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venerdì 3 aprile 2026

Venerdì Santo . . . In attesa del Christos Anesti

Il Christos Anesti è il tropario
pasquale cristiano-bizantino,
 che proclama la risurrezione
di Cristo. Il testo in greco
traslitterato è: 
"Christós anésti
 ek nekrón, thanáto thánaton
patísas, kié tis en tis mnímasi
zoín harisámenos"
, che significa:
 "Cristo è risorto dai morti, con
la morte ha calpestato la morte
 e ai morti nei sepolcri ha
donato la vita"











 I Cristiani credono

La morte e risurrezione di Gesù Cristo è il pilastro fondamentale della fede cristiana, celebrato nella Pasqua come la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte.

Secondo i Vangeli, Cristo morì in croce e, dopo tre giorni, risorse con un corpo glorificato, offrendo salvezza e vita nuova all'umanità. Si tratta di punti chiave del Cristianesimo: 

1) significato teologico: La morte di Gesù è un sacrificio per la salvezza, mentre la sua risurrezione è il segno della vita eterna e la promessa che anche gli uomini risorgeranno.

2) la risurrezione non è un semplice ritorno alla vita mortale (come Lazzaro), ma l'ingresso in una vita nuova, fisica e glorificata, che trascende però il tempo e lo spazio.

3) Il Nuovo Testamento, in particolare 1 Corinzi 15,3-6, sottolinea che Cristo "è morto", "è stato sepolto" ed "è risorto" ed è apparso ai discepoli.

4) La risurrezione è celebrata ogni domenica e, in modo speciale, durante la Pasqua.

5) Nel contesto liturgico, specialmente nella Chiesa di tradizione bizantina, all'annuncio "Christos  Anesti - Cristo è risorto" viene risposto con "Sì, è veramente risorto", confermando la fede nella sua vittoria.

lunedì 15 luglio 2024

Eparchia di Piana degli Albanesi

 Ci giunge notizia che il concittadino di Contessa Entellina, Papas Giuseppe Di Miceli, parroco delle parrocchie di Sant’Antonino Abate e San Giorgio megalomartire in Piana degli Albanesi, con provvedimento fatto diramare in data odierna dall’Amministratore Apostolico dell’Eparchia, Cardinale Francesco Montenegro, e’ stato nominato Delegato ad omnia, ossia con facoltà di firmare tutti gli atti che le disposizioni sinora assegnano alla figura del Vicario.

 A Papas Giuseppe giungano gli auguri di buon lavoro del blog e dei suoi lettori.

 

 

domenica 11 febbraio 2024

È venuto meno il cultore arbereshe Zef Chiaramonte

 Ci giunge notizia che è  venuto meno l'amico e già in passato collaboratore di questo blog su tutto ciò che attiene lingua, letteratura e storia degli arbereshe d'Italia, Zef Chiaramonte. 

Persona impegnata sul fronte della conservazione del bagaglio storico, culturale e religioso dei territori ricadenti nell'ambito dell'Eparchia di Piana degli Albanesi, e non solamente di questa, nonché scrittore e autore di tanti libri. Zef e' stato una delle figure di primo piano su tutto ciò che ha rappresentato l'impegno per la salvaguardia del patrimonio sia civile che religioso degli arbereshe di Sicilia, e nel contempo impegnato nella conoscenza della realtà storico-culturale del Kossovo e dell'Albania. 

 Riportiamo di seguito una scheda ripresa da un sito da lui curato.

Chiaramonte

Zef Giuseppe Chiaramonte <1946> è un arbëresh di Sicilia. Già docente nei licei, poi direttore bibliotecario, vive e opera a Palermo.

Studioso dell’Europa Orientale, ha perfezionato le sue conoscenze sui Balcani con stages presso le Università di Salonicco e di Prishtina.
Per vari anni ha tenuto corsi liberi di alfabetizzazione e cultura arbëro-albanese nelle scuole pubbliche e nella biblioteca da lui diretta.

Come interprete ufficiale, da marzo a giugno 1991 ha collaborato con la Prefettura e la Questura di Palermo alla migliore riuscita del Centro di Ospitalità Albanesi di Buon-fornello (COAB), ricevendone nota di merito da parte del Prefetto Jovine.

Nel 1999 ha accolto i pro-fughi kosovari presso l’ex base americana di Comiso, facendo da interprete al Ministro degli Interni, Rosa Russo Jervolino e, in seguito, al Presidente Ibrahim Rugova.

Nel Kosovo libero ha collaborato con l’UNMIK (United Nations Mission in Kosovo) per conto di alcune ONG e come osservatore durante le prime elezioni democratiche.

Già componente del Comitato Esecutivo Regionale A.I.B. (Associazione Italiana Biblioteche), è corrispondente della Radio Vaticana-Sezione in lingua albanese, segretario del Comitato Italiano Pro Kosovo, responsabile per la cultura arbëreshe e albanese del Centro Internazionale di Studi sul Mito.

