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domenica 27 settembre 2026

Italiani: poveri benestanti?

 

Circa il 43% degli italiani non
ha redditi positivi, non paga
Irpef e risulta fiscalmente
"a carico" di qualcun altro o
della collettività.
Oltre il 72% dei contribuenti 
dichiara redditi lordi annuali
inferiori a 
29.000 euro,
corrispondendo solo il 23%
del gettito Irpef complessivo.
Questa cifra, singolarmente,
non basta a coprire i costi
pro capite dei servizi essenziali
di welfare come sanità,
istruzione e assistenza.
Il carico fiscale è fortemente
concentrato. Solo il 
13,94%
dei contribuenti
 (coloro che
dichiarano oltre 35.000 euro)
sostiene circa il 
62,5% di
tutta l'Irpef
 incassata dallo Stato.
Se da un lato i redditi dichiarati 
sono bassi, dall'altro l'Italia si
conferma storicamente uno
dei Paesi con il 
patrimonio
privato e immobiliare più alto
 
al mondo rispetto al flusso del
reddito, a dimostrazione di
una ricchezza accumulata che
spesso sfugge alla tassazione
progressiva sul lavoro.

25 milioni di italiani pagano zero tasse.

Gli italiani che hanno presentato una dichiarazione dei redditi nel 2025 sono 42,8 milioni (267.885 in più rispetto al 2023). 

Di questi «quelli che hanno versato almeno un euro di Irpef sono solo 34,1 milioni. I restanti 24,8 milioni (rispetto al totale della popolazione di circa 58 milioni), ben il 42% degli italiani, non hanno redditi e non pagano l’Irpef».

Quasi 8 milioni di italiani hanno dichiarato redditi da zero a 7.500 euro lordi l’anno e hanno versato in media 19 euro di Irpef. È evidente che la prima spiegazione che viene in mente è l’alto livello di evasione fiscale che, secondo le stime contenute nei documenti ufficiali del governo, sottrae ogni anno circa 100 miliardi di euro alle casse dello Stato. Ma non c’è solo questo. Incidono almeno altri tre fattori: la no tax area; la giungla di deduzioni e detrazioni; la flat tax e le altre forme di tassazione forfettaria, come la cedolare secca sugli affitti.

Massimo Gramellini sostiene e scrive “Ogni anno arriva il giorno in cui un italiano adulto su tre scopre di essere fesso. Non che non lo sapesse già, però la pubblicazione annuale del rapporto sulle dichiarazioni dei redditi trasforma la sensazione in certezza. Uno paga, due no”. Poi continua “Eppure, primo paradosso, nessuno li chiama ladri. Furbi, casomai”.

sabato 26 settembre 2026

La società degli uomini -2-

 La “Parola”  nel contesto

della società degli uomini

Nel primo libro della Politica
Aristotele teorizza il rapporto
tra il soggetto dominatore e 
lo schiavo, definendo la schiavitu’
come fenomeno naturale e legale.
La sua analisi si basa su una 
visione gerarchica del cosmo,
secondo cui la natura è 
strutturata in modo tale
che l’inferiore debba essere 
sottomesso al superiore
per il bene di entrambi.



Alle origini dell’uomo, lo abbiamo evidenziato nella precedente pagina, ad essere enfatizzato fu il ruolo della parola, di contro il lavoro (il fare) ed i suoi strumenti (che implicavano sforzo fisico) furono connessi alla natura ed esclusi dalla cultura del tempo che fu. 

Il lavoro ed i suoi strumenti davano in quel contesto una certa rappresentazione del mondo, giustificavano il dominio e legittimavano superiorità della cultura sulla forza lavoro.

 Tutti coloro la cui cultura era diversa da quella egemone e dominante (dominante perché in possesso della cultura) erano considerati e addirittura associati alla natura. Gli egemoni rappresentavano il logos, gli altri erano il caos, primitivi, diversi e devianti.

