Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare
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paragonabile
all’intuizione dell’artista.
Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare
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paragonabile
all’intuizione dell’artista.
| La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1’ gennaio 1948, e’ la legge fondamentale dello Stato, nata per fondare un ordinamento democratico, libero e repubblicano dopo la seconda guerra mondiale. Approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, si basa sulla sovranità popolare, sul lavoro, sui diritti inviolabili dell’uomo e sull’eguaglianza sostanziale. |
Vivere in democrazia
Abbiamo aperto questa nuova pagina sul blog soffermandoci sull’espropriazione dei beni privati “per pubblica utilità “. In realtà il disegno propostoci è di spaziare sull’assetto giuridico del nostro Paese, di cui ciascuno di noi è cittadino. Il proposito più ampio è infatti di spaziare su “I grandi temi dell’Ordinamento giuridico italiano”. Il tentativo sarà di rendere facili concetti e contesti che frequentemente facili non sono, o che tali non appaiono ad alcuni di noi. Riteniamo che con la buona volontà riusciremo nel tentativo di riflettere insieme sul contesto “giuridico” entro cui tutti da cittadini conviviamo.
L’accenno proposto sull’esproprio per pubblica utilità ci induce nelle prossime pagine a trattare il grande tema del diritto di proprietà, a cui l’esproprio per pubblica utilità fa riferimento. Però il vero tema che intendiamo sviscerare ampiamente e in prospettiva l’Ordinamento degli Enti Locali, dal momento che constatiamo in questa parte di Sicilia Occidentale il grande disinteresse della gente sulla conduzione dei Municipi, non solamente qui a Contessa Entellina (dove addirittura non esiste una minoranza consiliare) ma anche nell’area prossima dove poco conosciuto pare essere il senso civico e l’ombra egoistica del sono tutto io contrasta con lo spirito democratico e coinvolgente della nostra Costituzione. Trattando, su questa iniziale pagina e seguenti, della proprietà privata intendiamo, anche, evidenziare che esistono effettivamente spazi privati dove ciascuno può estrinsecare il suo essere e la sua preferenza di spirito, ma esistono gli spazi pubblici dove il protagonismo dei politici deve possedere estrinsecazioni di interesse collettivo, inclusi nel novero dei destinatari i possibili e sempre auspicabili avversari politici, che in regime democratico possiedono pari (se non maggiori) diritti e aspettative dei partigiani del potere temporaneo conseguito nelle tornate elettorali, i quali partigiani del potere, generalmente, non cercano diritti, ma favori. In buona sostanza ci proponiamo di fotografare una Sicilia che ci piace e che ricorre al “diritto” e nello stesso tempo una Sicilia che vorremmo migliore e che evitasse di ricorrere al “clientelismo”.
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PRINCIPI COSTITUZIONALI
La Costituzione prende in esame la proprietà privata nell’art. 42. Questo, al primo comma, dispone che la proprietà può essere “pubblica” o “privata” e che i beni economici (impianti, fabbricati, ….) appartengono allo Stato, a enti o a privati.
Il secondo comma dello stesso articolo dispone che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento, e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. I due indirizzi a cui la Costituzione vincola il legislatore ordinario sono pertanto quello della funzione sociale e quello di renderla accessibile a tutti.
Svilupperemo dettagliatamente la portata dei termini “funzione sociale” e “accessibilità “. Il tutto, lo ripetiamo, nell’intento di distinguere cosa pubblica (gestibile con un suo ordinamento) e beni privati (gestibili secondo il codice civile). Il fine? Il clientelismo è possibile (seppure non auspicabile) con i beni privati, mai con quelli pubblici.
(Segue)
| La fuga dei giovani dal Meridione e’ una vera e propria "emorragia" demografica e di talenti, con circa 134mila studenti e 36mila laureati che lasciano il Sud ogni anno verso il Centro-Nord o l'estero. Questo esodo costa oltre 4 miliardi di euro l'anno, impoverendo il territorio di capitale umano e di futuro. |
L’insicurezza dei giovani
Seguendo i media una riflessione viene subito alla ribalta: né i giornali, né la letteratura e ancor meno il cinema in Italia raccontano più il lavoro che manca. Sarà che sono i media a non percepire il fenomeno e nemmeno più si addentrano nei meandri del mercato del lavoro, oppure sta avvenendo che i giovani, qui da noi nelle aree interne dell’Isola non ci sono più per la semplice ragione che in gran parte sono emigrati nel Nord del Paese o addirittura nei Paesi UE.
