In un libretto mi e’ capitato di leggere un giudizio di Leonardo Sciascia sulla “giustizia”, che comunque prescinde dalla tematica del prossimo referendum sulla divisione delle carriere all’interno della Magistratura, che però riporto come circostanza di sussistenza del problema “giustizia” da parecchi decenni:
=Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto. E direi che il documento mi affascina -scrittura dello strazio- in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura, riscattabile.
Sciascia in buona sostanza affidava il riscatto del problema della giustizia a una letteratura che aveva con la vita un rapporto senza soluzioni, di continuità, ma in un senso molto più profondo e misterioso di quanto si potrebbe intendere pensando solo all’impegno civile dello scrittore.
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Pur non avendo legame col prossimo voto referendario sulla giustizia ci piace riportare un ulteriore brano ripreso dalla rivista “Il Giudice”, su cui Sciascia (nel dicembre 1986) dibatte comunque sui problemi di allora della giustizia.
= Un giovane esce dall'Università con una laurea in giurisprudenza; senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Manzoni, del "cuore umano", si presenta ad un concorso, lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti: e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro; un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica. Ne viene il problema che un tale potere - il potere di giudicare i propri simili - non può e non deve essere vissuto come potere.
Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione del giudicare dovrebbe avere radice nella ripugnanza a giudicare, nel precetto a non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell'accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell'assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all'inquietudine, al dubbio.
Sappiamo, purtroppo, che non da questo sentimento e intendimento i più sono chiamati, vorremmo dire vocati, a scegliere la professione del giudicare. Tanti altri sono gli incentivi, e specialmente in un paese come il nostro. Ma il più pericoloso di tutti è il vagheggiare - e poi il praticare - il grande potere che la nostra società ha conferito al giudice come potere fine a se stesso o come potere finalizzato ad altro che non sia, caso per caso, quello della giustizia secondo legge, secondo lo spirito e la lettera della legge: spirito - si vorrebbe - mai disgiunto dalla lettera. E l'innegabile crisi in cui versa in Italia l'amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano o addirittura attuano, l'arbitrio.
Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a
giudicarli. E siamo a questo punto.
