| Il crollo di Costantinopoli del 29 maggio 1453 da parte dell'Impero Ottomano è la causa diretta della diaspora degli arbëreshë (gli albanesi d'Italia). Con l'avanzata turca nei Balcani dopo la caduta dell'Impero Bizantino e la morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg, migliaia di albanesi lasciarono le proprie terre per rifugiarsi nell'Italia meridionale a partire dal XV secolo. Sotto la guida di Scanderbeg, gli albanesi opposero una lunga resistenza. Dopo la sua scomparsa (1468), la pressione turca divenne insostenibile. Intere comunità attraversarono l'Adriatico. Si stabilirono in regioni come la Calabria, la Sicilia, la Puglia e il Molise, fondando o ripopolando villaggi. |
Perché quegli arbereshe del XV secolo
vollero venire nella Sicilia feudale?
(In questa e nella prossima pagina ci intratterremo sulla crisi dell’Impero Romano d’Occidente prima e di quello d’Oriente dopo. E’ dal crollo di Costantinopoli che coglieremo conseguenze sia politiche che socio-economiche).
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I 15.000 km di confini che cingevano l'impero romano diventavano sempre più difficili da difendere perché la crisi demografica si faceva sentire anche nell'esercito che era composto prevalentemente di stranieri mercenari, mentre i barbari, popoli forti e fecondi, con antichi conti di sfruttamento da regolare, facevano crollare le difese in più punti e invadevano le terre saccheggiando e seminando la morte.
Scarseggiavano ormai anche gli artigiani, i contadini, i commercianti; già Caracalla in passato aveva dato la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi per poter riscuotere più tasse, ma l'espediente non bastava a colmare il deficit di un impero in rovina. Si era anche concessa la terra libera a chiunque avesse il coraggio di coltivarla, ma ben pochi si esponevano al duro lavoro per vedersi portar via il raccolto dalle truppe nemiche.
Terrorizzati, i servi trovavano protezione presso un signore di quelle «villae» che erano possedimenti autosufficienti, muniti di torri e mura, con un esercito privato e proprie carceri. Il signore non accettava incarichi sociali, non pagava le tasse, viveva per sé producendo quanto gli occorreva: utensili, cibo, abiti, persino i mattoni. Per non cadere nei tranelli di monete inaffidabili, riprese il sopravvento lo scambio in natura. I commerci erano così ridotti al minimo anche perché la rete stradale in dissesto consentiva lenti spostamenti: in un giorno si coprivano appena 35 km e le navi stavano in mare per anni.
L'imbarbarimento della popolazione era evidente anche nei costumi: si vedevano capelli lunghi, calzoni e vesti di pelliccia inutilmente vietati dagli imperatori. Costantino, il primo imperatore che aveva concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313, mantenne unito il territorio romano e nel 330 pose la capitale a Costantinopoli, così fu chiamata dal suo nome Bisanzio, la città sorta nel VII secolo a.C. come colonia greca sul Bosforo. Essa aveva tutte le prerogative per diventare un imprendibile faro di civiltà: la posizione strategica al centro di estesi traffici commerciali con l'Oriente e l'Occidente, un ampio porto e difese naturali su tre lati. Infatti fu la città più progredita e opulenta del mondo per un millennio e nessuno dei popoli invasori riuscì a entrarvi, tranne i Crociati nel 1204. E … però!
(Segue)
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