Nei decenni passati i giornali, che fossero politicamente schierati a destra o a sinistra, riempivano pagine sul lavoro precario, la flessibilità, il pacchetto Treu, la legge Biagi. Esisteva sostanzialmente una moda culturale e letteraria che denunciava le condizioni di insicurezza e instabilità di tanti giovani e meno giovani che vivevano appunto in condizioni di insicurezza e instabilità. Ai nostri giorni i tanti precari della Pubblica Amministrazione risultano stabilizzati, ma la Politica ignora che ormai sono nell’ordine delle migliaia i giovani laureati che la settimana successiva al conseguimento del titolo universitario partono non più verso il Nord Italia ma verso la Germania, la Francia, la Svizzera e altrove. Chi resta in Sicilia, nelle aree interne deve, dovrebbe piegarsi, o rivolgersi a “San Precario”, il protettore dei precari della terra.
A sfogliare certe riviste pare che esista in Italia, o meglio nel Meridione, un problema della qualità del lavoro creato negli ultimi decenni, con effetti negativi sulle prospettive di crescita professionale e sulla produttività. Su questi temi sociali, economici e sopratutto umani dedicheremo amplissimo spazio sul blog. Dovrebbe occuparsi di queste questioni la politica, ma da noi, in Sicilia, nel Meridione, pare che essa sia destinata alla perdita delle occasioni che, va detto, l’Unione Europea offre. Conoscere quelle opportunità significa leggere, studiare, tenersi aggiornati e tutto ciò risulta, per tanti, non per tutti, fastidioso. E poi i nostri politici preferiscono insediarsi piuttosto che capire in cosa consiste il loro ruolo. Per il blog è ovviamente antipatico tracciare le giornate dei politici (e degli amministratori) siciliani, e però immaginiamo di dover in prosieguo riportare una giornata tipo di un amministratore di un piccolo-medio paese dell’Isola.
Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare
Non giudicare ciascun
giorno in base al raccolto
che hai ottenuto,
ma dai semi che hai piantato.
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Accade a tutti cogliere che il tempo scorra, che si approssimi la sera della vita e ci si senta per certi aspetti amareggiati. Forse ci si è attivati con impegno, con grande volontà e in buona fede, ma i risultati sono stati insignificanti e, persino nulli. E’, verosimilmente, quando si colgono queste sensazioni, arrivato il tempo in cui si gusta l’insoddisfazione.
La frase riportata è di Robert L. Stevenson e vorrebbe infondere coraggio, se non entusiasmo. Il senso e’: più che osservare i frutti che ondeggiano su un albero, curati dei semi che hai deposto. Nel corso della vita ci agitiamo probabilmente senza pensare ai semi che abbiamo deposto senza avere sufficientemente scavato nel terreno della vita e della comunità. Il seme è ovviamente l’inizio assoluto e necessario in ogni processo della vita, ma esso resta piccolo e nascosto e andrebbe difeso dai sassi, dai rovi, dagli animali che non ne colgono né la natura né lo scopo e inevitabilmente rendono sterile quanto ci eravamo proposti.
E’ anche quanto capita nella vita comunitaria dove il paziente lavoro di tanti genitori, l’impegno quotidiano di tante persone nella politica, nel sindacato che, pure esso, si estrinseca nel “piantare semi”. Costoro, non sempre vengono condivisi e frequentemente sono contrastati non soltanto dagli avversari, ma anche da chi manca di apertura mentale. Effettivamente anche i contadini nel loro costante lavoro non sempre vengono incoraggiati nel fluire della stagione. Se però hanno messo buona volontà arriveranno nel lungo tempo a gustare i frutti.
| Quello di Niscemi non è solo un caso di sfortuna geologica. Nell’area compresa tra 0 e 50 metri dal burrone insistono 201 fabbricati, nella fascia tra 50 e 100 metri 240 e, infine, negli ultimi 50 metri si trovano 439 edifici, per un totale di 880. |
Sempre sono avvenuti cambiamenti all’interno dei centri abitati e all’interno delle abitazioni che in essi insistono. Il ritmo dei cambiamenti, nei tempi più prossimi pare, si ha quanto meno la sensazione, stia assumendo però ritmi più veloci. Guardandoci alle spalle, noi di Contessa Entellina, possiamo constatare quanto questi cambiamenti nell’area del Belice si sono susseguiti inesorabilmente l’un l’altro, e quanto imprevedibili fossero le conseguenze in quegli anni sessanta del Novecento, quando l’intera area era fra le più trascurate in termini socio-politici dell’Isola e quando l’edilizia, abitativa e non (in stragrande prevalenza), risaliva a secoli addietro, frequentemente al periodo della fondazione del paese.
