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lunedì 29 giugno 2026

Storie singolari di Contessa Entellina

Mos harro kush je,
mos harro ka vjen,
mos harro se dhe ti erdhe
ka dejti,

mos harro …



  Ho letto, non in un solo giorno, il libro curato da Mimmo Cuccia che nei giorni scorsi è stato presentato in via ufficiale nell’Aula Consiliare del Comune. Si tratta di una interessante panoramica storica, etnica, socio-economica e in generale culturale della realtà che è stata Contessa Entellina nel tempo andato. Un lavoro di ricerca che sicuramente ha impegnato l’autore in termini di tempo e di dedizione. Conosciamo tutti, noi di Contessa, infatti l’essere scrupoloso ed esigente dell’autore del libro. 

  Ho seguito i lavori di presentazione di pochi giorni fa del libro svoltisi nell’aula consiliare di Contessa, a cui ha contribuito con interventi, oltre al sindaco, il prof. Matteo Mandala’. Con Mimmo, io che scrivo queste righe, ho condiviso decenni e decenni di impegni, aspettative e auspici nel campo politico, amministrativo ed in quello culturale pertinenti la realtà locale e non solo. So, quindi, quanto egli sia scrupoloso e puntuale nel ricorrere alle fonti.

 Valutare un libro sulla storia socio-economica-politica di un piccolo comune siciliano, dell’entroterra, dove si e’ avuta una delle più  ampie estensione della realtà latifondista (e quindi mafiosa) e nel contempo cogliere e mettere in risalto nel testo la realtà culturale arbereshe ha richiesto all’autore e richiederà ai lettori di doverlo analizzare su due livelli: sul rigore delle fonti e sopratutto sulla capacità di inserire la micro-storia locale nel contesto regionale e comunque in quello più  ampio della realtà locale.

  Con questo approccio conto di interpretare e di cogliere via via che rifletteremo, speriamo in tanti, sulle pagine del blog, la consistenza storica e culturale del libro. Conto inoltre che alla  traccia che potremo noi tutti contessioti cogliere dalle pagine del libro, venga suggerita, in prosieguo, dall’autore la lettura più utile sui capisaldi che egli, se vuole, potrà sviluppare sulle pagine del blog.

sabato 27 giugno 2026

Novità in libreria

 Storie singolari di Contessa Entellina

e degli altri insediamenti Arbereshe della Sicilia

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La novità in libreria di  Domenico Cuccia

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Si è svolta, nella prima serata di ieri, nell’Aula Consiliare del Comune di Contessa Entellina, intestata a Francesco Di Martino, la preannunciata presentazione del libro curato da Mimmo Cuccia su alcune vicende che hanno tratteggiato la vicenda storica locale di Contessa Entellina.  Dopo la presentazione/introduzione del tema oggetto del libro da parte del sindaco di Contessa Entellina, Leonardo Spera, e l’ampia panoramica a sfondo culturale e letteraria della tematica affrontata dal professore di Lingua e Letteratura Albanese nell’Università di Palermo, prof. Matteo Mandala’, e ‘ stato l’avv. Domenico Cuccia, l’autore, a dilungarsi sulle “storie singolari” che compongono il corposo libro. Riservandoci in prosieguo di poter entrare nel merito della tematica affrontata dal libro, magari coinvolgendo l’autore, riportiamo la “Sinossi” del testo che, per intanto, rileviamo dalla copertina di chiusura.

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SINOSSI: Cosa lega le antiche stirpi albanesi approdate in Sicilia nel XV e XVI secolo alle vicende giuridiche, sociali e religiose che hanno plasmato il volto di Contessa Entellina? In questo volume, Domenico Cuccia conduce il lettore in un viaggio rigoroso e appassionato attraverso le radici di una comunità unica. Dalle concessioni feudali al tempo dei viceré spagnoli alle complesse dinamiche tra clero greco e latino, fino alle testimonianze di illustri studiosi italiani e stranieri, il libro ricompone il mosaico di un'identità che ha saputo resistere al tempo.

Non è solo una cronaca di fatti storici, ma un atto d'amore verso le proprie origini: un invito a «non dimenticare da dove vieni» rivolto alle nuove generazioni, affinché il patrimonio degli Arbëresbë di Sicilia continui a essere memoria viva e non solo documento d'archivio.

martedì 23 giugno 2026

Presentazione del libro

 

Storie singolari di Contessa Entellina

e degli altri insediamenti Arbereshe della Sicilia

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La novità in libreria di  Domenico Cuccia

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domenica 7 giugno 2026

Novità in libreria

 

Storie singolari di Contessa Entellina

 

e degli altri insediamenti Arbereshe della Sicilia

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La novità in libreria di  Domenico Cuccia

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E’ con grande curiosità e attenzione che ho iniziato a leggere, o meglio a studiare, la novità libraria che il caro amico Mimmo Cuccia ha consegnato in questi giorni alla valutazione dei contessioti e non solo di essi. Si tratta di un testo in qualche modo corposo, articolato e già esplicativo sin dal titolo “Storie singolari di Contessa Entellina e degli altri insediamenti Arbereshe della Sicilia”.

 Si tratta di quasi 250 pagine di descrizioni, vicende umane e sociali, strascichi e supposti primati cultural-religiosi, che tutti in qualche modo conosciamo a grandi linee, almeno localmente, e di cui Mimmo Cuccia ci offre origini, natura e contesti.

  Chi scrive queste righe non ha ancora letto per intero il libro e però riconosce sin dalle prime pagine l’accuratezza delle ricostruzioni e sopratutto delle fonti che Mimmo pone non solo sulla vicenda storica locale, ma anche sui singoli eventi e sulle singole vicende che intrecciano la “storia locale” e non solamente di Contessa Entellina.

