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lunedì 5 ottobre 2026

La Sicilia, la Valle Belice del tempo che fu

 Vincenzo Guarrasi è un noto geografo e antropologo italiano, professore emerito di Geografia presso l'Università degli Studi di Palermo. Formatosi inizialmente come antropologo, ha dedicato la sua lunga carriera accademica (insegnando dal 1977 al 2017) all'esplorazione dei legami tra territorio, cultura e società. Tra le sue principali aree di ricerca figurano la geografia culturale e urbana, lo sviluppo locale, le migrazioni internazionali nel Mediterraneo e il concetto di "città cosmopolita". Ha ricoperto ruoli istituzionali di rilievo all'interno della comunità geografica italiana, tra cui quello di vicepresidente dell'Associazione dei Geografi Italiani (AGEI). È inoltre autore di numerose monografie e saggi accademici, tra i quali spiccano:

La condizione marginale

La città cosmopolita. Geografie dell'ascolto

La tempesta perfetta. Quando l'umanità iniziò a cospirare contro se stessa (pubblicato dalle Edizioni Museo Pasqualino).

Del professore ci e’ capitato leggere un testo circa l’uso della “pietra” nell’edilizia siciliana. Il testo è risultato interessante, perché a chi ha età avanzata, ricorda l’edilizia contessiota e non solo, del pre-terremoto nella Valle del Belice ‘1968’. Il brano è parecchio lungo e sul blog osiamo pigliare solamente le prime due pagine del libro ad impronta antropologica.

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La cartina coglie
l’area belicina.

L'
urbanistica contadina
 siciliana 
(o habitat rurale) 
si esprime storicamente
attraverso un dualismo
unico: 
l'accentramento
urbano
 della popolazione
nei borghi (la cosiddetta
 "città-paese") e la rete
di presidi isolati nel territorio
 (le masserie), entrambi
nati per rispondere alle
esigenze del latifondo, del
clima e della difesa.


Scritture di pietra, come tatuaggi, modellano il paesaggio siciliano. Segni dell'azione dell'uomo, intesa a plasmare e a riplasmare continuamente il proprio ambiente, ritroviamo nella ragnatela di muri a secco della regione iblea, nelle pazienti opere di terrazzamento che sospingono verso l'alto le colture arboree lungo i fianchi dell'Etna, nei ciottolati e nei lastricati dei centri storici minori, nei fabbricati, infine, dell'edilizia pubblica e privata, civile e religiosa.

In poche altre regioni del mondo, d'altronde, come nel bacino del Mediterraneo, l'architettura della pietra poteva trovare un ambiente piú favorevole al proprio sviluppo. La pietra da costruzione per eccellenza, infatti, non è certo il granito che si scheggia sotto il piccone o il martello, ma il calcare che si lascia tagliare dal cesello, sezionare in forme regolari, aggiustare e combinare nelle forme piú diverse. La pietra calcarea, dunque, che già domina il paesaggio mediterraneo naturale, perché raramente la vegetazione la ricopre di un manto cosí folto da impedirle di apparire a nudo, dà la propria impronta indelebile anche al paesaggio umano realizzando una particolare continuità tra natura e cultura, ambiente urbano e rurale. Spoglio delle proprie essenze vegetali spontanee per l'intensità delle colture e il morso delle greggi, per la pratica plurisecolare del debbio e gli incendi dei pastori, che ne hanno progressivamente ridimensionato e degradato la superficie boschiva, il mondo mediterraneo consegna alla pietra la propria immagine di paesaggio interamente costruito, straordinaria amalgama di natura e cultura (Vidal de La Blache 1948, 155).


A partire dal tardo Medioevo in Sicilia, come in altre regioni dell'Europa e del Mediterraneo, la pietra è andata soppiantando il legno nelle opere architettoniche (Guidoni 1980, 80). Lentamente, ma inesorabilmente. La civiltà della pietra ha richiesto secoli per costituirsi. E stato necessario sfruttare le cave, scegliere le pietre di piú facile lavorazione e che in seguito induriscono all'aria. È stato necessario investire su un lungo arco di secoli (Braudel 1982, 247).