La questione cambia se ci si chiede fino a che punto e’ possibile (1) prevedere le catene di eventi o (2) aiutare a evitare le conseguenze più indesiderate. Il problema è che frequentemente non mancano i profeti, ma piuttosto il contrario: e dobbiamo ammettere che quasi tutto ciò che è accaduto nel caso di Niscemi, era stato profetizzato e persino riportato (per quanto abbiamo potuto cogliere) nei carteggi urbanistici.
(Segue)
Giuseppe Ungaretti
Nel 1908 nasce “La Voce”, Ungaretti ha vent’anni e poco più tardi ne chiederà a Prezzolini l’abbonamento; in quegli anni scrive su D’Annunzio, presenta una mostra di Lorenzo Viani ad Alessandria (d’Egitto). Nel 1912, a ventiquattro anni lascia l’Egitto e dopo aver incontrato a Firenze Prezzolini lascia pure l’Italia per Parigi, dove risiederà per un paio di anni. Si iscriverà alla facoltà di Lettere della Sorbona e con il prof. Strowski discuterà una tesina su Maurice de Guerin. A Parigi approdano frequentemente Soffici e Papini (fondatori de Lacerba) che lo invitano a collaborare alla loro rivista: in essa già nel febbraio del 1915 escono le prime poesie ungarettiane: Il paesaggio di Alessandria d’Egitto ed Epifania.
A Parigi, Ungaretti rimane due anni, poi decide di conseguire un titolo di studio italiano e sceglie l’abilitazione in lingua francese, sede di esami Torino. La guerra e’ ormai alle porte e Ungaretti partecipa alla campagna interventista e poi si arruolerà come volontario, soldato semplice. Su un articolo dell’8 agosto 1919 manifesterà la sua scelta di interventista. Al fronte inizia la sua forte denuncia sulla disorganizzazione e l’abbandono in cui era lasciato l’esercito al Carso. A fine guerra, egli come tanti altri reduci rientrati dal fronte denuncia: delusione, impotenza, odio alla borghesia.
Nel 1919 scrive da corrispondente da Parigi per il Popolo d'Italia in posizioni sia antisocialiste che antiborghesi. Negli anni del Fascismo scrive per più testate giornalistiche e gira in più regioni d’Europa dove tiene conferenze sulla Letteratura Italiana, fino a quando gli viene offerta la cattedra di lingua e letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del Brasile.
(Segue)
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Piero Gobetti
| “L'idea di democrazia di Gobetti ruota intorno a due concetti fondamentali. Uno è la centralità della democrazia che trova il suo luogo privilegiato nel parlamento eletto attraverso il sistema proporzionale”, spiega Pietro Polito, direttore del Centro studi Gobetti. "E l'altro è una lettura sociale che mette al centro il tema del conflitto e dell'iniziativa". Il conflitto inteso come scontro tra idee e motore della società, ma anche come lotta di classe. Sono i temi - attualissimi - al centro della nuova raccolta di scritti gobettiani, “ La democrazia da fare”, |
Oggi, viene ricordato in una precedente pagina del blog, ricorre l’anniversario dell’assassinio di Piero Gobetti, assassinato a colpi di bastonate dai fascisti nel 1925.
In questi casi, quando c’è un anniversario, si va alla ricerca di qualche motivo di attualità. Il suo motto «rivoluzione liberale» è una espressione poco attuale. Ai nostri giorni l’intransigenza ed il rigore intellettuale non è, non è molto attuale, o come ci capita leggere non è nel carattere degli italiani, più inclini al piccolo compromesso, se non -come capita nei piccoli paesini di Sicilia- più inclini all’amicalita’.
A Gobetti piaceva Matteotti. Quanto in quegli anni Mussolini era retorico, greve, pressapochista, teatrale, tanto Matteotti era serio, rigoroso e andava in Polesine (nella sua regione emiliana-romagnola) a controllare i conti delle cooperative. Motivo d’attualità sarebbe sicuramente oggi per Gobetti trovarsi in prima fila contro l’ipotesi di una legge elettorale che con spirito di provocazione pretende dare un premio di minoranza, perché le fa diventare maggioranza. Oggi pochi si scandalizzano per l'ipotesi di un premio di maggioranza a chi supera il 40 per cento, ma nel 1953 successe l’inferno per una legge che voleva dare il premio a chi aveva più del 50 per cento».
