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domenica 16 agosto 2026

Letteratura: Origini linguistiche

 Ex linguis gente, non ex gentibus linguaeexortae sunt

(Dalle lingue si sono formati i popoli, non dai popoli le lingue).

Isidoro Di Siviglia

=. =.  =Le nuove lingue nate dal latino

Testo di Francesco Sabatini/ (Pescocostanzo, 19 dicembre 1931) è un linguista, filologo e lessicografo italiano, presidente onorario dell'Accademia della Crusca.

La formazione delle lingue romanze è un fenomeno di vasta portata, che può essere compreso soltanto se ricollegato al processo di trasmissione dell’eredità linguistica e culturale latina dal mondo antico all’Europa Medievale. Tale processo coinvolge, oltre alle popolazioni  direttamente discendenti dagli abitanti dell’Impero Romano, in particolare anche la grande famiglia dei popoli germanici, venuti presto in contatto col mondo romano  e diventati via via partecipi della sua civiltà.

 Osservando il piano dei fatti linguistici, nei quali sempre si riflette la complessa dinamica  di fatti sociali, politici, culturali generali, emergono due aspetti contrastanti, ma connessi nella vicenda storica del latino: da una parte la profonda trasformazione del latino parlato, dall’altra la persistenza e fissità del latino “letterario”  di età classica nella tradizione scritta. Alla genesi e agli sviluppi di questo dualismo  linguistico bisogna risalire  per tracciare  adeguatamente la prospettiva delle origini romanze.

 Sia a causa della normale più rapida evoluzione dell’uso linguistico vivo, sia per l'influenza che su di esso avevano esercitato le varie lingue dei popoli via via assoggettati dai Romani (le lingue di "sostrato"), il latino parlato - o  "volgare", nel senso di comunemente usato — presentava già nell'età classica sensibili differenze rispetto a quello fissato dalla tradizione scritta letteraria. Presto la distanza andò aumentando fortemente, per effetto dei rivolgimenti che si producevano nella società e nella cultura romana, soprattutto con l'avvento del cristianesimo e con la crescente infiltrazione di altre popolazioni nell'Impero. Questo progressivo e alla fine incolmabile distacco tra il latino parlato e la sua forma scritta sancita da una formidabile tradizione letteraria emerge da una fitta serie di testimonianze. Accanto alle prove dirette che ci forniscono le scritture dei semicolți (dai graffiti pompeiani ad alcune lettere di soldati) e alle trasposizioni a fini d'arte che si colgono per esempio nel Satyricon di Petronio, si pongono le dichiarazioni di grammatici e scrittori, rivelatrici di una crescente tensione nei confronti di tale problema. Nella seconda metà del I secolo Quintiliano poteva già notare una differenza intrinseca tra il parlare comune e la lingua colta (Mihi aliam quandam videtur habere naturam sermo vulgaris, aliam viri eloquentis oratio). Ma, al passaggio tra il IV e il V secolo, san Girolamo si trovò a constatare che ormai il latino si trastormava giorno per giorno da un luogo all'altro (Cum ipsa latinitas et regionibus quotidie mutetur et tempore) e sant'Agostino giungeva a scegliere forme volgareggianti, ancorché censurate dai grammatici, per farsi comprendere dalla gente comune (Sic etiam potius loquamur: melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi). Finché, due secoli dopo, Gregorio di Tours si dichiara incapace lui stesso di adoperare correttamente, pur volendolo, il latino della tradizione.Al disfacimento dell'assetto sociale e infine anche dalla compagine statale dell'Impero corrispondeva ormai una reale separazione delle due correnti linguistiche: queste erano separate da differenze strutturali che investivano tutti i piani del sistema, dalla fonologia alla morfologia, alla sintassi e al lessico.

Al momento della caduta dell'Impero d'Occidente si erano create certamente fratture linguistiche notevoli nel territorio latinizzato e forse si erano già delineati tre rami di latinità: il ramo occidentale, esteso ai territori iberico e gallico (compresa l'intera Italia alpina e padana); il ramo orientale, esteso all'Italia peninsulare, alla Sicilia e alla penisola balcanica; il ramo, assai più esile, che possiamo chiamare centrale o Tirrenico, circoscritto alla Sardegna e forse alla Corsica. A questi rami si riconducono i numerosissimi "dialetti (termine venuto in uso ben più tardi, nell'Italia rinascimentale) ' che coprono ancora oggi il territorio della Romania residua.

Da vasti territori, intanto, il latino era stato o stava per essere estirpato del tutto: nella metà sud-orientale dell'Impero prese via via il sopravvento, anche come lingua ufficiale, il greco; l'area renana e quella britannica stavano subendo la germanizzazione; la fascia nord-africana sarebbe stata deromanizzata tra il VII e l'VIII secolo per effetto dell'invasione araba; una buona parte della penisola balcanica avrebbe subito di li’ a poco la stessa sorte con la calata delle popolazioni slave.

Al di sopra degli sconvolgimenti prodotti nell’assetto linguistico di base dai movimenti etnici, si conservava però la tradizione unitaria del latino scritto: eredità preziosa della civiltà romana, strumento insostituibile per assicurare, sia pure attraverso esili fili, la comprensione del messaggio di quella civiltà e per attuare, nell'intero ambito dell'Europa romano-germanica, la comunicazione nella sfera della cultura intellettuale e dei rapporti giuridici, diplomatici ed ecclesiastici, e perciò strumento ricercato e via via acquisito anche dall'aristocrazia dei dominatori. Ma ormai questo latino, non più organicamente connesso con l'uso vivo della lingua, veniva appreso solo attraverso l'istruzione, in forme quanto mai irrigidite e al tempo stesso ibride, perché soggette nelle varie aree all'influenza incontrollata del parlato locale.

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