È autore, tra l’altro, di Noi veniamo dall’Albania, ed. Sinnos, Roma, 1992 e de La Terra di Costantino: Bizantini Arabi Normanni e Albanesi a S. Cristina Gela: fonti documentarie, Palermo, 2002.

Per i suoi interessi in campo albanologico la Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo gli ha conferito il titolo di cultore della materia.

Zef Giuseppe Chiaramonte ha origini arbëreshe (proveniente dalle comunità albanesi antiche che vivono in Italia) e qui sono elencati i suoi libri censiti da Albania Letteraria che trattano di Albania o dell'Arbëria. Clicca sul  link per consultare l'elenco degli scrittori arbëreshë.

mercoledì 17 gennaio 2024

17 gennaio. In passato si portavano gli animali domestici a farli benedire dai religiosi

 Ci piace riportare il testo pubblicato, per 

la ricorrenza del 17 gennaio, nel 2013.


Coloro che nel gennaio 1968 erano in età scolastica o lavorativa ricorderanno come annualmente il 17 gennaio, ricorrenza di Sant'Antonio Abate, nella piazza Matrice Papas Janni di Maggio e Papas Gaspare Schirò procedevano alla benedizione degli animali.
Era quella ancora una società contadina dove gli animali domestici erano e vivevano fraternamente con l'uomo. Spesso negli stessi ambienti, negli stessi locali.
Era una tradizione secolare quella di portare muli, vacche, capre e pecore nel pomeriggio del 17 gennaio davanti la Chiesa Madre per farli benedire dai sacerdoti. Era un modo per dire che l'uomo non può e non deve essere egoista, la natura ed il mondo animale sono pure essi "bene-detti" da Dio.
 
Col dopo terremoto il mondo contadino è andato scemando e con esso anche la tradizione di bene-dire gli animali. Una tradizione talora ripristinata senza tuttavia riuscire a riprodurre gli antichi significati.  


FESTA DI SANT'ANTONIO
Vitelli, caprette e agnelli, mucche, galline e muli affollavano gli spazi antistanti la Chiesa Madre di Contessa Entellina fino a quando vigeva la società contadina.
Nella foto del 1930, il parroco Papàs Gassisi, con Papàs Kola LoIacono (a sx di chi guarda la foto) e Papàs Pietro LoIacono (a dx) procede nel rito di benedizione degli animali.

sabato 11 marzo 2023

Appunti di Storia

Per una Storia (preferiamo  scrivere narrazione) della Sicilia baronale, dal Cinquecento in poi,  riporteremo sul blog di tanto in tanto degli appunti utili per incorniciare, ovviamente per chi ama le narrazioni, la vicenda degli arbëreshe di Sicilia. Di quella Sicilia, terra periferica dell'Impero Spagnolo eppure impegnata nella persecuzione degli ebrei.

===La Sicilia nel corso del Cinquecento, in particolare durante gli anni del viceregno di Ferrante Gonzaga (1535-1546), si avviava verso una fase della sua storia che passava «da una collocazione mediterranea, che la vedeva al centro di un mondo plurilingue e pluriculturale» ad un rapporto più stretto con gli altri stati regionali italiani nell’ambito del progetto imperiale di Carlo V, e che Gonzaga riteneva dovesse puntare particolarmente sull’asse territoriale tra Spagna e penisola italiana. 

Il viceregno gonzaghesco fu d'altronde caratterizzato dalla precedente attività svolta del viceré Ettore Pignatelli (1517-1535), che si era fatto carico della pacificazione dell’Isola dopo sette anni di rivolte e sofferenze in più parti del territorio (1516-1523). 

^ ^ ^ 

L’analisi della vita culturale del Regno, nel periodo di consolidamento degli insediamento degli arbëreshe nella Val di Mazara, è bene trattegiata da Antonio Minturno, giunto in Sicilia al seguito del Pignatelli, che nel 1530 scrisse al napoletano Narciso Vertunno circa la sua esperienza vissuta nell'Isola. Scrive Minturno che nonostante il «retaggio … tramandato dai secoli medievali, con una nobile tradizione trilingue, particolarmente radicata nel messinese» egli non aveva registrato, già a partire dal Quattrocento, nessuna presenza di figure e circoli che fungessero da punti di riferimento e che fossero capaci di imporsi all’attenzione anche di coloro che operavano all’estero. Nell'Isola la vita culturale si era illanguidita a causa della grande «emigrazione intellettuale» e che la Sicilia «non [era] troppo amica de le Muse». 

Minturno ricostruisce poi il quadro della vita religiosa a cavallo dei due secoli, caratterizzata dal confronto, a tratti aspro, tra “regalisti” e “curialisti” e circa il dibattito sulla “Legazia Apostolica”, ed ancora circa l'introduzione del sistema inquisitoriale spagnolo (1487) e circa l’assenteismo dei titolari delle diocesi più importanti ed ancora circa il diritto di “iuspatronato ecclesiastico” che competeva alla Monarchia. 

