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giovedì 27 agosto 2026

Letteratura: Origini linguistiche (2)

L'importanza del concilio risiede
nel suo 
Canone XVII, nel quale i
vescovi constatarono che la
popolazione non comprendeva
più il latino classico usato
durante le funzioni religiose. Per
garantire la diffusione del
cristianesimo, il concilio stabilì
che l
a liturgia e la messa dovevano
rimanere in 
latino classico.
L'omelia (la predica) doveva
essere tradotta in 
lingua
rustica romana
 (i primi
volgari neolatini, antenati del
francese) o in 
lingua thiotisca 
(germanico/tedesco).
 Il Certificato di nascita del volgare: 

Il momento in cui si acquista una chiara ed esplicita coscienza dell'esistenza del volgare è segnato dal concilio di Tours dell'anno 813, nella cui diciassettesima deliberazione si legge:


Visum est unanimitati nostrae ut quilibet episcopus habeat ome-lias continentes necessarias ad-monitiones, quibus subiecti eru-diantur: id est de fide catholica, prout capere possint. ET UT EA-SDEM OMELIAS QUISQUE APERTE TRANSFERRE STU-DEAT IN RUSTICAM RO-MANAM LINGUAM AUT THIOTISCAM, QUO FACI-LIUS CUNCTI POSSINT IN-TELLIGERE QUAE DICUN-TUR.

[All'unanimità abbiamo deliberato che ciascun vescovo tenga omelie, contenenti le ammonizioni necessarie a istruire i sottoposti circa la fede cattolica, secondo la loro capacità di comprensione. E che si studi di tradurre comprensibilmente le medesime omelie nella lingua romana rustica o nella tedesca, affinché più facilmente tutti possano intendere quel che vien detto).


(Monumenta Germaniae Historica, Concilia, II, 286)

=. =. =


L’emergere dei volgari


Testo di Francesco Sabatini/

 (Pescocostanzo, 19 dicembre 1931) è un 

linguista, filologo e lessicografo italiano, 

presidente onorario dell'Accademia della Crusca.


Questo difficile e instabile rapporto tra parlato e scritto (che viene inquadrato nel moderno concetto della "diglossia") si risolse solo dopo alcuni secoli, nell'età carolingia: quando una decisa e consapevole "riforma" dell'organizzazione del sapere e delle istituzioni preposte all'istruzione portò a una restaurazione del latino scritto nelle forme classiche, da ricercare accuratamente nei testi classici.


Fu questo un aspetto essenziale della cosiddetta "rinascita carolingia" promossa dal monaco anglosassone Alcuino di York, grande consigliere culturale di Carlo Magno, e diffusa in tutta l'Europa attraverso la Schola palatina. Questa operazione fece compiere al latino scritto il passo decisivo verso la fissità e, potremmo dire, la "trascendenza'": da quell'epoca il latino fu decisamente sottratto al fluire del tempo, diventando una lingua inevitabilmente lontana dalle sollecitazioni della realtà quotidiana, e quindi morta alla comunicazione nelle situazioni concrete, ma nello stesso tempo adatta all'elaborazione e alla circolazione dell'alta cultura internazionale. Per contraccolpo maturò allora la coscienza della sostanziale autonomia della lingua parlata, a cui si dette decisamente il nome di "volgare", e si affermò anche la volontà di provvederla di una sua tradizione di scrittura e di renderla gradualmente degna di un uso colto.


Va precisato che l'esistenza di fatto di lingue volgari strutturalmente ormai separate dal latino, e anche una certa coscienza di questa distanza, risalgono certamente ben indietro rispetto alla svolta carolingia, come testimonia la lunga e consapevole pratica di una tradizione scritta di latino volgareggiante attestata tra il VI e l'VIII secolo. Il fatto nuovo è dato dall'intenzione di elevare tali lingue alla dignità della scrittura e dell'uso ufficiale, un evento che si colloca pienamente solo nel quadro di quella realtà etnica e politica nuova che fu l'Impero carolingio: in questo contesto sulle lingue figlie del latino agì da potente catalizzatore la coabitazione e la concorrenza con le più audaci e libere lingue germaniche.

Testimonianze inequivocabili di questo processo, realizzatosi più precocemente e decisamente in Francia, sono le deliberazioni del concilio di Tours, dell'813, nel quale si esortano i vescovi a "tradurre le omelie dal latino nella lingua romana rustica o nella tedesca", e la redazione dei solenni Giuramenti di Strasburgo, dell'842, scambiati tra Ludovico il Germanico, che giurò in romana lingua, e Carlo il Calvo, che giurò in teudisca. Anche il caso del graffito romano della catacomba di Commodilla, che anticipa forse di qualche decennio il più celebre testo di Strasburgo, si situa in un contesto direttamente investito dalle correnti culturali carolinge. Ma il cammino che doveva portare dai primi tentativi di fissare nella scrittura, per usi contingenti e settoriali, il volgare parlato delle singole aree, fino alla costruzione di lingue sovraregionali capaci di incarnare una vera e propria tradizione letteraria o addirittura di sostenere il peso di un intero sistema culturale, con la varia gamma delle sue espressioni, questo cammino fu lungo e laborioso. Nel caso italiano esso ha richiesto addirittura la serie di secoli che va dall'inizio del secolo IX all'inizio del XVIII: dopo l'opera poderosa e le energiche affermazioni di Dante, bisognò aspettare l'opera di Galileo e quella di Vico perché si verificasse il decisivo sfondamento della barriera che precludeva al volgare il campo dell'alta speculazione scientifica e filosofica.

(Segue)






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