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martedì 2 giugno 2026

L’America (2)

Perché New Orleans è cara ai contessioti? 

Il legame tra New Orleans
Contessa Entellina è
uno dei capitoli più
affascinanti e antichi
dell'emigrazione siciliana
negli Stati Uniti
.
I "Contessioti"

 hanno plasmato la storia
della comunità italo-americana
in Louisiana fin dalla
seconda metà del XIX secolo.
L'emigrazione seguì le rotte
 commerciali degli agrumi
tra Palermo e New Orleans.
Nel 1862, 
Stefano Vaccaro 
di Contessa Entellina si stabilì
nella città della Louisiana,
avviando una florida attività
di produzione e commercio
di frutta e aprendo la strada
a migliaia (si, migliaia)
di suoi compaesani.
Nel 1760 il Canada passò all'Inghilterra, che ebbe anche la Florida. 20 anni dopo gli spagnoli se la ripresero; intanto la Gran Bretagna aveva allargato i suoi interessi attraverso la Compagnia della Baia di Hudson e il commercio delle pelli comprate per pochi spiccioli dagli indiani resistette fino al 1870. Non ebbe l'Alaska, perché era dominio russo.

Nella seconda metà del Settecento le 13 colonie inglesi si costruirono l'indipendenza. Ormai si erano scoperte grandi ricchezze, si erano impiantate le prime industrie e la Gran Bretagna le sottomise a un controllo ferreo per non disperdere neanche una briciola di quel ben di Dio. Pretese di essere l'unica destinataria delle esportazioni e l'unica fornitrice dei prodotti da importare che, anche se venivano da altri Paesi, dovevano prima fermarsi in Inghilterra per pagare dogane e mediazioni. In America potevano svilupparsi solo le industrie utili all'Inghilterra e quelle in concorrenza non avevano futuro. Le richieste di tasse aumentavano giacché la loro entità non era più fissata dalle assemblee locali, ma dal parlamento di Londra dove le colonie non avevano rappresentanti che le tutelassero. Il primo moto d'indipendenza cominciò con alcuni giovani che nel porto di Boston, fingendost facchini, buttarono in mare 340 casse ti te’ gravate dal dazio. L'Inghilterra chiuse il porto finché non fosse stato risarcito il danno.

Ma ormai il Nordamerica aveva armi, navi, soldati, e nel 1775 volarono le prime pallottole; l'anno dopo l'indipendenza era una realtà che venne formalmente riconosciuta nel 1783. Lo Stato federale fu costruito in breve tempo: nel 1803 per 15 milioni di dollari si acquistarono dalla Francia gli oltre 2 milioni di kmq della Louisiana. Nel 1819 la Spagna vendette la Florida (153.000 kmq) per 5 milioni di dollari. Nel 1845 il Texas (oltre 3 milioni di kmq) si staccava dal Messico e chiedeva la fusione con gli Stati Uniti che pagavano il suo debito pubblico di 7 milioni e mezzo di dollari.


Iniziava così l'epopea del Far West a danno degli indiani. L'anno dopo fu annesso l'Oregon; nel 1848, dopo la guerra contro il Messico, la California, l'Arizona, il Nuovo Messico. L'unificazione era costata poco più di 50 milioni di dollari. L'immenso territorio aveva meno di 4 milioni di abitanti dei quali 757.208 erano schiavi negri e in più c'era la scarsa popolazione indiana. Quindi gli emigrati europei furono i benvenuti e il livello demografico lievitò fino ai 105.710.620 nel 1920.

Nel Sudamerica i conquistadores avevano spazzato via grandi civilta’ come quelle degli Incas nel  Perú e degli Aztechi messicani. I figli creoli, meticci, mulatti di quei soldati crebbero nell'odio della violenza paterna, furono costretti al battesimo ma per lungo tempo rimasero pagani nel cuore, identificando il cristianesimo con la crudeltà e l'avidità. Per frenare l'accaparramento di ricchezze da parte dei missionari, Pio V dovette proibire che portassero valori personali al loro ritorno in patria. Le attività locali erano compromesse da alte tassazioni e monopoli. Era vietata la coltivazione della vite e dell'ulivo per non competere con la Spagna e tutto il commercio era in mani spagnole. Le rivoluzioni avvenute nel Settecento portarono all'indipendenza dei vari Paesi del Sud, e ai moti non furono estranei gli Stati Uniti che iniziarono la penetrazione commerciale in quei territori specie per il petrolio messicano, per i metalli brasiliani e peruviani, per la gomma, il caffè’, i cereali, il cacao, la carne, i pellami. 

Tra Nord e Sud si profilavano forti diversità: il Nord industriale era protezionista, il Sud agrario era per il libero scambio. Sulla schiavitù avveniva lo scontro più forte: l’Ovest ne voleva l'abolizione perché temeva la concorrenza dei prodotti più a buon mercato a causa della manodopera schiava. Si alleò dunque con il Nord che voleva bloccare l'estensione della schiavitù nel West messicano.

Un altro punto di dissidio era che il Nord voleva estendere il governo federale, mentre il Sud voleva l'autonomia dei vari Paesi. Sotto la presidenza di Lincoln alcuni Stati sudisti si staccarono dall'Unione per formare gli Stati Confederati d’America: nel 1861 scoppio’ la guerra di secessione (o guerra civile) finita nel 1865 con un milione di morti e con la vittoria nordista. Lincoln fu ucciso, si disse, dai sudisti. Abolita la schiavitù, mettendo in ginocchio l'economia del Sud, per gli Stati Uniti iniziò la penetrazione economica, industriale, commerciale nella parte meridionale del continente. L'America, percorsa da un sorprendente impulso produttivo, divenne il luogo delle improvvise, immense fortune, ma anche di spaventose povertà. L'Alaska era stata acquistata dai russi nel 1867 per poco più di 7 milioni di dollari e nel 1869 si ebbe l'annessione delle Hawaii. Sotto la presidenza di Roosevelt gli Stati Uniti divennero una grande potenza.

Nel 1904 iniziarono i lavori per il canale di Panama.

(Segue)


Parole frequenti sui media


Il campo largo è tanto 
largo nei sondaggi quanto
stretto e litigioso nei 
contenuti programmatici
campo largo

La coalizione di centrosinistra si basa sull’alleanza tra Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e Italia viva. È l’assetto con cui si è presentata in quasi tutte le elezioni regionali degli ultimi due anni e in molte sfide per la guida delle città. Secondo la nuova legge il candidato premier deve essere indicato prima delle votazioni. E crolla così l’unico appiglio che era rimasto al Campo largo per cercare di sciogliere le controversie: affidare al dopo voto la scelta di chi dovrà guidare la coalizione.

