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venerdì 21 agosto 2026

Flash di Storia

 L'italia dopo il 1817

 Le società segrete. Le organizzazioni clandestine già presenti sotto il regime napoleonico si moltiplicarono in tutta Europa durante la restaurazione, differenziandosi per ideologia, struttura interna, metodi di lotta. Alcune aspiravano semplicemente alla costituzione o al l'indipendenza nazionale, altre elaborarono articolati progetti di democrazia e di uguaglianza sociale. Alcune seguivano modelli gerarchici, con complessi rituali di ascendenza massonica e gradi diversi di iniziazione altre organizzarono autonome "chiese" locali; alcune propugnavano colpi di Stato militari, altre miravano a più vaste insurrezioni popolari. Cambiavano frequentemente nome e composizione interna per sfuggire alla repressione poliziesca e in certi casi senza che gli stessi membri ne fossero a conoscenza, erano controllate da sette più importanti, a volte di carattere internazionale. I governi ne conoscevano di solito l'esistenza e vi infiltravano delle spie. In genere sopravalutavano tanto la pericolosità interna delle sette quanto i loro legami internazionali: errori facilmente spiegabili alla luce del persistente terrore del giacobinismo e della interpretazione dominante della rivoluzione francese come effetto di un complotto massonico. 

In Italia erano particolarmente diffuse l'Adelfia, che vantava in Piemonte un notevole seguito nell'esercito, l'Ordine delfico, che trovava i suoi adepti fra i massoni dell'ex Regno Italico, la Società guelfa, presente nello Stato Pontificio, e la Carboneria, particolarmente diffusa nel Meridione, ma con ramificazioni in ogni parte d'Italia. 

Nel 1818 Filippo Buonaroti e Federico Confalonieri tentarono di riorganizzare le sette in alcune grandi organizzazioni: i Sublimi maestri perfetti in Piemonte, la Federazione italiana in Lombardia, la Costituzione latina nell'Italia centrale.

Le sette reazionarie. 

Nell'Italia della restaurazione non si muovevano nell'ombra soltanto società segrete liberali o rivoluzionarie, ma anche sette apertamente reazionarie, legate al misticismo religioso e ai teorici più intransigenti della restaurazione europea. Nostalgiche dell'antico regime, tali sette erano sorte in diverse parti d'Europa durante il dominio napoleonico e premevano per una più dura politica di repressione nei confronti di coloro che avevano servito il regime francese e dei fermenti liberali, che costituivano una minaccia per l'assolutismo. In Italia agivano semiclan-destinamente tre grandi associazioni reazionarie, diverse nei metodi più che nelle finalità. 

Nel Regno delle Due Sicilie operavano i Calderari, una setta nata durante l'età napoleonica, riorganizzata ed estesa per opera del principe di Canosa, la quale raccoglieva reazionari del 1799, baroni dell'aristocrazia meridionale, elementi provenienti dalle bande brigantesche borboniche, e non esitava a reclutare malviventi e avventurieri di ogni genere. Nello Stato Pontificio agivano i cosiddetti San-fedisti, un nugolo di organizzazioni nate da antiche associazioni clandestine sorte durante l'età napoleonica. Violentemente antiliberali, con un programma di rafforzamento del potere della Chiesa e del papa, i Sanfedisti avrebbero assunto una forza notevole nel clima di paura e repressione seguito al fallimento dei moti del 1820 e del 1821. Un carattere di maggiore pubblicità ebbero invece in Piemonte le Amicizie. Sorte come società segrete durante il dominio francese, nel 1817, su suggerimento di Joseph de Maistre, vennero riunite nell'organizzazione delle Amicizie cristiane al fine di svolgere un’intensa attività di stampa, a livello popolare, a favore della rinnovata alleanza fra il trono e l’altare.



I 556 deputati eletti alla
Costituente (tra cui 21 donne)
scrissero il testo della nuova
carta fondamentale.
…….  L'italia dei nostri giorni

ENRICO DE NICOLA

Il 28 giugno 1946 Enrico De Nicola venne eletto capo provvisorio della Repubblica Italiana, con 396 voti su 504 votanti, superando la prevista maggioranza di tre quinti dell'Assemblea costituente. Il 1º gennaio 1948, con l'entrata in vigore della Costituzione, divenne presidente della repubblica fino all'11 maggio, quando cedette la carica a Luigi Einaudi, primo presidente eletto dal Parlamento. De Nicola era nato a Napoli nel 1877.