  Per intanto ci fermiamo sull’apprezzamento complessiva all’iniziativa libresca portata avanti dall’amico di sempre Mimmo Cuccia, assicurando che sul blog riporteremo giudizi e valutazioni sui tanti aspetti che sono stati sviluppati e che trovano ragione nel titolo del libro “Storie singolari di Contessa Entellina e degli altri insediamenti Arbereshe della Sicilia”.

domenica 10 novembre 2024

Gli arbëreshë di Sicilia tra storia e attualità di Domenico Cuccia

 Gli arbëreshë di Sicilia 

tra storia e attualità


di 


Domenico Cuccia

 

Nella seconda metà del 1400 e sino alla prima metà del 1500, la Sicilia ha accolto numerosi profughi albanesi che provenivano dalle regioni del sud dell’Albania e dal Peloponneso per sfuggire all’avanzata dei turchi ottomani.


I PRIMI SBARCHI

Gli albanesi vennero a ripopolare una regione che, a causa della lunga guerra tra aragonesi e angioini e alle epidemie che si erano verificate, aveva avuto un notevole decremento demografico. 

Della venuta degli albanesi in Sicilia parlano vari storici siciliani e, in particolare, limitandoci a quelli che hanno scritto in un periodo temporale vicino a quello dell’avvenuta emigrazione, ricordiamo: il Fazello, nella sua opera “De Rebus Siculis”, e successivamente, il Rocco Pirri nella “Sicilia Sacra”, il Vito Amico nel “Lexicon topographicum siculum” e tanti altri. Ne hanno parlato pure diversi esponenti delle comunità arbëreshë. Si ricordano in particolare: il sacerdote Nicolò Chetta, nel “Tesoro di notizie su de’ Macedoni”, i sacerdoti Pompilio Rodotà e Paolo Maria Parrino, il vescovo Giuseppe Crispi, i sacerdoti Nicolò Buscemi, Nicolò Spata, Spiridione Lo Iacono, il barone Raffaele Starabba. In tempi più recenti, si ricordano il canonico Atanasio Schirò e i professori Alessandro Schirò e Giuseppe Schirò. 

Secondo la tradizione degli storici arbëreshë  Chetta e Parrino, ripresi dagli storici siciliani, i primi abitatori albanesi della Sicilia furono quei militari che, dopo avere stazionato per circa due anni nel castello di Bisiri, a Mazara del Vallo, per difendere le coste siciliane dalle incursioni angioine, si trasferirono intorno al 1450 a Contessa, nei territori dei conti Cardona-Peralta, i Mezzoiusari in Busambra, i Palazzioti nell’Adriano e poi, dopo la morte dello Skanderbeg, i Pianioti e le altre colonie. Secondo questa tradizione le emigrazioni sono state tre. La prima nel 1448, l’altra dopo la morte dello Skanderbeg e l’ultima nel XVI secolo, dopo la presa di Corone e Modone da parte dei Turchi. 


GLI INSEDIAMENTI 

In questa vicenda, comunque, ci sono dei documenti certi e incontrovertibili: i capitoli delle colonie Greco-Albanesi di Sicilia, stipulati dai greco-albanesi coi signori feudali, laici o ecclesiastici, in cui si insediarono le comunità. Anche se la stipula dei capitoli non coincide con l’insediamento degli albanesi, essendo a volte successiva, tuttavia tale stipula fornisce degli importanti riferimenti sull’insediamento dei coloni nell’Isola [1]

I primi capitoli stipulati sono quelli di Palazzo Adriano (Palaci) nel 1482. Seguono: nel gennaio 1488 quelli di Biancavilla (che prima si chiamava Callicari); nell’agosto 1488 quelli di Piana dei Greci [2]; nel 1501 quelli di Mezzojuso (Munxifsi); nel dicembre 1520 quelli di Contessa (Kundisa) [3]; nel 1534 quelli di San Michele di Ganzeria. Nel maggio 1691 è stato stipulato l’Atto di enfiteusi per i feudi di Santa Cristina [4]. Non sono stati rinvenuti, invece, capitoli stipulati per altri due centri con presenza albanese: Sant’Angelo Muxaro e Bronte. Sant’Angelo Muxaro è stato abitato da alcuni coloni albanesi provenienti da Palazzo Adriano intorno al 1511 [5], mentre Bronte, secondo il prof. Giuseppe Schirò [6], è stata fondata nello stesso periodo di Biancavilla.


LINGUA E IDENTITA’ ARBERESHE

Gli albanesi stanziati in Sicilia mantennero vivo il ricordo della terra d’origine e il giorno di Pentecoste, anniversario della presa di Costantinopoli da parte dei Turchi, salendo sui monti, sopra i centri abitati, con lo sguardo rivolto all’Oriente intonavano il lamentoso canto: “O e Bukura Moree si të llee më nuk të pee”. Tra i cognomi degli albanesi di Sicilia troviamo molti cognomi presenti in Albania e nelle zone della Morea, abitate dagli albanesi, anche se tali cognomi sono stati sottoposti a un processo di sicilianizzazione. 

Sono diffusi, o lo sono stati, i cognomi: Lala, Cuccia, Musacchia, Sciambra, Manali, Chisesi, Chetta, Clesi, Crispi, Schirò, Mandalà, Dragotta, Glaviano, Carnesi, Petta, Alessi, Guzzetta, Parrino, Stassi e altri. L’elenco non è in alcun modo esaustivo.

Gli albanesi si insediarono in varie zone della Sicilia, sottoposti all’autorità di vescovi diversi e diversi signori feudali. Spesso entrarono in contrasto con questi ultimi, come avvenne tra gli abitanti di Palazzo Adriano e gli Oppezzinghi, altre volte entrarono in contrasto coi vescovi diocesani che cercavano di indurli ad abbandonare il rito greco. In particolare il vescovo di Agrigento (allora Girgenti), Vincenzo Bonincontri, riuscì a trasportare al rito latino gli abitanti di Sant’Angelo Muxaro, ma non quelli di Contessa, che fecero ricorso alla Santa Sede contro le pretese del Vescovo. In altri casi ancora, parteciparono alle lotte fra i vari signori feudali, come nel famoso “Caso Sciacca” del 1529, in cui la presenza di mercenari albanesi provenienti da Palazzo Adriano, fu determinante per la vittoria del conte Luna sul barone Perollo [7]

Gli albanesi vivevano all’interno delle loro colonie, sposandosi tra di loro o con persone provenienti da altre comunità arbëreshe. Le persone estranee alla comunità venivano chiamate “lëti” (cioè latini) [8]. Con questo termine venivano indicati sia i siciliani e gli altri italiani, non arbëreshë, sia coloro i quali erano cattolici di rito romano.


