| La parola woke (forma passata del verbo inglese wake, "svegliarsi") indica la consapevolezza e la sensibilità verso le ingiustizie sociali, con particolare riferimento a discriminazioni razziali, di genere, orientamento sessuale e disabilità. |
Deriva dal verbo «to wake», svegliarsi, ha una lunga tradizione nella comunità afro-americana ed è un invito a non distogliere lo sguardo dalle ingiustizie sociali. Dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis nel 2020 e le proteste al grido di Black Lives Matter, il «woke» si diffonde a livello globale e, dalle comunità Lgbtqia+ alle altre minoranze, diventa la cultura delle giovani generazioni che lottano contro ogni forma di discriminazione: razziale, di genere, sessuale, economica, coloniale. Si estende al linguaggio e alle politiche di inclusione nei posti di lavoro e, tra i suoi punti fondanti, ci sono il principio per cui le forme di oppressione si rafforzano l’una con l’altra (intersezionalità), la critica delle strutture di potere e l’attivismo dal basso per riformarle.
Nato originariamente all'interno della comunità afroamericana, il termine ha vissuto una profonda evoluzione semantica, diventando oggi un concetto centrale e divisivo nel dibattito politico globale e italiano. Il termine "woke" ha perso quasi totalmente la sua originaria valenza puramente descrittiva ed è diventato un'arma retorica nel dibattito pubblico. Per i progressisti l'attitudine woke è ritenuta come un necessario percorso di inclusione, ascolto delle minoranze, intersezionalità e superamento dei privilegi storici. I conservatori utilizzano il termine in modo dispregiativo per stigmatizzare quello che considerano un moralismo dogmatico, un'iper-reattività culturale o una censura ideologica radicale in contesti accademici, aziendali e mediatici.
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