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martedì 30 novembre 2021

TERRORE E SPAVENTO SUL TRENO PER BELGRADO di Ernesto Scura

 Ernesto SCURA ci invia ... 

viaggio nella Romania di Ceausescu

Dopo le disavventure nell’HOTEL Banatul, decisi di accorciare il mio soggiorno nella città rumena di Timisoara. Trascorsi l’ultima notte  dell’anno in un malinconico veglione allestito nel salone ristorante  dell’Hotel, addobbato con ridicoli festoni colorati e “allietato” con le stucchevoli musiche popolari che volevano dare l’impressione di un fasto di regime in cui persino l’allegria era contingentata dallo Stato e dosata con le modeste possibilità consentite da una fallimentare economia che si faceva carico persino dello svago. Per l’occasione, comparivano sulle mense beni alimentari che, di solito, non erano disponibili se non al mercato nero (“la negru”, si sussurrava, in segreto). 

 Questa parvenza di benessere veniva ostentata sotto lo sguardo austero  del gran capo, Ceausescu, il cui gigantesco ritratto, appeso alla parete, dominava la scena, quasi a voler essere ringraziato per l’eccezionale possibilità di disporre di carne, vino, spumante e cognac a volontà, tutta merce che, di solito, era destinata all’esportazione che fruttava un po’ di ossigeno, in valuta pregiata occidentale necessaria a rinsanguare le casse dello Stato afflitte da endemica miseria. La mattina di capodanno presi posto in uno scompartimento del treno diretto a Belgrado. Non c’era alcuna animazione nella stazione di Timisoara, e nemmeno sul treno, in cui mi sembrò di essere l’unico viaggiatore. Alla frontiera fui sottoposto alle verifiche doganali, prima dalla milicia rumena, dietro esibizione del passaporto su cui apposero uno dei soliti giganteschi timbri che attestavano l’uscita dal territorio, poi dalla milicia jugoslava che, dopo una sbirciatina nel mio bagaglio, provvedeva ad apporre il suo timbro di entrata. Accovacciato sul sedile vicino al finestrino, dissi, tra me e   me, che finalmente potevo stare tranquillo fino a Belgrado.  Ma così non fu. 

  Il BANATO, quella vasta regione a cavallo  tra ROMÂNIA e SERBIA, è abbondantemente popolato di zingari. E fu appunto uno zingaro che, dopo la prima fermata in Serbia, si affacciò nello scompartimento e, stette ad osservarmi, senza manifestare alcuna intenzione di voler prendere posto. Lo studiai attentamente. Malmesso nel vestire, alto, magro e dinoccolato, ostentava una orripilante cicatrice sul volto che scendeva in verticale dall’arcata sopraccigliare sinistra e, dopo aver attraversato la palpebra e la guancia, sfiorando le labbra, arrivava fino al mento. Quella coltellata, perchè con certezza era stata una coltellata a creare quello sfregio, gli aveva non solo deturpato il viso, ma eliminato l’occhio la cui orbita restava ormai nascosta da quella inerte palpebra socchiusa e devastata da qualche orribile fendente. Dopo una lunga pausa mi rivolse la parola in rumeno (gli zingari del Banato parlano sia il rumeno che il sebo) : “De unde esti ?”(di dove sei?) - Italiano. “Atunci ai bani ! ” (allora hai soldi ! ) Ed io : Puzin (Pochi). Ma ebbi l’impressione di non averlo convinto sull’entità dei miei soldi. Rapidamente progettai un piano di difesa da una eventuale aggressione. Consapevole che contro un uomo armato di coltello a nulla serve la forza dei pugni escogitai di rimanere seduto e, in caso di attacco, facendo leva con i gomiti  sui braccioli del sedile, reagire violentemente con gli arti inferiori in cui i piedi, destinati all’impatto, sono protetti dalle suole di para e, poi, incalzarlo con i calci fino a fargli sfuggire di mano il coltello. Ero deciso a tutto, consapevole che per uno zingaro, specie se recidivo da lotte di coltello, un delitto non pesa più di tanto, quando può fruttare un po’ di “bani”. Era, il mio, il coraggio della disperazione. Ma, siccome nella vita sono sempre stato fortunato, come per miracolo, in quel treno quasi vuoto, comparve il controllore che, per prima cosa, chiese a lui il biglietto, e lui, che ne era sprovvisto (ve lo immaginate uno zingaro che viaggia munito di biglietto?) balbettò in serbo qualcosa. Ma il controllore, che era più tosto di lui, dopo aver chiesto a me il biglietto, se lo portò via per farlo scendere alla prima stazione. Tirai un sospiro di sollievo e mi ripromisi di non prendere mai più, nella mia vita, un treno nei Balcani, nemmeno se ospitato nei Wagon-lit. Ma che dico, nemmeno nel wagon-Restaurant.

 Ernesto SCURA

venerdì 15 ottobre 2021

OPERAZIONE NOAH (*) di Ernesto Scura

Per una delle tantissime mie visite nella Romania di Ceausescu, una delle prime, che effettuai nel 1969, tra Natale  e Capodanno, preferii il viaggio in aereo, onde scongiurare i rischi che avrei affrontato, in macchina, per avverse condizioni climatiche. Partii da Roma, con un volo diretto a Belgrado, in Jugoslavia, da cui proseguii in treno fino a TIMISOARA, prima importante città rumena ubicata nella fertile pianura del BANAT. Giunti all’aeroporto, mi precipitai, in taxi, alla stazione e presi posto nello scompartimento di un treno diretto in Romania. Cominciai a studiare i compagni di viaggio, nessuno dei quali era rumeno, per via del divieto assoluto imposto dal regime, di recarsi all’estero. Attirò subito la mia attenzione una sessantenne signora che, poi, si rivelò essere israeliana. Oltre a parlare francese, masticava anche un po’ di italiano, per cui non mi fu difficile conversare con una così amabile conversatrice. Adocchiò il mio quotidiano, “il Tempo” che avevo acquistato a Roma, che riportava la sensazionale notizia, corredata di foto, della beffa che Israele aveva giocato alla Francia di De Gaulle. Le si illuminò il volto e dopo una cortese e rapida richiesta quasi mi strappò il giornale dalle mani, e non smise di baciare la foto della prima pagina. Qual era la causa della sua gioia? Era successo che De Gaulle, a seguito della guerra dei sei giorni vinta sulla coalizione tra egiziani e mondo arabo, per non guastarsela con tutti i partner arabi, decise di non dar corso alla fornitura di armi ad Israele e, addirittura, bloccò anche la consegna di alcune motovedette, che erano già pronte nei cantieri navali di Cherbourg e che, peraltro, erano state già pagate. Ovviamente questa fornitura serviva ad Israele a controbilanciare le abbondanti forniture di armi e carri armati e corvette, all’Egitto, da parte dell’Unione Sovietica, in chiave anti occidentale . Ma la “Ragion di Stato” indusse, quella volta, il generale De Gaulle ad infrangere, in modo irresponsabile, i patti con un partner che in fondo, era un ottimo cliente. Quella volta Israele fece ricorso alla sua sempre vincente strategia affidandosi ai suoi servizi segreti che organizzarono una visita ai cantieri di Cherbourg, di ufficiali e marinai israeliani, tutti rigorosamente in abiti civili e con false identità, con la scusa di voler verificare, in attesa della risoluzione del contenzioso, la rispondenza tecnica delle corvette a quanto previsto nei capitolati. E la notte del 26 Dicembre, sfruttando l’allentata vigilanza francese in occasione delle festività natalizie, le cinque corvette (due erano già state consegnate prima dell’embargo) presero il largo beffando l’ignominioso atteggiamento francese.  Quel clamoroso blitz passò alla storia come “LA BEFFA DI NOAH”. La notizia fu clamorosamente riportata da tutta la stampa mondiale, quella francese in testa.

E quella signora, allegra, spiritosa e brillante, suscitò le simpatie di tutti i viaggiatori. Arrivati alla Stazione di Timisoara, monumentale edificio di epoca austro-ungarica, tirò fuori dal suo bagaglio sette ombrelli e ce ne consegnò   uno a testa per evitare che all’arrivo la milizia doganale di Ceausescu non la sottoponesse al pagamento di una sanzione per importazione di merce che superava le necessità del singolo. È evidente che lei portava quegli ombrelli (genere che in Romania era merce rara e quei pochi reperibili sul mercato erano di qualità scadente) ai suoi parenti della numerosa comunità ebraica di Timisoara. All’uscita dalla Stazione, tutti noi, lei compresa, impugnavamo, a mó di bastone, un ombrello che ci premurammo a restituire a quella simpatica persona che, nel suo piccolo, aveva fatto fesso anche Ceausescu, coinvolgendo anche noi nella beffa e, a dire la verità, anche noi ci sentimmo un po’… israeliani. 