IL RITO RELIGIOSO 

Un aspetto identitario delle comunità arbëreshe è stata la professione del rito greco-bizantino. Spesso la perdita del rito ha coinciso con la perdita dell’identità. Ciò è avvenuto con le comunità lontane da quelle presenti nella provincia di Palermo (ora Città metropolitana di Palermo). La lingua, le tradizioni e l’identità arbëreshe si sono perse in Bronte, Biancavilla e San Michele di Ganzeria in provincia di Catania e in Sant’Angelo Muxaro in Provincia di Agrigento, già nel XVII secolo. In questi centri la testimonianza dell’origine arbëreshe si può notare nella toponomastica o nella presenza di qualche cognome [9].

In alcuni casi passavano al rito latino anche soggetti arbëreshë che cambiavano rito per potere accedere ai seminari in cui si diventava sacerdoti di rito romano. Il nuovo sacerdote esercitava una “vis” (forza) attrattiva nei confronti dei propri parenti, che passavano tutti al rito romano. Così sono diventati parroci di rito latino persone che si chiamavano Lala, Musacchia, Clesi, Schirò et cetera [10]. Il rito latino era, inoltre, incrementato dai soggetti, appartenenti al rito romano, che si trasferivano nei centri albanofoni dai paesi siciliani vicini. La copresenza dei due riti (Greco-Bizantino e Romano) talvolta ha provocato tensioni tra le due comunità e contenziosi vari davanti alle Corti di giustizia sia ecclesiastiche che civili [11].

Fondamentale per la conservazione dell’identità arbëreshe è stata l’istituzione del Seminario Greco-albanese di Sicilia, avvenuto nella città di Palermo nel 1757, a opera del Pontefice Benedetto XIV. Per tale istituzione è stata importantissima l’opera di padre Giorgio Guzzetta, di Piana degli albanesi (a quel tempo Piana dei greci) [12]. La presenza di un clero che conosce le tradizioni della propria comunità e che promuove l’uso dell’albanese in alcune fasi della liturgia (lettura del vangelo, preghiere, canti tradizionali) ha contribuito in maniera determinante alla salvaguardia dell’identità albanese e alla tutela dell’arbëreshe. Tale opera è stata rafforzata dall’istituzione, avvenuta nel 1937, dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, comprendente i comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela [13]. L’Eparchia ha giurisdizione pure sui fedeli di rito greco-bizantino residenti a Palermo. È in uso, inoltre, per i fedeli dell’Eparchia la chiesa bizantina di Santa Maria dell’Ammiraglio, detta della Martorana, una delle più belle chiese di Palermo, facente parte dell’itinerario arabo-normanno promosso dall’Unesco [14].  La presenza di tale istituzione eparchiale ha indotto gli arbëreshë dei vari centri albanesi a ritenersi parte di un’unica comunità. 

Nel seminario greco-albanese di Palermo (trasferito a Piana dopo i bombardamenti della seconda Guerra mondiale che hanno distrutto l’edificio che lo ospitava), si sono formati non solo i sacerdoti bizantini ma anche un’intera classe dirigente della comunità arbëreshe, composta da professionisti che non hanno ultimato gli studi religiosi per abbracciare le professioni liberali. Tra di essi Francesco Crispi, nato a Ribera da genitori di Palazzo Adriano, che è stato uno degli artefici dell’Unità d’Italia e più volte Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Ma diversi sono stati i personaggi illustri espressione delle comunità albanofone siciliane. Si citano il vescovo Giuseppe Crispi, zio dello statista, filologo, grecista e albanologo, il deputato e giurista Simone Cuccia, il banchiere Enrico Cuccia, che è stato ai vertici del sistema bancario italiano nel secondo dopoguerra, il professore Giuseppe Schirò, autore di molte opere letterarie e diversi saggi sull’Albania e gli arbëreshë, il medico Nicolò Barbato, animatore dei Fasci siciliani, il già citato Chetta, e per il filone bizantinologico il Gassisi e il Tardo.


GLI ARBERESHE OGGI

Gli arbëreshë sono riusciti per oltre 500 anni a mantenere la lingua e la propria identità. Ora, però, i processi di disgregazione economica che hanno interessato la Sicilia, la conseguente emigrazione, e fenomeni riguardanti i rapporti sociali, come quello dei matrimoni che avvengono al di fuori delle comunità albanofone, hanno messo a repentaglio la salvaguardia della lingua. Sono stati effettuati dei tentativi di tutela della minoranza linguistica arbëreshe. La prima è avvenuta nell’Assemblea regionale siciliana con l’approvazione della legge n. 26 del 1998, grazie all’opera di due deputati arbëreshë, Francesco Di Martino di Contessa Entellina e Gianni Petrotta, di Piana degli Albanesi. Ma la legge, impugnata in gran parte dal Commissario dello Stato, non ha potuto espletare, se non in minima parte, i propri effetti. Più incisiva è stata l’approvazione della legge statale n. 482 del 1999. Tale legge riconosce l’arbëreshe tra le lingue sottoposte a tutela e individua nella Provincia l’organo che deve delimitare le zone territoriali in cui la legge deve espletare i propri effetti. In attuazione di tale legge il Consiglio provinciale di Palermo si è riunito a Mezzojuso e ha individuato nei comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela l’ambito territoriale di applicazione della legge n. 482. In attuazione della citata norma di tutela, nelle scuole dell’obbligo dei comuni albanofoni sono stati istituiti corsi di insegnamento della lingua minoritaria.