(Interessante appare il caso dell’arcivescovo di Palermo Jean Carondelet, stretto collaboratore di Carlo V, che rimase in carica dal 1519 al 1544 senza mai visitare l’Isola eppure su mandato regio insediava Vescovi ed Abati a presidiare quanti più feudi ecclesiali esistessero).  «Episodio significativo di un graduale processo di avvicinamento, ben riconoscibile in quegli anni, tra la vita anche religiosa della Sicilia e quella delle altre regioni della penisola italiana» viene considerata l’adesione, nel 1505, della «Congregatio Novella Siculorum», che tra il 1483 e il 1490 aveva riunito progressivamente sei abbazie benedettine siciliane, alla congregazione «Cassinese». Significativo, in questo processo di generale inquadramento dell’Isola nella realtà della penisola italiana, è stato il «viaggio trionfale» di Carlo V attraverso la Sicilia (22 agosto-2 novembre 1535), al ritorno dalla conquista di Tunisi e de La Goletta. Quel passaggio dell’Imperatore ispirò tantissime opere encomiastiche, celebrative e storiografiche e un’abbondante produzione di canti e racconti popolari: con queste celebrazioni, la marcia trionfale dell’imperatore alimentò potentemente nell’Isola un’ideologia non più particolaristica, o vagamente mediterranea, bensì tendenzialmente europea e imperiale: in ogni caso, su base fondamentalmente militare, in funzione anti-turca e anti-africana. 

 Carlo V venne presentato come portatore provvidenziale di giustizia e di una pace cristiana estesa a tutto il mondo, utile a far crescere la fiducia in un’idea di giustizia instrumentum regni, esercitata dall’imperatore e dai suoi supremi rappresentanti super partes, cioè al di sopra degli interessi particolari di ceti, gruppi, famiglie e persone. Fu con questa immagine tanto idealizzata che Carlo V lasciò al nuovo viceré Ferrante Gonzaga, sopra ricordato, il processo inteso a latinizzare la fede, continuando peraltro la già ultradecennale persecuzione degli ebrei.

mercoledì 20 gennaio 2021

Stati Uniti. Si insedia il nuovo Presidente

Con il controllo del Senato a cominciare da oggi 20 gennaio, i democratici avranno ampi spazi per guidare la grande potenza. 

Gli osservatori ritengono che dopo gli anni disastrosi di Trump adesso dovrebbe tornare la stabilità e la normalità. Biden ha dichiarato che la sua amministrazione rifletterà la diversità dell’America. E può sembrare un buon punto rispetto allo stretto conservatorismo di Trump.

Ha nominato fra i suoi collaboratori una varietà di razza, etnia, genere e anche di culture. Quasi la metà degli incarichi più importanti saranno occupati da donne fra le quali spiccano la vicepresidente Kamala Harris, Janet Yellen (Tesoro), e Deb Haaland (Interni),  La Yellen è anche la prima donna ad occupare il ruolo di segretario del Tesoro.

A differenza di Obama nel 2008 Biden ha fatto poco uso nell’incorporare i suoi avversari alle primarie democratiche. Obama, va ricordato, incluse Hillary Clinton, la sua grande rivale per la nomination nel 2008, come segretario di Stato. 
Biden, come si sapeva, è un centrista e la squadra scelta lo riflette, anche se la sua politica non consisterà di un ritorno ai tempi di Obama. I quattro anni di Trump hanno cambiato il Paese e il partito del presidente entrante è anche cambiato. 

La squadra è formata da professionisti con notevole esperienza. A differenza di Trump che ricevette da Obama una situazione facile da gestire, Biden dovrà fare fronte alla pandemia nella quale il presidente uscente ha completamente fallito. Dovrà anche cercare di unificare il Paese. Questo spiega perché non si è dimostrato entusiasta né all’invocazione del 25esimo per rimuovere Trump né al secondo impeachment del presidente uscente. 

lunedì 14 dicembre 2020

Riflessioni sulla Storia (9)

Trattegiamo il sistema feudale: 

il sistema che gli arbëreshë 

sconoscevano prima di arrivare in Sicilia

 Ovunque e sempre nel bacino mediterraneo sono stati considerati eventi solenni le "nascite", i "matrimoni" ed i "funerali". Sia i Greci che i Romani organizzavano cortei funebri ove tutti i partecipanti (parenti, chienti e liberti) vestivano in nero.