  Ernesto Scura

 (*) “NOAH” è la versione ebraica del nome NOÈ, il patriarca biblico che condusse in salvo la famosa ARCA e, letteralmente, significa “riposo”, “calma” (dopo la tempesta). E non occorre sforzarsi per individuare nelle motovedette l’ARCA e nella “calma” la ben riuscita beffa dopo la rischiosa operazione (il diluvio).    

martedì 1 giugno 2021

Tempo di guerra. Ricadute di ordine civile ... .. di Ernesto Scura

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

  Se cerchiamo le GRANDI POTENZE INDUSTRIALI del mondo,  non affatichiamoci ad individuarle tra gli Stati non belligeranti  dell'ultimo conflitto, come Svizzera, Spagna, Brasile, Portogallo,  Argentina, Messico,Turchia, India e, perchè no,...San Marino e... Città del Vaticano.

  L'elenco, molto scarno, contiene, solo, ed  esclusivamente, alcune delle nazioni che parteciparono in modo attivo alla seconda guerra mondiale, vincitrici o perdenti che fossero. Nemmeno una delle "non belligeranti". E quante sono? Appena sette.  E, tra queste, l’talia, col suo non trascurabile potenziale di industrie.  La FIAT, tanto per citarne una, durante le due guerre mondiali, si mise  anche a fabbricare armi oltre a sfornare, a ritmo vertiginoso, veicoli,  autocarri e blindati per il nostro Esercito in guerra. Prima dei due  conflitti mondiali era una piccola modesta fabbrica di automobili. Con le ricche commesse dei conflitti accumulò preziose esperienze  e tecnologie che, oltre ad irrobustirla economicamente, ne fecero una  delle maggiori case produttrici di automobili del mondo. Ci sarà pure  un nesso tra guerra e primato industriale ? 

 E la PIAGGIO ?  Durante la guerra oltre ad aerei militari produceva piccoli  motori a scoppio per l'avviamento dei motori d’aereo. A fine guerra,  gliene restava un forte stock. Non sapendo che farsene cercò un modo  per utilizzarli. Risultato? Nacque la VESPA. Lo scooter più bello, più elegante, più economico, più agile e più copiato  nel mondo. E per il basso costo ed i bassi consumi, fu la prima vera  "macchina" degli italiani, quelli, per intenderci, a basso reddito, che  realizzarono il sogno di godere del fine settimana, con quel simpatico  veicolo a due ruote, con la moglie seduta sul sedile posteriore, il bambino  in mezzo e il cesto con la merenda tra i piedi del conducente, e via al mare  o ai monti. 

  Ed ancora oggi che tutti, ormai, hanno la macchina, è il mezzo  più usato dai giovani in Italia e da milioni di persone nel mondo. Dunque,  persino un residuato di guerra o, quantomeno, l'esperienza acquisita per  un supporto di guerra, sortisce effetti benefici. Per non parlare delle altre  grandi industrie come l’Alfa Romeo, la Breda, l’Ansaldo, quella cantieristica  e persino dell’industria del vestiario delle calzature e dei prodotti alimentari.  

  Ma c’è un nome, AGUSTA, che richiama alla memoria, uno dei gioielli più  prestigiosi dell’industria italiana nel campo mondiale della produzione di  elicotteri, sia civili che militari,con ricche commesse per la fornitura di  elicotteri in tutto il mondo, oltre che in Europa, perfino negli Stati Uniti.  Ed è quanto dire. Prima dell’ultimo conflitto mondiale l’Agusta prestava l’assistenza alla  manutenzione e alla riparazione dei velivoli militari italiani, per passare, poi, gradualmente, anche alla produzione di aerei. E si arricchì delle più preziose esperienze costruttive. A guerra finita, il trattato di pace del1945,  proibiva, all’Italia sconfitta, la fabbricazione di velivoli, penalizzando così, in modo gravosamente punitivo, l’Agusta che dovette diversificare la  produzione dedicandosi alla costruzione di motociclette e carrozzerie  di autobus. Ma, nel 1950, provvidenzialmente, decadde il divieto di quell’iniquo trattato di pace e, finalmente, l’Agusta tornò a guardare  il... cielo ma, stavolta, dedicandosi al nuovo mezzo di trasporto aereo,  l’Elicottero, nella cui costruzione divenne un’azienda Leader nel mondo,  apprezzata ed invidiata. Possiamo ben dire, dunque, che la maggior parte della industrie italiane,  che durante il conflitto dovettero far fronte all’impegno di soddisfare le pressanti richieste militari del nostro  paese in guerra, trassero la capacità produttiva per realizzare, poi, quel momento magico che fu il famoso  MIRACOLO ECONOMICO, caratterizzato dalla crescita economica e dallo sviluppo tecnologico che conferirono all’Italia, nella coraggiosa ripresa  del dopoguerra, la meritoria opportunità di fregiarsi del titolo di Grande  Potenza Industriale nel mondo. Allora, “ben vengano le guerre?” Ma no, vi prego, non mi fraintendete: ”Ben vengano i vantaggi conseguenti a ricerca bellica”. E se, in tempo di  pace, scambiamo il termine “guerra”  col più accettabile “competizione" per il primato strategico mirante alla supremazia militare, con piacevole  sorpresa, dobbiamo riconoscere che lo sforzo per primeggiare militarmente  produce effetti talmente vantaggiosi, con risvolti talmente lusinghieri, da costituire il vero motore delle conquiste tecnologiche e scientifiche.

 Ernesto SCURA

venerdì 30 aprile 2021

ENRICO FERMI, ALBERT EINSTEIN...BOOM ! .... di Ernesto Scura

 Quel  genio  tutto  italiano di  Enrico  Fermi, sarebbe  mai  stato in grado di meritare il “Premio Nobel per la Fisica” se quel guerrafondaio di Benito Mussolini non avesse finanziato la ricerca di quel geniale gruppo di volenterosi giovani scienziati nel loro “covo” di Via Panisperna, a Roma ?

L’intento palese era quello di dotare l’Italia, la pur piccola, ambiziosa, Italia,  di una più che terribile arma, la bomba atomica, a scopi strategici. Sappiamo come andò a finire. Per via che la moglie era ebrea, Fermi intascò il premio a Stoccolma e non fece più ritorno in  Italia. Optò  per  la  più  allettante  offerta  americana che,  poi,  gli  consentì di realizzare quell’ambizioso sogno che prese il nome di “Progetto Manhattan”. Quel progetto aveva come scopo non la costruzione di innocui frullatori per le massaie, ma uno dei più micidiali ordigni bellici, la BOMBA ATOMICA. Cambiava  lo sponsor (da “bieca” Dittatura a “mite” Democrazia) ma non la finalità che rimaneva la stessa : realizzare un deterrente squisitamente utile a finalità di strategia bellica. E “BOMBA” fu. Sappiamo  quanto  devastanti  furono  gli  effetti  su  Hiroshima  e su Nagasaki. Nel tempo di due distinti attimi, quelli necessari per emettere appena appena due sospiri, 120.000 esseri umani persero la vita nel più straziante dei modi che mente umana possa immaginare. Se di quello sterminio si fosse macchiato Hitler, in aggiunta agli altri vergognosi effettuati nei lager, si sarebbe parlato, come sempre, di olocausto. E se l’esito di quel conflitto, malauguratamente, fosse stato opposto a come fu, probabilmente, avremmo assistito, sgomenti, a ruoli invertiti, sotto il profilo del comune senso della pietas, ad un non meno punitivo “Processo di Norimberga” alla rovescia. Ma solo gli sciocchi trattano la storia con i “se“ e con i “ma“. Pertanto, noi, che sciocchi presumiamo di non essere, limitiamoci a prendere per buona la motivazione, nella versione dei vincitori : quei morti indussero il Giappone a dover chiedere la Pace, ponendo così fine ad un ulteriore aumento del numero di morti da ambo le parti. Infatti gli USA ottennero la pace ma andarono incontro alla ...”guerra fredda” che, pur tra paure e fiato sospeso, ammettiamolo, ci ha fatto godere di oltre 15 lustri di PACE, almeno nello scacchiere europeo che, poi, è il teatro della nostra vita. E, nonostante tutto, nonostante l’incidente di Cernobyl causato da obsolete strutture costruite  con incerte tecnologie sovietiche, ma più che altro causato dall’accertata disinvoltura del personale, “per eccesso di vodka”. E nonostante  il disastro causato dallo Tsunami a Fukushima, in Giappone, che costò la vita ad oltre 15.000 persone, e che causò danni enormi, anche alla centrale nucleare che fu immediatamente disattivata, nonostante tutto, dico, non si verificò alcun disastro nucleare, come a Chernobyl , proprio per le diverse modalità costruttive e di gestione. Morti accertati per cancro da esposizione alle radiazioni della centrale : 1 (UNO). Risultato sorprendentemente più che soddisfacente da sbattere in faccia a quei catastrofisti “un tanto al chilo” che si vantano di aver “denuclearizzata” l’Italia a tutto vantaggio degli altri paesi europei possessori, oltre che di centrali, anche di testate nucleari. E, disinvoltamente, provocando la frantumazione del nucleo submicroscopico di un atomo si ripagano di ogni dubbio sulla necessità e sulla convenienza dello sfruttamento “pacifico” che ne deriva. E se, oggi, le nostre lampadine, si accendono a costi ancora accessibili, ringraziamo la  vicina Francia,  la “pacifista” Svizzera, e la vicinissima Slovenia,  che ci  offrono,  a  prezzi  più che concorrenziali, quella preziosa energia  elettrica, ottenuta  dal  nucleare, molto meno inquinante del petrolio e del carbon fossile.