Piero Gobetti, che morì a 25 anni per le conseguenze delle bastonate fasciste, a quell'età aveva già fondato tre riviste – «Energie nove», «La rivoluzione liberale», «Il Baretti» – e una casa editrice che pubblicò 114 volumi, tra i quali il libro di poesie di un autore promettente, «Ossi di seppia», di Eugenio Montale. E’ stato anche critico letterario, teatrale e d’arte nonché traduttore. Ma è stato soprattutto un simbolo di intransigenza nei confronti del nascente fascismo e il più grande esempio di intellettuale e politico dell’epoca. La sua vita fu stroncata dalla violenza delle squadracce mussoliniane e il 16 febbraio del 1926 moriva a Parigi, dove si era rifugiato per farsi curare.
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Piero Gobetti
Morì in esilio a Parigi cent’anni fa appena ventiquattrenne, il 16 febbraio 1926, indomito e isolato. Piero Gobetti — editore, studioso, giornalista — ancora ai nostri giorni e’ un punto di riferimento importante. Fu in prima fila nel contrapporsi al Fascismo ancora, in quegli anni, impegnato a consolidarsi.
Una sua convinzione-riflessione e’ che il conflitto, la contrapposizione politica, e’ sempre motore di progresso. Sua idea politica di fondo è che non c’è possibilità di avanzamento sociale, umano, di civiltà senza un confronto critico serrato tra opinioni diverse. Gobetti considera irrinunciabile il valore della lotta e contrapposizione politica in ogni campo. Tant’è vero che il sottotitolo del suo libro La rivoluzione liberale è appunto Saggio sulla lotta politica in Italia.
Un’atra idea di fondo del pensiero di Gobetti è stata che la mancata affermazione in Italia della Riforma religiosa protestante aveva determinato l’immaturità etica e politica degli italiani. La rivoluzione delle coscienze avviata da Martin Lutero e Giovanni Calvino, a suo avviso, aveva generato il capitalismo moderno. Invece in Italia si era affermata la Controriforma cattolica, che di contro aveva fiaccato moralmente il nostro popolo.
Quella del “liberale” Gobetti fu una posizione nettamente rivoluzionaria. Non a caso intrattenne rapporti strettissimi con Antonio Gramsci, che gli affida la critica teatrale sull’«Ordine Nuovo», quando da settimanale lo trasforma in quotidiano. Gobetti (liberale) ammira il movimento dei consigli operai. A sua volta Gramsci, dopo la morte dell’editore, scrive che Gobetti, pur non essendo comunista, aveva capito il ruolo centrale del fattore “lavoro” nella società contemporanea.
Gobetti, editore di libri ha pubblicato nelle sue edizioni opere di autori socialisti, liberali e cattolici, persino fascisti. Ma la sua battaglia antifascista scaturisce dal fatto che la politica è l’arte del compromesso, della costruzione di alleanze. Gobetti non se ne cura e non intende curarsene. Non vuole accordarsi nemmeno con i socialisti riformisti di Turati. Guarda invece alle avanguardie operaie. Questo è un punto molto debole della concezione politica di Gobetti, ma non toglie nulla alla sua eccezionale sensibilità culturale. Basti pensare che, con grande intuito, fu il primo a riconoscere il talento letterario di Eugenio Montale, del quale pubblicò nel 1925 la raccolta di poesie Ossi di seppia.
Una metafora cinese
Un rospo che vive
in fondo ad un pozzo
giudica la vastità
del cielo sulla base
del bordo del pozzo.
Si tratta di una metafora cinese del "Jǐngdǐzhīwā" denominata come la "la rana/rospo in fondo al pozzo". È una sorta di parabola usata per deridere o ammonire chi ha vedute ristrette, ignorando l'immensità del mondo esterno a causa della propria chiusura mentale o limitata esperienza.
Winston Churchill usava una formulazione ben diversa ma la cui sostanza non differiva: un pessimista vede la difficoltà in ogni opportunità. Un ottimista vede l’opportunità in ogni difficoltà.
Gli eredi principali di Gianni . L'asse ereditario ha Agnelli, scomparso nel 2003, sono stati la moglie Marella Caracciolo e la figlia Margherita Agnelli subito complesse vicende legali, con Marella che ha designato i nipoti John, Lapo e Ginevra Elkann (figli di Margherita) come eredi del suo patrimonio, scatenando una lunga battaglia legale con la figlia Margherita. |
Capita di leggere che Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino) esiste tuttora ed è stata fondata l'11 luglio 1899 a Torino. Fondata da un gruppo di investitori, tra cui Giovanni Agnelli, ed ha segnato la storia industriale italiana con modelli iconici come la 500 e la Panda. Oggi leggiamo che il marchio fa parte del gruppo Stellantis.
