) la novella “La Giara” di Luigi Pirandello. La rilettura ha fatto evocare gli anni da ragazzo ed in un certo senso coinvolgenti della vita studentesca (grazie alla professoressa di Scuola Media, Baldanza). Su queste evocazione, riproduciamo il testo sulle pagina del blog, dove periodicamente stiamo dedicando spazio alla Letteratura novecentesca e dove non mancheremo di approfondire la figura di Pirandello.
| Il messaggio è un invito a guardare oltre le apparenze e a riconoscere l'assurdo nelle relazioni di potere e nella vita stessa, dove, come suggerito dal proverbio citato, "chi è sopra comanda e chi è sotto si danna", ma con la possibilità di ribaltare le parti. |
Simboleggia lo scontro tra arroganza/proprietà e astuzia/libertà, evidenziando l'assurdità del vivere e la relatività delle regole sociali attraverso una beffa finale. La Giara inizialmente contenitore di ricchezza ("roba"), diventa la prigione di Zi' Dima. Tuttavia, il buco nel quale l'artigiano si incastra è lo stesso da cui, con ingegno, rompe la logica di Don Lollò. Don Lollò rappresenta l'autoritarismo e l'attaccamento maniacale ai beni materiali. Zi' Dima incarna l'astuzia dei poveri che, pur sottomessi, riescono a ribaltare le situazioni. Dima, ormai prigioniero, si rifiuta di uscire rompendo ulteriormente la giara, costringendo Don Lollò ad accettare la sua riparazione, dimostrando come l'intelligenza possa vincere sulla forza prepotente. La novella è una riflessione simbolica sulla solitudine umana e la necessità di riappropriarsi dei propri spazi, in un contesto arcaico e siciliano.
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La giara di Luigi Pirandello
Piena anche per gli olivi, quell'annata. Piante massaie, cariche l'anno avanti, avevano riaffermato tutte, a dispetto della nebbia che le aveva oppresse sul fiorire.
Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato, che aveva in cantina, non sarebbero bastate a contener tutto l'olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d'uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa.
Neanche a dirlo, aveva litigato anche col fornaciaio di là per questa giara. E con chi non litigava don Lollò Zirafa? Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca di paglia, litigava. E a furia di carta bollata e d'onorari agli avvocati, citando questo e quello e pagando sempre le spese per tutti, s'era mezzo rovinato.
Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparir dinanzi su la mula due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino prezioso, piccolo piccolo, come quelli da messa: il codice, perché si scapasse a cercar da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare. Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano: - Sellate la mula! - Ora, invece, gli dicevano: - Consultate il calepino! E don Lollò rispondeva: Sicuro, e vi fulmino, figli d'un cane!
Quella giara nuova, pagata quattr'onze ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata lì per lì nel palmento.
Una giara così non s'era mai veduta: capiva a dir poco duecento litri. Allogata in quell'antro umido, intanfato di mosto e di quell'odore acre e crudo che cova ne' luoghi senz'aria e senza luce, faceva pena. Qualche grosso dispiacere doveva prendersi per essa, glielo dicevano tutti. Ma don Lollò, all'avvertimento, dava una spauata. Da due giorni era cominciata l'abbacchiatura delle olive, ed egli era su tutte le furie, perché non sapeva dove spartirsi prima, essendo venuti con le mule cariche anche quelli del concime da depositare a mucchi qua e là per la favata della nuova stagione. Da un canto, avrebbe voluto assistere allo scarico di quella continua processione di bestie; dall'altro, non voleva lasciar gli uomini che abbacchiavano; e bestemmiava come un turco e minacciava di fulminar questi e quelli, se un'oliva, che fosse un'oliva, gli sarebbe mancata, come se le avesse prima contate tutte ad una ad una sugli alberi; o se non fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri. Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato, affocato in volto e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di là, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba prepotente rinasceva quasi sotto la raschiatura del rasoio.
Ora, alla fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato, entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono come tre ceppi alla vista della bella giara nuova, spaccata quasi in due. Un gran lembo davanti s'era staccato, tutto d'un pezzo, come se qualcuno - sà - gliel'avesse tagliato netto con la mannaja, prendendo tutta l'ampiezza della pancia fin giù.
-Muojo! muojo! muojo! - sclamò quasi senza voce uno dei tre, battendosi una mano sul petto.
-E chi è stato? - domandò l'altro.