Eletto alla Camera dei deputati nel 1909, aveva ricoperto la carica di presidente dell'assemblea di Montecitorio dal 1920 al 1924. Nel 1921 si era impegnato nella definizione di un "patto di pacificazione" tra fascisti e socialisti e aveva offerto la sua mediazione per la formazione del governo Bonomi. Per due volte nel 1922 fu incaricato di formare un governo, ma non riuscì nell'intento a causa dei veti posti da popolari e giolittiani. In occasione delle elezioni del 1924, che segnarono il definitivo affossamento dello Stato liberale, in un primo momento aderì al listone fascista, dal quale ritirò la propria candidatura pochi giorni prima del voto, dichiarando di volersi ritirare dalla lotta politica. 

Fu nominato senatore nel 1929. Nella delicata fase attraversata dal paese dopo la caduta del fascismo e 1'8 settembre 1943, De Nicola elaborò la soluzione di compromesso per la questione istituzionale che portò al ritiro di Vittorio Emanuele III e all'attribuzione della luogotenenza a Umberto di Savoia. Dopo l'esperienza di capo dello Stato ricoprì la carica di presidente del Senato nel 1951-1952. Fu presidente della prima Corte costituzionale istituita nel 1956. Morì a Torre del Greco (NA) nel 1959.

martedì 18 agosto 2026

Aree interne dell’Isola (4)


Contessa Entellina vive un
forte spopolamento, con
tassi di case vuote o non
abitate che come in molti
 piccoli centri interni
della Sicilia raggiungono
o superano il 50-60% a
causa dell'emigrazione
giovanile e non, e del
generale calo
 demografico.

Il rimedio non è 
di certo il destinare
risorse pubbliche
a feste e festicciole,
ossia sperpero di
risorse.

Aree interne, addio: 

Come ripopolarle?

Le aree interne della Sicilia affrontano una grave crisi strutturale. Sono tutte caratterizzate da isolamento viario, mancanza di occupazione stabile e spopolamento demografico e questa realtà spinge migliaia di giovani a emigrare, desertificando paesi e borghi rurali/montani tra Madonie, Nebrodi, Sicani ed entroterra ennese e nisseno.

1) Le arterie provinciali e comunali presentano interruzioni, frane croniche e manutenzione quasi assente, anzi assente.

2) Spostarsi verso i poli ospedalieri o universitari della costa richiede tempi lunghi e disagevoli.

3) Le opportunità lavorative dignitose sono ridotte al lumicino, limitate a un'agricoltura spesso tradizionale e non sempre ammodernata e redditizia.

4) I giovani con titoli di studio superiori (universitari)  o professionali lasciano l'isola per il Nord Italia o l'estero in direzione della Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna.

5) Nei  paesi dell’entroterra, che includono la nostra Contessa Entellina, restano solo gli anziani, rendendo insostenibile il welfare locale.

6) Per la Cgil Sicilia ricade nelle “aree interne” il 39,6% del territorio isolano e però vi risiede l’11% della popolazione (Istat 2025). Nelle cinque zone della prima Snai il calo demografico, dal 2014 al 2025, è proseguito, più marcato sui Nebrodi con – 10.412 abitanti, meno nelle Madonie (- 770) . Il Calatino ha perso 6.577 abitanti, la valle del Simeto 4.091, le terre Sicane 6331. Al calo demografico si è accompagnata la diminuzione delle istituzioni scolastiche, con punta del 53,84% nelle terre Sicane.

“In queste aree- ha detto Gabriella Messina, segretaria confederale Cgil Sicilia- le difficoltà infrastrutturali, dalla rete viaria alle connessioni digitali, continuano a rappresentare uno dei principali fattori di svantaggio. Esse contribuiscono a determinare quel deficit di cittadinanza, insieme alle carenze del sistema sanitario, del servizi sociali e delle strutture deputate all’istruzione, che causano lo spopolamento”. 