Il processo evolutivo comincia nel 2014 quando Fiat si è fusa con Chrysler, diventando FCA (Fiat Chrysler Automobiles), e poi, dal 2021 entra a far parte del gruppo Stellantis. FIAT -e’ dato leggere- il marchio numero uno all'interno di Stellantis con più di 1,2 milioni di veicoli venduti nel mondo nel 2024 e leader di mercato in Brasile, Italia, Turchia e Algeria.
| Le epistole (o lettere) di San Paolo costituiscono una parte fondamentale del Nuovo Testamento, rappresentando i più antichi scritti cristiani pervenuti. Sono state scritte tra il 50 e il 60 d.c. per rispondere a esigenze pastorali, teologiche o pratiche delle prime comunità cristiane, queste lettere hanno plasmato la teologia cristiana. |
Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”. Gli Atti sono una fonte rilevante per la storia della Chiesa primitiva e il loro storico, definito “il primo storico cristiano”. L’opera inizia ricostituendo la vita di San Paolo e le tappe principali delle fondazioni di chiese, e in generale per stabilire gli unici punti di riferimento cronologici affidabili.
Per fare questo si basa su alcune indicazioni: in particolare sulla menzione, in 18,12, del proconsole Gallione (Mentre Gallione era proconsole dell’Acaia..) riferita all’arresto di San Paolo durante il suo soggiorno a Corinto, dove rimase “un anno e sei mesi” (18,11). Attraverso altri indizi gli storici riescono a dedurre che Paolo stette a Corinto tra il 50 e il 52, anche se c’è chi fissa il periodo tra il 49 e il 51.
Nei testi di San Paolo tanti altri sono i richiamo a vicende e figure storiche, riportate da tanti altri personaggi storici del tempo: Giuseppe Flavio, Tacito, Svetonio, etc.:
=la carestia avvenuta al tempo dell’imperatore Claudio, databile tra il 46-48.
=la morte di Erode Agrippa, avvenuta nel 44.
= l’editto di espulsione dei giudei da Roma, che coinvolse Aquila e Priscilla, datato nel 49/50.
=la figura del procuratore Felice: assunse la carica nel 52/53.
=la successione, nella carica di procuratore, di Festo a Felice (24,27: Trascorsi due anni, Felice ebbe come successore Porcio Festo): e’ datata nel 59/60, o secondo altri nel 55.
. . .
Essere persone responsabili
Riflessioni estrapolate da un lungo testo di
P. Nino Fasullo: redentorista, ha insegnato filosofia e pedagogia nelle scuole statali; ha fondato nel 1975, insieme a dei laici, la rivista Segno, strumento di approfondimento culturale e di indagine critica oltre che di impegno civile,
== Come tutte le cose umane anche la religione è carica di ambiguità. Può essere fonte di pace come di guerra, causa di amore come di odio, sorgente di generosità come di egoismo ottuso e disperato. Non c’è alcun bisogno che citi il più piccolo esempio. Della religione si può fare pressoché qualsiasi uso. Serve, e come! alla conquista e alla conservazione del potere. Con la religione si possono fare le cose più sublimi come le più turpi, le più dolci come le più violente. Con linguaggio pascaliano si può parlare all’infinito di grandezza e di miseria della religione. Forse niente c’è di più umano della religione. … …
== Ma se la religione è un fatto umano, e contiene in sé i limiti di tutti i fatti umani, nessuno può prendere scandalo dal fatto, che uno stesso uomo divida la sua vita, senza problemi tra crimine e religione. La possibilità della violenza collegata alla religione e’ data dall’essere quest’ultima fatto umano. Così la religione sembra avere un limite genetico praticamente insuperabile. Non è Dio che spinge e ordina la violenza ma è l’uomo che la produce attribuendola a Dio e giudicandola, di conseguenza, conforme alla volontà e alla legge divine. Le ragioni della violenza si trovano intere nell’uomo, non in Dio. … …
== Ma restiamo nell’orizzonte antropologico. E’ grande la religione perché l’uomo è capace di fare cose grandi. Ma è anche misera perché l’uomo è capace anche di cose meschine. Non c’è una fine delle religione come hanno immaginato le teorie sulla citta’ secolare degli anni 80. Le religioni, evidentemente, durerannno fino alla fine del mondo, ossia fin quando durerà l’uomo.