Il progetto Manhattan per lo sviluppo di armi nucleari rese possibile la realizzazione di quelle bombe atomiche che rasero al suolo le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Tutto scaturì da una lettera di Albert Einstein al presidente USA, Franklin Delano Roosevelt. Lo scienziato suggeriva l’inizio urgente delle ricerche sulla fissione nucleare per creare ordigni di enorme potenza, prima che potesse riuscirci la Germania nazista di Hitler. Riepilogando, Paradossalmente le stragi di Hiroshima e Nagasaki ebbero : -Un “mandante” nella persona di ALBERT EINSTEIN che, con la sua teoria della “Relatività” diede il via alla fattibilità di quel mostruoso progetto di cui invocò la realizzazione. -Un esecutore nella persona di Enrico Fermi che ritenne opportuno fare quel “botto” a favore della “democrazia” e non della “dittatura” .

 Ernesto Scura

giovedì 1 aprile 2021

Wernher Von Braun, ovvero la corsa verso il cielo .... di Ernesto Scura

Esiste, fin dagli anni ‘30, una competizione tra potenze mondiali, che prese l’avvio, nella Germania hitleriana, dagli studi e dagli straordinari esperimenti di WERNHER VON BRAUN. Allora l’impegno fu puramente strategico, perché destinato a fornire ai tedeschi le micidiali V1 e V2 che misero a dura prova la capacità degli inglesi a poter sopportare quelle “lacrime e sangue” a loro vaticinate da Winston Churchill.      E ne sanno qualcosa tutti i vecchi abitanti di Londra, se ancora qualcuno sopravvive, che si videro piovere sulla testa quella tempesta di “bombe volanti”, non scaricate da aerei tedeschi ma giunte con cronometrica precisione, radiocomandate, dalla base tedesca dislocata a Peenemunde. Il tutto prese l’avvio dagli studi e dagli straordinari esperimenti di WERNHER VON BRAUN, destinati a fornire ai tedeschi le V1 e V2, due terribili armi da guerra, e non pacifici frullatori per le massaie. Molte anime pie diranno: “Ma che procacciatore di morte fu quel Von Braun”. E, invece, è a tutti nota la mitezza di carattere di quel genio dell’astronautica. Quando riuscì a far compiere con successo il primo volo alla sua V1, non seppe trattenersi dal versare lacrime di gioia. Si avverava il sogno che aveva accarezzato tutta la vita, fin dagli anni giovanili. La disfatta della Germania sembrava aver posto fine alla sua meravigliosa “follia”. Fatto prigioniero dai russi, nel 1945, ebbe l’accortezza di non rivelare che era l’autore di quei micidiali ordigni che tanto facevano gola a Stalin. Si riservò di rivelarlo agli americani, appena possibile. E gli americani, dopo averne accertata l’identità, se lo portarono negli Stati Uniti insieme con altri 120 collaboratori, cioè tutto il “cervello” di Peenemunde. I russi si dovettero accontentare di tutte le attrezzature che, smontate pezzo per pezzo, furono rimontate in URSS dando l’avvio alla corsa allo spazio. Gli USA, per gli immancabili attriti tra Marina, Aeronautica ed Esercito, diedero scarsa Importanza alla missilistica, bloccando ogni possibilità di finanziamento alla preziosa ricerca in quel campo. E subirono il mortificante smacco del triste GAP tecnologico nei confronti dell’’URSS che, poi, diede luogo alla beffa del clamoroso primo volo orbitale della cagnetta Laika e, poi, quello di Gagarin, primo uomo nello spazio. E tutto il mondo restò col fiato sospeso nel dover riconoscere un successo strategico dell’URSS. 

E gli ingenui di tutto il mondo attribuirono quel successo ai meriti del comunismo “in grado di dare lezioni al capitalismo”, mentre si trattava di semplice ritardo nei tempi strategici. E finalmente gli USA si svegliarono dal torpore in cui erano caduti e corsero ai ripari affidando, finalmente, la ricerca spaziale a Von Braun che, nel volgere di pochi anni, realizzò quei potenti vettori spaziali in grado di realizzare il sogno di mandare un uomo sulla Luna. 
Il tutto, beninteso, sulla spinta di una strategia di SUPREMAZIA MILITARE, con gli innegabili vantaggi, derivati da quegli ordigni. Se tutto fosse stato ispirato da puri scopi pacifici, certo non avremmo mai inviato astronauti a passeggiare sulla brulla superficie lunare. Il movente era la strategia di predominio nello spazio, non quello di... raccogliere quattro sassi. I vantaggi che ne sono poi derivati, per scopi civili, e non mi riferisco solo alla serie di satelliti che, orbitando intorno alla terra, ci consentono di assistere, in tempo reale, ad avvenimenti che accadono nei punti più lontani del mondo, ma specialmente al rilevamento aerofotogrammetrico della superficie terrestre, con particolari topografici nitidissimi. Ma le conseguenze più tangibili di quella rivoluzione nel campo dei voli aerei fu lo sviluppo dei MOTORI A REAZIONE che consentì all'aviazione civile di liberarsi di quei trabiccoli che erano gli aerei ad elica, per i più affidabili, sicuri e veloci TURBOJET che sorvolano l'Atlantico in tempi mirabilmente ristretti, specie se raffrontati alle lunghe e tediose traversate con le lente ed insicure “bagnarole”che erano i transatlantici di un tempo (basti ricordare il Titanic). WERNER VON BRAUN che, dall’iniziale stimolo bellico volto a colpire Londra giunse al clamoroso successo che donò all’umanità la possibile e “pacifica” conquista dello spazio, a cominciare dalla Luna. Per capire meglio l’uomo di cui stiamo parlando è opportuno riportare cosa ebbe a dire, nel 1969, poco prima che il suo APOLLO 11 portasse un uomo sulla luna, in un’intervista, ad Oriana Fallaci: “Secondo me questi razzi che possono essere armi tremende di distruzione sono in realtà i più grandi guardiani della pace. È ben vero che le più grandi scoperte tecnologiche sono state provocate dalle guerre, pensi alla fisica nucleare e all’aviazione, alla radionavigazione e alla medicina, in tempo di guerra infatti si esige l’impossibile dagli scienziati e dalle industrie : ma è anche vero che i voli spaziali sostituiscono perfettamente lo stimolo che di solito viene dalle guerre”.



martedì 2 marzo 2021

MALARIA E GUERRA, QUANDO GLI AMERICANI VINSERO LA GUERRA ANCHE CONTRO LA ...MALARIA di Ernesto Scura

Riceviamo e pubblichiamo

A proposito di ciò che vado sempre sostenendo, sui risvolti positivi della guerra, pervicacemente ignorati dai pacifisti di mestiere che vedono nella guerra solo il lato negativo, voglio raccontare un'esperienza personale.                                          

Alla fine degli anni trenta e fino ai primi anni quaranta, la Piana di Sibari, dove vivo, era afflitta dalla MALARIA. Sebbene la “Bonifica”,con opere di imponente canalizzazione, avesse provveduto a prosciugare le paludi, l’anofele, quella micidiale zanzara, trovava ancora sacche di habitat e mieteva vittime, con febbri altissime, periodiche, che debilitavano e, spesso, avevano esito mortale. L’organo che più ne soffriva era la milza che cresceva a dismisura (megalosplenia). Pochi, oggi, conoscono la virulenza di questa malattia di cui morì, allora, il grande ciciclista Fausto Coppi, che l’aveva contratta, insieme con Rafaël Geminiani, in Africa, in occasione di un avvenimento sportivo. Al rientro in Francia, i medici, esperti in malattie tropicali (allora la Francia era in possesso di colonie), diagnosticarono subito la malaria e Geminiani si salvò. I medici di Tortona che avevano in cura Fausto Coppi, inesperti di malaria, lo curarono per un’influenza asiatica. E Coppi fu la più illustre vittima della malaria. A pensarci, se l’avesse avuto in cura un qualsiasi modesto medico della mia zona, si sarebbe salvato poichè ormai era diffuso il rimedio.  Nell'estate del '44 fui vittima dei consueti attacchi di malaria che, come al solito, si cercava di combattere con massicce dosi di chinino che, purtroppo, era soltanto un blando e inefficace palliativo. Avevo undici anni. Ero ridotto uno scheletro. Mio cugino Nino, figlio di farmacista, che studiava medicina a Bari, aveva fatto amicizia con un soldato americano che era responsabile del deposito medicinali della 5ª Armata americana. Allora il fronte di guerra si era attestato, non lontano, sulla famosa  “Linea August” che si sviluppava sulla direttrice Ortona-Montecassino-Formia. Fu per via di quel soldato americano che Nino riusciva a rifornire di medicine la farmacia paterna, compresi i più recenti ritrovati tra cui, grande novitá, la penicillina, quel “portentoso” farmaco che debellava tutte le infezioni. Quando mi vide in quelle condizioni, rimase shockato. Scappò a casa a rovistare tra quei medicinali americani e trovò quel che cercava. Tornò trafelato e mi somministrò una minuscola pilloletta gialla, contenuta in una scatola metallica dal classico color militare kaki. Si chiamava, allora, e ancora oggi si chiama, ATEBRIN. Dopo due giorni ero sfebbrato e guarito. Miracolo? No. Tutto era dovuto all'effetto della "Guerra".

