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| Ancora nel Settecento, la Sicilia era dominata da un regime feudale pervasivo e strutturato sul privilegio che regolava l'intero assetto socio-economico e politico dell'isola. A differenza di altre aree d'Europa dove il feudalesimo era ormai in netto declino, nel Regno di Sicilia il sistema rimaneva solidissimo e contava oltre 2.000 feudi, condizionando la vita della maggior parte della popolazione. |
Abbiamo già tratteggiato nelle pagine precedenti che sin dal periodo normanno la maggior parte della proprietà fondiaria dell'Isola era affidata alle mani di alcuni baroni. Ogni “baronia” aveva il dominio su terreni destinati a varie culture, dai pascoli ai boschi, alle praterie, ma predominavano i terreni incolti, che, dando un caratteristica fisionomia al paesaggio, costituivano il “feudo”; motivo per cui in Sicilia feudo divenne sinonimo d'una terra qualsiasi.
E però la giurisdizione dei baroni, travalicando i confini delle terre di cui erano diretti proprietari, in realtà, la stragrande parte della proprietà fondiaria dell'Isola si riconduceva nelle mani di alcuni, pochi, baroni.
Il feudo era formato da terreni destinati a varie culture, dai pascoli ai boschi alle praterie, ma con assoluta predominanza dei terreni incolti, che, dando un caratteristica fisionomia al paesaggio, costituivano la vasta campagna siciliana. Da questo quadro di trascuratezza in Sicilia il termine “feudo” divenne sinonimo d'una terra qualsiasi.
Dal momento che la giurisdizione dei baroni, travalicava i confini delle terre, di cui erano diretti assegnatari regi e si estendeva su città e villaggi, quindi su Kuntisa, e rispettivi demani, e quindi anche sulle piccole proprietà private comprese nel loro dominio, ne derivò che i padroni di queste ultime si sentivano pure essi sottoposti al barone giusto una serie di molteplici o multiformi legami che avremo modo di tratteggiare sul blog.

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