Un ruolo molto importante, inoltre, per l’accrescimento culturale della comunità, è stato esercitato, e continua a esserlo, dalle cattedre di albanese dell’Università di Palermo. I titolari di tali cattedre hanno provveduto ad approfondire diverse tematiche che riguardano la storia e la letteratura sia albanese che arbëresh e, soprattutto, nell’ultimo periodo, attraverso la pubblicazione delle opere dei più importanti esponenti del mondo culturale arbëresh del passato (Nicolò Chetta, Giuseppe Schirò, Nicolò Figlia e altri) [15] hanno rimesso in circolo un ricco filone di cultura e conoscenza. Un importante ruolo di diffusione culturale è stato svolto e continua ad esserlo, anche, da quegli autori arbëreshë che pubblicano le loro opere in albanese [16].

Attualmente l’arbëreshe viene parlato nei comuni di Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela e, con qualche sofferenza per quanto riguarda le giovani generazioni, a Contessa Entellina. Non viene più parlato, ma resistono in pieno l’identità e le tradizioni, nei comuni di Mezzojuso e Palazzo Adriano. I comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano e Santa Cristina Gela, hanno costituito tra di loro un’unione dei comuni, denominata “Besa”, per affrontare in maniera unitaria le problematiche legate alla conservazione della lingua e delle tradizioni arbëreshe.

Moltissimi arbëreshë siciliani sono però presenti anche in altre località della Sicilia, e soprattutto, compreso chi scrive, nella città di Palermo. Ma numerosissimi arbëreshë di origine siciliana sono diffusi, anche, in altri paesi d’Europa, negli Stati Uniti e in altri stati dell’America.

Negli ultimi 25 anni le comunità arbëreshe siciliane hanno ricevuto il riconoscimento del loro ruolo dai massimi vertici della Repubblica albanese. Esse, infatti, nel dicembre del 2000, hanno ricevuto la visita del Presidente della Repubblica albanese Rexhep Meidani; nel novembre del 2021 del Presidente Ilir Meta e, nello scorso ottobre di questo 2024, del Presidente Bajram Begaj. Il rinato interesse degli arbëreshë a visitare l’Albania, il Kossovo, la Macedonia del Nord e alcune zone della Grecia dimostra il rapporto sempre vivo che permane tra gli arbëreshë d’Italia e l’antica patria balcanica[17].

 


[1] I Capitoli delle Colonie Greco-Albanesi di Sicilia sono stati pubblicati da Giuseppe La Mantia nel 1904 e ripubblicati, in riproduzione anastatica, nel 2000, a cura del Comune e della Pro loco di Palazzo Adriano.

 

[2] Il Comune di Piana degli Albanesi (Hora e Arbëreshëvet), della Città metropolitana di Palermo, sino al 1941 si chiamava Piana dei Greci.


[3] Al Comune di Contessa (Kundisa), dopo l’unificazione del Regno d’Italia, venne aggiunto il nome Entellina, in ricordo dell’antica città elima di Entella le cui rovine sono presenti nel territorio comunale, per distinguerla dagli altri centri del Regno d’Italia aventi lo stesso nome. In atto Contessa Entellina fa parte della città Metropolitana di Palermo.

 

[4] Il comune di Santa Cristina Gela (Bashkia e Sëndahstines) è stato fondato da alcuni coloni, provenienti da Piana dei Greci, che nel 1691 si sono trasferiti nel feudo di Santa Cristina, ottenendo in enfiteusi i terreni del suddetto feudo. Santa Cristina Gela fa parte della Città metropolitana di Palermo.

 

[5] La notizia della presenza di coloni albanesi che hanno popolato Sant'Angelo Muxaro viene data dal Chetta, nell’opera Il Tesoro di Notizie su de’ Macedoni, Paragrafo 230, pag. 465, e viene ripresa da Giuseppe La Mantia, opera citata, paragrafo XLII nonché da Giuseppe Schirò “Opere” VIII Saggi, a pag. 245.

 

[6] Nota 6 Giuseppe Schirò, opera citata, vol. VIII pag.275.

 

[7] Vedasi Francesco Savasta, “Il Famoso Caso di Sciacca”, Sigma edizioni, Palermo 2000, ristampa anastatica dell’edizione di Palermo del 1843; Domenico Cuccia, “Il ruolo degli albanesi di Palazzo Adriano  nel famoso caso di Sciacca”, su Scopri Albania il 6 ottobre 2021 e su https://www.dimarcomezzojuso.it/pubblicazioni.php...

 

[8] Il Chetta, nel paragrafo 214, a pag. 438, dell’opera citata, riferisce che a Contessa, sino al 1700, se un forestiero soggiornava per più di tre giorni, al terzo giorno trovava davanti l’uscio dell’alloggiamento un paio di corna di becco, in tal modo gli si manifestava che la sua presenza era indesiderata. L’uso di chiamare “lëti” gli estranei alla comunità è continuato sino ai tempi recenti. Ricordo che la gente comune per indicare un venditore ambulante che veniva da fuori Contessa diceva “një lëti” cioè un latino.

 

[9] A San Michele di Ganzeria, in cui mi sono appositamente fermato durante un viaggio, ho potuto constatare personalmente che la toponomastica è simile a quella dei comuni in cui l’arbëresh ancora si parla.

 

[10] Atanasio Schirò, zio del mio nonno materno Giuseppe Tardo, pur essendo greco di nome e di cognome, è diventato parroco della Chiesa latina e principale sostenitore, nella sua opera “Memorie Storiche Intorno Alle Origini e Vicende Di Contessa Entellina”, edita a Palermo, postuma, nel 1902, della negazione di ogni preminenza della Chiesa Matrice greca di Contessa su quella latina.  Lo stesso autore, dotato di non comune ingegno, ha scritto anche un libro su “L’antico Castello di Calatamauro”, pubblicato nel 1887 a Palermo, e un altro libro su “Il Monastero di Santa Maria del Bosco”, pubblicato a Palermo nel 1894. Il suo testo sulla storia di Contessa, che era stato pubblicato in varie puntate nella Sicilia Sacra del Boglino, è stato contestato in Consiglio comunale, in alcune sedute svoltesi, nel 1875 e 1876, dal consigliere Notar Calogero Genovese, pur essendo lo stesso di origine latina.