Nella Sicilia normanna, alla morte di Guglielmo I, (maggio 1166), leggiamo su più libri di Storia, in particolare su quello relativo al Feudalesimo di Alessandro Italia leggiamo: 
1) "Secondo il costume, dato prima nel palazzo l'annunzio della morte del re, subito seguì il lutto di tutta la città. Quindi i baroni, coi vescovi e i grandi della corte, portarono il cadavere del re dal luogo dove era stato sepolto, nella cappella. Per tre giorni tutti i cittadini indossarono abiti neri, e per tutti questi giorni le donne e le nobili matrone, specialmente le saracene, che rimpiangevanao con dolore sincero la morte del re, coperte di sacchi, con i capelli scapigliati, di giorno e di notte andando in giro, precedute da moltitudine di serve, rimpiangevano di ululati tutta la città, accompagnando, col suono dei timpani, il flebile canto". (Falcanando).

2) In Sicilia le manifestazioni di lutto divenivano sempre occasione di esagerazione. Più o meno le stesse manifestazioni occorse per la morte di Guglielmo I che si svolsero il 13 dicembre 1250, sempre a Palermo,  in occasione dell'arrivo in città, dalla Puglia, dei resti di Federico II per essere sepolti nella Cattedrale cittadina.

3) Sempre in Sicilia le manifestazioni per il lutto sono state fino ad una decina di anni fa esagerate, al punto che si susseguivano disposizioni regie e statuti comunali che provavano a disciplinarne tempi e modi. Nel 1309 Federico III proibì per tutta la Sicilia che le donne seguissero i feretri, e che si suonassero nei funerali guideme o citarre, tamburi o altri strumenti e si cantassero le reputazioni, cioè quelle canzoni lugubri, che i romani chiamavano nenie

4) Nello Statuto di Palermo (1423) si legge "supra li purtamenti di li donni, si ordina, che li vestimenta sieno senza cuda e che finu di lu secundu gradu non est negatu a li preditti collaterali persune impune puturi reputari".

5) Il Sinodo di Siracusa (8 Settembre 1553) così descrive le reputatrici: " ... quando muoiono uomini e donne, alcune femminucce, più spesso vedove, cantano alcune cantilene all'uso dei pagani, riportandovi  quanto i morti facevano in vita e in subito si percuotevano la faccia, si strappavano i capelli per muovere al pianto le donne astanti, ululando come i bruti, e queste femminucce il volgo chiama reputatrici; ordiniamo che nessuna donna osi cantare tali cantilene ...".

venerdì 27 novembre 2020

Contessa Entellina e Territorio. Cosa c'è da valorizzare (9)

Antiche e recenti fonti su Santa Maria del Bosco.

  Presso l'Archivio di Stato di Palermo è possibile consultare il "tabulario" del monastero di Santa Maria del Bosco costituito da 719 pergamene e 18 documenti cartacei che abbracciano un arco cronologico compreso tra il XIII e il XVIII secolo.

Interessanti sono anche le cronache di Padre Olimpio da Giuliana, abate del monastero (Memorie antiche del monastero di Santa Maria del Bosco. Manoscritto del 1582 postillato da Torquato Tasso, a cura di A.G. Marchese, llaPalma, Palermo-Sao Paulo, 1995).

  Rilevante è il volume curato da Antonino G. Marchese, L'Abbazia di Santa Maria del Bosco di Calatamauro, diffuso dalla Provincia Regionale di Palermo nel 2006.

   Ai nostri giorni esiste su quel monumento una vastità di opere che danno di esso la quasi nitida fotografia del ruolo che in quanto abbazia ha avuto nell'ambito del potere religioso in Sicilia, rispetto al Papato, rispetto ai Vescovi di Palermo e di Agrigento. Rispetto pure alla monarchia dall'inizio della modernità (1500).

  Studiando la storia di quel monumento, l'opera storicamente svolta su vasti territori della Sicilia Occidentale dall'Abbazia benedettina, è difficile -anzi impossibile- capire oggi la ragione per cui gran parte dei beni artistici provenienti da Santa Maria del Bosco si trovino, siano finiti, a Monreale.

giovedì 5 novembre 2020

Situazione Sicilia. Nelle aree spopolate della Sicilia il lockdown vige da decenni


Arriva il lockdown pure nelle aree dei pensionati. 

Sicilia

Sono 25 i nuovi decessi da coronavirus in Sicilia. I contagi delle ultime ventiquattro ore sono 1.322, per un totale di 18.526 attuali positivi. I guariti/dimessi sono 389. Lo riferisce la Protezione civile.

Contessa Entellina

Non risultano dati di rilievo nella comunità rispetto al quadro umano che da tempo sul blog trattegiamo; qui da noi si coglie perfettamente il senso del "tutto fermo" che le autorita' statali e regionali impongono qua' e là nel Paese, lungo lo stivale a causa del covid. La differenza è  che qui siamo "tutti fermi" da alcuni decenni, da molto tempo prima che arrivasse il covid.

Da noi non serve alcuna imposizione governativa, siamo "tutti fermi" o comunque abbiamo cominciato a "fermarci" dopo l'ultima sindacatura di Francesco Di Martino, col progressivo esaurirsi della progettualità politica post-terremoto da lui messa in campo.

