Riflettendo sugli “Atti degli Apostoli”
| L'arresto di San Paolo nel Tempio di Gerusalemme (Atti 21) segna una svolta drammatica, trasformando la sua missione da predicatore itinerante a testimone in catene. Accusato falsamente di aver introdotto pagani nel luogo santo, fu salvato dai romani da una folla inferocita, trasformando il Tempio nel luogo della sua passione e testimonianza. |
Il tempio. Forse è possibile ed interessante cogliere un significato non puramente da cronaca nelle indicazioni dei luoghi particolari in cui si svolgono le azioni dei personaggi che si incontrano leggendo gli “Atti degli Apostoli”: tempio, sinagoga, casa, strada, ecc.
Va colta innanzitutto l'importanza attribuita al tempio in tutta la prima parte degli Atti, quella ambientata a Gerusalemme (cc. 2-5), così come nell'ultima parte (cc. 21-26). Il termine Jerovn, "tempio", compare 23 volte negli Atti, e quasi esclusivamente in queste due sezioni.
Gesù, quando era giunto a Gerusalemme per subirvi le vicende culminanti della sua missione (passione, morte, risurrezione), come prima cosa entra nel tempio e ne scaccia i mercanti, denunciando le condizioni in cui il tempio era stato trasformato ('spelonca di ladri"), in contrasto con quello che avrebbe dovuto essere: "casa di preghiera" (Lc 19,45). In seguito aveva fatto del tempio il luogo quotidiano del suo insegnamento pubblico e dei suoi dibattiti con le autorità religose giudaiche, finché ne aveva predetto la completa distruzione (Lc 21,6). Al momento della morte, il velo del tempio si era squarciato (23,45), a significare (così spiegano gli interpreti) la fine di una concezione esclusivista del culto nel tempio.
Alla fine del Vangelo gli apostoli "stavano sempre nel tempio lodando Dio" (Lc 24,53): il tempio non aveva esaurito la sua funzione, ma era ritornato ad essere quello che Dio voleva: casa di preghiera. A questa conclusione si riaggancia anche la prima sezione degli Atti, dove la comunità si raduna nel tempio ogni giorno per la preghiera (2,46; 3,1), e in particolare si ritrova nel portico di Salomone (5,12).
Dopo la miracolosa liberazione dal carcere, gli apostoli vengono espressamente mandati dall'angelo a predicare nel tempio (5,20.21.25). Il carattere abituale di questo comportamento è indicato dai due sommari di 2,46: "Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio", e 5,42: "E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annuncio che Gesù è il Cristo".
L'episodio dello storpio (c. 3) acquista un valore emblematico: escluso dal tempio perché menomato, viene riammesso dopo la guarigione. L'ingresso nel tempio rappresenta la reintegrazione completa nel popolo eletto e nel rapporto pieno con la divinità. Parlando in questa occasione nel tempio, Pietro lancia il suo appello al popolo giudaico perché, senza rinnegare le proprie tradizioni, ma portandole a compimento, accolga la salvezza che viene da Gesù.
Anche san Paolo, alla fine della sua missione, si reca a Gerusalemme, e qui esprime ossequio verso il tempio: accetta senza discutere la proposta di San Giacomo di compiere un rito di purificazione nel tempio per dimostrare che non intende rompere con la legge di Mosè (21,26). Rievocando gli eventi della propria conversione, ricorda che, proprio mentre pregava nel tempio, aveva avuto una visione di Gesù e il mandato di andare a predicare ai pagani (22,17-21). Questo particolare, nuovo rispetto alla versione precedente dell'episodio (c. 9), è significativo della volontà di san Paolo di manifestare il suo rispetto per il tempio.
E però la sua presenza nel tempio suscita scandalo nei giudei osservanti, viene sentita come una profanazione, anche se in base a un equivoco, la gente afferma che Paolo predica contro il tempio e che vi ha introdotto dei pagani (21,27-30). Paolo si difenderà dall'accusa di aver profanato il tempio (24,12.17-18). Sta di fatto che lo trascinano fuori dal tempio e chiudono le porte. Si avverte un contrasto rispetto all'episodio dello storpio, che, prima escluso, viene fatto entrare nel tempio (3,8), mentre Paolo viene chiuso fuori (21,30).
(Segue)
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La sociologia. La religione permea sin dall’inizio la vicenda storica umana. Sin dalle prime lezioni di Storia dell’umanità, dall’alba delle prime civiltà, dagli antichi greci (Iliade, Odissea) egizi, babilonesi apprendiamo che mai sono esistiti gruppi, comunità che non avvertivano l’esigenza di coltivare una qualche forma di percorso del tempo secondo una tradizione religiosa. All’origine di questi percorsi e di queste motivazioni -ovunque- e’ sempre stato il voler cogliere, capire perché ci siamo qui? Chi siamo? Quale è il fine per cui siamo e poi cessiamo?
Non v’è dubbio che di risposte, ciascuna religione, ne possiede una; è però (forse) alla base c’è una esigenza universale dell’essere umano di individuare, di darsi, in quanto comunita’, un riferimento proprio-collettivo frutto del contesto socio-storico-culturale entro cui insiste.
Su questa pagina domenicale, dedicata da sempre al riferimento “cristiano”, (in appendice), riporteremo brevi riflessioni, fra lo storico ed il sociologico della realtà religiosa in quanto tale, che -ovunque- caratterizza gran parte della umanità, dall’inizio storico ad oggi.
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