La festa della Repubblica

Il 2 giugno la
Repubblica Italiana
compie 80 anni
.
 Il 2 giugno 1948 si tenne l'insediamento ufficiale e il giuramento di Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica Italiana eletto dal Parlamento dopo l'entrata in vigore della Costituzione il 1’ gennaio.

  Il 2 giugno 1946 si era svolto il referendum istituzionale con cui i cittadini italiani, chiamati alle urne per la prima volta, a suffragio universale, (esteso anche alle donne), scelsero di trasformare l'Italia in una Repubblica, ponendo fine alla monarchia dei Savoia. La Repubblica vinse con il 54,3% dei voti (12.718.641) contro il 45,7% della Monarchia (10.718.502).

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lunedì 1 giugno 2026

Il movimento sindacale in Italia

 Conoscere la società civile
Il ruolo principale dei sindacati
in Italia è tutelare i diritti dei
lavoratori e rappresentare i loro
interessi professionali
. Lo fanno
 principalmente attraverso la
contrattazione collettiva, l'assistenza
legale e fiscale, e il dialogo con le
istituzioni per influenzare le politiche
 economiche e sociali del Paese.




 Nei Paesi di democrazia occidentale i sindacati, cioe’ le organizzazioni rappresentative degli interessi delle categorie sociali, svolgono un ruolo di protagonisti nelle vicende della politica economica. E’ prassi e ruolo istituzionale dei governo di qualsivoglia colore, interpellare i sindacati, e comunque tener conto del loro punto di vista nell'elaborazione delle misure di politica economica. 

 Il comportamento sociale dei sindacati ed i relativi rapporti sindacati-governo dipendono in qualche misura dalla loro storia, dalle ideologie che li permeano. 

  Sul blog proveremo a tratteggiare origini e  tappe significative nello sviluppo del movimento sindacale in Italia, intendendo per movimento sindacale quello formato dalle organizzazioni rappresentative dei lavoratori dipendenti. Il loro percorso storico riflette, nel bene e nel male e fin dall'inizio, quello dello sviluppo economico del Paese. Per chiarire: una delle ragioni del ritardo con cui sorsero le organizzazioni sindacali in Italia è da ricercarsi nel ritardato decollo dell’industria nel nostro Paese. L'industria moderna è infatti arrivata in Italia con qualche decennio di ritardo rispetto a Paesi come la Gran Bretagna, la Germania e gli Stati Uniti.

  L'economia italiana è stata fino all’inizio del ‘900 prevalentemente agricola e anche nei decenni successivi, fino agli anni Sessanta, quando cominciano nel nostro Paese i governi di centro-sinistra, con l’ingresso dei socialisti nell’area di governo, i lavoratori dipendenti dell'industria non avevano avuto fino ad allora ruoli significativi. 

(Segue)


Scienza, osservare l’universo (4)

 L'astronomia

L'ultimo viaggio storico di astronauti si è concluso il 10 aprile 2026 con la missione Artemis II. Quattro astronauti (gli americani Christina Koch, Victor Glover e Reid Wiseman, e il canadese Jeremy Hansen) hanno completato un volo di dieci giorni intorno alla Luna a bordo della capsula Orion.

L'ultimo sbarco umano sul suolo lunare, risale invece al 1972 con la missione Apollo 17, che ha visto gli astronauti Eugene Cernan e Harrison Schmitt camminare sulla Luna.

Da sempre sul blog, abbiamo voluto conoscere qualcosa sul mondo entro cui viviamo e su ciò che sta fuori dal mondo e che comunque influisce in mille modi sul mondo. Per il poco che possiamo riportare sul blog lo faremo sempre e se ci fossero lettori che sono appassionati della questione, apprezzeremo qualsiasi riflessione sul tema. In tanto proseguiremo con cio’ che finora sulla problematica conosciamo.

-  -   -

L’astronomia si dedica allo
studio dei corpi celesti 
(Pianeti, stelle, galassie,
buchi neri …) dei loro
fenomeni e dell’evoluzione
dell’Universo. Essa si
serve della matematica,
della fisica e della 
chimica per cogliere
le leggi che regolano
il cosmo.
L'astronomia è al tempo stesso la scienza più antica e la più moderna. Lo studio della volta celeste ha infatti attratto l'uomo fin dagli albori della civiltà e continua a costituire una delle scienze più affascinanti.

Astronomia nel senso più lato del termine è, comunque la scienza, intesa secondo la lettura dei nostri giorni, quella che nelle Università, nei laboratori e nei centri scientifici studia l'universo che ci circonda, i corpi che lo compongono e i fenomeni che in esso si verificano. Stante la vastità  della materia viene suddivisa oggi in molte branche, a seconda del particolare aspetto astronomico che si considera o, spesso e a torto, delle tecniche impiegate per studiare il cosmo. 

La radioastronomia, ad esempio, ha come caratteristica propria l'uso, nello studio dei corpi celesti, di strumenti atti a captare le onde radio piuttosto che quelle ottiche. Essa si distingue pertanto dall'astrofisica classica per il diverso dominio dello spettro elettromagnetico che viene analizzato, non per l'oggetto delle ricerche che è, in entrambi i casi, lo studio fisico di quella frazione di radiazione emessa da un corpo celeste in grado di raggiungere i nostri strumenti.


Nella lontana antichità la scienza astronomica raggiunse risultati tanto considerevoli che coloro che la praticavano vennero a occupare una posizione di prestigio agli occhi dei loro concittadini e fruirono spesso di particolari privilegi. Il motivo del ruolo primario che l'astronomia ebbe fin dal suo nascere, e in diversi ambiti di civiltà, è evidente: essa, nella sua prima rudimentale struttura, forniva una spiegazione di fenomeni naturali strettamente connessi alla vita dell'uomo, quali il susseguirsi del giorno e della notte e l'alternarsi delle stagioni, e dava la possibilità di stabilire un calendario che permettesse un computo di questi e degli altri avvenimenti ciclici che tanta importanza avevano nelle primitive strutture civili, basate essenzialmente sull'agricoltura (si pensi all'importanza delle previsioni delle piene del Nilo presso gli antichi egizi).


Su questo campo, un amico si propone di farci conoscere molti risvolti dell’immensità e meraviglie che stanno dentro e fuori l’atmosfera terrestre.