(Segue)
  • Ed è nata l’industria del riposo (1)

    Il modo di viaggiare degli
    italiani ha subito una
    metamorfosi profonda
    negli ultimi sessant'anni,
    trasformando il concetto
    stesso di vacanza. Il
    passaggio 
    dalla
    villeggiatura degli
    anni Sessanta al viaggio
    agostano dei nostri
    giorni
     riflette non solo
    un cambiamento nei trasporti
    e nell'economia, ma una vera
    e propria rivoluzione
    antropologica e culturale.






     Fino a qualche decennio fa si parlava di 

    “Villeggiatura”, oggi, in alcuni ambienti sociali

    si parla di “Viaggi agostani”.

    I viaggi di piacere hanno smesso di essere prerogativa delle classi alte fin da più decenni, quando il migliorato tenore di vita e i mezzi di trasporto via via più celeri e confortevoli consentono ormai di spostarsi a masse crescenti di persone.

    Fino ad allora solo chi aveva denaro e cultura si era dedicato ai viaggi preferendo località salubri per ritemprare il fisico e paesi lontani per arricchire le proprie conoscenze. Gli imperatori romani e il patriziato, grandi estimatori delle lunghe vacanze, avevano costruito ville sontuose al mare o in campagna: Tiberio si ritirava a Capri, Adriano a Tivoli e così via. 


    Ville suburbane accoglievano d'estate i signori rinascimentali in fuga dall'afa della città; la massa si spostava solo per qualche pellegrinaggio religioso o per tornare al paese d'origine a trovare i parenti.


     In effetti, fino agli anni Cinquanta del Novecento chi godeva delle ferie, non disponendo di mezzi adeguati, evitava alberghi e pensioni: la famiglia contadina, una fitta rete di «compari», amici d'infanzia, colleghi di lavoro offrivano la loro ospitalità, che veniva poi ricambiata in città per quanti di loro dovessero andarvi.


     Chi poi non aveva nessuno a volte partiva accampandosi in zone non troppo distanti dal luogo di residenza: è il caso di molte famiglie sarde o siciliane che dai paesi montani dell’interno, ossia al centro delle due Isole, scendevano al mare, nelle incantevoli spiagge.


    Piccoli nuclei di pescatori e sperdute località montane divennero via via vere e proprie cittadine grazie alle ville che i borghesi benestanti vi andavano costruendo e agli alberghi lussuosi che cominciavano a sorgere: cosi nacquero San Remo, Forte dei Marmi, Cortina d'Ampezzo e qualcosa di molto più vago nella nostra Sicilia.


    Le famighe partivano sulle prime auto rombanti alla media di 40, 50 km l'ora; essendo ancora molte le strade non asfaltate (come in fondo ancora oggi da noi, in più ambiti siciliani), si sollevava un gran polverone e ci si riparava con lo «spolverino», sorta di soprabito leggero che insieme agli occhialoni e alle sciarpe proteggeva.


    Non eravamo, ancora, proprio al turismo di massa.


    (Segue)

    lunedì 17 agosto 2026

    Riflessioni di Economia e Storia economica (3)

    Il crollo di Costantinopoli
    del 29 maggio 1453
     da
    parte dell'Impero Ottomano
    è la causa diretta della
    diaspora degli arbëreshë
     
    (gli albanesi d'Italia).
    Con l'avanzata turca nei
    Balcani dopo la caduta
    dell'Impero Bizantino e la
    morte dell'eroe nazionale
    Giorgio Castriota
    Scanderbeg, migliaia di
    albanesi lasciarono le
    proprie terre per rifugiarsi
     nell'Italia meridionale a
    partire dal XV secolo.
    Sotto la guida di
    Scanderbeg, gli albanesi
    opposero una lunga
    resistenza. Dopo la sua
    scomparsa (1468), la
    pressione turca
    divenne insostenibile.

    Intere comunità
    attraversarono l'Adriatico.
    Si stabilirono in regioni
    come la Calabria, la
    Sicilia, la Puglia e il
    Molise, fondando o
    ripopolando villaggi.


    Sistemi economici da esplorare

    Perché quegli arbereshe del XV secolo

    vollero venire nella Sicilia feudale?

     (In questa e nella prossima pagina ci intratterremo sulla crisi dell’Impero Romano d’Occidente prima e di quello d’Oriente dopo. E’ dal crollo di Costantinopoli che coglieremo conseguenze sia politiche che socio-economiche).