Gli americani, impegnati nella GUERRA NEL PACIFICO, subivano, negli acquitrini delle giungle paludose di quelle isole, più vittime per la malaria che per le pallottole giapponesi. La malaria non era, fino a quel momento, un problema per gli americani, essendo negli Stati Uniti una malattia inesistente e quasi sconosciuta. L’impellenza bellica  li costrinse ad interessarsi del problema. L'efficientismo americano non si fermó un attimo e, con la massima urgenza, il Pentagono commissionò all’industria farmaceutica privata la ricerca di un farmaco che potesse eliminare quel grave flagello che decimava i suoi marines. La risposta fu rapidissima e l'esercito americano si dotò, per motivi squisitamente bellici, di un “miracoloso” farmaco. Sull'onda di quella fortunata ricerca, io salvai la pelle, non per le preghiere che mia madre rivolgeva al Signore ma per quei dollari spesi per finalità prettamente militari. Ma quei soldati americani, oltre a portarci l’ATEBRIN che curava quella malattia, ci portarono anche un provvidenziale efficacissimo insetticida che irrorato in abbondanza sui canali e sulle acque stagnanti delle nostre pianure, eliminò definitivamente anche la causa della piaga MALARIA, distruggendo l’ANOFELE, quella micidiale zanzara che tanti lutti aveva fino ad allora causato. Si chiamava DDT che è l’acronimo di DICLORO DIFENIL TRICLOROETANO. Il DDT entrò in uso negli Stati Uniti nel 1942 e, durante il periodo bellico della seconda guerra mondiale, si dimostrò un potente alleato dell’esercito perché venne utilizzato per sterminare gli insetti responsabili di malattie quali tifo, febbre gialla e malaria che infestavano le giungle del Pacifico provocando strage e morte tra i soldati. Della formula chimica del DDT, oggi, è vietata la produzione ma resta che, allora, eliminò anche la causa della secolare piaga della Malaria. Ed io non posso che ringraziare quella guerra che ebbe, come gradito effetto la mia insperata sopravvivenza. E, in fondo, anche tu, lettore, dovresti essere grato a quella guerra che ha, definitivamente, eliminato una piaga della cui aggressività oggi, inconsapevolmente, sei esentato, godendo dei benefici di quella guerra. Non fraintendetemi, vi prego. Probabilmente non sarò quel che correntemente viene definito un “pacifista ad oltranza”ma, credetemi, amo la PACE molto più dei tanti impegnati “pacifisti a tempo pieno”, specialmente quando questa deriva da alcuni innegabili effetti positivi della GUERRA. Del resto, fateci caso, intanto esiste la parola PACE, in quanto esiste la parola GUERRA. E non possiamo invocare la prima senza tenere conto dell’ineluttabile derivazione dalla seconda. Paradossalmente, non avremmo la Pace se non esistesse la Guerra.                                                                                          

   Ernesto Scura

venerdì 19 febbraio 2021

Sicilia e Storia. Dai greci a ... (7)

 La Colonizzazione

Le città greche di Sicilia nel loro assetto sociale e istituzionale ricalcarono ovunque lo schema della madrepatria. Il potere politico era competenza di un gruppo di famiglie che costituivano l'aristocrazia locale; si trattava in linea di massima dei discendenti dei primi coloni giunti dalla Grecia e che avevano costituito la "colonia". Ad essi competeva oltre che il ruolo di governo anche il controllo delle funzioni di culto nei templi e l'amministrazione della giustizia.

Agli aristocratici competeva, quando la politica mostrava la propria impotenza, capeggiare le "stasis", che per facilità traduciamo in "guerre civili". Toccava agli aristocratici risolvere i contrasti interni alla città, quindi, anche ricorrendo all'uso delle armi; in fondo si trattasva di travagli interni alla stessa oligarchia.

Via via che le città greche dell'Isola diventarono prospere e mano mano che l'oligarchia diventava sempre più ricca divenne inevitabile lo scontro tra l'oligarchia e le plebi. Nè mancarono gli scontri tra una "polis" e un'altra "polis", entrambe greche. Più rare le guerre tra greci e indigeni che nel tempo erano stati ormai quasi tutti assimilati.

Come erano governate le città?

Da quanto apprendiamo dalle testimonianze storiche nelle città greche di Sicilia non mancarono mai i tiranni (individui spregiudicati, demagoghi e avventurieri) che frequentemente si impadronirono del potere approfittando dei disordini e degli scontri fra i gruppi oligarchici che gestivano il potere.

I primi tiranni comparvero poco prima del V secolo a.C. e ad essi, già nel IV secolo a.C. erano subentrsati i "grandi tiranni". Ma di questi aspetti tratteremo in seguito.

Aristotele così tratteggia le tirannie: "E c'è una trasformazione della oligarchia nella tirannide, com'è successo in Sicilia alla maggior parte delle antiche oligarchie; così a Leontini si passò nella tirannide di Panezio, a Gela in quella di Leandro e nello stesso modo in molte altre città". (La Politica)

martedì 2 febbraio 2021

Alan Turing *, Padre dell'Informatica, nata per motivi di ... guerra. di Ernesto Scura

Tra i tanti risvolti positivi derivanti dalle guerre, non si può, checchè ne dicano i pacifisti, quelli per i quali la guerra causa  solo morte, ignorare il COMPUTER, l’avveniristica invenzione di cui, oggi, non possiamo assolutamente privarci, a meno che non  decidessimo di  tornare indietro di qualche millennio, optando per  il ... pallottoliere che era, ai tempi delle mie scuole elementari, la già  secolare, a suo modo, calcolatrice.
 Leggete prima di condannarmi. IL COMPUTER, quell'immancabile supporto che ormai entra in tutte le attività della vita, dalle più sofisticate, legate alla ricerca  scientifica, alle più frivole, legate allo svago ed al pettegolezzo,  di chi è figlio, se non della deprecata guerra? Molti storceranno il muso: "Ora stai esagerando" .E quì mi tocca ripetere, banalmente, cose già note. 
Durante la seconda guerra  mondiale, i servizi segreti di Sua Maestà Britannica erano disperati  perché non erano in grado di decrittare i messaggi che il Quartier Generale tedesco inviava ai vari comandi, la cui conoscenza era essenzialmente utile a prevenire attacchi imprevisti. Churchill, nella sua lungimiranza, finanziò quell'ambizioso programma  mirato alla decrittazione dei messaggi, che i tedeschi affidavano al loro  impenetrabile sistema ENIGMA. La ricerca fu affidata ad un gruppo di matematici, agli ordini di Alan Turing,  che riuscirono allo scopo mettendo a punto una strumentazione che, se  pure in maniera ancora molto rudimentale, altro non era che lo studio del  primo computer della Storia, che realizzava una specie di  metodologia  informatica per via meccanica, non ancora elettronica. Era il COMPUTER. 
Il primo a disposizione, che contribuì, poi, non poco, all'esito del conflitto. Occupava una stanza intera, quel prototipo, padre indiscusso di quella  civiltà che sta a cavallo di due secoli. Ma che dico, secoli? Millenni. Ed ora se qualche “pacifista a tempo pieno” vuol coprirmi di insulti, lo faccia pure, magari servendosi dello strumento più veloce e sicuro nella  sua efficacia di recapito, il...COMPUTER. Resta che la mia provocazione è stato possibile effettuarla a mezzo del mio IPad, e le eventuali prossime  recriminazioni e probabili anatemi, saranno lanciati, forse, da un portatile  o da uno smartphone, grazie a quella guerra che indusse CHURCHILL  a stimolare la  provvidenziale ricerca di quel “geniaccio” che fu Alan Turing.    (
Ernesto SCURA).