L’America

  Sfogliare i cognomi dei residenti attuali nella città di New Orleans, negli USA, ed avere la sensazione di imbattersi in tantissimi di essi che risultano coincidenti con quelli che sussistono (o in verità, sussistevano in gran parte, fino agli anni sessanta/settanta del Novecento), con l’anagrafe di Contessa Entellina non suscita meraviglia in chi conosce la Storia degli USA, nelle sue grandi linee, e la Storia specifica di Contessa Entellina dai primi decenni dell’Ottocento ai nostri giorni caratterizzata da continui e ancora oggi inarrestabili flussi migratori non più verso gli USA, ma verso il Nord Europa.

= = = 

 


Perché New Orleans è cara ai contessioti?

Avviamo una serie di pagine per scoprire, pure noi che non siamo mai stati nel Nuovo Continente, ciò che per secoli ha rappresentato l’America e ciò che da qualche tempo inizia a non voler più essere nell’immaginario di noi europei, giusto la recente politica dell’imprevedibile Mr. Trump.

I primi esploratori spagnoli avevano considerato il Nuovo Continente un immenso, ricchissimo, territorio da sfruttare a loro esclusivo beneficio. Essi si impossessarono della California, del Colorado, dell'Arizona, del Nuovo Messico e dopo di loro i portoghesi occuparono il Brasile; tra il Seicento e il Settecento inglesi, olandesi e svedesi si stanziarono lungo la costa orientale.  

Compagnie coloniali munite di patenti governative organizzarono i loro stabilimenti creando centri abitati e basi commerciali. Nel nuovo continente iniziarono ad arrivare gruppi di fuggiaschi per motivi politici e religiosi: gli ugonotti francesi, i protestanti, massacrati prima in patria e poi dagli spagnoli; i «Pilgrim Fathers», padri pellegrini puritani. Tutti raggiunsero la Nuova Inghilterra, ossia quel tratto che oggi comprende il Maine, il Massachusetts, il New Hampshire, Rhode Island, il Vermont, il Connecticut, e furono i capostipiti di quella cultura «yankee» democratica e intransigente che fu l'anima dell'America. Nella Georgia dei Cherokee e dei Creek il primo gruppo di coloni fu costituito da debitori che avevano preferito espatriare anziché scontare la pena in carcere.

Al Nord si formò una popolazione cucché di coltivatori, giacché il clima rigido limitava l'agricoltura e consentiva solo la crescita di cereali. Sulla costa s'impiantarono le più lucrose attività della caccia, della pesca e i primi commerci. La borghesia ancora non esisteva, le scuole erano di la’ da venire, come del resto le industrie.

Al centro e al sud, invece, si andava formando un'aristocrazia agricola con estesi possedimenti in cui lavoravano gli schiavi negri importati; i raccolti di tabacco, indaco, riso, zucchero e più tardi di cotone che permisero il formarsi di grandi patrimoni.

Proprio per l'organizzazione sociale improntata a principi democratici di liberi stanziamenti e di libero commercio, la colonizzazione inglese ebbe maggior fortuna, mentre la Francia, che interveniva nei suoi possessi canadesi con l'imposizione di monopoli, con sistemi feudali di spartizione delle terre, con lo strapotere ecclesiastico, scoraggiava l'emigrazione, e quella popolazione di coatti era troppo scarsa per poter sfruttare il Canada. I pochi trasferiti con la forza si dedicavano alla caccia e al commercio delle pelli e finirono con l'essere assorbiti dalla popolazione locale.

(Segue) 

L’intento di queste pagine è di cogliere le ragioni della emigrazione di massa, a cominciare dall’alba dell’Ottocento, di più migliaia di contessioti in direzione degli USA. Flusso ininterrotto fino all’inizio del Novecento.

domenica 31 maggio 2026

La prima enciclica papale (6)

 Costruire la civiltà dell’amore


La prima enciclica del 
primo papa americano
 (Papa Leone XIV, al 
secolo Robert Francis 
Prevost)
 si intitola 
"Magnifica Humanitas"
Pubblicata il 15 maggio 
2026, è un testo dedicato 
alla Dottrina Sociale 
della Chiesa e si 
concentra sulla custodia 
della persona umana 
nell'era dell'intelligenza
 artificiale e delle moderne 
tecnologie.













210. La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male, e va chiamato con il suo nome. Questo modo di descrivere la realtà che viviamo può apparire cupo o pessimista, ma ritengo che sia una denuncia necessaria. La prospettiva cristiana, però, non si esaurisce nel denunciare il male. Noi guardiamo la storia alla luce del Crocifisso Risorto, a cui il Padre ha dato «ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18). Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. E crediamo nella forza del Regno, che si sviluppa dalla piccolezza di un granello di senape, come un seme che, una volta seminato, germoglia e cresce (cfr Mc 4,26-32). Mentre il rumore della confusione ci circonda, il bene cresce silenzioso dalla terra. Con le parole del profeta: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).


211. Una lettura attenta della storia lo conferma. Anche nelle notti più buie, il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. La memoria dei santi e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla (cfr Gv 1,5). Per questo, essi servono il bene anche dove sembra avere l’ultima parola il dolore, sostenuti da una speranza teologale che dona alla realtà un orizzonte e una direzione.

Tutti possiamo fare la nostra parte


212. In questo punto, però, si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura).


213. Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo.

Disarmare le parole


214. Il primo contributo che possiamo dare a una civiltà più umana è fare attenzione alle nostre parole. «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Il potere delle parole è enorme e ne facciamo esperienza nella comunicazione quotidiana, quando qualcuno ci dice qualcosa che cambia il nostro stato d’animo, in positivo o in negativo. «La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra». Tutti dobbiamo quindi fare un esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi di cui sono impregnate e sull’aggressività, aperta o larvata, che le abita. Abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha.

Costruire la pace nella giustizia


215. Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia. Noi non cerchiamo infatti una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia. «Esiste una stretta relazione tra la giustizia di ciascuno e la pace di tutti». Commentando il versetto del salmo «giustizia e pace si baceranno» ( Sal 85,11b), Sant’Agostino scrive: «Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia. Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!». Non stanchiamoci dunque di cercare la giustizia!

Assumere lo sguardo delle vittime


216. Ci sono situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”.  Quando siamo davanti a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa. Per questo non possiamo restare a livello di analisi astratte. Come ha ricordato Papa Francesco, dobbiamo “toccare la carne” di chi soffre: guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite. Gli eventi dolorosi hanno bisogno sia di storia che di memoria, l’una per cercare di raccontare i fatti, l’altra per testimoniare i vissuti.