Contessa Entellina
L'edilizia contadina 
prima del terremoto
del Belìce del 1968
 rifletteva
fedelmente l'economia
latifondista, la cultura
agraria e la specifica
matrice identitaria 
arbëreshë (italo-albanese)
che caratterizzavano
questo lembo della Sicilia
occidentale.

Sebbene le scosse 
del 1968 abbiano 
imposto una parziale 
delocalizzazione e la 
nascita di nuove aree 
urbanizzate, il centro 
storico di Contessa 
Entellina è riuscito a 
preservare gran parte 
del suo antico tessuto 
edilizio rispetto a borghi 
vicini completamente 
rasi al suolo (come 
Poggioreale o Gibellina)




Ma è probabile che in questa area abbia preso forma la nozione di «patrimonio edilizio». È qui, infatti, piú che altrove, che una casa dura e continua a testimoniare nel tempo la lentezza di civiltà o di culture, ostinate a conservare, maniere, ripetere. Quanto è naturale, d'altronde, la ripetizione dove i materiali di costruzione variano poco e in ogni regione si impongono precise costrizioni. Costrizioni, spesso, di lunga durata (Braudel 1982, 246). Dalla scelta di costruire in pietra i luoghi dell'abitare, discendono, infatti, alcune conseguenze: i materiali idonei a un tale impiego sono rari perché essi devono resistere non soltanto alle risposte climatiche e all'azione distruttiva degli agenti atmosferici, ma anche alla degradazione che deriva dall'azione del tempo. I materiali da costruzione vengono scelti, pertanto, in relazione alla durata che sono in grado di assicurare al manufatto edilizio. 

La durata diviene cosí la dimensione chiave dell'abitare nella regione mediterranea. Non è cosí ovunque. In numerose società le costruzioni hanno una vita assai breve e sono spesso abbandonate o distrutte quando il proprietario muore. All'inevitabile, e umano, trasalimento di fronte al grande mistero che avanza, alla linea d'ombra che tutto tende ad abbracciare, l'uomo mediterraneo ha risposto, cercando di rendere visibile il tempo e i sentimenti, di costringerli a assumere dimensioni spaziali, di dare alle proprie relazioni con il mondo le forme della pietra (Tuan 1978, 97).

Uno dei problemi fondamentali di ogni tipo di architettura è quello della copertura. Per definire uno spazio chiuso, infatti, occorre che esso sia separato dall'esterno da ogni parte, anche da quella superiore. Ma per dotare la costruzione di un tetto, che la ripari efficacemente dagli agenti atmosferici, bisogna aftrontare il problema della gravità. Ogni struttura necessita di due componenti: un elemento di tensione orizzontale che raccolga le forze e un elemento verticale che possa resistere a queste ultime per trasmetterle al suolo. Intuitivamente è manifesto che il nodo fondamentale è costituito dall'elemento di tensione orizzontale (quello che chiude lo spazio) e che sono le caratteristiche di questo elemento ad avere un'influenza essenziale sulla forma della costruzione stessa (Raport 1972, 144).

L'insieme delle forze di gravitazione e la loro trasmissione al suolo esigono in generale dei materiali resistenti alla tensione e alla pressione. 

In Sicilia sono comunemente usati materiali organici come il legno, le canne o altre fibre vegetali intrecciate, privilegiati, per le loro doti di leggerezza e di elasticità, a loro volta ricoperti, per garantirne l'impermeabilità, da tegole in terracotta. Molto diffuso e dai tempi più remoti è il ricorso a volte, archi o cupole, che garantiscono gli effetti di leggerezza e di elasticità, grazie alle proprietà intrinseche alla stessa forma geometrica. 

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(Il testo procede, interessante ancora per più pagine, ma noi ci fermiamo qui. Abbiamo voluto evocare, la realtà urbana ostica delle società  contadine siciliane, ricalcata come in ogni territorio dell’Isola pure nella Valle del Belice del tempo andato, ed ovviamente anche nella nostra Contessa Entellina. Realtà, quella, frutto della società affermatasi dal quattro/cinquecento agli anni sessanta del Novecento).





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