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lunedì 10 agosto 2026

C’era l’America degli immigrati (1)

 Per alcune pagine ci piace evocare l’America dei nostri nonni, quella dov’è si emigrava e si veniva accolti per svolgervi lavori duri ma dignitosi e si acquisiva uno stile di vita che in madre patria era difficile mantenere. Era un’America che nulla aveva a che fare con i Trump e con i discorsi inattendibili per orecchie ed intelligenze umane e democratiche oggi consolidate in tutto l’Occidente.

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Gli Stati Uniti nacquero e
crebbero grazie a imponenti
ondate migratorie
.
Fin dalla
fondazione, il Paese ha
aperto le porte a popoli da
tutto il mondo, plasmando
una nazione multietnica
fondata sull'accoglienza e
sulla spinta di milioni di
persone in cerca di terra
e libertà. 
La giovane
nazione aveva bisogno
di manodopera e di
popolare vasti territori,
incentivando l'arrivo di
nuovi coloni per sostenere
la crescita economica e
demografica.
Dalla metà del XIX secolo
e poi all'inizio del Novecento
 
 le provenienze si
spostarono verso l'Europa
meridionale e orientale,
portando milioni di
italiani, slavi ed ebrei.



Un poco di Storia,
in ottica socio-economica
I primi esploratori avevano considerato il Nuovo Continente un immenso, ricchissimo territorio da spartire tra le potenze europee.

Gli spagnoli si assicurarono la California, il Colorado, l'Arizona, il Nuovo Messico; i portoghesi occuparono il Brasile; tra il Seicento e il Settecento, inglesi, olandesi e svedesi si stanziarono lungo la costa orientale. 


Compagnie coloniali munite di patenti governative organizzavano i loro stabilimenti creando centri abitati e basi commerciali.


 Arrivavano    gruppi di fuggiaschi per motivi politici e religiosi: gli ugonotti francesi, protestanti, massacrati prima in patria e poi dagli spagnoli; i «Pilgrim Fathers», padri pellegrini puritani. Essi raggiunsero la Nuova Inghilterra, ossia quel tratto che oggi comprende il Maine, il Massachusetts, il New Hampshire, Rhode Island, il Vermont, il Connecticut, e furono i capostipiti di quella cultura «yankee» democratica e intransigente che fu l'anima dell'America. Nella Georgia dei Cherokee e dei Creek il primo gruppo di coloni fu costituito da debitori che avevano preferito espatriare anziché scontare la pena in carcere. Al Nord si formò una popolazione di piccoli coltivatori, giacché il clima rigido limitava l'agricoltura e consentiva solo la crescita di cereali. Sulla costa s'impiantarono le più lucrose attività della caccia, della pesca e i primi commerci. La borghesia non esisteva, le scuole erano di là da venire, come del resto le industrie.


Al centro e al sud, invece, si andava formando un'aristocrazia agricola con estesi possedimenti in cui lavoravano gli schiavi negri importati; i raccolti di tabacco, indaco, riso, zucchero e più tardi di cotone permisero il formarsi di grandi patrimoni.

Proprio per l'organizzazione sociale improntata a principi democratici di liberi stanziamenti e di libero commercio, la colonizzazione inglese ebbe maggior fortuna, mentre la Francia, che interveniva nei suoi possessi canadesi con l'imposizione di monopoli, con sistemi feudali di spartizione delle terre, con lo strapotere ecclesiastico, scoraggiava l'emigrazione, e quella popolazione di coatti era troppo scarsa per poter sfruttare il Canada. 


I pochi trasferiti con la forza si dedicavano alla caccia e al commercio delle pelli e finirono con l'essere assorbiti dalla popolazione locale.


(Segue)

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