 In quel contesto sociale di subalternità tutto veniva considerato come  dato naturale. Apprendiamo da Aristotele: «Poiché l'essere dotato di intelligenza e preveggenza è dominatore e signore per natura, chi può eseguire con le facoltà corporali le prescrizioni di questo, é soggetto e schiavo... Per natura dunque è determinata la condizione dell'essere femminino e dell'essere servile, poiché la natura nelle sue creazioni non rassomiglia agli artıgiani dozzinali, come quelli che fanno le spade delfiche, opera meschina; ma adatta ciascun essere alla sua funzione: cosí infatti ciascuno degli strumenti raggiungerebbe la perfezione, qualora non fosse destinato a una molteplicità di funzioni, ma fosse conformato e adoperato per una sola. Tra i barbari, è vero, la femmina e lo schiavo sono allo stesso livello, ma la causa è che i barbari per natura non sono destinati a comandare».

Aristotele insiste -come sopra riportato- sulla condizione dell’essere femmineo e dell’essere servile, nell’alba della civiltà greca, come semplici strumenti destinati ciascuno ad una sola funzione. Il tutto lo attribuisce ai barbari e lo giustifica con la circostanza che i barbari per natura non sono destinati a comandare 

Per Aristotele, ancora: “le arti hanno una sfera determinata, hanno bisogno di strumenti appositi per effettuare la produzione degli oggetti  propri per ciascuno di essi, così la proprietà e’ strumento per la vita, il possederlo è il complesso degli strumenti, lo schiavo è uno strumento animato, e l’operaio  è uno strumento superiore  per la vita (Politica I 1252b 1-7; I 1253b 25-34).

Il discorso (partendo da Aristotele) ora è chiaro: se lo strumento piú perfetto è quello adatto a svolgere una sola funzione, operaio ideale, in quanto strumento, sarà quello che limiterà se stesso al solo ruolo di operaio. Restando stabile l'assetto sociale, la natura non minaccerà la cultura, ossia il logos, facendogli mantenere il predominio sul caos.


===


E’ ovvio che stiamo partendo da lontano

e che contiamo di pervenire via via alla civiltà 

sociale e democratica dei nostri

giorni, i cui valori sono ben altri, e i più 

elevati dei millenni e secoli trascorsi.


(Segue)

Gli immigrati e l’Italia

Gli italiani all'estero sono oltre 6,6 
milioni, un numero che sale a circa 
80 milioni se si considerano i 
discendenti e gli oriundi nel mondo.
Oggi si contano oltre 6,6 milioni 
di residenti all'estero iscritti all'AIRE, 
soprattutto in Europa (Germania, 
Regno Unito, Svizzera e Francia).
Paesi come il Brasile e l'Argentina 
accolgono le comunità di origine 
italiana più grandi del pianeta.





Il tetto agli «stranieri».

A partire dal prossimo anno scolastico (2027-28), in prima elementare potrà esserci al massimo il 30% di bambini «stranieri». Ma nel conto non entreranno i nati in Italia o che abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle scuole medie e superiori, il limite del 30% non riguarderà gli studenti stranieri che abbiano frequentato con successo (cioè senza bocciature) la scuola italiana per almeno tre anni. Le classi intermedie già formate non saranno toccate. Il tetto si applica da subito solo a chi arriva in Italia ad anno scolastico iniziato.

Cosa devono fare i dirigenti scolastici se si trovano con più del 30% di alunni migranti di prima generazione che non abbiano frequentato due anni di scuola dell’infanzia o tre anni delle elementari e medie? Devono rivolgersi agli uffici scolastici territoriali, cui toccherà spostare il numero di studenti necessario a rispettare il tetto.

Quanto lontano dal loro luogo di residenza? Il decreto sancisce il «principio di prossimità» da rispettare, ma non specifica il raggio massimo di distanza tra casa e scuola. Sono previste deroghe (per esigenze familiari particolari, a partire dai casi di disabilità). Quando il superamento del tetto è inevitabile, scatta la misura alternativa dei corsi di lingua.

 Divieto di volto coperto 

Il decreto non menziona burqa e niqab (mentre nella relazione tecnica sono citati i caschi). E’ dunque vietato «partecipare alle attività curriculari ed extracurriculari delle istituzioni scolastiche con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto».


Un discorso non retorico

Pedro Sánchez ha tenuto
un discorso di forte impatto
all'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite
a New York, incentrato sulla
strenua 
difesa del
multilateralismo
 e dell'ordine
 internazionale basato sulle
regole contro le spinte isolazioniste
e nazionaliste.