ALAN TURING  è oggi  riconosciuto come “Padre” dell’INFORMATICA  e dell’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Fu il geniale inventore del computer. Morì avvelenato dopo aver morsicato una mela intrisa di cianuro, non si  sa se volontariamente, o per errore, o perchè... costretto . Le ipotesi vanno  dal suicidio all’assassinio. Quella mela fu trovata sul comodino, accanto al suo letto di morte, dove era serenamente disteso. E, probabilmente, non è un caso che la famosa APPLE (mela, appunto), la  più importante azienda multinazionale produttrice di sistemi operativi, dal  più sofisticato computer al più modesto Tablet, abbia adottato quel nome  e quel logo che mette, ben  in evidenza, la traccia di un fatale morso ad  una...mela, come doveroso omaggio alla memoria di un genio. Ma che strano frutto, la mela, dolcissima e malefica ghiottoneria che sta accompagnando l’uomo, nei millenni, a cominciare dalle lontane tentazioni  di Adamo ed Eva, passando per l’episodio di quella mela che mise a dura  prova i nervi di Guglielmo Tell e di quell’altra che morsicò Biancaneve nella favola dei Grimm e poi quella che mise a dura prova la testa di Isaac Newton  che, grazie a quel “colpo di mela”, ebbe l’ispirazione per sviluppare la sua  affascinante teoria della “Gravitazione Universale”. E poi, Alan Turing a cui  la mela fu fatale. E poi, l’altro geniale inventore, Steve Jobs, estensore, su  scala mondiale, delle fasi applicative del sogno di Turing, che assegnò a  quella mela, tragicamente legata alla memoria di Alan Turing, il simbolo più  appropriato del perenne divenire del progresso dell’umanità.

Ing. Ernesto Scura

giovedì 28 gennaio 2021

Mondo Arbëreshe. Spesso, anche le “Miss Italia” parlano ...albanese .

 Se Alessandro Magno parlava in lingua albanese, se il Risorgimento italiano parlava ...Arbëresh, se il Risorgimento greco parlava ...Arvanita, beh, non meravigliatevi se, spesso, anche le “Miss Italia” parlano ...Albanese . 

di Ernesto Scura

Da bambino, durante i mesi estivi, trascorrevo le vacanze a Vaccarizzo Albanese, paese d’origine dei miei genitori. Un paesino arbëresh, come tanti, di albanesi provenienti dalla Morea, l’attuale Peloponneso, giunti in Italia oltre 500 anni orsono. Direte: Come? Dalla Morea che era in Grecia? Ma non siete giunti dall’Albania a seguito dell’invasione turca ? E poi parlate albanese, mica greco.

E allora occorre fare alcune precisazioni, specie rivolte agli attuali arbëresh che, inconsapevoli, sono convinti che il loro esodo è avvenuto dalle sponde dell’Albania per sfuggire ai feroci occupanti turchi, onde evitare l’islamizzazione. Partiamo dal fatto che giunti in Italia ci chiamavano greci, mica albanesi. Ciò era dovuto alla circostanza che eravamo di religione cristiana di rito greco bizantino, e il termine “greco”, specie in quei tempi di contrasti e le differenziazioni religiose, allora molto esasperate, (conflitto Roma-Bisanzio) caratterizzavano l’etnia, la cultura, la fede, l’indole, la morale e l’orgoglio dei popoli. E gli arbëresh non sfuggivano a questo impegno che ne rivelava origini e fede. Ed è per questo che, con una velata punta di disprezzo, il clero latino faceva sì che ci chiamassero “Greci”, per via del rito religioso, officiato dai nostri “papas”, tutto in lingua greca, essendo noi “ortodossi” di rito greco. E non crediate che noi arbëresh, senza reagire, ingoiassimo quel “rospo” e, di rimando, chiamavamo gli autoctoni “lëtira” cioè...”Latini”.
Ma che strano modo quello di poter credere che l’uso di due termini tutt'altro che offensivi potessero essere intesi come... offesa. Ma così andavano le cose, sull’onda di malcelate gelosie tra le due confessioni religiose, la Cattolica e l’Ortodossa, in spietata concorrenza liturgica che, soprattutto, coinvolgeva il potere spirituale e quello temporale. Esempi: Il più importante paese arbëresh, in Italia, si trova in Sicilia e, fino a non molti decenni orsono, si chiamava “Piana dei...Greci” (oggi Piana degli Albanesi). E ancora, l’unico Comune arbëresh della Campania, si chiama Greci, ma è abitato unicamente da albanofoni.
Dunque, venivamo dalla Grecia, però parlavamo ...albanese. Comunque, per essere molto più convincenti, invito il lettore, arbëresh che sia o no, a cosiderare il canto più struggente e malinconico della tradizione arbëresh, tutto pervaso di tragico pathos per il doloroso esodo dalla terra natia, e nel melodioso testo non fa mai cenno ad una patria “Albania”, ma ripete, con ossessiva reiterazione, il richiamo ad una “Oj e bukura Moré”, cioè “O mia bella Morea”, unica, vera, irrinunciabile Patria, a voler sancire il legame tra gli arbëresh e l’antica MOREA, come allora si chiamava l’attuale Peloponneso greco.
E allora bisogna fare un altro passo indietro, di altri ulteriori trecento anni, per capire cosa succedeva sulle opposte rive del mare Jionio e dell’Adriatico. Intorno alla fine del 1200 la Grecia faceva parte del favoloso e prospero impero bizantino la cui capitale era, appunto, Bisanzio. Avvenne che (allora era una calamità frequente) una pandemia micidiale colpisse la Grecia. Era la“Peste Nera”che, senza alcuna possibilità di prevenzioni e cure allora disponibili, seminava morte e desolazione. E la Grecia, la storica e gloriosa Grecia, pagò un prezzo enorme a questa catastrofe, con la decimazione della popolazione ridotta a pochi sopravvissuti che non avrebbero mai potuto assicurare continuità etnica e culturale a quella terra. E Bisanzio, onde scongiurare un innaturale ripopolamento da parte degli invadenti slavi, già tristemente insediati nei Balcani dove, in gran parte, avevano cancellate le vestigia illiriche, fu lungimirante, favorendo un più gradito insediamento di popolazioni albanesi, peraltro millenari vicini storici la cui cultura era anche affine a quella greca.
E fu così che la Grecia di Omero e di Socrate si albanesizzò pur conservando la sua interezza culturale, favorendo un bilinguismo tuttora in atto. Se siete arbëresh, provare a conversare con qualche arvanita delle migliaia di paesi albanofoni di Grecia, vi sembrerà di parlare con un Arbëresh d’Italia, tanta è la similitudine delle due parlate. E voi non vi saprete più capacitare se siete in Grecia o nella Arbëria italiana, e l’arvanita comincerà ad avere dubbi se è in Italia o in Grecia. Molti arbëresh hanno provato, almeno una volta, a parlare con un albanese d’Albania. Ebbene, non mi vengano a dire che il dialogo è stato sciolto e fluente, perché so benissimo che sarà stata una tortura, sia capire che farsi capire. Ma torniamo alla Storia. Bisanzio andava anche oltre. Consapevole delle capacità belliche degli albanesi, favorì la formazione di quelle scuole milltari di “Stradioti”, tuttte localizzate in Morea, che furono il maggior vivaio europeo di sodati di ventura, quei terribili “Stradioti” che furono presenti e determinanti in tutte le più famose battaglie d’Europa,ai quali furono riconosciuti onori e meriti e non fu mai negato il diritto di preda. E Venezia, la potente “Serenissima”, deve molto alle capacità belliche di quei mercenari di cui si servì costantemente e verso i quali fu copiosamente riconoscente conferendo titoli nobiliari e gratificazioni.
In tono minore, gli arbëresh pervenuti in Sud Italia, sempre da quella Scuola provenivano, e non arrivarono “sul gommone” inseguiti dai turchi, bensì su comode navi messe a disposizioni dei vari principi e baroni locali ansiosi di avere a disposizione soldati di provata capacità e lealtà, in cambio di insediamenti stabili. E non vestivano di stracci, e le loro donne, abbigliate con costosissimi vestiti ricchi di preziose guarniture dorate, facevano sfoggio di un’eleganza raffinata. E non stiamo, parlando di un vestito della festa, bensì dell’abbigliamento giornaliero, vero patrimonio sia per costo che per raffinatezza della confezione.
E avvenne che quegli arbëresh. col passar dei secoli, pur senza mai dimenticare le loro origini, furono di sentimenti talmente italiani, da doversi attribuire il maggior merito del risorgimento italiano, almeno nel Sud Italia. Non per nulla, nel primo governo provvisorio istituito da Garibaldi a Napoli, sui sette ministri che componevano la compagine, ben tre erano arbëresh: -Francesco Crispi, arbëresh di Sicilia, ministro degli Esteri; -Luigi Giura, giovane docente alla facoltà di ingegneria di Napoli, arbëresh di Maschito in Basilicata, ministro dei Lavori Pubblici. -Pasquale Scura, magistrato arbëresh di Vaccarizzo Albanese, guardasigilli (ministro di Grazia e Giustizia).
Ma il contributo degli arbëresh non si limitò soltanto al nostro Risorgimento, di cui furono “magna pars”, ma ebbe una stretta analogia con quello greco che, nella lotta contro il turco opppressore, vide impegnati, per la maggior parte, intellettuali e patrioti “arvanitii” che, poi, altro non erano che i nostri fratelli rimasti in Grecia. Primo, fra tutti Marco Botzaris, arvanita di Suli, paese tuttora albanofono dell’Epiro greco. E poi, come non considerare appassionatamente italiane quelle arberësh che con la loro bellezza contribuirono ad arricchire il favoloso albo delle “Miss Italia” che annovera ben tre splendide rappresentati della bellezza arbëresh:
-AnnaMaria Bugliari, di genitori arbëresh di Santa Sofia d’Epiro, acclamata Miss Italia nel 1950;
-Brunella Tocci, di genitori arbëresh di San Martino di Finita, acclamata Miss Italia nel 1955;
-Edelfa Masciotta, di genitori arbëresh di Greci, in Campania acclamata Miss Italia nel 2005;

E poco mancò che non si aggiungesse, nel 1998, un’altra perla alla collana delle “Miss Italia” arbëresh, con la splendida ANNA TAVERNISE con discendenze materne da Vaccarizzo Albanese. Di Edelfa Masciotta, sconvolgente l‘intervista subito dopo la sua proclamazione: < sono nata a Torino da genitori originari di un paese della Campania in cui si parla... greco>. Aveva confuso, in totale disinformazione, il nome del paese, Greci, con l’etnia.