 D'altronde -ancora- "siamo tutti fermi" dal momento che il grosso dell'elettorato è ormai composto da pensionati. I pensionati stanno a casa indipendentemente dai Dpcm del presidente Conte. I giovani li abbiamo fatti emigrare.

giovedì 10 settembre 2020

10 Settembre

 10 Settembre 1846

Elias Howe consegue il brevetto per la macchina da cucito, anche se l’inventore è stato  Walter Hunt.

Elias Howe Jr. (1819-1867) è stato un inventore di uno dei primi che lavorano macchine da cucire . Quest’uomo del Massachusetts ha iniziato come apprendista in un negozio di macchinari e riuscì a combinare vari elementi per la prima macchina per cucire con punto annodato. Ma piuttosto che con la produzione e la vendita di macchine, Howe ha fatto la sua fortuna avviando abiti di corte contro i suoi concorrenti, che accusava di avere violato i suoi brevetti.


lunedì 1 giugno 2020

Ricordi di guerra. L'esperienza di un prigioniero italiano in India

Dal nostro amico arbëresh di Calabria, ing. Ernesto Scura, riceviamo e pubblichiamo i ricordi di guerra di un cugino.


















































































domenica 24 maggio 2020

Memorie storiche. Un arbëresh nell'Albania di Henver Hoxha.

Ernesto Scura è un 87enne arbëresh di Calabria, che è venuto a conoscenza del nostro Blog per via molto occasionale. 
Dopo più scambi e confronti mediante e-mail abbiamo concordato che periodicamente ci farà avere suoi ricordi di vita e riflessioni varie.

In questa pagina riportiamo l'esperienza da lui vissuta nel corso di un viaggio  in Albania, quando il paese era governato dalla dittatura, la più autarchica ed isolata d'Europa, quella di Henver Hoxha.
Il testo è già stato pubblicato su altri mezzi di comunicazione.













venerdì 22 maggio 2020

LETTERA AD UN ARBËRESH CHE NON SA......DA DOVE VIENE ... ... di Ernesto Scura

Christian Matthias Theodor Mommsen
è stato uno storico, numismatico,
giurista, epigrafista e filologo
tedesco. È generalmente considerato
il più grande classicista del
XIX secolo
Tempo fa abbiamo pubblicato il testo che segue attribuendone la paternità a Zef Chiaramonte. Abbiamo errato e adesso fatte le opportune verifiche lo ripubblichiamo attribuendolo doverosamente all'autore vero: Ernesto Scura, a cui poniamo le nostre doverose scuse.
***

Sarà certamente vero che in nessun libro di storia hai trovato che gli illiri spaziavano dalla foce del Po, lungo tutto l'Adriatico, compreso buona parte del Peloponneso fino alla riva destra del Danubio.
(Perchè ti sei limitato alla storia "scolastica" senza consultare la Storia di Roma antica del Nobel Theodor Mommsen).
Come, sicuramente, in nessun libro di storia hai mai trovato che  Diocleziano era un illiro (nella migliore delle ipotesi, dalmata), e men che meno, hai trovato che parlava il nostro albanese.
Come sicuramente in nessun libro di storia hai mai trovato che Alessandro parlava l'albanese,almeno con mamma Olimpiade (e ti pare niente?), e con la nutrice, e col fratello della nutrice, amico d'infanzia, e tragico testimone e vittima di quell'amicizia, nonchè compagno d'armi, e con il folto stuolo di albanesi epiroti che avevano seguito Olimpiade nella nuova reggia macedone.
Ma cerca di farti una domanda: che lingua si parlava nell'attuale Nord Est, prima dell'arrivo dei Celti che tanta impronta hanno lasciato in Lombardia.
O, quanto meno, che lingua vi si parlava, quando sopraggiunsero i romani? Va da sė che la storia degli illiri é troppo miscelata e spalmata con quella di altri popoli.
È la fatalitá di quelle popolazioni che costiturono sempre una testa di ponte tra civiltà e culture diverse (Oriente-Occidente), sacrificando sempre la propria identitá per la mancanza di un alfabeto.
Il più grande errore?
Aver dato eccessiva importanza alla spada più che allo stilo. E non c'è da meravigliarsi se trovi troppo spesso un albanese, tra le  glorie del mondo, che hanno dato gloria al mondo, nelle lingue e negli idiomi più impensati.
Certo non sai che l'eroe nazionale greco, MARCO BOTZARIS, colui che con altri arvaniti, guidò la rivoluzione che diede alla Grecia l'indipendenza dai turchi, era albanese di Suli, una città dell'Epiro, tuttora albanofona.
Ma non dolertene,specie alla luce del fatto che nessun greco, oggi, sa che deve la sua indipendenza ad un folto gruppo di  albanesi che di quell'epopea furono maggioranza.
Ricordati,e lo sai con certezza, a scuola, noi arbëresh eravamo  i più bravi in italiano, in confronto degli autoctoni.
Io non so con quanta attenzione hai letto i miei articoli di Lidhja. Ma ti dice niente la mia,se pur tardiva, scoperta della matrice illirica del nome di Trieste. La mia Trieste, che tanto mi ha dato In termini di cultura mitteleuropea. E Trieste non é poi tanto lontana da Venezia e Padova. Allora non ti meravigliare se in tutto Il territorio compreso tra il Po ed il Danubio aleggiasse una certa Identitá linguistica. E mi ripeto: Trieste>dal latino TERGESTE>foneticamente derivato dall'illirico (albanese) TREG-gemello del rumeno TÎRG.
Di queste varianti, non una, richiama altre lingue, col significato di Mercato, Emporio.
E Trieste questa caratteristica la mantiene ancora oggi.
Se non ne sei convinto,pazienza,vuol dire che ti dovrò catalogare tra quegli sfrontati slavi che si sforzano, figurati, di affibiare una matrice slava ad una così nobile cittá adriatica che loro,ultimi arrivati,chiamano TRST. Una sequela di consonanti, senza una vocale che ne addolcisca il suono. Loro si che hanno mille motivi per negarne la molto evidente matrice illirica.
Ernesto Scura*