== sempre nel tentativo di cogliere la differenza, non assoluta ma reale, tra religione e Vangelo, possiamo dire che i caratteri del Vangelo non sono quelli della religione. Si può affermare tranquillamente, come non pochi hanno fatto, che il Vangelo (quindi il Cristianesimo) non è una religione. E’ altra cosa dalla religione. Intanto, Gesù non è venuto ad avviare una nuova religione. Le religioni le fondano gli uomini (siano pure profeti, siano pure ispirati da Dio), non le fonda Dio. In secondo luogo, il Vangelo non è una religione accanto alle altre. E’ invece il bisogno dell’uomo da parte di Dio. Ha scritto Simone Weil: “L’idea di una ricerca dell’uomo da parte di Dio e’ di uno splendore e di una profondità insondabili. Vi è decadenza quando viene rimpiazzata dall’idea di una ricerca di Dio da parte dell’uomo”.
Se la religione nasce dall’uomo, il Vangelo invece proviene da Dio. Il Vangelo è l’apparizione della Grazia e della libertà destinate agli uomini, a cominciare dai poveri. In questo senso, è solo in questo, c’è una notevole differenza tra Religione e Vangelo.
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Contiamo per qualche tempo di pubblicare frasi, espressioni, opinioni che vanno oltre la superficialità. Vorrebbero essere inviti a riflettere e sopratutto ad operare.
=. =. = Che cos’è’ l’amore?
Nessuno tra i poeti e
i pensatori ha trovato
risposta alla domanda:
“Che cos’è l’amore?”.
Volete forse
imprigionare la luce?
Vi sfuggirà tra le dita.
La frase è del teologo russo Pavel Evdokimov (nt. a San Pietroburgo nel 1910 e morto in Francia nel 1970). Effettivamente non è facile definire l’amore. L’unico modo per conoscerlo è viverlo. Ai nostri giorni della parola “amore” si fa un larghissimo uso nelle canzoni.
dell'uguaglianza delle opportunità,
della distribuzione equa della ricchezza
e della responsabilità pubblica per coloro che non sono in grado di sostenersi autonomamente.
Il Welfare State è in qualche modo la bussola politica della “Sinistra” politica europea quando sta alla guida dei rispettivi paesi.
Capita un poco in tutto il continente europeo che gli istituti e le garanzie politiche poste dai governi europei si trovano alla guida dei rispettivi paesi, vengono (non simultaneamente) riformulate e ritoccate a beneficio della diversa visione socio-economica posseduta dalle forze politiche uscite vincitrici nell’ultima tornata elettorale. Nel 2024, il welfare in Italia ha assorbito 669,2 miliardi di euro, pari al 60,4% della spesa pubblica totale, evidenziando l'enorme impatto economico del settore. Le sfide principali per la Sostenibilità ruotano attorno a:
() Invecchiamento Demografico: Entro il 2050, si stima che gli ultra65enni raggiungeranno il 35,9% della popolazione. Questa parte della popolazione, sebbene rappresenti circa il 25% attuale, assorbe circa il 60% della spesa sanitaria nazionale, un dato che è destinato a crescere.
() Disequilibrio Finanziario: La pressione combinata tra invecchiamento della popolazione, spesa pensionistica e bisogni sanitari crea un forte disequilibrio strutturale nei conti pubblici.
() Bassa Natalità: Il calo delle nascite riduce la base contributiva futura, minando la solidarietà generazionale.
Quello del “Welfare” è un tema che sul blog contiamo di approfondire. Una problematica che va emergendo e’ quella della sostenibilità del welfare che, non potrà più dipendere solo dal finanziamento pubblico, ma dalla capacità di costruire una "welfare community" che coinvolga attivamente la società civile e che valorizzi le reti di supporto locali. Sul blog contiamo di molto doverci intrattenere sulla tematica, che mira sopratutto a garantire servizi essenziali attraverso un sistema di tassazione e redistribuzione. Pilastri fondamentali includono e restano comunque:
* Sanità pubblica: Accesso garantito alle cure mediche.
* Istruzione: Scuola e università pubbliche o sovvenzionate.
* Previdenza sociale: Pensioni di vecchiaia e invalidità.
* Assistenza sociale: Sostegno ai disoccupati, alle famiglie a basso reddito e alle persone con disabilita’.