 

[11] Di particolare rilievo furono le controversie sorte a Contessa e a Palazzo Adriano. A Contessa sulla titolarità della proprietà della Chiesa di Maria SS delle Grazie, comunemente denominata della Favara, fondata come Chiesa Greca e poi, su disposizione del Vescovo di Girgenti (ora Agrigento) Francesco Ramirez, assegnata nel 1698, come parrocchia, ai latini per la semplice somministrazione dei Sacramenti. La controversia tra i cleri dei due riti si concluse con la Transazione del 21 agosto 1754. La suddetta transazione, che riconosceva la titolarità del diritto di proprietà sulla chiesa al clero greco, sottoscritta tra i cleri dei due riti, ebbe sia l’approvazione del Vescovo di Girgenti che la risoluzione del Re, il 5 agosto 1845. Anche a Palazzo Adriano sorsero controversie sul ruolo della Chiesa greca dell’Assunta quale Chiesa Madre. Tale ruolo fu confermato da un concordato scritto, approvato dall’autorità cclesiastica e riconosciuto dall’autorità civile, anche se successivamente non sono mancate contestazioni.


[12] La notizia è stata appresa dal Chetta, che è stato anche rettore del Seminario, opera citata, paragrafo 271, pag. 528. Secondo Giuseppe Schirò, opera citata, vol. VIII pag. 302 il Seminario, invece, è stato fondato il 1734. La contraddizione è solo apparente in quanto il seminario aveva già iniziato a operare in attesa dell’approvazione formale.

 

[13] Nel 1960 Papa S. Giovanni XXIII con la Bolla Orientalis Ecclesiae ha affidato alla Eparchia di Piana i fedeli, il clero e le parrocchie di rito romano presenti nei territori dei cinque comuni arbëreshë. E nel 1967 Roma ha nominato vescovo residenziale Mons. Giuseppe Perniciaro.

 

[14] La Chiesa, fatta costruire in perfetto stile bizantino nel 1143 da Giorgio di Antiochia, grande Ammiraglio del re normanno Ruggero II, è concattedrale dell’Eparchia di Piana degli Albanesi e punto di culto e di ritrovo degli arbëreshë residenti a Palermo. Essa, per la sua bellezza artistica, viene considerata come uno dei principali monumenti del percorso Arabo-Normanno, dichiarato dall'UNESCO “Patrimonio mondiale dell'umanità”. Una lapide, posta all’inizio della Chiesa, ricorda la figura dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg.

 

[15] In quest’opera si è particolarmente impegnato il professor Matteo Mandalà, titolare della cattedra di Lingua e Letteratura albanese presso l’Università degli studi di Palermo.


[16] In quest’opera si è distinto il professor Giuseppe Schirò Di Maggio di Piana degli albanesi.


[17] Il presente articolo, che si proponeva di dare un’informazione generale sulle comunità arbëreshe siciliane, era stato pubblicato su “Albania News” e su “Albania Letteraria” il 4 febbraio 2022. L’attuale testo integra, soprattutto nelle note, il testo in precedenza pubblicato. 

martedì 15 ottobre 2024

I CUCCIA TRA ALBANIA GRECIA E ITALIA

Testi curati dall’avvocato 

Domenico Cuccia   

   Alcuni amici, qualcuno albanese, mi hanno chiesto notizie sul mio cognome e sulla zona dell’Albania o della Grecia da cui noi arbëreshë di nome Cuccia proveniamo. L’argomento mi ha sempre molto interessato ed è stato oggetto di diverse letture e consultazioni di testi e di documenti.

   Durante il mio viaggio in Albania del luglio 2017 ho cercato anche verifiche sul campo, attraverso la toponomastica, la visita ai Musei e ai luoghi oggetto delle battaglie dello Skanderbeg e dei suoi collaboratori.

   Devo dire che di particolare rilievo è stata la visita al Museo di Cruja.

  Alcune conclusioni sono oggetto di ipotesi, altre sono frutto di verifiche documentali e, quindi, hanno un maggiore margine di certezza. I periodi maggiormente presi in considerazione sono quelli che vanno dal 1450 al 1550, e cioè quelli degli ultimi anni di resistenza contro l’invasione ottomana e l’emigrazione di moltissimi albanesi verso la Sicilia e l’Italia meridionale.

   L’aspetto meglio documentato è quello derivante dalla consultazione di atti ufficiali quali i capitoli di fondazione delle comunità arbëreshe e i Riveli (cioè i censimenti) sulle popolazioni residenti nelle comunità, (l’analisi dei capitoli di fondazione è limitata alle comunità arbëreshe siciliane). Possono essere considerate anche abbastanza provate le tesi di quegli storici, albanesi e arbëreshë, che hanno studiato i singoli cognomi attraverso l’analisi dei documenti e dei luoghi di provenienza.

   Nel testo sono pure riportate, per completezza, le citazioni di carattere letterario di alcuni autori che spesso sconfinano nell’ideologia romantica (vedasi le opere letterarie di Giuseppe Schirò). Anche se queste citazioni letterarie non hanno il rigore della ricerca storica, bisogna riconoscere che l’ideologia romantica ha contribuito a creare quel “nazionalismo“ albanese che ha consentito agli arbëreshë di essere fieri delle loro origini e delle loro tradizioni e di salvaguardarle per diversi secoli. 

   I risultati di queste mie indagini, quasi sempre con citazione delle fonti consultate, sono inseriti nei due paragrafi seguenti. Il primo è denominato “I Cuccia nell’Albania di Skanderbeg”; il secondo “I Cuccia in Albania e in Italia”.

   È mia intenzione, successivamente, estendere l’indagine ad altri cognomi arbëreshë presenti nelle nostre comunità siculo albanesi, di cui faccio un breve accenno nelle note.