Ernesto SCURA
NOTA:
Uno dei più grandi storici tedeschi, Theodor Mommsen, premio Nobel per la letteratura, nella sua imponente “Storia di Roma Antica,” a proposito degli albanesi, dalla cui compagine riconosce la storica estrazione di molti imperatori romani, a cominciare da Diocleziano, scriveva:
UNA VIGOROSA RAZZA D’UOMINI. GENTE SOBRIA, TEMPERATA, IMPAVIDA, ALTERA. ECCELLENTI SOLDATI.
E se lo dice il MOMMSEN...
E noi, che Mommsen non siamo, osiamo aggiungere ALESSADRO MAGNO, figlio di Filippo il macedone, si, però, pur sempre ,figlio di Olimpiade, principessa d’Epiro, albanese scaltra ed ambiziosa che, di quell’ALESSANDRO albanofono, accortamente allevato nella cultura e nella tradizione albanese, nel mito degli eroi omerici, fece uno straordinario e degno conquistatore di gran parte del mondo fino ad allora conosciuto, cioè un MEGALOS ALEXANDROS. .

domenica 24 gennaio 2021

Una Riflessione

 "Il libro è una cosa:

lo si può mettere su

un tavolo 

e guardarlo soltanto,

ma se lo apri e leggi diventa un mondo".



Leonardo Sciascia

 scrittore, giornalista, saggista, 

drammaturgo, poeta, politico, 

critico d'arte e insegnante italiano.

1921-1989

martedì 19 gennaio 2021

ESAMI DI MATURITÀ DI ...ALTRI TEMPI (2) di Ernesto Scura

 N. 1 (Pigia qui)

Di quanto fossero diventati vieppiù gravosi gli, esami di maturità, in Italia, a partire dal 1952, abbiamo già detto. Per gli allievi del Liceo Scientifico Parificato di Corigliano Calabro, le difficoltà furono maggiormente aggravate dalla inefficienza di alcuni docenti, per via della loro incapacità  ad organizzare una lezione con l’implicito obbligo delle spiegazioni e del conseguente dialogo allievi-docenti.E mi riferisco particolarmente all’Italiano, alla Storia e alla Filosofia, materie nelle quali fummo degli “autodidatti”, con tutte le difficoltà che comporta il doversi arrangiare da soli. Sentite la beffa più vergognosa a cui fummo sottoposti, per l’Italiano. Vittorio Alfieri, normalmente, rientrava nel programma del penultimo anno di Liceo. Ma, il nostro docente, non ne accennò nemmeno. All’inizio dell’ultimo anno, se ne uscì con la sentenziosa battuta: “per la prossima volta studiate tutto Alfieri”. Qualcuno osò chiedere: Professore, tutto Alfieri? La risposta, raggelante, fu: sì, tutto Alfieri .È immaginabile che nessuno di noi sfogliò una sola pagina di Alfieri, per i tempi ristretti, aggravati dalla consueta mancanza di spiegazione. Comunque, non seguirono interrogazioni, nè temi da svolgere. Il primo giorno d’esame che, come si sa, comincia col tema d’italiano, restammo di ghiaccio quando il commissario incaricato dettò il testo del tema d’italiano, che era una frase di Massimo D’Azeglio :“UNO DEI PIÙ ALTI MERITI DI VITTORIO ALFIERI, STA NELL’AVER TROVATA METASTASIANA L’ITALIA E NELL’AVERLA LASCIATA ALFIERIANA.” Io, come tutti gli altri, nulla sapevo di Alfieri. Tutti, credo,  optarono per l’altro tema, che era storico, e non vi dico con quanta cognizione di una materia, mai spiegata e mai dialogata. Per colmo del ridicolo, solo io affrontai il tema su Alfieri, non che ne sapessi più degli altri, ma si dà il caso che, la mattina, prima di lasciar casa, cercai qualcosa da portarmi e da copiare e, come per una premonizione del cielo, trovai tra le pagine di una vecchia  antologia, un mezzo foglietto protocollo scritto con una calligrafia ben leggibile che denotava una perfetta conoscenza, proprio di Alfieri, scritto da un qualche vecchio docente per qualche allievo in sede di “lezioni private”. Da quella mezza facciata di foglio protocollo, ricavai lo svolgimento di un tema, ricorrendo a doviziose estensioni di concetti e critiche che, peraltro, erano doverosamente pertinenti, anche se un po’ scarni. Credo di ricordare che rimediai un 5 e 1/2 che, in quel frangente, fu un ottimo risultato, specialmente considerando di essere stato il  solo ad aver affrontato quell’argomento. Quelli che scelsero il tema storico dovettero fare ricorso alle nozioni  apprese in terza media, ben povere per affrontare un tema a carattere critico sulle condizioni dell’Europa, con particolare riferimento all’Italia, dal 1870 al 1915. E ne derivò una quasi carneficina, visto lo scarso senso critico, in  materia di storia, per una classe che la storia, come la filosofia, negli  ultimi tre anni di liceo, non l’aveva mai studiata, limitandosi, durante le interrogazioni, a leggere appunti o le pagine dei libri che, con una,  vistosamente maldestra operazione, si cercava di tenere nascosti,  declamandone il contenuto con  enfatica prosopopea, peraltro sotto  lo sguardo compiaciuto dell’ineffabile docente. L’unico, a cui non era consentito partecipare al rito declamatorio, ero io, e quando ci provai, la prima ed unica volta, fui oggetto di aspri, solenni e minacciosi  rimproveri. E dire che, in terza Liceo, mi ero premurato ad acquistare un libro  di storia usato, con le pagine già staccate, da un allievo del corso   precedente, che l’aveva collaudato, nelle interrogazioni, con risultati più che lusinghieri, a giudicare dalla facile promozione ottenuta. Ma non funzionò. Direte: non sapevi leggere ? Tutt’altro, ero bravissimo (a leggere), ma non appartenevo alla casta. Come andò a finire ? In quinta Liceo tutti furono ammessi con voti in, Storia e Filosofia, che  andavano al disopra del sei, infatti abbondavano i 7, gli 8, e qualche 9. Io fui ammesso con...2 in Filosofia e ...3 in Storia. Corsi il rischio di non essere ammesso a sostenere gli esami di  maturità, poichè quel 2 e quel 3 mi abbassavano talmente la media   da non farmi raggiungere la media del sei che era indispensabile  per essere ammesso a sostenere gli esami di maturità.  E, per fortuna, l’ingegnere Liguori, docente di Matematica, Fisica e Disegno, invece di presentarmi con il 7 che avevo meritato, nelle  sue tre materie, alzò quei 7 ad 8. La stessa cosa fece l’insegnante di Scienze, Ada Graziani, che mi  presentò con 8. L’insegnante di Educazione Fisica non fece alcuno sforzo, poiché già mi aveva presentato con 8. Non ci crederete. Agli orali di Storia e Filosofia venne fuori che tutti eravamo molto al disotto della sufficienza, specialmente quelli che  erano stati presentati con 7 e 8 e 9. Tutti miseramente ...arenati. L’unico che non sfigurò fui proprio io che, come tutti gli altri, ero  completamente crudo in quelle materie ma, almeno, non vantavo   voti vistosamente bugiardi. Anzi, all’interrogazione, fui trattato con una certa benevolenza. L’esaminatore di Storia e Filosofia ci rimandò tutti ad Ottobre, senza contare quelli che furono bocciati direttamente a giugno e, avendo capito che le nostre carenze erano dovute al docente, ad Ottobre, a tutti coloro che raggiungevano o superavano  la  sufficienza in tutte le altre materie, non negò la sua sufficienza, necessaria a farci...maturare. Ma la vera mia soddisfazione fu un OTTO, In Educazione Fisica, che è legato ad uno dei più bei ricordi della mia vita. L’esaminatore,che aveva conseguito, a suo tempo, la laurea al famoso ISEF della Farnesina, a Roma, apparteneva alla vecchia  guardia, che univa l’eccellente preparazione atletica ad un più  che invidiabile livello culturale. Mi fece esibire in molte delle discipline, ma dove di più indugiò, fu negli esercizi sulla cavallina e, inoltre, fu molto prodigo di elogi e  mi gratificò di una “paternale”: Senti, tu sei molto dotato, atleticamente, ma occorre che ti dica  che, di solito,noi (e si vedeva che era un atleta), patiti dello sport, siamo quelli condannati a dover quotidianamente, col passare  degli anni, verificare le nostre possibilità atletiche e, quindi, siamo costretti a dover ammettere, lentamente, il degrado delle nostre  prestazioni, dovuto all’inesorabilità del tempo. Chi non ha mai fatto sport, invecchia senza soffrire più di tanto, non avendo da fare confronti. Tu poco fa mi hai fatto vedere come sai fare quella che, in gergo,  chiamiamo “bandiera”, sostenendo il corpo, sospeso in posizione  orizzontale, facendo leva, con la sola forza delle braccia, afferrando le maniglie della cavallina. Il giorno che non sarai più in grado di farlo, capirai cosa sto dicendo. E quando venne quel giorno, mi ricordai di lui, e della sua saggezza. Fu il conforto di quelle parole che mi aiutò a superare il trauma di quel momento, essendo già preparato a subire il contraccolpo, bilanciato  da quel provvidenziale ricordo.