217. Dare spazio, nell’informazione e nell’educazione, allo sguardo e alla voce delle vittime aiuta a diventare realmente consapevoli dell’abisso del male racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza; a non accettare come normale la logica del conflitto; a non volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana; e a restituire alle persone colpite la dignità di essere riconosciute e ascoltate. L’attenzione a queste voci alimenta la convinzione che, al di là di minoranze violente, l’umanità non desidera la guerra. La Chiesa può essere in modo speciale un luogo di memoria viva delle vittime. Come ricordava San Paolo VI, essa sente di dover far propria insieme la voce dei morti delle guerre passate e quella dei vivi che ne portano ancora le ferite, perché il loro grido diventi appello alla pace e alla concordia e non preludio a nuovi conflitti.

Coltivare un sano realismo


218. Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti tanto l’idealismo politico, quanto il cinismo. Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare. Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili.

Rilanciare il dialogo


219. Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto. Lo ricordava già Pio XII alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole.


220. Il dialogo è una dimensione ordinaria della vita umana, e non riguarda soltanto le relazioni tra gli Stati. Si tratta di acquisire un’attitudine a costruire legami di fraternità, fatti di ascolto, di sguardi sinceri, di tempo dedicato, persino di tempo perso insieme. Perché se facciamo esperienza dell’incontro autentico con l’altro, il diverso, lo straniero, il migrante, diventa molto più difficile anche solo immaginare la guerra.


221. A livello politico, è urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni diplomatiche diventino via ordinaria per affrontare i conflitti, come auspicava Giorgio La Pira: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano!». La consapevolezza di un destino comune dei popoli chiede che la cultura del negoziato diventi sempre più un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza.


222. A coloro che hanno l’onore e l’onere di governare, vorrei ripetere alcune parole che ho detto agli inizi del mio Pontificato: «I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano; perché passerà alla storia chi seminerà pace, non chi mieterà vittime; perché gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani: non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare. Rifuggiamo le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi». 


223. Nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Lo “spirito di Assisi”, suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di Papa Francesco – ad esempio nel dialogo con il Grande Imam di al-Azhar –, mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato.
La necessità della diplomazia e del multilateralismo


224. Nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Contro le comunicazioni impulsive, le retoriche aggressive e le logiche di potenza che segnano il nostro tempo, «la vocazione della diplomazia è quella di favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che non si riterrebbero legittimati a negoziare», usando fino allo stremo l’umiltà e la pazienza per ricucire i più tenui segni di buona volontà delle parti in conflitto, così da avviare una pacificazione.


225. Anche lo spazio cibernetico è diventato terreno di confronto: attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto. In questo ambito, poi, l’attribuzione delle responsabilità è spesso incerta: quando non è chiaro chi abbia colpito, cresce il rischio di reazioni sproporzionate, errori di valutazione e spirali di escalation. Per questo occorre una diplomazia capace di operare anche in questo nuovo ambiente, negoziando regole condivise sull’uso delle tecnologie digitali, proteggendo i civili e i più vulnerabili da forme di violenza invisibili ma non meno reali.


226. Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, restano strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore, sostenendo il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la tutela delle persone più vulnerabili, il disarmo e la cura del creato. Attraverso tali istanze la comunità internazionale può cercare di ridurre le disuguaglianze, difendere i diritti dei rifugiati e delle minoranze, liberare risorse dagli armamenti per destinarle alla promozione umana e proteggere la Casa comune. La Santa Sede sostiene e accompagna questo impegno, pur riconoscendo che la debolezza attuale dell’ONU e del sistema politico internazionale rivela la necessità di riforme profonde: non si tratta solo di aggiustamenti tecnici, poiché la crisi di convinzioni e di valori tocca anche i fondamenti etici della vita delle nazioni e rende più difficile orientare il multilateralismo al vero bene comune.


227. Nel contesto internazionale, la diplomazia della Santa Sede assume il principio evangelico della misericordia come criterio concreto dell’agire politico. È uno dei modi in cui la Santa Sede si pone a servizio dell’umanità, richiamando le coscienze alla carità e alla verità, difendendo la dignità di ogni persona e facendosi voce dei poveri, dei migranti e delle vittime delle guerre. In tal modo, la diplomazia pontificia esprime la cattolicità della Chiesa e contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore in cui anche le nuove tecnologie siano orientate al bene comune.


Pregare e sperare


228. Queste piste di impegno si nutrono della preghiera e la alimentano. Per noi, infatti, la pace anzitutto «proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente». Essa è un dono consegnato da Gesù ai suoi discepoli nel giorno di Pasqua: «La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Con queste parole ho salutato la Chiesa e il mondo nel giorno della mia elezione al soglio di Pietro, e desidero ripeterle per invitare tutti a chiedere questo dono. Non stanchiamoci di pregare per la pace e di impegnarci per realizzarla nelle nostre relazioni e nella società.


Conclusione

229. «Ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10): sono parole di San Paolo, che esorta i cristiani di Corinto a custodire l’unità. Carissimi fratelli e sorelle, ci siamo interrogati sul mondo che stiamo costruendo, chiedendoci che cosa voglia dire custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Al termine di questo percorso, desidero consegnarvi un itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente con cui abitare questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo. È un cammino che nasce dalla contemplazione del disegno di Dio, vive l’unità ecclesiale nutrendosi della Parola e dell’Eucaristia, costruisce il mondo nel bene e prega insieme con la Vergine Maria.

Il Verbo si è fatto carne


230. In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale.


231. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione: il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi. La carne del Figlio, povera e vulnerabile, richiama la carne di tanti fratelli e sorelle spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio;  e attraverso questa vicinanza il dono della pace entra nel mondo in modo paradossale: come potere di diventare figli di Dio, che si risveglia quando ci lasciamo toccare dal pianto dei piccoli, dalla fragilità degli anziani, dal silenzio delle vittime, dalla fatica di quanti lottano contro il male che non vorrebbero compiere. In questa carne ferita e amata, il Padre ci mostra la vera umanità di una vita che si compie nell’apertura e nella comunione, fino a farci desiderare che la sua volontà si realizzi come in cielo così in terra. 