    -  -  -

    I 15.000 km di confini che cingevano l'impero romano diventavano sempre più difficili da difendere perché la crisi demografica si faceva sentire anche nell'esercito che era composto prevalentemente di stranieri mercenari, mentre i barbari, popoli forti e fecondi, con antichi conti di sfruttamento da regolare, facevano crollare le difese in più punti e invadevano le terre saccheggiando e seminando la morte.


    Scarseggiavano ormai anche gli artigiani, i contadini, i commercianti; già Caracalla in passato aveva dato la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi per poter riscuotere più tasse, ma l'espediente non bastava a colmare il deficit di un impero in rovina. Si era anche concessa la terra libera a chiunque avesse il coraggio di coltivarla, ma ben pochi si esponevano al duro lavoro per vedersi portar via il raccolto dalle truppe nemiche.


    Terrorizzati, i servi trovavano protezione presso un signore di quelle «villae» che erano possedimenti autosufficienti, muniti di torri e mura, con un esercito privato e proprie carceri. Il signore non accettava incarichi sociali, non pagava le tasse, viveva per sé producendo quanto gli occorreva: utensili, cibo, abiti, persino i mattoni. Per non cadere nei tranelli di monete inaffidabili, riprese il sopravvento lo scambio in natura. I commerci erano così ridotti al minimo anche perché la rete stradale in dissesto consentiva lenti spostamenti: in un giorno si coprivano appena 35 km e le navi stavano in mare per anni.


    L'imbarbarimento della popolazione era evidente anche nei costumi: si vedevano capelli lunghi, calzoni e vesti di pelliccia inutilmente vietati dagli imperatori. Costantino, il primo imperatore che aveva concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313, mantenne unito il territorio romano e nel 330 pose la capitale a Costantinopoli, così fu chiamata dal suo nome Bisanzio, la città sorta nel VII secolo a.C. come colonia greca sul Bosforo. Essa aveva tutte le prerogative per diventare un imprendibile faro di civiltà: la posizione strategica al centro di estesi traffici commerciali con l'Oriente e l'Occidente, un ampio porto e difese naturali su tre lati. Infatti fu la città più progredita e opulenta del mondo per un millennio e nessuno dei popoli invasori riuscì a entrarvi, tranne i Crociati nel 1204. E … però!

    (Segue)

    sabato 15 agosto 2026

    Agricoltura in crisi

     Caldo senza precedenti

    L'agricoltura europea sta
    affrontando una crisi
    strutturale senza precedenti
    a causa del caldo estremo
    e della siccità prolungata.
     
    Le ondate di calore record e la
    carenza idrica stanno decimando
    i raccolti estivi in tutto il
    Continente, spingendo le
    istituzioni dell'Unione Europea
    e le associazioni di categoria
    a lanciare l'allarme per la
    sicurezza alimentare e la stabilità
     economica del settore. Secondo
    le stime correnti, l'impatto
    economico complessivo delle
    anomalie climatiche estive
    rischia di costare all'UE circa 
    180 miliardi di euro, una
    cifra pari all'1,1% del PIL
    dell'intero blocco.


    L’ondata di caldo di quest’estate potrebbe costare all’agricoltura italiana più di 1,5 miliardi di euro di danni, secondo Confagricoltura e Cia. Tra caldo estremo, grandine e roghi la «tassa» del clima ha già superato i tre miliardi di euro, secondo una stima di Coldiretti. 

     La siccità ha colpito il 60% del territorio italiano. Confagricoltura calcola che stia determinando una contrazione del 10% delle colture di riso, un calo del 9% della produzione di grano duro e del 5-10% dell’ortofrutta.

      Secondo il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti. «Per proteggere il settore e la sovranità alimentare ci sono tre priorità: infrastrutture idriche resilienti, diffusione dell’irrigazione di precisione e più ricerca varietale, tecniche di adattamento e coperture del rischio climatico», aggiunge Cristiano Fini, presidente di Cia. Coldiretti chiede di «accelerare sul piano invasi con sistema di pompaggi, per raccogliere l’acqua nei periodi di maggiore disponibilità e utilizzarla quando serve».