 Ernesto Scura

mercoledì 30 dicembre 2020

Ricordi di un decenne. Avvenne in quel 25 Luglio 1943

 TEMPO DI GUERRA: TUTTI A CASA. QUANDO È PREFERIBILE ESSERE CONDUCENTE DI UNA....CARRIOLA PIUTTOSTO CHE DI UN MODERNO AUTOCARRO. .......di Ernesto Scura

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Il 25 Luglio del 1943, avevo da poco compiuto i 10 anni e, come per tutti gli  adolescenti, gli interessi prevalenti erano i giochi e le ansie per la prossima frequenza della scuola media che ci avrebbe dischiuso un nuovo  ciclo di studi, con l’approccio allo studio del Latino di cui, fino ad allora, avevamo  orecchiato soltanto qualche frase retorica “Mare Nostrum”, “Roma caput  Mundi”.

Ma il momento storico che stavamo vivendo ci avrebbe coinvolto, di li a poco,costringendoci a diventare, se non attori, quantomeno, anche  se inconsapevolmente, spettatori di qull’immane spettacolare vicenda che  fu la seconda guerra mondiale. E fu col fiato sospeso che, assecondando le ansie dei grandi, restammo in attesa delle sequenze successive, giorno dopo giorno, nell’incertezza e nel rincorrere previsioni. 

La guerra sta per finire ?  È finita ? Finirà . E, intanto, l’8 settembre, apprendevamo, con notevole ritardo, ciò che in segreto era stato deciso il 3 Settembre. E la domanda che si ponevano gli anziani era: “e i tedeschi cosa faranno ?”  Sottindendedo “cosa ci faranno” ? E intanto aveva inizio quell’insolito movimento di automezzi tedeschi che, in ritirata, dalla Sicilia, risalivano per attestarsi sulla linea “August” che si estendeva da ORTONA fino a MINTURNO, comprendendo Montecassino. E, intanto, era sempre più numeroso il flusso di soldati italiani che passavano  per CORIGLIANO, appiedati, malmessi e affamati, che cercavano di  raggiungere le loro famiglie al Sud. E non mancavano i soldati italiani che, scampati al fuoco alleato in Sicilia,  cercavano di raggiungere le loro residenze al nord. Era il triste spettacolo  di ciò che, poi, fu definito il “TUTTI A CASA”. Quelli più scalcagnati, perché avevano percorso a piedi già molti chilometri, erano i meridionali che, spesso, mia madre non mancò di sfamare quando, esausti si sdraiavano sul prato antistante casa mia. Ci fu la volta che noi  ragazzi, sentimmo un lento cigolio e ci precipitammo sulla strada. Era un  malandato soldato, in pantaloni corti militari, che aveva escogitato come  poter trasportare i suoi miseri effetti, con una carriola che, per non farla  gravare  più di tanto sulle braccia, ne aveva collegati i manici con una lunga  bretella di tela che, girando attorno al collo, scaricava il peso sulle spalle. Non mancammo di tributargli un fragoroso applauso e rifornirlo di qualcosa da mangiare. Il flusso inverso Sud-Nord, anche se meno pietoso, non era poi tanto più  allegro. Si fermò un autocarro militare, un FIAT 626, e ne discesero un  tenentino con altri tre militari, pallidi e spaventati, si fermarono per potersi un po’ sgranchire. La cabina ed il telone erano tutti bucherellati. Ci tolsero la curiosità spiegandoci che sulla strada litoranea 106 Jonica, erano stati presi  di mira dalle mitragliatrici degli aerei dei nuovi “alleati” che,come al solito,  sparavano su tutto ciò che si muoveva, non risparmiando nemmeno un carro  carico di fieno, trainato da buoi, figuriamoci un autocarro militare. Fecero  appena in tempo a saltare fuori e rifugiarsi tra gli uliveti. Per fortuna eravamo alleati, altrimenti, chissà, avrebbero fatto ricorso alle ... bombe. Nel dopoguerra alcuni camionisti spiritosi usavano scrivere sul frontone della  cabina : “DAI NEMICI MI GUARDI IDDIO CHE ALLE CURVE CI PENSO IO”. Evidentemente, in tempo di guerra, Dio non assicurava la copertura protettiva  dalla MALVAGITÀ ALLEATA. Quando il tenentino lesse sulla fiancata dell’autobus,lì parcheggiato, la scritta  “Fratelli Scura”, chiese subito se eravamo parenti di Paolo Scura. Lo feci salire  su, da mia madre, che capì a chi si riferiva, ad un lontano parente del suo paese d’origine, Vaccarizzo Albanese. Spiegò che erano stati  in precedenza fraterni commilitoni. Mia madre disse che, comunque, non era a Vaccarizzo ma, probabilmente, nel Lazio dove viveva. Poi, il tenentino spiegò a mia madre la sua situazione. Dopo l’8 settembre, come  tutti gli sbandati di quel fronte siciliano, cercò una via di fuga nella speranza di raggiungere il Nord (era veneto) e, con gli altri, s’impossessò dell’autocarro ben rifornito di carburante e pochi viveri. Era amareggiato per ciò che raccontava sull’arrivo degli alleati in Sicilia: “Le donne, imbellettate, andavano incontro agli invasori offrendo fiori”. Cioè non si era ancora reso conto del nuovo clima. Mia madre non mancò di  metterlo in guardia nei confronti dei tedeschi che dovevano, ad ogni modo, cercare di non incontrare, onde evitare rappresaglie o deportazioni. Era il tragico momento di un’Italia con troppi “ALLEATI” e con troppi “NEMICI”, con l’aggravante di non sapere con certezza chi erano gli alleati e chi erano  i nemici. Il tutto mirabilmente rappresentato nel film “Tutti a casa “ dove l’ingenuo sottotenente, interpretato da Alberto Sordi, al telefono di un bar, urla al superiore: “Signor colonnello, accade una cosa incredibile. I tedeschi si sono alleati con gli americani e ci sparano addosso...”

 Ernesto SCURA

sabato 21 novembre 2020

LA MANO DI ... DIO (Restyling) .... a cura Ing. Ernesto Scura

 1952. Nel vecchio centro storico di Corigliano, alle spalle della bellissima chiesa di Sant'Antonio, si snoda una serie di verdi colline tappezzate, in primavera, di un morbido tappeto erboso. Era lì che, i pomeriggi mi rifugiavo, a studiare, durante l'ultimo anno di liceo, lontano da rumori molesti o altre possibili divagazioni. Uno di quei pomeriggi, sdraiato bocconi, poggiato sui gomiti, leggevo un canto del "Paradiso". Mi pare di ricordare fosse quello di Piccarda Donati, e mi immergevo nel misticismo, leggendo: "Uomini poi, a mal più che a bene usi fuor mi rapiron de la dolce chiostra. Iddio si sa qual poi mia vita fusi". Ma non arrivai ai limiti della commozione perchè un evento imprevedibile venne a conturbare quella mia poetica contemplazione. Sul bordo del libro che tenevo spalancato davanti agli occhi, fece capolino un animaletto verde facilmente confondibile con l'erba del prato. E non era un grillo. E non era una cavalletta. E non era nessuno degli insetti da me fino ad allora conosciuti. Il corpo, esile, nella porzione toracica, era delle dimensioni di un grosso fiammifero a stelo di legno con, al posto della capocchia, una grossa testa a triangolo con due grandi mostruosi occhi. La parte inferiore presentava un enorme addome, e due grandi ali  coprivano la parte sottostante del corpo. Era munito di arti superiori ed inferiori, a mò di branchie spinose, veri  tentacoli sproporzionati rispetto alle dimensioni del   corpo, con una specie di baffi, e antenne... E mi guardava, ed io lo guardavo, e mi incuriosiva, fino a quando non rimasi....terrorizzato. Con un salto si piazzò sul bordo del libro e, mantenendosi fermamente in equilibrio sulle zampette, cominciò un rituale che suscitò il mio iniziale sconcerto fino alla paura. Sollevava la testa verso il cielo e, contemporaneamente, spalancava gli arti superiori,  nel consueto atteggiamento liturgico del sacerdote officiante che, durante la messa, invoca  la protezione del cielo, e poi, sempre in atteggiamento mistico, abbassava le branchie congiungendone le estremità su cui poggiava la fronte, nell’identica postura del prete quando si raccoglie in preghiera durante la celebrazione della messa. Ed il rituale fu ripetuto per più volte, ripetendo in modo impressionante quello del sacerdote officiante nella funzione religiosa. Restai agghiacciato. Io, che sono sempre stato un tiepido credente, io che non ho mai avuto un rapporto eccessivamente reverenziale con la Chiesa, io che non ho mai praticato l'Oratorio o la Parrocchia, e nemmeno le organizzazioni sportive dell’Azione Cattolica, e nemmeno le loro sale giochi istituite per attrarre i giovani agnostici ed indifferenti come me e, soprattutto, non ho mai militato nelle organizzazioni dei Boy Scout che probabilmente, una qualche 'infarinatura di entomologia ce l'avranno, rimasi fortemente shockato.: "Che non sia un segno del cielo, un ammonimento alla mia disordinata vita di scettico e, fors'anche, miscredente?" pensai. 