Questo testo è stato tempo fa -antecedentemente alla nostra pubblicazione-  pubblicato su un blog di Corigliano.
=====

(*) Ernesto Scura, 
ottantasettenne ingegnere calabrese di etnia arbëresh è nato a Corigliano Calabro, da genitori entrambi di Vaccarizzo Albanese. 
Vive e lavora ancora, come direttore del Laboratorio Resistest in Corigliano Rossano, che opera nel settore "Prove dei Materiali da Costruzione", che ha appena festeggiato i quarant'anni di attività. 
Prima lingua "domestica" di Ernesto Scura fu l'arberesh. Attualmente  scrive sul Quotidiano Il Giornale e su alcuni Blog locali.

Ha promesso di collaborare con ulteriori testi col nostro Blog.

lunedì 6 gennaio 2020

Contessa della grande trasformazione. Dal sopraffollamento dei primi anni sessanta del Novecento alla desertificazione

Pure le ricorrenze religiose evidenziano lo spopolamento crescente  del nostro
centro abitato. Negli anni sessanta, pur sotto la pressione già allora consistente
della migrazione soprattutto verso la Germania
e la Svizzera, Contessa Entellina era un paese, una realtà umana, di poco meno di 3mila anime.

Le ricorrenze religiose attestavano allora la massiccia partecipazione popolare, segno di attaccamento religoso e pure di attestazione etnico-identitario rispetto ai paesi vicini.
Essere arbëreshe (indipendentemente se di rito greco o latino) era motivo di fierezza.

Qui accanto una immagine dei primi anni sessanta del Novecento. Lo spiazzo di "Canale" con attorno gli sbalzi viari possedeva la sembianza di un anfiteatro. 

Allora era numerosissima la  partecpazione popolare al rito dell'Epifania secondo la versione cattolico-bizantina.

I celebranti di cui all'immagine erano Papàs Janni Di Maggio e Papàs Gaspare Schirò. 

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Meno sono i partecipanti al rito dell'epifania 2020. Sono tuttavia tanti in proporzione alla popolazione presente in paese. Il nostro è diventato infatti un tipico paese disabitato della Sicilia interna. Come tanti altri, forse più di tanti altri.
La celebrazione in Chiesa della viigilia
dell'Epifania (5 gennaio) è stata effettuata dal Parroco,
Papàs Nicola Cucca.
Spiace, certamente, cogliere il dato dell'avvenuto spopolamento (soprattutto nell'ultimo ventennio) proprio da un raffronto fotografico fra celebrazioni religiose di tempi lontani fra loro.
Ma facciamo il raffronto se esso può servire a far prendere coscienza ai politici/amministratori a cui compete elaborare progetti, iniziative e fnalità appropriate di crescita e sviluppo..



La celebrazione liturgica oderna, iniziata nella Chiesa Madre e successivamente spostatasi per la benedizione delle acque nella tradizionale fontana di Canale, è stata officiata da Papàs Joseph Borzì (parroco della Chiesa di Piano Cavalere) e dal diacono Luciano Aricò.

























I bastiioni attuali che circondano la villa di "Canale" danno ancora la vaga sensazione dell'anfiteatro.

Ma a Contessa non vi sono sufficienti abitanti  per fruirne.


















martedì 5 novembre 2019

Contessa Entellina. Personaggi ed eventi di ieri (e di oggi)

-1-
Nicolò Chetta 


Nacque a Contessa il 31 luglio 1741.