   Il presente articolo integra e in parte modifica quello pubblicato su questo blog il 31 maggio del 2020. 

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I Cuccia nell’Albania di Skanderbeg

Pal Kuka
statua esposta nel Museo di 
Cruja. Fu un ambasciatore
di Scanderberg

I Cuccia, nella forma albanese Kuka o Kuçi, sono molto presenti nei testi che parlano della biografia dello Skanderbeg, delle sue imprese militari e della sua azione politica. 

Nel “Tesoro di Notizie su de’ Macedoni” di Nicolò Chetta, pubblicato nel 2002 a cura del Comune di Contessa Entellina e dell’Università degli Studi di Palermo, nelle pagine 264, 268 e 273, si parla diffusamente delle imprese militari e diplomatiche di Paolo Cucchia, inviato come ambasciatore di Giorgio Castriota presso il Papa e il re Alfonso di Napoli. Di Giorgio Cucchia si parla nelle pagine 295, 300. Anche Giorgio Cucchia, cappellano dello Skanderbeg, compì per conto del principe albanese missioni diplomatiche presso il Pontefice di Roma. Sempre nello stesso volume del Chetta, a pag. 309, si parla di un Giorgio Cucchia, valoroso ufficiale dell’esercito albanese, catturato e scorticato vivo assieme ad altri sette eroi i cui nomi sono: Musacho Angelina, Gino Mysak, Giovanni Perlato, Nicolò Elisio, Giovanni Manessi, Vladenio Giuriz e Moise, questi ultimi due nipoti dello Skanderbeg.

Il cognome Cucchia è presente in molte altre pagine dell’opera del Chetta. Oltre che alle pagine 511 e 512 del volume, al paragrafo 253 “Catalogo delle siciliote famiglie albane”, in cui si parla delle famiglie albanesi presenti in Sicilia, i Cucchia vengono citati alle pagine 258, 335, 345, 375, 453, 444, 445, 446, 453, 454 e 470. 

Dell’episodio della cattura e della condanna a morte di Giorgio Cucchia e degli altri sette valorosi ufficiali dell’esercito albanese parlano anche le altre biografie dello Skanderbeg. Vedasi “Storia di Giorgio Castriotto sopprannominato Scanderbeg Principe dell’Albania” pagine 184 e 185. Il volume, pubblicato a Palermo nel 1847, dalla Tipografia di Domenico Oliveri, è stato ripubblicato in ristampa anastatica dal Comune di Contessa Entellina nel 1998. Sempre nello stesso volume, a pag. 242, viene riprodotto il diploma di Giovanni di Aragona, indirizzato al nipote Ferdinando, re di Napoli, con cui raccomanda i nobili albanesesi, consanguinei dello Skanderbeg: Petrus Emmanuel de Pravatà, Zaccarias Croppa, Petrus Cuccia e Paulus Manisis. L’ autore dice che il diploma si trova nella Memoria di Palazzo Adriano del prof. Crispi, stampata nel 1827.

Dei Cuccia e di altre illustri famiglie albanesi dei tempi dello Skanderbeg, si parla anche nel volume “I Castriota Principi d’Albania” – Origine della Famiglia Castriota - edita da Valletta Tipografia del “Malta” nel 1929, e precisamente nelle pagine 36, 37 e 38.

Dai documenti e dai testi consultati o citati quello che parla dei rapporti di consanguineità tra i Castriota e i Cuccia è il diploma del re Giovanni di Aragona dell’8 ottobre 1467. Tale documento della cancelleria di Barcellona è stato alla base delle ricostruzioni storiche successive ed era stato pacificamente accettato dalla storiografia arbëreshe e italiana. Nel 2007, il prof. Matteo Mandalà, docente di lingua e letteratura albanese nell’Università di Palermo, ha sostenuto, nel volume “Mundus vult decipi”, edito a Palermo nel 2007 da A.C. Mirror, che taledocumento fosse frutto di un falso [1]. In ogni caso, la mancata autenticità del documento della cancelleria del regno di Aragona non rileva ai fini della corrispondenza tra il cognome Kuka presente in Albania ai tempi dello Skanderbeg, di cui parlano diverse biografie del Castriota, e il cognome Cuchia o Cuccia presente nelle colonie albanesi della Sicilia[2].

I Cuccia e altre famiglie albanesi [3] del periodo di Skanderbeg sono presenti, oltre che nei saggi storici [4], anche nelle opere letterarie, del prof. Giuseppe Schirò, Direttore del R. Istituto Orientale di Napoli[5] . In tali opere di natura poetica, scritte sia in italiano che in albanese lo Schirò affronta il tema della loro emigrazione in Sicilia, dopo che era venuta meno in patria ogni possibilità di resistenza contro l’invasore ottomano in Albania.

   



[1] I primi dubbi sull’autenticità del documento in questione erano stati avanzati dal prof. Francesco Giunta, docente di Storia Medioevale nell’Università di Palermo.

[2] Con questo non si vuole sostenere la discendenza diretta tra le casate presenti in Albania ai tempi delle lotte antiturche dello Skanderbeg e quelle emigrate in Italia meridionale e in Sicilia. Per fare ciò occorre indagare sui luoghi di provenienza degli emigrati che formarono le varie comunità arbëreshe. 

[3] Reres, Cropa, Pravatà, Paolo Manes, Skirò, Musacchia, Bideri, Masrek e altri. 

[4] Giuseppe Schirò, Opere VIII Saggi, “Cenni sulla origine delle colonie albanesi di Sicilia”. 

[5] Giuseppe Schirò, Opere III e IV, “Te dheu i huaj” (edizione del 1940). Volume III Canto V pagine 150 e 151; vol. IV Canto II “Gli Antenati”, pagine 60 e 61, pagine; Canto VII “Giovanni Kastriota”, pagine 290 e 291.

