L'italia dopo il 1818
A conclusione della grave crisi provocata dalle carestie del triennio 1815-17, si apre un periodo della storia economica europea caratterizato da una tendenza generale alla diminuzione dei prezzi del grano e delle derrate agricole (destinata a durare con frequenti oscillazioni fino al 1846-48), da una crescita costante della produzione e degli scambi commerciali, favorita dalla rivoluzione dei trasporti, con periodiche fasi di tensione e crisi finanziarie (v. 1825-1826, 1836-1837, 1846-1847), e da una tendenza generale al ribasso dei prezzi industriali.
Agricoltura
Anche in Italia si apre un periodo di prezzi agricoli al ribasso, accentuato nelle annate di sovrapproduzione e temporaneamente contrastato in quelle di scarsi raccolti. Nel lungo periodo ciò provoca una diminuzione delle rendite e l'indebitamento dei piccoli proprietari.
Nonostante la flessione costante dei prezzi del grano, la cerealicoltura si conferma dominante; la diminuzione delle rendite viene contrastata dai proprietari aumentando gli oneri contrattuali a carico dei ceti contadini; in generale, si registra una debole risposta sul piano della diversificazione colturale, delle innovazioni agronomiche e produttive. Fanno eccezione alla caduta dei prezzi alcune produzioni per l'esportazione come il riso e la seta greggia; ne beneficiano le grandi aziende agricole della pianura irrigua piemontese e lombarda, e i produttori serici (filiera della seta).
La caduta dei prezzi e dei profitti agricoli colpisce in misura più grave che altrove l'agricoltura meridionale, fondata per larga parte sulla cerealicoltura, e dunque più esposta agli effetti della concorrenza dei grani russi e nord-africani. Anche altre produzioni tipiche del Meridione - come l'olio - risultano minacciate dalla concorrenza estera (olio spagnolo). Secondo le testimonianze dei conqtemporanei, l'indebitamento di proprietari terrieri e contadini raggiunge livelli elevatissimi, provocando un'ulteriore concentrazione della proprietà in mano ai grandi latifondisti.
Regno delle due Sicilie
(Moneta, finanza, credito)
Riforma monetaria. La promulgazione dello «Statuto monetario del Reame» si propone di riordinare la circolazione monetaria sulla base del monometallismo argenteo; si registra un progressivo aumento dello stock di metallo coniato ma con scarsi effetti sulla diffusione del numerario circolante. La circolazione monetaria resta concentrata per oltre due terzi del totale a Napoli; per la mancata diramazione del Banco delle Due Sicilie nelle province e la forte arretratezza del sistema creditizio nel suo complesso, il mercato del credito - a parte l'attività dei Monti dei pegni e, per il credito agrario, dei Monti frumentari - resta in mano ai «prestatori» che svolgono opera di intermediazione tra i Banchi e il pubblico.
……. L'italia dei nostri giorni
Gli studi sulla questione meridionale.
Diversi furono gli storici che si occuparono della questione meridionale dall'inizio del Novecento:
Francesco Saverio Nitti, esaminò la questione meridionale (Nord e Sud, 1900) inserendola nel più ampio contesto dell'intero Stato italiano, il pugliese Gaetano Salvemini (Scritti sulla questione meridionale, 1896-1955) espresse invece una visione strettamente politica che investiva direttamente il Partito socialista individuando nel latifondismo la causa del ristagno economico e politico. Più meditato il meridionalismo di Benedetto Croce (Storia del Regno di Napoli, 1925), volto soprattutto alla considerazione della cultura meridionale chiaramente inserita nell'area culturale europea.
Luigi Sturzo, invece, propugnatore di un'organizzazione politica dei cattolici, sostenne un programma di riforme che conducesse alle autonomie regionali e che portasse a soluzione il problema delle aree sottosviluppate.
Un nuovo, originale disegno è stato proposto da Antonio Gramsci, autore d'un saggio incompiuto: Alcuni temi della questione meridionale (1926), ora in La questione meridionale. Gramsci, dopo aver ravvisato nella cattiva amministrazione dei governi succedutisi dal Risorgimento le cause tangibili dell'arretratezza meridionale, ha riaffermato la necessità strategica dell'alleanza fra operai e contadini.
La nuova stagione del meridionalismo fu inaugurata con la ripresa democratica nella prospettiva, coltivata in particolare dalla sinistra meridionale, che nella la miseria che affliggeva il sud Italia potesse avere luogo la rinascita del Mezzogiorno e in primo luogo della sua agricoltura. Accanto alle analisi della sinistra si svilupparono quelle del meridionalismo laico di M. Rossi Doria e F. Compagna. Negli anni Cinquanta e Sessanta, di questi due settori politico-culturali divennero espressione due riviste: rispettivamente «Cronache meridionali» e «Nord e Sud». Questo meridionalismo era in grado di porre su basi concrete il problema della riforma agraria come nodo centrale della questione meridionale. Sulla necessità delle riforme convergeva anche il meridionalismo comunista, corroborato dalla diffusione degli scritti di Gramsci e dalla ripubblicazione del volume di E. Sereni (La questione agraria nella rinascita nazionale, 1946).
La svolta democratica e quella, successiva, rappresentata dalla legge stralcio della riforma agraria e dalla nascita della Cassa per il Mezzogiorno (1950) stimolarono nuovi studi. Sono di quegli anni la pubblicazione delle prime antologie di B. Caizzi (1950) e di R. Villari (1961), lo sviluppo di una letteratura storiografica d'ispirazione gramsciana che riprendeva, tra l'altro, il tema della riflessione critica sul Risorgimento e sul liberalismo postrisorgimentale, visti in particolare attraverso la questione meridionale (L. Salvadori, 1960); ma anche quella sorta di rivoluzione copernicana della storiografia liberale (e della concezione crociana in particolare) che fu rappresentata dal saggio Risorgimento e capitalismo (1959).
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