Nella foto Sanchez col
sindaco socialista di
New York, 

Zohran Mamdani




   I valori della civiltà occidentale esistono ancora. Quello pronunciato dal primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, all’assemblea generale dell’Onu, si allinea, per intensità e coraggio, agli ultimi applauditi interventi del suo collega canadese, Mark Carney. 

«Salgo su questa tribuna - ha detto il leader socialista - con un solo obiettivo: difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere. Vengo a rivendicare i principi e le ambizioni che ispirarono la nascita di questa organizzazione ottantuno anni fa. Principi e ambizioni che diversi governi qui presenti disprezzano o intendono smantellare. La maggior parte di noi credeva in quella promessa comune. Perché eravamo convinti che la pace, la sostenibilità e le pari opportunità non fossero posizioni ideologiche, ma parte integrante del futuro dell’umanità. Oggi, però, queste idee non vengono soltanto messe in discussione. Vengono attaccate da attori politici, da governi che vogliono riportarci a un passato oscuro. E non serve indicarli: sappiamo tutti chi sono e qual è il loro modus operandi. Prima mettono in discussione le regole. Poi le violano, sapendo peraltro che nessuno avrà il coraggio di chiedergliene conto. Tagliano i loro contributi agli organismi multilaterali. Prendono di mira i loro leader e i loro funzionari, ne bloccano la capacità d’azione, per poi descriverli come enti inutili di cui si può fare a meno». Le ragioni?

Il primo è l’egoismo. «L’assurda convinzione che il mondo sia un gioco a somma zero, in cui il guadagno di qualcuno implica necessariamente la perdita di qualcun altro». 

Il secondo è l’ignoranza. «Si disprezzano le evidenze scientifiche e si dà per scontato che esistano Paesi così potenti da poter abusare degli altri e da non aver bisogno di nessuno per prosperare». 

E il terzo è la crudeltà. «Ho visto queste forze egoiste, ignoranti e crudeli crescere. Ho visto come si toglievano la maschera e prendevano il potere in molti luoghi. E da lì le ho viste scatenare guerre illegali, massacrare civili innocenti».

Sanchez non perde la speranza, soprattutto di fronte a «milioni di persone che si mobilitano in difesa della natura, della pace e dei diritti civili». E termina così: «Quando le generazioni future guarderanno indietro, studieranno questo decennio decisivo nella storia delle Nazioni Unite e ci chiederanno quale ruolo abbia avuto ciascuno di noi». 

venerdì 25 settembre 2026

Letteratura sociale

La Sicilia nel 1876" è
una celebre 
inchiesta
privata
 in due volumi,
scritta e pubblicata nel 1877
dai giovani studiosi e
futuri parlamentari
toscani 
Leopoldo
Franchetti
 e Sidney
Sonnino
. L'opera
rappresenta la prima
indagine sistematica e
documentata sulle
piaghe economiche, sociali
e politiche della Sicilia
dopo l'Unità d'Italia,
gettando le basi
metodologiche per lo

studio della cosiddetta
 
"questione meridionale”




Viaggio in Sicilia - 1876 

Leopoldo Franchetti, assieme al suo amico Sydney Sonnino, negli anni 1875-1876, visitò la Sicilia avendo avuto sentore che la crescita socio-umana della realtà locale era inficiata da un fenomeno denominato “mafia”. 

Entrambi erano interessati a raccogliere informazioni sullo strano fenomeno che prosperava e bloccava la crescita socio-umana territoriale. Franchetti, nel suo viaggio scopre e rivela l’inquietante fenomeno di violenza presente nell’Isola che blocca ogni iniziativa di apertura democratica e di crescita umana. Anzi a proposito della democrazia egli evidenzia che la presenza mafiosa fa smarrire, estinguere la democrazia. 

Franchetti, ed il suo amico Sonnino, erano di formazione e cultura liberale, sostanzialmente due liberali, ma ciò che essi scoprono nell’Isola li rende grandi intellettuali e minuziosi conoscitori della vita sociale. L’esperienza pratica sul campo dei due studiosi di formazione, come detto, liberale consentirà loro di delimitare e persino respingere il liberismo senza regole. Essi in Sicilia scoprono quello che sui libri di scienza economica e’ l’utilitarismo, l’utilitarismo cieco. In entrambi gli studiosi, quella visita e quanto scoperto nell’assetto sociale della Sicilia di allora, li induce a riconsiderare quanto avevano appreso dall’illuminismo liberale.  