232. Nelle promesse del transumanesimo e di alcune correnti postumaniste, che inseguono un’umanità potenziata e quasi disincarnata, riconosciamo un desiderio che ci riguarda: il bisogno di una vita più piena, meno esposta alla fragilità e alla sofferenza. L’Incarnazione apre però una via diversa. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza. Non c’è un momento o una condizione dell’umano che non sia degno di Dio: «Secondo l’insegnamento della nostra fede, abbiamo e adoriamo, nei nostri misteri, un Dio che nasce nella mangiatoia, un Dio che vive e viaggia nella Giudea, un Dio che muore sulla croce, un Dio morto che giace nel sepolcro». Il futuro dell’umanità trova così il suo criterio nella capacità di accogliere questo modo divino di farsi vicino, di condividere il peso del mondo, di trasformare dall’interno le relazioni. «O meraviglia […] l’uomo è Dio e questo Dio Uomo passa per tutti quei gradi, sopporta tutti quegli stati e li nobilita, li santifica, li deifica in se stesso!». Ciò che salva l’uomo è l’amore divino che scende fino al punto più fragile della sua storia e la rigenera dal profondo.


233. Per questo, come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità. La dignità che lo Spirito Santo scolpisce in ciascuno di noi si riconosce anche nella capacità di riflettere criticamente, di scegliere e di amare gratuitamente, di entrare in relazioni autentiche. Nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. È il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (cfr Ef 1,10). In questo disegno, nulla di ciò che è autenticamente umano andrà perduto, ma tutto verrà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarle al nulla e consegnarle, redente, al Padre.

Un solo corpo in Cristo


234. La spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore. L’Incarnazione e la Pasqua rivelano Dio che entra nella nostra condizione umana e la trasfigura nel dono di sé. Questo dono rimane presente e operante nell’Eucaristia, nella quale il Signore si comunica e raduna la Chiesa, perché la sua offerta diventi principio di unità e sorgente di vita nuova. Da questa comunione nasce anche la solidarietà cristiana, poiché l’«unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona». Come spiega Sant’Agostino ai nuovi cristiani della sua Chiesa, il pane e il vino sull’altare sono il sacramento dell’unità dei fedeli in Cristo: «Ciò che si vede ha un aspetto materiale, ciò che si intende produce un effetto spirituale. Se vuoi comprendere [il mistero] del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra ( 1Cor 12,27). Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen».

235. L’“Amen” che diciamo nella liturgia, il Corpo che mangiamo e il Sangue che beviamo, danno forma a tutta la nostra vita. L’Eucaristia «è l’incontro personalissimo col Signore e, tuttavia, non è mai soltanto un atto di devozione individuale». In essa si mostra visibilmente che noi «siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui. E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”». L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone.

Il cantiere del nostro tempo


236. La spiritualità che desidero consegnare è quella del “saggio architetto” che, animato dalla speranza del Regno di Dio, si impegna a costruire il mondo nel bene (cfr 1Cor 3,10). Come ho scritto al principio di questa riflessione, oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico. Al termine del percorso, il progetto di una civiltà dell’amore si delinea più chiaramente e il cantiere appare già avviato, soprattutto grazie a tante pietre vive saldamente unite a Cristo, pietra angolare (cfr 1Pt 2,4-6). In quest’opera siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace.


237. Restiamo fedeli alla verità! Vivendo immersi in flussi incessanti di informazioni, opinioni, immagini, sappiamo quanto sia facile orientare decisioni e preferenze attraverso algoritmi sempre più raffinati. In questo scenario è importante custodire un cuore che ama la verità, che desidera ciò che è giusto più dei contenuti di maggiore richiamo, che cerca la sapienza più dell’impatto immediato. La verità che non dobbiamo perdere è quella su Dio e sull’essere umano, così come Cristo ce li ha rivelati. Occorre abbandonare una visione dell’uomo individualista e tecnica, come se la realtà fosse pura materia da modellare in base a interessi egoistici, sia individuali che di gruppo. Coltiviamo invece quello che Papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato. La fedeltà alla verità chiede di integrare le possibilità offerte dalla tecnica in un cammino di sapienza, capace di custodire insieme la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune.


238. Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita buona del Vangelo. Dobbiamo educarci a considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare, che richiede missionari generosi e maturi nella fede. In modo particolare, poi, servono adulti che riscoprano la loro vocazione di artigiani dell’educare, disponibili a un lavoro quotidiano, paziente, sostenuto da alleanze educative ampie e condivise. Accompagnare bambini e ragazzi a usare le tecnologie come spazio di relazione responsabile, aiutandoli a riconoscerne i rischi e a scegliere ciò che fa crescere la libertà interiore, rappresenta oggi una forma concreta di carità e di salvaguardia della loro dignità. Educare le nuove generazioni a credere che l’evoluzione delle tecnologie non segue un percorso inevitabile, ma può essere orientata dalla responsabilità personale e collettiva, costituisce uno dei servizi più preziosi al bene comune.


239. Curiamo le relazioni! In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale.


240. Amiamo la giustizia e la pace! Le stesse tecnologie che facilitano la comunicazione e l’accesso alle risorse possono sostenere modelli che sfruttano i più vulnerabili, alimentano nuove schiavitù, trasformano il conflitto in occasione di profitto. Ogni scelta tecnica o economica si trasforma in luogo di discernimento spirituale, occasione per verificare se i progressi dell’IA aprano spazi di giustizia e partecipazione oppure concentrino ricchezza e potere nelle mani di pochi. Invito a guardare con lucidità le filiere della produzione digitale, le condizioni di lavoro nascoste dietro i nostri dispositivi, i meccanismi che traggono vantaggio dalla manipolazione e dalla guerra e, allo stesso tempo, a cercare vie concrete per far crescere equità, partecipazione e cura del creato. La speranza che annunciamo viene dal cielo «per generare, quaggiù, una storia nuova»: proprio per questo chi crede si impegna perché, al posto delle disuguaglianze, trovi spazio una maggiore giustizia e perché «invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace».


241. Guardando al domani, desidero richiamare l’immagine di Neemia, che all’inizio di questo percorso abbiamo scelto come compagno e figura-guida. Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere.


242. L’immagine della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento, della città santa che ci viene, anzitutto, data in dono. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono per tutto il popolo di Dio, «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). Le mura di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi della Sposa dell’Agnello. Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni. La presenza di Dio offre a tutti luce e vita. La città è un nuovo Eden, con la sua acqua viva donata agli assetati e con il suo albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni» (Ap 22,2). Nell’attesa del suo compimento, questa visione sta davanti a noi come un’esortazione, un appello a superare le nostre divisioni e a lavorare insieme: questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre.