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 I Cuccia in Albania e in Italia

I Cuccia o Cucchia, in albanese Ku¢i o Kuka, sono presenti in varie zone dell’Albania. Nel nord est del paese vi è la città e il distretto di Kukës con una popolazione di circa 48.000 abitanti. Nel museo nazionale di Kruja, nella sezione dei principali collaboratori dello Skanderbeg, è esposta la statua di Pal Kuka, con la didascalia che si trattava di un diplomatico; tale statua è stata da me fotografata. I testi di storia che parlano delle gesta di Skanderbeg riferiscono, oltre alle missioni diplomatiche di Pal Kuka, di un Giorgio Kuka cappellano di Skanderbeg, di un Giorgio Kuka, ufficiale dell’esercito albanese, caduto nelle mani dei turchi e da questi scorticato vivo, assieme ad altri sette eroi, di un Bajano Kuka. Un Oso Kuka è stato un eroe albanese di Scutari e la sua abitazione è in atto adibita a Museo. 

Le notizie riportate sono state acquisite dalle tre biografie di Skanderbeg di cui sono in possesso. Per quanto riguarda Giorgio Cuchia i testi parlano di un cappellano dello Skanderbeg e di un ufficiale dell’esercito albanese, catturato e trucidato dai turchi (non so se si tratti della stessa persona). 

Nicolò Chetta, rettore del Seminario Greco-Albanese di Palermo, nato a Contessa Entellina il 31/07/1741 e deceduto a Palermo il 15/11/1803, li ritiene originari della Macedonia, provenienti da un’area vicina all’attuale Albania. Il cognome albanese Kuça, Cuchia nei primi atti in latino volgare, redatti in Sicilia, si è trasformato in Cuccia ed è presente in tutte le comunità albanofone siciliane. 

In Sicilia, nei documenti riportati in pubblicazioni da me consultate, per la prima volta si incontra un Luca Cuchia e un Petrus Cuchia nel 1501 tra i firmatari dei Capitoli di Mezzojuso [1]; a Contessa si ritrova ufficialmente il cognome Cuchia in un censimento (chiamato Rivelo) del 1593 [2]. Si incontra nuovamente il cognome Cuccia nel rivelo effettuato nel 1623, durante il Regno di Filippo IV di Spagna [3]. In epoca successiva si incontrano un Ioannis Cuccia, Iuratorum huius universitatis Terrae Comitissae, tra i richiedenti al notaio Ioseph Maria Fiorenza di Bisacquino di un trasunto dei Capitoli di Contessa del 1520, e un Leoluca Cuccia, magistro, tra i testimoni del Notaio [4]. Il trasunto è stato rilasciato dal notaio Fiorenza nel 1792.

Bisogna tenere presente che tutti i capitoli di concessione dei terreni agli albanesi furono scritti in latinis vulgaribus da notai non albanesi, che traducevano nel volgare in uso in Sicilia i nomi albanesi. I membri delle comunità arbëreshe, che conoscevano entrambe le lingue, si impegnavano a spiegare ai loro connazionali i contenuti degli atti sottoscritti.

Il cognome Cuchia lo ritroviamo, poi, tra gli albanesi che costruirono (o ricostruirono) la Chiesa Madrice di Contessa, dedicata alla SS. Annunziata e a San Nicolò di Mira[5].

Il suddetto cognome è, inoltre, più volte citato nel saggio storico “Cenni sulle origini delle colonie albanesi di Sicilia” del prof. Giuseppe Schirò, docente di lingua e letteratura albanese presso il Regio Istituto Orientale di Napoli nonché nelle opere letterarie composte dallo stesso.

Gli immigrati albanesi in Italia hanno dovuto lottare duramemente per non essere sottoposti a un processo di latinizzazione forzata e per mantenere un rito, quello bizantino, che in un periodo di controriforma religiosa veniva visto, soprattutto dai vescovi latini, quasi come ortodosso scismatico. Qualche volta i vescovi ci sono riusciti, vedasi San’Angelo Muxaro, in Sicilia, o Spezzano albanese, in Calabria, dove il prete di rito greco è stato arrestato - con l’accordo tra il vescovo e il barone del luogo- ed è morto in prigione, mentre tutto il popolo è diventato di rito latino. 

Una circostanza, invocata dagli albanesi d’Italia a loro favore nei confronti di chi li guardava con sospetto, era il ricordo di Giorgio Castriota, definito dal Papa Atleta di Cristo, e i legami che legavano i profughi alle gesta dell’eroe albanese. Il re di Napoli era grato al Castriota per l’aiuto ricevuto nella lotta contro gli angioini e i nobili infedeli. Dopo il tentativo fallito, di Giovanni Castriota, di riaccendere la lotta in Albania (anno 1482) [6] e la caduta di Corone (anno 1532) vennero nell’Italia meridionale e in Sicilia, con gli altri profughi, i più stretti collaboratori dello Skanderbeg, moglie e figli compresi, e successivamente molti coronei. 

Un documento, richiamato da alcune famiglie arbëreshë per tutelare la propria posizione, era una lettera del re Giovanni II d’Aragona al proprio nipote Ferdinando, re di Napoli, datata 8 ottobre 1467, in cui raccomandava alcuni nobili albanesi, definiti consanguinei dello Skanderbeg. L’autenticità di tale lettera, su cui si era basata tutta la storiografia arbëreshe a cominciare da Pompilio Rodotà, dal citato prof. Giuseppe Schirò, docente del Regio Istituto orientale di Napoli, dal prof. Alessandro Schirò, dal sacerdote Spiridione Lo Iacono e altri, è stata recentemente messa in dubbio dal prof. Matteo Mandalà, docente di lingua e letteratura albanese nell’Università di Palermo, in un suo libro intitolato: “Mundus vult decipi”.  In tale saggio l’autore, sulla base di una ipotesi avanzata anche da altri[7], ritiene che il suddetto documento sia un falso. Lo stesso rilievo di falsità viene mosso nei confronti di un altro documento, sempre dalla cancelleria di Barcellona, e datato 18 ottobre 1467. 