Nell’ottica di piena libertà intellettuale i due studiosi si dedicano a studiare ciò che vedono sul terreno e Franchetti riporta di essersi mosso sulla scia: “Dalla verità la libertà; dalla libertà la verità“ nello spirito di cogliere lo spirito moderno e creare i presupposti per cambiare lo stato delle cose nella Sicilia ormai parte dello Stato italiano.

(segue)

Pensioni sempre più lontane

Stando all’Istat campiamo

più  a lungo.

La pensione in Italia torna
ufficialmente ad allontanarsi
a causa del ripristino dei
meccanismi automatici di
adeguamento alla 
speranza di
vita dell'ISTAT
. Dopo anni
di "congelamento" temporaneo
dei requisiti, le ultime proiezioni
della 
Ragioneria Generale
dello Stato
 diffuse in questi
giorni
 delineano un
calendario di continui
incrementi sia per l'età
anagrafica (vecchiaia) sia
per i requisiti contributivi
(anticipata).







Dal primo gennaio 2029, secondo le norme di legge, ci vorranno altri tre mesi in più di lavoro per conseguire la pensione. Bisognerà cioè arrivare a 67 anni e mezzo per andare in pensione di vecchiaia oppure serviranno 43 anni e 4 mesi di contributi, indipendentemente dall’età, per la pensione anticipata (un anno in meno per le donne). Lo dice l’ultimo Rapporto della Ragioneria generale dello Stato su «Le tendenze di medio lungo periodo» sul sistema pensionistico che, aggiorna le precedenti stime, in base alla dinamica della speranza di vita. 

 Aggiornamento che vede appunto uno scatto di altri tre mesi dal 2029, rispetto ai due stimati nel precedente rapporto.

 La legge prevede che i requisiti per la pensione vengano adeguati ogni due anni. Tuttavia i tre mesi in più, che avrebbero dovuto scattare dal primo gennaio 2027, saranno spalmati su due anni: un mese in più dal prossimo anno e altri due mesi dal 2028. Così, la pensione di vecchiaia, che oggi si ottiene a 67 anni d’età, dal prossimo primo gennaio si otterrà a 67 anni e un mese e poi dal primo gennaio 2028 a 67 anni e tre mesi. Stessa cosa per la pensione anticipata: oggi bastano 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne); dal prossimo anno ci vorranno 42 anni e un mese e dal primo gennaio 2028 si salirà a 43 anni e un mese (sempre un anno in meno per le donne).

Con lo lo scatto biennale del 2029, la pensione si allontanerà ancora, toccando la soglia psicologica dei 67 anni e mezzo, per non parlare dei 43 anni e 4 mesi di contributi che saranno necessari per lasciare il lavoro in anticipo.

giovedì 24 settembre 2026

Schlein o Conte?

Non c'è ancora un candidato
unico ufficiale

per guidare la coalizione
del "campo largo" contro
Giorgia Meloni alle elezioni
politiche del 
2027.
 I principalileader del
centrosinistra e del
Movimento 5 Stelle
hanno formalmente
avviato la campagna
elettorale e annunciato
la stesura di un
programma comune,
ma la scelta del nome
definitivo per la
presidenza del
Consiglio resta aperta
ed è oggetto di
discussione interna.





Nel centrosinistra pare prendere corpo il tentativo di trovare un «federatore» o una federatrice che sfidino Meloni compattando davvero il campo largo: i nomi, quelli che più frequentemente tornano sui media, sono quelli di Silvia Salis (sindaca di Genova), Gaetano Manfredi (sindaco di Napoli), Roberto Gualtieri (sindaco di Roma) e Antonio Decaro (governatore della Puglia).

Intanto i media lasciano intendere presumibili aspettative di investitura da parte di Schlein e Conte.

La segretaria del Partito Democratico e il presidente del Movimento 5 Stelle sono in via di fatto e naturali i due principali contendenti per la leadership. I sondaggi tra gli elettori della coalizione mostrano un testa a testa serrato a seconda degli scenari presentati (ad esempio, le rilevazioni dell'Istituto Demopolis diffuse nel maggio 2026 davano Schlein al 44% e Conte al 40% in uno scontro diretto, con percentuali che si ribaltavano a favore di Conte in caso di allargamento della rosa dei candidati).