E il terzo:
- Mamma mia! Chi lo sente ora don Lollò? Chi glielo dice? In coscienza, la giara nuova! Ah, che peccato!
Il primo, più spaurito di tutti, propose di raccostar subito la porta e andar via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le canne.
Ma il secondo s'oppose energicamente:
- Siete pazzi? Con don Lollò? Sarebbe capace di credere che gliel'abbiamo rotta noi. Fermi qua tutti!
Uscì innanzi al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiamò:
- Don Lollò! Ah, don Lollòoo!
Era sotto la costa, laggiù con gli scaricatori del concime e gestiva al solito suo furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una rincalcata al cappellaccio bianco. Arrivava talvolta, a furia di quelle rincalcate, a non poterselo più strappare dalla nuca e dalla fronte. Già nel cielo si spegnevano gi ultimi faochi del ctep ecolo, e tra la pace che scendera su la campug con le ombre della sera e la deice frescura, av ventavano i gesti violenti di quell'uomo sempre infuriato.
- Don Lollo! Ah, don Leileeel
Quando venne su e vide le scempio, parve che volesse impazzime si scaglio’ prima contro quei tre; ne afferò uno per la gola e lo impiccò al muro, gridando:
- tigava della Madonna, me la pagherete!
Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle fanne terrigne, arsicce, bestiali, rivoise contro se stesso la rabbia furibonda, sbatacchio a terra il cappellaccio, si percosse a lungo il capo e le guance, pestando i piedi e sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto:
-La giara nuova! Quattr'onze di giara! Non incignata ancora!
Voleva sapere chi gliel'avesse rotta! S'era rotta da sé? Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamità o per invidia! Ma quando? ma come?
Non si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana!
Appena i contadini videro che la prima furia gli era ceduta, cominciarono a esortarlo a calmarsi.
- La giara si poteva sanare. Non era poi rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche la avrebbe rimessa su, nuova. C'era giusto Zi Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva, quando aveva legato. Ecco: se don Lollò voleva, domani, alla punta dell'alba, Zi' Dima Licasi sarebbe venuto lì e in quattro e quattr'otto, la giara meglio di prima.
- Don Lollò diceva di no, a quelle esortazioni: ch'era tutto inutile, che non c'era più rimedio; ma alla fine si lasciò persuadere, e il giorno appresso, all'alba, puntuale, si presentò a Primosole Zi Dima Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle.
- Era un vecchiotto sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un ceppo antico d'olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva l'uncino. Era mutria, quella taciturnità, era tristezza che aveva radice in quel suo corpo deforme, era anche sconfidenza che gli altri potessero capire e apprezzar giustamente il suo merito d'inventore non ancor patentato. Voleva che parlassero i fatti, Zi' Dima Licasi. Doveva poi guardarsi davanti e dietro, perché non gli rubassero il segreto della confezione di quel mastice miracoloso.
- Fatemelo vedere - gli disse per prima cosa don Lollò, dopo averlo squadrato con diffidenza dal capo alle piante.
Zi Dima negò col capo, pieno di dignità
-All'opera si vede.
- Ma verrà bene?
Zi Dima posò a terra la cesta, ne cavò un fazzoletto di cotone logoro, stinto, tutto avvolto-lato; lo svolse; ne trasse fuori religiosamente un pajo d'occhiali col sellino e le stanghe rotti e legati con lo spago; se li inforcò, e si mise a esaminare attentamente la giara tratta fuori, all'aperto, su l'aja. Disse:
-Verrà bene.
-Col mastice solo però - pose innanzi per patto lo Zirafa, - non mi fido. Ci voglio anche i punti.
-E allora me ne vado - rispose senz'altro Zi' Dima, rimettendosi la cesta dietro le spalle.
Don Lollò lo afferrò per un braccio.
- Dove? Messere e porco, così trattate? Ma guarda un po' che arie da Carlomagno! Scannato miserabile, brutto conciabrocche sei, pezzo d'a-sino, e devi stare agli ordini! Ci devo metter olio, io, là dentro, e l'olio trasuda, bestione! Un miglio di spaccatura, col mastice solo? I punti ci voglio!
Mastice e punti. Comando io!
Zi Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo. Tutti così! Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola d'arte, e di dare una prova della virtù del suo mastice.
- Se la giara - disse - non suona di nuovo come una campana...
- Niente, niente! - lo interruppe don Lollò. - I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi debbo dare?