Velocemente, strappai un foglio di quaderno, ne feci un cono  e, vi feci cadere dentro quel mostriciattolo, senza nemmeno sfiorarlo e non mancai  di accartocciare i bordi, per evitare eventuali fughe. Scappai a casa. Cercai il mio vecchio testo di Scienze Naturali, nella parte Zoologia, e non sapendo da dove cominciare, dovetti sfogliare, pagina per pagina, tutto il capitolo insetti, facendo molta attenzione alle figure. Ma le figure non mi aiutarono, più di tanto. Fu, invece, una parolina, contenuta nei titoli, a disvelarmi l'arcano: RELIGIOSA. Con sorpresa trovai riportata anche, sebbene in bianco e nero, la sua immagine. Mi immersi velocemente nella lettura. Era la MANTIDE RELIGIOSA che prende, appunto, il nome, da quel falso rituale che tanto mi aveva scosso. Scoprii che, malgrado il pio e devoto nome, è uno dei più feroci insetti esistenti, e sto parlando   della femmina di questa specie, talmente violenta e spietata che, giá durante la fase di accoppiamento, comincia   a divorare il maschio, iniziando dalla testa, e terminando non prima che il  povero infelice abbia smesso di copulare e di   aver soddisfatto in pieno gli appetiti sessuali ed alimentari    della “femme fatale”

A conferma, per noi umani, che non è del tutto improprio il famoso detto : PERDERE LA TESTA PER AMORE. Anche se nel nostro  caso, il maschio, oltre alla testa, ci rimette, poi, tutto il corpo. Tirai un profondo, lungo, sospiro di sollievo e, confortato dall’ausilio di quel testo scolastico, rivelatosi provvidenzialmente il più illuminante svelatore di arcani, fui gratificato del più grande dei doni che il cielo poteva concedermi: non essere indotto, da insane suggestioni, ad..."adorare “ quel minuscolo mostruoso idolo quale apportatore di segnali divini falsamente interpretabili come segnali di volontà ...superiori. E fu così che avemmo un ingegnere in più ed un ....frate in meno.

 Ernesto Scura

lunedì 5 ottobre 2020

Ernesto Scura ci invia ..."L'Ora del té"

 “L’ORA DEL TÈ” 

Per tutta la seconda metà di settembre e per tutto ottobre ed anche  novembre del 1943, davanti a casa mia, sulla strada statale 106 che attraversava il mio Comune, Corigliano Calabro,ci fu il flusso ininterrotto  dei veicoli e dei mezzi corazzati della 5ª Armata americana e della 8ª  armata inglese, destinati a raggiungere il fronte che, ormai, si andava consolidando sulla “linea August” dove i tedeschi stavano allestendo le postazioni di una strenua difesa che dette molto filo da torcere agli alleati. Quei soldati, pur consapevoli dei rischi a cui andavano incontro in quella carneficina che fu la battaglia per la conquista di Montecassino, quasi  per un malcelato desiderio di non volersi tormentare al solo pensiero di  andare incontro ad una  probabile morte, ostentavano una spensierata  allegria e desiderio di contatti amichevoli con la popolazione civile che veniva largamente ricambiato. Prima del tramonto il flusso veicolare cessava per la ricerca dei posti più favorevoli al pernottamento e il piazzale, antistante casa mia, si prestava  dal punto di vista orografico pianeggiante e non in pieno centro abitato, ma in un sito periferico alberato. Ed io, appena decenne, non mi lasciavo sfuggire nulla di quegli episodi insoliti che ci facevano conoscere anche le abitudini alimentari degli inglesi che, crollasse il mondo, all’ora del tè, non rinunciavano al rito di preparazione e di degustazione di quella che è la loro bevanda nazionale. E ci fu la volta che una camionetta inglese che ospitava un colonnello e l’autista si fermò per il bivacco. L’autista aprì accuratamente e con zelo la poltrocina pieghevole, di tela, per il suo superiore che, una volta sistematosi, con il consueto flemmatico aplomb tutto anglosassone, si dedicò alla lettura di un libro, dopo aver accuratamente completato l’altro consueto rito, quello di caricare e accendere la pipa. Intanto, l’autista, si accingeva a preparare il tè e, predisposti pentolino,  tazze e fornellino ad alcol, aprì  la scatola metallica che conteneva il tè e,  con cura, si affrettò a richiuderla dopo il prelievo, onde evitare prolungate  esposizioni all’umidità dell’aria. 

Nel frattempo, mia madre, insieme con l’amica del cuore, la mia madrina di battesimo, Grazia Aceto, stavano  facendo là intorno i consueti quattro passi pomeridiani e, notato il mio interesse nell’osservare l’affaccendarsi del soldato inglese, incuriosite, si sono avvicinate e, anche loro, furono  attratte da quella procedura per noi inusuale se effettuata da un  militare,  e si soffermarono a studiarne le sequenze della preparazione. Il soldato, che fino a quel momento non aveva fatto trasparire alcun segno  di gradimento o di fastidio, appena terminate le operazioni, prima di servire  il té al suo colonnello, con molto garbo,stile e galanteria, si avvicinò e porse  due tazze di quella bevanda a mia madre e alla mia madrina che, più stupite che altro, balbettarono qualcosa che voleva essere un grazie. E non crediate che il colonnello non si fosse avveduto di cosa succedeva  intorno alla camionetta, compreso l’armeggiare del suo sottoposto. E, appena il soldato gli servì la sua tazza di tè, rivolse lo sguardo alle due “Ladies” e, con aria più che amichevole, accennò un sorriso di saluto e di compiacimento e, poi, con misurato distacco, si dedicò a sorseggiare il suo tè tra una boccata di pipa e l’altra. Ma anch’io ebbi la mia parte : una manciata di “biscuits”. Le due donne non mancarono di rinnovare i ringraziamenti e si allontanarono. Io non rinunciai  ad osservare gli ulteriori sviluppi di quel rituale che impegnò il sottoposto  fino all’allestimento della brandina per sè e per il colonnello, con ovvia predisposizione di zanzariere contro le punture di insetti.

domenica 4 ottobre 2020

Una foto la settimana: la lotta per salvaguardare il pianeta (il covid-19 ci fa dimenticare l'inquinamento?)

 














No. Nemmeno questa è una foto dei nostri giorni caratterizzati dalla necessità precauzionale dal coronavirus. Si tratta di una foto (nella Repubblica Ceca) che riprende alcuni bambini con mascerina per protegersi dall'inquinamento, considerato una delle cause del buco nell'ozono.

All'inizio degli anni Novanta i giornali parlavano della distruzione dello strato di ozono dell'atmosfera: i raggi del sole giungono infatti sulla Terra senza alcun filtro.

Nel finire del secolo scorso si avverte in più parti del pianeta -per la prima volta- una sensibilità rispetto alla problematica del gas ozono nella stratosfera, in corrispondenza dell'Antartide.

Il "buco nello strato di ozono" si forma in inverno e va divenendo sempre più marcato.

Lo strato di ozono è importantissimo per la sopravvivenza umana, esso filtra la maggior parte dei raggi Uv-B del Sole, consentendo ad una minima parte di essi di raggiungere la Terra. Una minima quantità di questi raggi è infatti essenziale per l'uomo. Ne discende che la diminuzione dello strato di ozono nell'atmosfera (dovuta all'inquinamento da industrie) comporta un aumento delle radiazioni ultraviolette che arrivano sulla Terra; da qui le mutazioni genetiche, i tumori della pelle e i danni agli occhi.