Doppio standard

 

La guerra in Ucraina è
iniziata con l'invasione
russa del 24 febbraio
2022
, ma affonda le sue
radici in tensioni storiche,
politiche e geopolitiche di
lungo corso fra la
Russia, l'Ucraina e il
blocco occidentale.
Sovranità e
autodeterminazione:
 
L'Ucraina è uno Stato
indipendente riconosciuto
dall'ONU dal 1991. Ha il
diritto di scegliere le proprie
alleanze internazionali,
politiche ed economiche
(incluso il percorso di
integrazione con l'Unione
Europea e la NATO) senza
subire ingerenze o minacce
esterne.
L'azione di Mosca calpesta i
principi fondamentali della
Carta delle Nazioni Unite,
che vieta l'uso della forza
contro l'indipendenza politica
e l'integrità territoriale
di un Paese sovrano
 (principio ribadito anche
dopo l'annessione della
Crimea nel 2014).







La Russia e’ l’invasore

ma tanti politicanti italiani 

tifano per i russi, per Putin.

Se «Free Palestine» è stato uno slogan diffuso in tutte le piazze occidentali, assai carente è sempre stata la solidarietà per gli ucraini minacciati dai russi, anzi invasi in alcuni territori dai russi. Come mai? I loro patimenti li conosciamo da quando Putin mandò nel 2014 i suoi «uomini verdi» senza mostrine dell’esercito ad assalire la Crimea (regione ucraina) per poi annettersela. 

In Occidente ci scaldiamo molto,  invece, molto — giustamente  — per la guerra mossa da Israele nella Striscia dopo il pogrom del 7 ottobre.

Taluni parlano di doppio standard nel dibattito pubblico. Pare che esista confusione tra aggressori e aggrediti. E sulla stampa c’è chi rimprovera papa Francesco che arrivo’ a spiegare la criminale aggressione di Putin sostenendo che la Nato s’era spinta ad «abbaiare alle porte della Russia». Ai terroristi di Hamas, colpevoli del massacro di 1.200 israeliani e del sequestro di 250 ostaggi, invece sin dall’inizio e’ stata riconosciuta una specie di dovere resistenziale. Sì, la strage nei kibbutzim e al Nova Festival fu orribile, ma a quei palestinesi viene concesso un … «tuttavia…». La reazione di Israele nella Striscia, viene ritenuta fuori misura.

Gli sconfinamenti dei russi in Ucraina sono quotidiani. Gli allarmi dei servizi occidentali sull’espansionismo del Cremlino si moltiplicano. Eppure, tanti media e politici occidentali sono persuasi che non sia assolutamente il caso di rimpinguare forze armate ucraine in grado di resistere a fronte di un Putin, il quale non ha mai dato segno di voler trattare realmente con chicchessia. 

Occorrerebbe probabilmente un innesto di memoria: provare almeno per un momento la privazione della libertà e la morsa della paura che segnarono chi fu bambino durante il fascismo. William Strauss e Neil Howe elaborarono nel 1997 in The Fourth Turning (La quarta svolta) una teoria ciclica, criticata da alcuni storici e, tuttavia, non priva di fascino e senso comune: occorrono ottanta, novant’anni, per passare da periodi di forte coesione sociale e ragionevolezza a fasi di crisi collettiva, irrazionalità e guerre. È quello il tempo della vita umana, il tempo del ricordo e del suo affievolirsi. Alla fine del quale i contorni sfumano, confondendo torti e ragioni.

mercoledì 23 settembre 2026

La Russia di Putin

 Dal comunismo sovietico al neo fascismo: un percorso 

Il partito di governo Russia Unita,
legato al presidente Vladimir Putin,
 ha ottenuto una 
maggioranza
record del 57,83% dei voti
 
nelle recenti elezioni legislative
per il rinnovo della Duma di Stato
 (la camera bassa del Parlamento).
 I dati definitivi diffusi dalla
Commissione elettorale centrale
russa sanciscono l'assegnazione
di 
355 seggi su 450 a Russia
Unita, blindando ulteriormente
il controllo del Cremlino sul
potere legislativo.