- Se col mastice solo...
- Càzzica che testa! - esclamò lo Zirafa, - Come parlo? V'ho detto che ci voglio i punti. C'intenderemo a lavoro finito: non ho tempo da perdere con voi.
E se n'andò a badare a suoi uomini.
Zi Dima si mise all'opera gonfio d'ira e di dispetto. E l'ira e il dispetto gli crebbero a ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo staccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura. Accompagnava il frullo de la saettella con grugniti a mano a mano più frequenti e più forti; e il viso gli diventava più verde dalla bile e gli occhi vieppiù aguzzi e accesi di stizza.
Finita quella prima operazione, scagliò con rabbia il trapano nella cesta; applicò il lembo staccato alla giara per provar se i fori erano a ugual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le tanaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quant'e-rano i punti che doveva dare, e chiamò per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano.
- Coraggio, Zi' Dima - gli disse quello, vedendogli la faccia alterata.
Zi Dima alzò la mano a un gesto rabbioso. Apri la scatola di latta che conteneva il mastice, e lo levò al cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, poiché gli uomini non volevano riconoscerne la virtù: poi col dito cominciò a spalmarlo tutt'in giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tanaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti, e si cacciò dentro la pancia aperta della giara.
-Di dentro? - gli domandò il contadino, a cui aveva dato a reggere il lembo.
Non rispose. Col gesto gli ordinò d'applicar quel lembo alla giara, come aveva fatto lui poc'anzi, e rimase dentro. Prima di mettersi a dare i punti.
-Tira! - disse dall'interno della giara al conta-dino, con voce di pianto. - Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più? Mannaggia a chi non ci crede ! E picchia, picchia! Senti come suona, anche con me qua dentro? Vo' a dirlo al tuo bel padrone.
-Chi è sopra comanda, Zi' Dima, - sospirò il contadino - e chi è sotto si danna! Date i punti, date i punti.
E Zi Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, l'uno di qua e l'altro di là della saldatura; e con le tanaglie ne attorceva i due capi. Ci volle circa un'ora a passarli tutti. I sudori, giù a fontana, li dentro la giara. Lavorando, si lagnava pian piano della sua mala sorte. E il contadino, di fuori, a confortario.
-Ora ajutami a uscirne, - disse alla fine Zi' Dima.
Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo. Gli parlava il cuore, a quel con--tadino! Ma Zi Dima, nella rabbia, non gli aveva fatto caso. Ora, prova e riprova, non trovava più modo a uscirne. E il contadino, invece di dargli ajuto, eccolo là, si torceva dalle risa! Imprigionato, imprigionato lì, nella giara da lui stesso sana-ta, e che ora - non c'era via di mezzo - per farlo uscire, doveva esser rotta daccapo e per sempre.
Alle risa, alle grida, sopravvenne don Lollò. Zi Dima, dentro la giara, era come un gatto inferocito.
- Fatemi uscire! — urlava. - Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi ajuto!
Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci!
- Ma come? Là dentro? S'è cucito là dentro?
S'accostò alla giara e gridò al vecchio:
- Ajuto? E che ajuto posso darvi? Vecchio stolido, ma come? Non dovevate prender prima le misure? Su, provate, fuori un braccio, così! E la testa, su... no, piano! ma che! Come avete fatto? E la giara, adesso?
Calma! calma! calma! - si mise a raccomandare tutt'intomo, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui. - Mi fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo... La mula!
Picchio con le nocche delle dita su la giara. Sonava davvero come una campana. Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate! - disse al prigioniero.
- Va a sellarmi la mula! - ordinò al conladino; e, grattandosi con le dita la fronte, seguitò a dire tra sé: - Ma vedete un po' che mi capita! Questa non è giara! quest'è ordigno del diavolo! Fermo! fermo li!
E accorse a regger la giara, in cui Zi Dima, furibondo, si dibatteva come una bestia in trappola.
-Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l'avvocato! lo non mi fido. Vado e torno, abbiate pazienza! Nell'interesse vostro... Intanto, piano! calma! lo mi guardo i miei. E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco: vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Tre lire. Vi bastano?
-Non voglio nulla! - gridò Zi Dima. - Io voglio uscire!
-Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, tre lire.
Le cavò dal taschino del panciotto e le butto’ nella giara. Poi domandò, premuroso:
- Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve l'abbia dato. Ordinò che gli si désse; montò in sella, e via di trotto per la città. Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da sè al manicomio, tanto e in così strano modo gestiva, parlando fra sé.
Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera nello studio dell'avvocato; ma gli toccò d'attendere un bel po' prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe esposto il caso. Delle risa si stizzi.
- Ma che c'è da ridere, scusi ? A vossignoria non brucia! La giara è mia!
Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso, com'era stato, per farci su altre risate. Dentro, eh? S’era cucito dentro? E lui, don Lollò, che pretendeva? Te... tene... tenerlo là dentro... ah ah ah... tenerlo là dentro per non perderci la giara?
-Ce la devo perdere? - domandò lo Zirafa, con le pugna serrate. - Il danno e lo scorno?
-Ma sapete come si chiama questo? - gli disse l'avvocato. - Si chiama sequestro di persona.
-Sequestro? E chi l'ha sequestrato? - esclamò lo Zirafa. - S’è sequestrato lui da sé! Che colpa ho io?
L'avvocato allora gli spiegò che erano due casi. Da un canto, lui, don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall'altro, il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.
-Ah! - riflato lo Zirafa. - Pagandomi la giara!
-Piano! - osservò lavvocato. - Non come se fosse nuova, badiamo!
-E perché ?
-Ma perché era rotta!
-Nossignore! - negò quello. - Ora è sana! Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato!
Questi gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
-Anzi, - gli consigliò, - fatela stimare avanti da lui stesso.
-Bacio le mani, - disse don Lollò, andando via di corsa.
Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata. Partecipava alla festa anche il cane di guandia. Zi' Dima s'era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e rideva con la gaiezza mala dei tristi.
Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardar dentro la giara:
-Ah! Ci stai bene?
-Benone! Al fresco, - rispose quello. - Meglio che a casa mia.
-Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr'onze, nuova. Quanto credi che possa costare adesso?
-Con me qua dentro? - domandò Zl' Dima.
I villani risero.
- Zitti! - gridò lo Zirafa. - Delle due l'una: o il tuo mastice serve, o non serve: se non serve, e tu sei un imbroglione; se serve, e la giara, cosi com'è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu!
Zi Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
-Rispondo. Se lei me l'avesse fatta conciare col mastice solo, com'io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe avuto su per giù lo stesso prezzo di prima. Così sconciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì o no.
-Un terzo? - domandò lo Zirafa. - Un'onza e trentatré?
-Meno sì, più no.
-Ebbene, - disse don Lollò. - Passi la tua parola, e dammi diciassette lire.
-Cosa? - domandò Zi' Dima, come se non avesse inteso.
-lo rompo la giara per farti uscire, - rispose don Lollò, - e tu, dice l'avvocato, me la paghi per quanto vale: un'onza e trentatré.
- Io, pagare? - sghigno Zi Dima. - Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi.
E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l'accese e si mise a fumare, cacciando il fumo pel collo della giara.
Don Lollò ci restò brutto. Quest'altro caso, che Zi Dima non volesse più uscir dalla giara, né lui né l'avvocato lo avevano previsto. E come si risolveva adesso? Fu lì lì per ordinar di nuovo: -La mula! - ma si trattenne a tempo, riflettendo ch'era già sera.
- Ah, sì? - disse. - Ti vuoi domiciliare nella mia giara? Testimoni tutti voi qua! Non vuole uscire lui, per non pagarla; io son pronto a romperla! Intanto, poiché vuole star lì domani io lo cito per alloggio abusivo, perché m'impedisce l'uso della giara!
Zi Dima cacciò prima fuori un'altra boccata di fumo, poi rispose, placido:
- Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Che sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire; ma pagare, niente! Neanche per ischerzo, vossignoria!
Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma s'arrestò; la afferrò, invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo e gridando al vecchio:
- Pezzo da galera, chi l'ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vedremo chi la vince!
E se n'andò, non pensando alle tre lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara. Con esse, per cominciare, Zi Dima pensò di far festa quella sera insieme coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passar la notte in campagna, all'aperto, su l'aja. Uno andò a far le spese a una taverna lì presso. A farlo apposta, c'era una luna, che pareva fosse raggiornato.
A una cert'ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d'inferno. S'affacciò a un balcone della cascina e vide su l'aja, sotto la luna, tanti diavoli: i contadini ubriachi che, presi per mano, danzavano attorno alla giara. Zi Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non si poté più reggere, don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a ruzzolar la giara giù per la costa.
Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi Dima.