Il canto della speranza: il Magnificat


243. Il quarto punto di questo programma di vita cristiana, dopo la fede che contempla il disegno di amore del Padre, la carità che ci unisce in un unico corpo ecclesiale, la speranza che sostiene il nostro agire nel mondo, è la preghiera. Il canto di Maria accompagna il nostro impegno. Davanti a Elisabetta che le annuncia che è diventata la madre del Signore, Maria esplode in un inno di lode e di gioia: la sua anima magnifica il Signore e il suo spirito esulta in Dio suo salvatore, perché Egli ha scelto per il suo disegno di salvezza una ragazza giovane, povera, piccola. D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già disperso i superbi, rovesciato i potenti, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. Egli ha già soccorso Israele, suo servo. Dio «si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare “i superbi, i potenti e i ricchi”. Eppure la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi».


244. La Vergine Maria non solo ci insegna a vedere l’invisibile opera di Dio, ma indirizza anche il nostro sguardo «sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati», educandoci «ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco». Così, la Vergine diventa «poetessa e profetessa della redenzione», perché dalle sue labbra sgorga «l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat; è Lei che rivela il disegno trasformatore dell’economia cristiana, il risultato storico e sociale, che tuttora trae dal cristianesimo la sua origine e la sua forza». 


245. Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno. Nella fedeltà umile di ogni giorno, anche il tempo dell’IA può diventare un passaggio in cui lo Spirito fa maturare la civiltà dell’amore nella nostra vita: il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione. Affido questo desiderio alla Madre di Cristo, alla donna del Magnificat, perché accompagni i nostri passi nel presente che cambia e custodisca in ciascuno di noi la fiducia nel Vangelo, così che possiamo testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio.


Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 maggio dell’anno 2026, secondo del mio Pontificato.

La domenica è fatta per riflettere

 

Gli Atti degli Apostoli non
hanno un genere letterario
rigido, ma sono un'
opera
storiografica e teologica unica
.
Il testo si ispira al genere
ellenistico delle 
praxeis (atti,
le gesta di personaggi famosi),
fondendolo con lo 
stile
narrativo della Bibbia
 (storia di
salvezza).


Il libro è concepito come il
secondo volume dell'opera di
Luca, creando una forma letteraria
che si articola in due elementi
principali:
-storiografia Ellenistica e Biblica,
-r
omanzo di Viaggio











Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”

Date simboliche

Possiamo cogliere sfumature simboliche o connotazioni particolari anche in altre indicazioni usate frequentemente.

Possiamo notare che "di notte" si svolgono comunemente visioni (16,9; 18,9; 23,11; 27,23) e liberazioni miracolose dal carcere (cfr. 5,19; 12,6; 16,33), ma anche altre forme di liberazione da pericoli (cfr. 9,25; 17,10; 23,31). 

La notte viene a rappresentare, dunque, il tempo della salvezza e del colloquio con la divinità. Questo può richiamare il fatto che di notte Gesù pregava sul Monte degli Ulivi (cfr. Le 21,37; 22,39) e di notte risuscitò, dato che all'alba fu ritrovata la tomba vuota (Lo 24,1). Le indicazioni temporali con tre compaiono abbastanza spesso negli Atti (undici volte): "tre giorni" ", "tre ore", "tre mesi, "tre anni",  e alcune volte si possono intravedere valenze simboliche. Per "tre giorni" Paolo rimane cieco e digiuna dopo la chiamata (9,9); per tre sabati discute a Tessalonica (17,2), per tre mesi lo fa a Efeso (19,8) e in Grecia (20,3); dopo tre giorni che è a Roma convoca i giudei (28,17), ecc. Si può pensare che il periodo di tre indichi un tempo di prova. Bossuyt e Radermakers suppongono, per 28,17, un'allusione alla risurrezione "il terzo giorno".

Certamente simbolico è il "quaranta", innanzitutto per quanto riguarda i "quaranta giorni" in cui Gesù si mostra dopo la risurrezione (1,3), che richiamano i quaranta giorni in cui Mosè rimane sul monte Sinai. Mentre l'indicazione di un'età di quarant'anni ricorre spesso per suggerire un'età matura: hanno quest'età lo storpio guarito (4,22), Mosè quando ha la visione del roveto ardente (7,30), Saul quando diventa re (13,21).


2.4. Le forme letterarie

San Luca si serve principalmente di tre forme letterarie: il racconto, il discorso, il sommario. Si tratta di forme già presenti nel Vangelo, ma che vengono parzialmente modificate negli Atti. 

Il racconto è la forma più comune, ma spesso è associato a discorsi dei personaggi; i sommari sono frequenti ma meno visibili, benché svolgano una funzione importante. Nei racconti vediamo come concretamente si sviluppano le situazioni e agiscono i personaggi in singole circostanze; i discorsi mostrano i punti di vista dei personaggi, ma spesso anche forniscono gli elementi per cogliere il significato delle cose che accadono in rapporto col piano divino; coi sommari l'autore descrive in generale come il piano voluto da Dio si sta attuando nei vari periodi.

sabato 30 maggio 2026

La felicità e’ un diritto

 

E’ un termine, la felicità, non da tutti gli uomini viene intesa uniformemente. Alcuni si riferiscono ad essa riferendosi ai bisogni biologici, psicologici e culturali. Altri puntano a restituire un significato alla vita, alla creazione dei rapporti interpersonali e sociali che corrispondono meglio non solo alle esigenze perenni, ma anche ai bisogni quotidiani, della natura umana.

 La felicità è più raggiungibile quando ne esistano le condizioni sociali; perciò può affermarsi che essa è un diritto. La felicità è riconosciuta internazionalmente come un'aspirazione fondamentale dell'essere umano. Sebbene la sua definizione sia soggettiva, garantirla significa tutelare la dignità, la libertà e il benessere psico-fisico di ogni individuo.

 La Costituzione Italiana non nomina direttamente la felicità, ma l'Articolo 3 tutela il "pieno sviluppo della persona umana", impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che lo impediscono.

La prima enciclica papale (5)

 CAPITOLO QUINTO


LA 

CULTURA DELLA POTENZA
 E LA CIVILTÀ DELL’AMORE


182. Dopo aver considerato come l’IA stia trasformando alcune dimensioni della vita e della società, con gravi ricadute sulla dignità umana, è necessario volgere lo sguardo a un ambito ancora più drammatico: la guerra. Qui la questione non riguarda soltanto l’efficienza di strumenti nuovi, ma il rischio che la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile. In un mondo sempre più interdipendente, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli, specialmente di chi è chiamato a responsabilità di governo.