Nel Paese, in Russia, le elezioni servono a confermare l’esistente. Era così quando -per un breve lasso di tempo- il voto era ancora relativamente libero, figurarsi ora. Ai nostri giorni l’immagine del Paese è quella di una società immobile, bloccata. Gli exit poll ed i risultati finali confermano che Russia Unita, il partito personale di Putin  possiede la maggioranza dei seggi. Nel 2021 aveva ottenuto una percentuale quasi identica, con differenze minime.

 Il vincitore annunciato e predeterminato dispone  comodamente di una maggioranza sui trecentocinquantacinque deputati su 450 parlamentari. Ma come noto, non c’è problema. Alle sue spalle, infatti, si sono piazzati tutti gli altri partiti satelliti, nell’ordine esatto che era stato disegnato e preannunciato da tempo. 

Al secondo posto ci sono i comunisti dell’eterno Gennady Zjuganov, che nel giugno scorso ha compiuto 82 anni. Al terzo i liberaldemocratici, al quarto Gente nuova, neonata formazione secondo molti concepita nella provetta del Cremlino per dare sfogo al malcontento della classe media, comunque l’unica a non pronunciarsi apertamente a favore della guerra. Che rimane cosa diversa dal dirsi contrari. 

In queste elezioni politiche, che a detta di Putin dovevano essere «un contributo comune alla vittoria della Russia», hanno dunque funzionato i meccanismi che devono garantire al potere il risultato voluto.

Parole frequenti sui media


Attualmente il presidium della
Cdu è guidato da 
Friedrich
Merz
, che ricopre anche
la carica di Cancelliere
federale della Germania.






presidium - Indica in Germania nei partiti l’organismo di vertice ristretto: quello della Cdu, per esempio, conta una quindicina di membri, si riunisce ogni due settimane e decide le questioni politiche del momento. Nel Bundestag è invece l’ufficio di presidenza: la presidente e i vicepresidenti che si alternano nel condurre le sedute e si riuniscono per la gestione della Camera.

Indica sostanzialmente  l'organo direttivo e amministrativo di un'istituzione pubblica oppure il comitato esecutivo di vertice di un partito politico. All'interno dei partiti tedeschi (come la CDU, la SPD o i Grünen) il Präsidium rappresenta l'organo di leadership più ristretto e operativo. Si differenzia dal Vorstand (il comitato direttivo federale più allargato) in quanto: 

= Include solo le massime cariche: il leader del partito (leader federale), i segretari generali, i ministri di spicco del partito e i capigruppo parlamentari;

= Si riunisce con frequenza molto più mi elevata (spesso a cadenza settimanale) per stabilire la linea politica immediata, reagire all'attualità e gestire le campagne elettorali.

martedì 22 settembre 2026

Parole frequenti sui media


L'Operazione Aspides è una missione
diplomatico-militare di sicurezza
marittima
 istituita dall'Unione Europea
per proteggere le navi mercantili e
garantire la libertà di navigazione nel
Mar Rosso
, nel Golfo di Aden e nelle
aree limitrofe.
Il mandato di Aspides è eminentemente
difensivo
. Le unità della flotta europea
scortano i cargo commerciali e
neutralizzano i droni o i missili
diretti contro le navi protette, ma
non effettuano attacchi o
bombardamenti sul territorio yemenita.



aspides

È il nome (la parola in greco significa «scudi») attribuito alla missione militare di sicurezza marittima dell’Unione europea, in risposta agli attacchi Houthi contro le navi che transitano nel Mar Rosso. Il carattere della missione è difensivo.

La missione europea Aspides è nata e rimane una missione difensiva, che vuole solo garantire il passaggio dei mercantili che transitano dal Mar Rosso e da Bab el-Mandeb proteggendoli da eventuali attacchi degli Houthi. L’iniziativa spunta di fronte all’aggravamento della situazione nello stretto, sollecitando l’Unione europea a rinnovarla, perché l’Italia ha un forte interesse strategico: il 40% dell’intero traffico marittimo commerciale dell’Italia e il 60% delle merci che esportiamo verso l’Asia passano attraverso il Mar Rosso.

Il conflitto, quello del mar Rosso, non è stato condiviso dall’Italia che resta sostenitrice della pace. 