     Le temperature costantemente sopra la media favoriscono la diffusione di malattie e insetti dannosi per le piante, aggravando lo stress biologico delle colture.

     I danni economici dell’ondata di caldo estremo di questa estate non riguardano solo il settore agricolo. Secondo uno studio della Triodos Bank il caldo estivo rischia di costare all’Ue circa 180 miliardi di euro, pari all’1,1% del Pil del blocco. E l’Italia è il Paese che, dopo la Francia, rischia di pagare il prezzo più alto.

    venerdì 14 agosto 2026

    Flash di Storia

     L'italia dopo il 1816 

    Il mensile «Biblioteca italiana»

    fu fondato a Milano per iniziativa del conte Heinrich von Bellegarde, governatore austriaco della Lombardia e luogotenente del viceré fino al marzo del 1816, impegnato a creare intorno all'Austria il senso degli ambienti intellettuali italiani. 

     Originariamente Bellegarde aveva pensato di affidarne la direzione a Ugo Foscolo, la figura di maggior prestigio fra i letterati italiani, facendo leva sull'ostilità manifestata dal poeta veneziano nei confronti della politica napoleonica. Dopo il rifiuto di Foscolo, che alla collaborazione con gli austriaci preferì la via dell'esilio, e quello successivo di Vincenzo Monti, che declinò l'incarico dopo alcuni mesi di lavoro, Bellegarde nominò direttore Giuseppe Acerbi, diplomatico, viaggiatore e geografo, che divenne l'uomo di fiducia del governo austriaco. 

    Il primo numero apparve nel gennaio del 1816. Le pubblicazioni sarebbero proseguite, con rigorosa scadenza mensile, fino al 1840, quando la rivista assunse il nuovo titolo di «Giornale dell'Istituto regio lombardo di lettere e arti» con cui continuò a uscire fino al 1859. Vi collaborarono alcuni dei più illustri letterati del tempo, da Vincenzo Monti a Pietro Giordani. 

    Finanziata, anche in modo diretto, dalle casse dello Stato, la rivista riuscì a raggiungere e a mantenere la ragguardevole cifra (in relazione ai tempi) di oltre 700 abbonati. Secondo il programma iniziale, essa avrebbe dovuto accogliere le aspirazioni di una cultura "moderna”, al di sopra delle frontiere nazionali, ma dietro le dichiarazioni ufficiali si nascondeva l'obiettivo non meno importante di mostrare i vantaggi che derivavano alla Lombardia dall'appartenenza all'impero asburgico.

     

    Il primo gennaio di quell’anno in Lombardia era entrato in vigore il codice civile generale austriaco, il regolamento giudiziario civile e il codice  austriaco dei delitti e delle gravi trasgressioni politiche.

             Gli atti di stato civile passavano dalla competenza dei municipi a quella dei parroci. 

    Viene abolita la reggenza  ed istituita per il Lombardo-Veneto un regio governo presieduto dal governatore.

    Il secondo dopoguerra in
    Italia
     
    (1945-1958) è stato un 
    periodo di
    radicale transizione istituzionale,
    profonda crisi economica e
    successiva ricostruzione materiale
    e sociale
    . Uscito sconfitto dal
    conflitto
    mondiale e devastato da vent'anni
    di dittatura fascista e da due anni di
    occupazione e guerra civile
    (1943-1945),
     il Paese ha saputo rifondare le
    proprie
    basi democratiche.
    La rinascita politica dell'Italia si
    compì attraverso tappe fondamentali
    che ne ridisegnarono l'assetto dello
    Stato:
    1) 
    Referendum
    Istituzionale
    (2 giugno 1946):
     Per la prima
    volta a
    suffragio universale reale (con
    il voto
    esteso alle donne), gli italiani furono
    chiamati a scegliere tra Monarchia e
    Repubblica. La 
    Repubblica vinse con
    circa 12,7 milioni di voti contro i 10,7
    milioni della Monarchia, sancendo la
    fine del regno dei Savoia
    . 2)
     L
    'Assemblea
    Costituente:
     Parallelamente al
    referendum, i cittadini elessero i
    membri dell'Assemblea incaricata di
    redigere la nuova carta fondamentale.
    I tre grandi partiti di massa – la 
    Democrazia Cristiana (DC), il 
    Partito Socialista (PSI) e il 
    Partito Comunista (PCI) –
    ottennero
     la larghissima maggioranza dei
    consensi.
    3) 
    La Costituzione Italiana: 
    Entrò
    in vigore il 
    1º gennaio 1948,
    fondando
    lo Stato sui principi della
    democrazia,
    del lavoro, dei diritti inviolabili
    e del pluralismo politico.