Dal testo pubblicato su iniziativa dell'Amministrazine Comunale di Contessa Entellina "Tesoro di notizie su dè Macedoni" durante la gestione di Piero Cuccia, introdotto dal Prof. Matteo Mandalà e trascritto da Giuseppa Fucarino, estrapoliamo  la Cronologia della vita e delle opere di Nicolò Chetta.








sabato 19 ottobre 2019

Flash sulla nostra Storia

No all'affitto
Si all'enfiteusi

Nostro proposito è quello di intrattenerci, per qualche tempo, sulla Storia del territorio contessioto -sotto il profilo socioeconomico- degli ultimi cinquecento anni. 
Fermo restando che ci occuperemo anche delle vicende politiche e di potere del periodo iniziale dell'epoca moderna (dalla scoperta dell'America alla Rivoluzione Francese) e di quella contemporanea (dalla fine del feudalesimo ai nostri giorni) nostro intento e nostra modalità di ricordare i cinquecento anni dalla fondazione di Contessa è -e sarà- di capire i tanti come e i tanti perchè la nostra comunità non è mai cresciuta in termini socio-culturali quanto nel frattempo il resto del mondo occidentale lo ha potuto fare a più latitudini.

Avremo più di un anno fino alla data simbolo del 2 dicembre p.v. (rievocazione dei Capitoli) per riflettere e approfondire (per chi lo vorrà) ragioni e ostacoli che hanno fatto del nostro paesino una culla che oltre un secolo e mezzo prepara la gente all'emigrazione ulteriore verso il mondo aperto e interessante quale ci appare ai nostri giorni.
Qualcuno ci evidenzia che il nostro taglio è poco patriottico. Mah !
^^^^^
^^^
Prima di addentrarci nell'esame del tipo di contratto che Alfonso Cardona propose alle persone eminenti della comunità arbëresh quel 2 dicembre 1520 (enfiteusi) dobbiamo ricordare che la presenza sul territorio di rifugiati albanesi risaliva ad almeno due generazioni precedenti, dalla seconda metà del XV secolo, quando erano arrivate le prime avanguardie dai Balcani, terrà legata alla Storia europea, ma ormai da decenni minacciata dal prorompere di forze e culture molto diverse ed avverse alla visione cristiana della vita. Punto fermo è sicuramente il 1453, anno in cui finisce nelle mani di Maometto II la Nuova Roma (Costantinopoli).
Erano genti quelle giunte nei territori dei Cardona prive ormai di identità e pure di visibilità sul piano pubblico, diremmo oggi. 
Dissentiamo quindi da quanto la pubblicistica locale finora riporta su Antonio e su Alfonso Cardona, benefattori degli ar
bëreshe in quel tramonto del Medio Evo. Nè d'altronde -va pure detto-  quei baroni erano dei sadici. Quelli erano tempi in cui non tutti gli esseri umani erano "persone". Oggi diciamo non tutti si è cittadini a cui fanno capo diritti/doveri. Infatti per tanti di noi italiani non sussiste la "persona" -e tutto ciò che il termine comporta- nei tanti immigrati che premono ai confini della "civile" Europa. Gli arbëreshe di Contessa secondo i riveli del cinquecento-seicento mostrano continui trasferimenti altrove di già residenti nella giovane comunità successiva all'ottenimento dei Capitoli, non tanto nei paesi vicini (Bisacquino, Chiusa ,,,) bensì verso Palazzo Adriano e Piana degli Albanesi. 

Per bloccare il de-flusso delle braccia lavorative i Cardona nel 1517 cercarono un rimedio e proposero ai personaggi influenti della comunità l'affitto dei feudi di Sarradamo-Musiche. Evidentemente, anche con il regime di affitto di due feudi, il deflusso dei residenti  nei casali continuò. Ad andare via fra un rivelo e l'altro sono coloro che possedevano un discreto patrimonio in termini di bestiame. Ad andare via furono quindi coloro che, in quei tempi non prosperi, possedevano una qualche forma di benessere.
Quel patto proposto dai Cardona (ossia l'affitto, senza credibile futuro) era -e non c'era da dubitarne- a tutto beneficio del barone e non dava sicurezza sul domani a chi non pensava più -ormai- di dover tornare un giorno in Albania, invasa dai turchi.