In ogni caso, la mancata autenticità del documento della cancelleria del regno di Aragona non rileva ai fini della corrispondenza tra il cognome Kuka presente in Albania e nel Peloponneso, ai tempi dello Skanderbeg, e il cognome Cuchia o Cuccia presente nelle colonie albanesi della Sicilia. Tale tesi è suffragata non solo da tutti gli storiografi arbëreshë ma anche dagli altri studiosi. Vedasi il saggio: “Sviluppi onomastico-toponomastico tribali delle comunità albanesi di Sicilia” del prof. Giuseppe Valentini S.J, titolare della cattedra di albanese dell’Università di Palermo nel secondo dopoguerra. In tale saggio il Valentini studia l’etimologia e la provenienza di 48 famiglie siciliane di origine albanese. Per quanto riguarda i Kuçi (e non Kuqi) il prof. Valentini ipotizza una antichissima origine nella località presidiata di Cucci, nel limite danubiano di Pannonia, nel secolo IV.  Secondo il Valentini i Kuçi furono una forte tribù albanese del nord, verso la piana di Podgorica, nominati fin dal 1335 e poi nel 1416 e, come una vera comunità, nel 1455.   Sempre il Valentini ci dice che il cognome Kuçi, per quanto con varia grafia, è largamente presente tra gli stradioti, dal 1482 al 1547, con almeno 19 nominativi. Per il prof. Valentini, che conosceva bene l’Albania avendovi vissuto a lungo, è ipotizzabile che i Cuccia che sono presenti in Sicilia siano venuti direttamente dalla Grecia. In ogni caso secondo il suddetto professore, considerata la vastità dei toponimi, è difficile rintracciare la precisa origine albanese. 

Durante la mia permanenza a Tirana, nel luglio del 2017, ho letto l’annuncio funebre di un Kuqi. 

 I Cuccia, assieme ad altre famiglie albanesi (Musacchia, Reres, Schirò, Lala e altri) hanno assunto un ruolo di rilievo nelle nostre comunità e, in atto, sono presenti in tutte le comunità albanofone della Sicilia. Ci sono, inoltre, altri Cuccia le cui famiglie provenivano dai centri albanofoni della Sicilia, presenti a Palermo e in altre città della Sicilia e d’Italia. Nell’ambito dei comuni di origine gli stessi hanno svolto nel passato, e continuano a svolgere, ruoli rilevanti nella comunità. Molti sono stati avvocati, notai, medici, insegnanti, dirigenti della Pubblica Amministrazione, sindaci, papàs.  A Palermo una via è dedicata a Simone Cuccia, avvocato e noto giurista, docente di diritto penale dell’Università di Palermo e per diversi anni membro della Camera dei deputati. A Enrico Cuccia, di origine siculo albanese e uno dei più importanti banchieri dell’Italia del secondo dopoguerra, è dedicata una piazza di Milano.

I testi richiamati descrivono pure le altre famiglie albanesi presenti in Sicilia, chi vuole approfondire la storia e l’etimologia dei cognomi delle altre famiglie lo può, pertanto, fare attingendo alle opere degli autori citati. Fornirò qualche notizia su alcune di queste famiglie, i cui nomi sono ancora presenti in Albania come ho potuto personalmente constatare, in uno scritto successivo[8].  

Avv. Domenico Cuccia

 



[1] I nomi di Luca Cuchia e Petro Cuchia, quali firmatari dei Capitoli di Mezzoiuso, sono riportati nel volume I Capitoli delle Colonie Greco Albanesi di Sicilia, raccolti e pubblicati da Giuseppe La Mantia, a pag. 51.

[2] Il rilevo (censimento) del 1593, riportato nel volume di Alessandro Schirò “Guida Illustrata delle Colonie Albanesi di Sicilia”, registra la presenza tra la popolazione di Contessa di Antonina La Cucchja, vedova con due figli, a pag. 21. 

 

[4] Il nome di Ioannis Cuccia, quale richiedente del trasunto dei Capitoli di Contessa del 1520, e di Leoluca Cuccia quale testimone del Notaro, sono riportati nel volume I Capitoli delle Colonie Greco Albanesi di Sicilia, raccolti e pubblicati da Giuseppe La Mantia, a pag. 52 e 57. Il La Mantia ci informa, inoltre, che l’originale dei capitoli, in pergamena, si conservava nell’Archivio della famiglia Colonna, che sono stati signori feudali di Contessa.

 

[5] Vedasi il volume di Francesca Di Miceli Contessa Entellina-Per una Storia attraverso cronache e documenti, pag. 46, in cui si parla di un Lorni Cuchia i Liut, di un Lionardo Mustacchi e dei Plesci, provenienti da Mezzojuso, come degli albanesi che più si prodigarono per la costruzione della chiesa Greca intitolata a san Nicolò di Mira.

 

[6] Secondo il prof. Giuseppe Schirò, dopo il fallimento della riconquista dell’Albania nel 1482, attuato da Giovanni Castriota figlio dello Skanderbeg, molti profughi provenienti dalla città di Himarë, nella prefettura di Vlorë, emigrarono in Sicilia, fondando la colonia di Piana degli albanesi. La tesi è stata fatta propria da alcune guide turistiche dell’Albania. Vedasi “Conoscere l’Albania”, testo in italiano pag. 103.

 

[7] I primi dubbi sull’autenticità del documento in questione sono stati avanzati dal prof. Francesco Giunta, docente di Storia Medioevale dell’Università di Palermo.


[8] Durante il mio viaggio in Albania nel 2017 ho potuto constatare l’esistenza di cognomi presenti tra le colonie siculo albanesi. A Gjon Muzaka è dedicata una via della città di Berat; ai Manali è intitolato un intero quartiere di Argirocastro; alcuni soggetti di nome Lala sono titolari di diverse attività commerciali in varie località dell’Albania; al Croppa, a cui è intitolata una via di Contessa Entellina, è dedicata una statua nel Museo di Kruja, con la didascalia che si tratta di un diplomatico dello Skanderbeg.