Stranezze della vicenda umana

 

La condotta militare della Russia
nell'invasione dell'Ucraina è stata
spesso definita "strana" o anomala
dagli analisti geopolitici per via del
profondo contrasto tra la dottrina
militare teorica e l'effettiva
esecuzione sul campo
. Nel corso
del tempo, il conflitto si è evoluto
da un tentativo di guerra lampo a
una 
guerra di logoramento
asimmetrica
, caratterizzata da
scelte strategiche insolite per
una superpotenza globale.





La guerra ibrida

sui giornali europei

L’Italia, l’Unione europea sono in guerra. Formalmente, non l’hanno dichiarata né  l’Italia né l’Unione Europea e, stranamente nemmeno la Russia di Putin. E però la guerra la sta semplicemente conducendo la Russia aggredendo un Paese indipendente: l’Ucraina.

Se per fare la pace occorre essere in due, per scatenare un conflitto basta l’aggressore, che costringe l’aggredito a difendersi. Non piace a nessuno ammetterlo, compresi i governi europei, ma senza infingimenti noi cittadini europei dobbiamo riconoscerlo: siamo in guerra, l’ha deciso l’uomo, il dittatore del Cremlino. 

Gli attacchi russi ormai sono quasi quotidiani non solo in Ucraina, ma anche  in qualche Paese del continente, e non si tratta di errori bensì di scelte decise a Mosca, che punta ad un salto di qualità nelle sue  azioni: non più provocazioni ma vere e proprie incursioni. 

Stando a certi analisti e alla stampa occidentale Vladimir Putin sta intensificando l’attività per testare fino a che limite può agire prima che la Nato, colpita dalle provocazioni decida di reagire. 

I Paesi della Nato non hanno inteso finora cadere nel tranello russo, dare risposte sul campo che alzerebbero la tensione e potrebbero portare a un’escalation. Ma, prima che l’inevitabile possa accadere, sarebbe buona cosa far sapere a Putin che sta forse superando il limite.

Nel 2025 e 2026, le operazioni russe contro Paesi della Nato nella cosiddetta «grey zone», si sono via via intensificate. 

===Violazioni dello spazio aereo che costringono i jet della Nato, anche italiani, ad alzarsi e ad allontanare gli aerei russi, o ad abbattere droni armati. Dall’inizio del 2026, 570 missioni nei Paesi baltici, in Romania e in Polonia, ai confini dell’Ucraina. Sabotaggi a terra, come all’aeroporto di Lipsia (un drone armato), in Estonia, in Lituania. Tutti attacchi cibernetici a infrastrutture, a reti elettriche e telematiche, a cavi sottomarini. Disturbo delle reti Gps. Tentativi di omicidio sventati dai servizi d’intelligence occidentali. Interferenze aggressive nelle campagne elettorali portate avanti da agenti di disinformazione legati a Mosca, con l’obiettivo di sostenere i partiti filorussi europei e delegittimare le politiche della Ue nella Difesa e nel sostegno all’Ucraina.

===Putin vuole vincere la guerra contro l’Europa con strumenti ibridi, senza truppe e carri armati sul terreno, anche vista la pessima conduzione dell’armata russa in Ucraina. Intensifica l’aggressione per mettere sotto pressione e in tensione l’Unione europea, il Regno Unito e la Norvegia, fino a dividerli prima nell’appoggio a Kiev e poi a costringerli a un rapporto favorevole e sottomesso a Mosca.

Il Novecento, per flash (8)

 Conoscere il passato per non

ricadere negli stessi pericoli

*.   *.   *
L'epoca delle catastrofiidentifica la prima grande fase
del "Secolo breve", un periodo
compreso tra il 1914 e il 1945
 
teorizzato dallo storico britannico 
Eric Hobsbawm nel suo celebre
saggio 
Il Secolo breve. Questa
specifica macro-era si apre con lo
scoppio della 
Prima guerra
mondiale
 e si chiude con il
termine della 
Seconda
guerra mondiale
, racchiudendo
trent'anni di sconvolgimenti
globali che distrussero la
vecchia società borghese e
l'egemonia eurocentrica.










L’epoca delle catastrofi.


L’epoca delle catastrofi che caratterizzarono gli anni Trenta si apri in Asia, nel 1931, con l'attacco giapponese alla Manciuria. Alla condanna della Società delle Nazioni, Tokyo rispose abbandonando l'organizzazione nel 1933. 

