Appuntamento del sabato
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| François Hartog nato nel 1946) è uno dei più autorevoli storici e intellettuali francesi contemporanei, direttore di studi emerito presso l'École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi. Allievo del celebre grecista Jean-Pierre Vernant e legato alla tradizione storiografica della rivista Annales, Hartog ha profondamente rinnovato l'epistemologia della storia e la riflessione filosofica sul concetto di tempo e sul modo in cui le società umane si rapportano al proprio passato e futuro. Hartog descrive l'epoca contemporanea (a partire dagli ultimi decenni del Novecento) come dominata dal presentismo. In questo regime, il futuro ha perso la sua forza propulsiva (legata all'idea illuminista e moderna di progresso) e il passato viene continuamente fagocitato e mercificato. Il risultato è un presente perpetuo, ossessionato dall'istantaneità, dall'urgenza, dai social media e dalla logica della memoria/patrimonio, che fatica a progettare il domani o ad affrontare sfide a lungo termine come la crisi climatica. |
della sua cultura
Si tratta di una lunga storia dai registri molteplici,
sfasati, connessi gli uni agli altri come in un gioco di incastri.
Stando a Moliere: «Gli antichi, signore, sono
gli antichi, e noi siamo la gente di adesso».
Jacob Perizonius nei primi anni del xv secolo,
dipinge un triste quadro della decadenza degli
studi classici in Europa.
Quel verso un giorno famoso, «Chi ci libererà dai
Greci e dai Romani?», non è piú che una curiosità.
E, nel momento stesso in cui il posto degli
antichi nella scuola si fa sempre piú ristretto,
la domanda della «gente di adesso», se mai
ne formulasse una, sarebbe:
«Ma chi erano insomma questi
Greci e questi Romani?»
Un rapporto diretto con loro è ancora possibile?
Le loro domande sono ancora le nostre?
Possiamo ancora, o di nuovo, far nostre
alcune loro domande?
La politica greca, la democrazia hanno ancora
qualcosa da dirci, o piuttosto, siamo in grado
di porre loro delle domande pertinenti sul nostro presente?
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François Hartog è Direttore di studi emerito all’École des Hautes études en sciences sociales (EHESS) di Parigi. Dei suoi numerosi lavori, in Italia sono stati pubblicati Lo specchio di Erodoto (il Saggiatore 1992), Memoria di Ulisse. Racconti sulla frontiera nell’antica Grecia (Einaudi 2002), Regimi di storicità (Sellerio 2007) e Chronos. L’Occidente alle prese con il tempo (2022).
Sostenuto da una estesa e apprezzata esperienza di storico dell'antichità ma attento al presente, François Hartog discute il rapporto delle società con la propria storia, il loro modo di viverla e rappresentarla, in sostanza il senso del loro essere nel tempo. Centrale nella sua riflessione è il concetto di «regime di storicità», alla cui elaborazione è pervenuto utilizzando suggerimenti di Lévi-Strauss, Sahlins, Koselleck, Lenclud, lungo un percorso che va da Hegel a Heidegger, dunque di almeno due secoli della cultura europea.
Per regime di storicità, dice Hartog, si possono intendere in un'accezione ristretta «il modo come una società tratta il proprio passato e ne parla», in senso esteso invece «le modalità di coscienza di sé di una comunità umana». Utile per capire e comparare «tipi di storia diversi», la nozione di regime di storicità, secondo Hartog, è decisiva per capire i modi storici delle società di relazionarsi e esperire la temporalità, dunque «le loro maniere di essere nel tempo». L'assunzione di questo nuovo punto di vista per studiare la storia, necessariamente all'incrocio di storiografia e antropologia, tra i suoi esiti più interessanti comporta lo sconvolgimento di un ordine del tempo, articolato in passato, presente e futuro, quindi la necessità di guardare le vicende storiche con lo sguardo non più rivolto al passato.
Compito ineludibile quindi dello storico, pensa Hartog seguendo Lucien Febvre, è quello di «rispondere alle domande che si pone l'uomo d'oggi», non per cancellare il passato ma per «comprendere in cosa appunto differisce dal presente». Un presente ormai diventato «onnipresente»: testimonianza e denuncia del reale regime di storicità di un Occidente che, al di là degli esibiti proclami, rifiuta la memoria e si nega all'utopia di un diverso futuro.

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