183. La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti. Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. L’IA entra in questi processi come fattore di accelerazione, in un quadro in cui molte tecnologie sono intrinsecamente ambivalenti: ciò che nasce per difendere può essere rapidamente convertito all’offesa, e il confine tra protezione e aggressione tende a sfumare. L’IA può potenziare la difesa e la protezione dei civili, ma può anche abbassare la soglia dell’uso della forza, rendere opache le responsabilità, alimentare una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a “danno collaterale”. Di fronte a queste trasformazioni, dobbiamo richiamare i principi della Dottrina sociale – dignità della persona, bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia – come criteri per giudicare se le tecnologie servano realmente l’umanità oppure finiscano per assoggettarla, e considerarli come orientamenti per le nostre scelte.


184. In questo capitolo intendo, dunque, confrontare due logiche opposte, che ho già evocato con immagini bibliche: da un lato, la tentazione di costruire la torre di Babele, confidando nella potenza e nell’orgoglio; dall’altro, la pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo”, custodendo l’umano e il bene comune.


185. Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali. È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti. E tuttavia, accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace. Di essa noi tutti siamo spesso artefici inconsapevoli e architetti disuniti, capaci di slanci generosi ma privi di una visione d’insieme: è una costruzione più lenta, meno visibile e meno eclatante, che attende di essere meglio compresa e più coordinata, per diventare così l’impegno consapevole e articolato di ogni comunità, dalla famiglia al governo degli Stati e alle loro relazioni. È a questo orizzonte di impegno, a questo cantiere di speranza, che diamo il nome di “civiltà dell’amore”.

La civiltà dell’amore nell’era digitale


186. Quando San Paolo VI introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale. Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune. Come ci ha ricordato l’Enciclica Fratelli tutti, solo questo amore sociale, capace di farsi cultura e norma, può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino. 


187. Oggi, nel contesto della svolta digitale, questa intuizione si rivela ancora più decisiva. Le reti digitali, l’economia globalizzata e lo sviluppo dell’IA creano legami sempre più fitti, collegando in tempo reale decisioni prese in un luogo agli effetti che esse producono altrove. Sono quindi ancora attuali le parole del Concilio Vaticano II sull’interdipendenza crescente tra i popoli: il bene comune assume sempre più una dimensione universale, con diritti e doveri che riguardano l’intera famiglia umana. Il progetto della civiltà dell’amore assume qui il compito decisivo di trasformare questa interdipendenza subita in una solidarietà voluta e scelta. È il criterio per orientare i processi tecnologici: non basta che l’IA ci renda più efficienti o connessi, essa deve servire a edificare quella famiglia umana universale, con diritti e doveri condivisi, dove la prossimità digitale diventa occasione reale di incontro e di cura reciproca.

La cultura della potenza


188. Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici. Questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono.

La normalizzazione della guerra


189. Nel 1965 risuonava forte il grido di San Paolo VI davanti all’Assemblea dell’ONU: «Non più la guerra, non più la guerra!». Dobbiamo riconoscere che, nonostante i desideri e i proclami di pace, gli ultimi sessant’anni sono stati attraversati da conflitti di una ferocia impressionante, che hanno spesso coinvolto in modo massiccio le popolazioni civili, causando vittime innocenti, ondate di profughi, destabilizzazione sociale e ferite di lunga durata. Tuttavia, nel discorso pubblico, era comune la convinzione che la guerra dovesse restare una extrema ratio, circondata da limiti etici e giuridici rigorosi, e comunque da un orizzonte politico orientato alla pace. Facendo seguito a sviluppi verificatisi nel periodo interbellico, dopo la Seconda guerra mondiale c’era stata una svolta: la pace era stata posta al centro dell’ordine internazionale, come attesta in particolare la Carta delle Nazioni Unite, che si propone di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra»; molte Costituzioni nazionali, sulla stessa linea, avevano relegato il ricorso alle armi a casi estremi e rigorosamente delimitati. Anche durante la Guerra fredda, pur in presenza di conflitti gravi, permaneva la consapevolezza che occorresse evitare a ogni costo un nuovo conflitto mondiale.


190. Oggi, invece, assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. Conflitti regionali che si trascinano nel tempo, escalation di tensioni e minacce incrociate diventano quasi abituali, e riemergono forme di conflitto per espansione territoriale che si credevano superate. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione.


191. Assistiamo anche ad una preoccupante perdita di memoria storica. L’attenuarsi della testimonianza diretta della Shoah e delle due guerre mondiali facilita la riscrittura selettiva o distorta del passato, in un clima in cui false notizie e manipolazioni narrative offuscano le lezioni apprese. Senza una memoria viva degli orrori della guerra, le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle conseguenze a lungo termine.


192. A tutto ciò si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la dimensione mediatica e digitale. Le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano lo scontro possono amplificare polarizzazione e risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento comune. Così la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura. Quando si attenua la memoria storica e si indeboliscono i criteri etici che proteggono i civili e i più fragili, diventa più facile presentare la violenza come necessaria, inevitabile o addirittura “pulita”. È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili.


La forza senza limiti


193. Un elemento decisivo del panorama attuale è la crescita dell’industria bellica, divenuta settore chiave nell’economia di alcuni Paesi. La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche genera una “nazione armata”, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche. Non possiamo ignorare gli enormi interessi economici che stanno dietro alla guerra. Le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti. In questo senso, c’è anche una logica economica che contribuisce ad alimentare tensioni in diverse regioni del mondo.


194. Gli arsenali militari godono di nuova attenzione. In passato, il riconoscimento della minaccia di armi capaci di distruggere l’intera umanità aveva favorito percorsi di distensione e di negoziato sul disarmo. Siamo purtroppo usciti da questo orizzonte e l’evoluzione degli arsenali nucleari – compresa la prospettiva di impieghi “tattici” – fa apparire il ricorso a tali ordigni come una possibilità sempre meno remota. In tale contesto, l’entrata in vigore nel 2021 del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, sostenuto da oltre settanta Paesi, rappresenta un segno importante, ma rischia di restare in gran parte simbolico, poiché le principali potenze atomiche non vi aderiscono. Si è diffusa così la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza, con il risultato di alimentare una nuova e poco controllabile corsa agli armamenti, accompagnata dal progressivo smantellamento degli accordi di riduzione delle armi nucleari e dallo sviluppo di ordigni “miniaturizzati”, che rendono più facile considerarne l’uso come opzione praticabile.


195. La stessa logica si riscontra nei conflitti convenzionali: la forza militare, la debolezza delle iniziative diplomatiche e la complessità degli interessi in gioco favoriscono conflitti che tendono a cronicizzarsi, con un costo umano e ambientale altissimo. È molto più semplice iniziare una guerra che fermarla, e tuttavia la riflessione sulla prevenzione dei conflitti rimane drammaticamente marginale.