Gli Occidentali non avevano intenzione di farsi coinvolgere in una guerra nell'Estremo Oriente e Pechino fu costretta a riconoscere il protettorato nipponico sulla Manciuria, retta dal governo sedicente autonomo dell'ultimo imperatore cinese P'u Yi.


Nell'ottobre 1933 la Germania lasciò a sua volta la Società delle Nazioni, in cui era entrata nel 1926: la sicurezza collettiva teorizzata da Thomas Woodrow Wilson si sgretolò. L'intesa tra Francia e Gran Bretagna (che l’avevano voluta) si rivelò debole e concesse libertà d'azione ai dittatori. 

Il 16 marzo 1935 Hitler, violando il Trattato di Versailles, ristabili il servizio militare obbligatorio, esprimendo l'intenzione di ricostituire un esercito i cui effettivi sarebbero variati da 500.000 a 600.000 uomini. La Francia reagì firmando con l’Unione Sovietica un patto di mutua assistenza abbastanza vago, mentre l'Inghilterra, senza consultare la Francia, autorizzò la Germania a costruire navi da guerra di tutti i tipi ponendo come unico vincolo l'obbligo di non superare il 35 per cento del tonnellaggio inglese.


Lo stesso anno, rivendicando un maggiore spazio vitale per gli Italiani da raggiungersi attraverso le conquiste belliche, Mussolini attaccò l'Etiopia dell'imperatore Hailè Selassiè. Questi si appellò alla Società delle Nazioni che approvò alcune sanzioni economiche contro il paese aggressore, ma si rivelarono un fiasco e l'impero del negus non tardò a passare sotto la dominazione italiana.


Sempre nel 1935 le truppe tedesche entrarono nella regione smilitarizzata della Renania. Fu l'ultima occasione per fermare Hitler senza ricorrere alla guerra poiché, nel caso di un intervento dell'esercito francese per impedire l'occupazione, quello tedesco aveva l'ordine di ritirarsi. La Francia però, nel momento in cui l'Italia si batteva contro le sanzioni e l'Inghilterra negoziava con Hitler, non osò prendere una simile decisione: le fondamenta dell'asse Roma-Berlino furono gettate.


Nel 1936 alcuni ufficiali stanziati nel Marocco spagnolo insorsero agli ordini del generale Francisco Franco. Il movimento si propagò in molte città della Spagna e il governo repubblicano si oppose: fu il prologo della guerra civile.


Mentre la Francia del Fronte popolare diretto da Léon Blum e la Gran Bretagna spaventata dal possibile radicamento del comunismo in Spagna adottarono una posizione di non intervento, la Germania nazista e l'Italia fascista inviarono non soltanto del materiale, ma anche migliaia di soldati che affronteranno i volontari di tutte le nazioni europee riuniti nelle brigate internazionali. La guerra civile fu atroce: «Si fucila così come si ara la terra», notò il pilota-scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry. Il 26 aprile 1937 l'aviazione tedesca bombardava la città basca di Guernica. Due anni più tardi Franco trionfava e, come avevano già fatto Mussolini e Hitler dichiarandosi rispettivamente duce e Führer, fondò un regime incentrato sulla figura del caudillo.


Nel frattempo i nazisti erano entrati in Austria senza incontrare resistenza e molto di più ottennero al Congresso di Monaco, il 30 settembre 1938, quando il Primo ministro inglese Arthur Neville Chamberlain e quello francese Edouard Daladier permisero lo smembramento della Cecoslovacchia. I due uomini politici credevano ingenuamente di avere realizzato con successo la loro politica distensiva, ma fu un'illusione che si dissipò rapidamente: il 14 marzo 1939 la Slovacchia filonazista proclamò l'indipendenza, la Boemia e la Moravia furono dichiarate protettorato tedesco, mentre Memel e il Memelland venivano strappate alla Lituania. L'Albania fu invasa dalle truppe di Mussolini.


Le democrazie non erano ormai più nelle condizioni di operare un'inversione della loro politica, ma s'impegnarono a garantire l'indipendenza e l'integrità della Polonia, della Romania e della Grecia; in realtà, non furono in grado di proteggere nessuno e Stalin ne era cosciente tanto che, mentre i negoziati fra i paesi occidentali  e l’URSS erano ancora in corso, firmò il patto tedesco-sovietico.


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