     …….  L'italia dei nostri giorni

    Dal dopoguerra … I dicasteri economici dei governi presieduti da De Gasperi, a partire dalla fine del 1945, sono affidati ai più autorevoli economisti dell'epoca, fra cui Einaudi ed Epicarmo Corbino, tutti convinti liberisti. Posti di fronte l’alternativa fra un’economia controllata ed una di libero mercato, fra un’economia chiusa come negli anni Trenta ed un’economia aperta agli scambi con l’estero, essi sostengono l’iniziativa privata contro il dirigismo statalistico e puntano alla piena  integrazione dell’economia italiana in quella europea.

    L'indirizzo liberistico-privatistico non raccoglie, però, consensi unanimi. Non pochi funzionari pubblici, ma anche operatori economici e industriali, restano favorevoli al mantenimento, almeno parziale, di forme di controllo dello Stato sul processo di ricostruzione, utilizzando gli strumenti dirigistici ereditati dal fascismo, che i liberisti intransigenti vogliono invece smantellare.

    In particolare, i partiti della sinistra difendono la continuazione del razionamento dei generi alimentari, allo scopo di garantire un reddito reale minimo in natura a tutta la popolazione, e puntano al cambio della moneta, cioè alla contemporanea messa fuori corso di tutti i tagli di monete e banconote circolanti, da sostituire con monete e banconote di nuovo conio. Con il cambio della moneta essi contano di poter attuare due obiettivi: da un lato, ridurre la circolazione monetaria e per questa via contenere l'inflazione; dall’altro, costringere i detentori di grandi patrimoni in contanti, generalmente speculatori arricchitisi negli anni di guerra, a venire allo scoperto, permettendo così la riscossione di una cospicua imposta sulle giacenze liquide.

     

     La data prevista per l'attuazione del cambio era in origine il marzo 1946. Ma dopo la caduta del governo Parri, che aveva inserito il provvedimento nel proprio programma, esso viene lasciato cadere. Sono in particolare i liberisti a opporsi, anche perché temono che un'imposta sui depositi liquidi possa minare la fiducia dei risparmiatori.


    La politica di Einaudi riesce a contrastare efficacemente le ipotesi di programmazione economica, ottiene notevoli risultati nel rilancio dell'iniziativa privata e nell'inserimento dell'economia italiana nelle correnti commerciali internazionali, ma non riesce a contenere le concentrazioni industriali e finanziarie, favorite al contrario dalla stretta creditizia, che rende le imprese più deboli facile preda delle più forti. Inoltre la presenza dello Stato nell'economia non viene smantellata, come era nelle aspettative e nei piani dei liberisti intransigenti. L'IRI da un lato, l'Ente nazionale idrocarburi dall'altro (che conosce nuovo impulso proprio nei tardi anni Quaranta per iniziativa di Enrico Mattei) divengono la base del sistema delle partecipazioni statali, che continua in modo nuovo l'economia mista" varata dal fascismo.


    giovedì 13 agosto 2026

    C’era l’America degli immigrati (3)

    Il passaggio storico 
    dall'America fondata
    e cresciuta
    sull'immigrazione
    alle politiche restrittive
    della presidenza di
    Donald Trump
     
    rappresenta una delle
    più radicali
    trasformazioni
    dell'identità politica,
     culturale ed
    economica degli
    Stati Uniti. 

    Per secoli, gli Stati Uniti 
    d'America hanno costruito il 
    proprio mito fondativo e la 
    propria forza economica
     sul concetto di "Melting 
    Pot" (crogiolo di culture) 
    e sull'accoglienza.
    Nel corso del secondo 
    mandato, l'amministrazione 
    Trump ha intensificato in 
    modo senza precedenti 
    l'azione di contrasto. I 
    piani prevedono campagne
     di deportazione di massa
    l'uso di ordini esecutivi 
    accelerati, blitz mirati da 
    parte delle squadre 
    dell'Immigration and 
    Customs Enforcement (ICE) 
    negli aeroporti o nei tribunali, 
    e la volontà di 
    reinterpretare il 14°
     emendamento per negare 
    la cittadinanza automatica 
    ai figli di immigrati 
    irregolari nati sul suolo 
    americano.