196. La scena è resa ancora più instabile dalla presenza di nuovi attori armati – gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali – che segnano la fine del monopolio statale della forza. Spesso questi soggetti intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici molto concreti, trasformando la guerra in un vero modo di vivere per intere generazioni di giovani e bambini: l’obiettivo non è più una vittoria definitiva, ma la perpetuazione del conflitto come fonte di potere e rendita.
Armi e IA


197. A questo scenario si collega lo sviluppo incessante dei sistemi d’arma, e in particolare delle armi legate all’IA. La Santa Sede ha recentemente osservato che la crescente facilità con cui sistemi d’arma ad autonomia operativa possono essere impiegati rende la guerra più “praticabile” e meno soggetta al controllo umano, contraddicendo il principio che il ricorso alla forza armata debba avvenire come ultima risorsa in caso di legittima difesa. Per questo lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita, evitando una corsa agli armamenti.


198. Si parla talvolta di “agenti morali artificiali”, come se una macchina potesse garantire, con maggiore coerenza di un essere umano, la distinzione tra bene e male. Ma il giudizio morale non è riducibile a un calcolo: esso implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona. Perciò non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati. Così, ci abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. È pertanto della massima importanza infondere valori e giudizio prudente nella programmazione dei sistemi artificiali che costruiamo, i quali possono contribuire a un ecosistema morale in cui gli esseri umani siano meglio posti in grado di ascoltare la propria coscienza e in cui i modelli di IA fissino confini appropriati.


199. Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione. Per questo la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese.


200. Da questi criteri derivano alcune esigenze irrinunciabili. Anzitutto, per ogni sistema impiegato in ambito bellico devono essere garantite tracciabilità e possibilità di ricostruire le decisioni, così che responsabilità ed eventuali colpe non si dissolvano “nella macchina”. In secondo luogo, la scelta di impiegare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile. Infine, è necessario stabilire regole condivise, anche a livello internazionale, che frenino la corsa agli armamenti tecnologici e assicurino una tutela particolare ai civili e alle infrastrutture essenziali alla loro sopravvivenza.

La crisi del multilateralismo


201. La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale. Le istituzioni nate per custodire l’idea di un destino comune dei popoli e di un bene comune mondiale appaiono indebolite, non soltanto per limiti strutturali, ma perché manca spesso una volontà condivisa di sostenerle, riformarle e riconoscerne l’autorità morale. Invece di progredire, stiamo retrocedendo rispetto alla svolta storica del Novecento. Dopo il 1989, al crollo in Europa dei regimi comunisti si è accompagnata una globalizzazione prevalentemente economica, priva di un’adeguata architettura politica capace di sostenere il dialogo e la pace. Si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, mentre in realtà la globalizzazione non ha generato automaticamente unità e pace, ma ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche. Il risultato è lontano da un autentico multilateralismo: appare piuttosto come un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza verso l’altro.


202. Riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa. La semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi” – facilita decisioni spesso irresponsabili, che minano la fiducia reciproca tra le nazioni. La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza. 


203. In questo contesto, la costruzione della pace è passata in secondo piano: la cooperazione allo sviluppo, il disarmo, la prevenzione dei conflitti e la costruzione di fiducia reciproca vengono lasciati da parte, in nome di logiche di potenza. Così si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario: il principio di proporzionalità nella risposta alle aggressioni, la tutela dell’accesso ad acqua, cibo e beni essenziali, il rispetto per la vita dei civili e dei bambini vengono trattati come ingenue reminiscenze del passato.


Un presunto realismo politico


204. Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale. Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di “nuova creazione” sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi. In realtà, le medesime dinamiche riemergono sotto forme nuove. Sembra tornare a imporsi la logica dell’equilibrio armato e della deterrenza. Ma, contrariamente allo scenario bipolare della Guerra fredda, oggi il moltiplicarsi degli attori e dei fronti di conflitto rende questa logica sempre più fragile. La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e “ibride”, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica. In molti Paesi, anche nel Sud globale, l’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri, che vedono ridursi risorse destinate a sanità, istruzione e servizi sociali.


205. A monte di tutto ciò sta un falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi, e così sempre sarà! Dunque, il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di “realismo” politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità.


206. In questo clima, nichilismo e pragmatismo finiscono per intrecciarsi e normalizzare errori gravissimi: estremismi religiosi e fanatismi identitari si alleano con un economicismo irrazionale, mentre la politica ricorre con facilità alla disinformazione, alla ridicolizzazione dell’avversario e alla costruzione sistematica di paure e risentimenti. Così la diversità dell’altro è sempre più vissuta come minaccia, alimentando desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche, abusi di potere e paura della differenza, e preparando un terreno nel quale nuovi conflitti possono maturare quasi senza che ce ne accorgiamo. 


207. Questo è terreno fertile per nuove guerre, forse ancor più pericolose di quelle passate perché tendono a smarrire ogni limite etico. Ciò che un tempo era considerato inaccettabile oggi può essere messo in atto quasi senza esitazioni, mentre la reazione internazionale si adegua alla convenienza dei singoli governi più che alla gravità oggettiva dei fatti. Le decisioni sembrano ora essere guidate quasi esclusivamente da calcoli economici, difesi attraverso illusioni mediatiche, euforie artificiali e “sogni” che inevitabilmente si infrangono, generando frustrazione e nuova violenza. Quando ci si persuade che nulla è veramente vero e che i “principi” non sono che un involucro vuoto, la miccia di nuove esplosioni di intolleranza e aggressività si accende nel cuore stesso delle persone.


208. In questo scenario, la domanda sulle garanzie reali contro nuove violenze rimane aperta. Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa: ciò che oggi appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza. In Paesi segnati da gravi tensioni sociali, non possiamo escludere che qualcuno finisca per considerare il conflitto armato come un modo efficace di distogliere l’attenzione dai problemi interni e come strumento di gestione cinica delle difficoltà.


209. Una responsabilità particolare grava su chi opera nel mondo della ricerca. Tutti i protagonisti di questo ambito – scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri – sono chiamati a lavorare in una logica di trasparenza e di responsabilità, mantenendo viva la consapevolezza del quadro ampio nel quale si collocano i progressi tecnologici a cui contribuiscono, compresi quelli legati all’IA. Quando ci si limita a guardare solo al proprio settore, ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro e si evitano le domande sugli scopi ultimi che orientano determinate sperimentazioni: così si rischia di cooperare, magari senza volerlo, a progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza, manipolazione e dominio.