Quelle iniziali comunità presenti sul territorio oggi contessioto vivevano in piccoli gruppi, in quelli che in precedenti pagine abbiamo definito casali, case sparse fra Scirotta, Musiche e forse altrove. Meglio dire pagliai o impianti similari, stante la loro non stabile persistenza sui territori. 
Non era quindi ospitalità e benevolenza quella dei Peralta-Cardona, ma una forma di sfruttamento degli immigrati come oggi tanti di noi italiani usiamo fare con gli immigrati dei nostri giorni.
L'enfiteusi
Riteniamo opportuno riportare qualche considerazione relativamente alla natura del contratto agrario medievale in genere, che, pur nella sua strutturazione generale, presenta una grande varietà di figure economiche e giuridiche. 
Stefano Jacini, politico ed economista italiano della seconda metà dell'Ottocento, afferma che il contratto fra barone/suddito « non è dovuta al caso, ma alle condizioni locali, di clima, di terreno, di mercato, di vicinanza o lontananza da grossi e popolosi centri, che suggeriscono piuttosto questa che quella coltivazione; a ciascuna coltivazione, secondo che esige maggiore o minore diligenza per parte del coltivatore per ottenere il prodotto che si vuole, determina la convenienza di cointeressare più o meno il coltivatore nel prodotto, o di escluderlo dalla cointeressenza, corrispondendogli un salario, o di cedergli tutto il prodotto verso il corrispettivo di una determinata somma annua di denaro o di generi in natura, che è poi il piccolo affitto ».
Questa affermazione troverà piena conferma attraverso l'analisi dei singoli contratti tipici (l'affitto prima e l'enfiteusi dopo) che i Cardona proposero.
L'enfiteusi, originaria del cinquecento, come si sa, origina nell'oriente greco-romano, e si distingue nettamente dalle altre forme contrattuali per il suo carattere precipuo di locazione perpetua, od anche « ad longum tempus », conservante anche la finalità originaria, il « fiteuein », ossia il miglioramento del terreno agrario e la promessa di un futuro prossimo a ripopolare con altri sudditi il nuovo paese in modo da renderlo, secondo gli usi del tempo, idoneo a diventare una "Terra" con tutti gli organi/uffici previsti. Organi ed uffici comunque che i Cardona si riservano di dispiegare con persone che essi faranno arrivare dalle aree del messinese.   Persone di loro fiducia.

Temi quelli riportati su cui torneremo.

venerdì 13 settembre 2019

Patriarca Ecumenico. Visita storica in Calabria

Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli visiterà l'Eparchia di Lungro. 
Il Patriarca giungerà in Calabria mercoledì 18 settembre e sarà accolto dal Vescovo di Lungro, monsignor Donato Oliverio, e da rappresentanti delle Istituzioni ecclesiali, amministrative e militari calabresi, tra le quali il vescovo di Lamezia Terme, monsignor Giuseppe Schillaci e il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio.
E' previsto che Bartolomeo I alle ore 18.00 nella Chiesa Cattedrale di Lungro presenzierà alla preghiera del Vespro e al termine della funzione religiosa rivolgerà la sua parola ai convenuti.
Giovedì 19 in mattinata il Patriarca visiterà, accompagnato da monsignor Oliverio, la cattedrale di Rossano. Qui incontrerà l’arcivescovo monsignor Giuseppe Satriano e il clero della Diocesi. E' prevista una visita al Museo del Codex Purpureus Rossanensis.
Nel pomeriggio di giovedì si recherà in visita al Santuario dei Santi Medici Cosma e Damiano in San Cosmo Albanese, per rendere onore anche all’amico Virgilio Avato, tra gli organizzatori di questa visita. 
Prevista infine l’inaugurazione di una mostra di Icone nella Chiesa di Sant’Adriano in San Demetrio Corone.

mercoledì 14 agosto 2019

Mezz'Agosto. La festa del 15 agosto nei libri liturgici bizantini porta il titolo di Dormizione della Madre di Dio,

La prima grande festa nel ciclo liturgico bizantino 
è quella dell’8 settembre, quando si celebra la 
nascita di Mariia, e si chiude con la festa del 
15 agosto, la Dormizione della Madre di Dio.

Si chiude oggi pomeriggio nella Chiesa della Favara il ciclo della " Paràklisis". il canone di formulazione ultramillenario che nella Chiesa di rito bizantino viene cantato, particolarmente, nella prima quindicina di agosto. 
Nelle icone bizantine
la Vergine è in genere rappresentata
sul letto di morte, circondata dagli
Apostoli, mentre Cristo reca fra le
 braccia la sua anima, raffigurata
come un bambino in fasce.
La "quindicina", come anche viene denminata qui a Contessa, diventa una sorta di introduzione alla solennità della Dormizione della Theotokos (la Madre di Dio) che appunto verrà celebrata nella giornata di domani.

Il 15 agosto è quindi giornata di festa sia nella Chiesa di rito bizantino che in quella romana e le denominazioni della festa, se pure mirano a dare il medesimo significato: Assunzione  in cielo di Maria nella Chiesa romana e "Dormizione della Madre di Dio" nelle Chiese Orientali, voglino significare l'avvenuto trapasso della madre del Nazareno. Trapasso che secondo la tradizione sarebbe avvenuto a Gerusalemme dove si sarebbero ritrovati,  attorno al capezzale, provenienti da più luoghi, gli apostoli.

I testi liturgici bizantini presentano la morte di Maria quindi come una "beata" dormizione, tutt'altro che un incontro con la morte. Un icontro con la vita e con la sorgente della vita.