    Un poco di Storia,

    in ottica socio-economica

     Nel Sudamerica i conquistadores avevano spazzato via grandi civiltà come quelle degli Incas nel Perú e degli Aztechi messicani. I figli creoli, meticci, mulatti di quei soldati crebbero nell'odio della violenza paterna, furono costretti al battesimo ma per lungo tempo rimasero pagani nel cuore, identificando il cristianesimo con la crudeltà e l'avidità. 

    Per frenare l'accaparramento di ricchezze da parte dei missionari, Pio V dovette proibire che portassero valori personali al loro ritorno in patria. Le attività locali erano compromesse da alte tassazioni e monopoli. Era vietata la coltivazione della vite e dell'ulivo per non competere con la Spagna e tutto il commercio era in mani spagnole. Le rivoluzioni avvenute nel Settecento portarono all'indipendenza dei vari Paesi del Sud, e ai moti non furono estranei gli Stati Uniti che iniziarono la penetrazione commerciale in quei territori specie per il petrolio messicano, per i metalli brasiliani e peruviani, per la gomma, il caffe, i cereali, il cacao, la carne, i pellami. Tra Nord e Sud si profilavano forti diversità: il Nord industriale era protezionista, il Sud agrario era per il libero scambio.

     Sulla schiavitù avveniva lo scontro più forte: l'Ovest Usa ne voleva l'abolizione perché temeva la concorrenza dei prodotti più a buon mercato a causa della manodopera schiava. Si alleò dunque con il Nord che voleva bloccare l'estensione della schiavitù nel West messicano.

    Un altro punto di dissidio era che il Nord voleva estendere il governo federale, mentre il Sud voleva l'autonomia dei vari Paesi. Sotto la presidenza di Lincoln alcuni Stati sudisti si staccarono dall'Unione per formare gli Stati Confederati d'America: nel 1861 scoppiò la guerra di secessione (o guerra civile) finita nel 1865 con un milione di morti e con la vittoria nordista. Lincoln fu ucciso, si disse, dai sudisti.


    Abolita la schiavitù mettendo in ginocchio l'economia del Sud, per gli Stati Uniti iniziò la penetrazione economica, industriale, commerciale nella parte meridionale del continente. L'America, percorsa da un sorprendente impulso produttivo, divenne il luogo delle improvvise, immense fortune, ma anche delle spaventose povertà. L'Alaska era stata acquistata dai russi nel 1867 per poco più di 7 milioni di dollari e nel 1869 si ebbe l'annessione delle Hawaii. 


    Sotto la presidenza di Roosevelt (33’, 1933-1945) gli Stati Uniti divennero una grande potenza.


    Nel 1904 erano iniziati i lavori per il canale di Panama.


    = = = 

    = = = 


    Zohran Mamdani (di cui alla superiore foto) è il 112º sindaco di New York, in carica dal 1° gennaio 2026. È un politico e attivista statunitense di origini ugandesi e indiane, esponente del Partito Democratico e dei Democratic Socialists of America (DSA). Rappresenta la nuova ondata socialista statunitense ed è il primo sindaco di fede musulmana e il primo asioamericano a guidare la città di New York.

    Ha vinto a sorpresa le primarie democratiche sconfiggendo figure di spicco dell'establishment come Andrew Cuomo, trionfando successivamente alle elezioni cittadine del novembre 2025.


    La sua amministrazione si concentra sul contrasto al costo della vita, sulle politiche abitative e sul potenziamento dei servizi pubblici finanziati attraverso una maggiore tassazione dei ceti più ricchi. Tra i suoi provvedimenti più noti figurano il lancio di cinque supermercati di proprietà comunale con sconti del 30% e una ferma presa di posizione in politica estera, inclusa la richiesta formale al governo USA di arrestare il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu in seguito al mandato della Corte Penale Internazionale.