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lunedì 24 agosto 2026

Evocando la gestualità del mondo contadino

 Quando non si usava la parola esplicita

I contadini poeti nella Sicilia del
Novecento 
rappresentano una
voce autentica e profonda della
civiltà contadina, legata alla terra,
alle lotte sociali e al mondo dei
dialetti
. Figure come Ignazio
Buttitta, cantore della protesta
e della dignità popolare, e i
poeti anonimi o minori delle
feste di piazza e della tradizione
rurale hanno usato la poesia
come strumento di riscatto, fatica
e memoria.
A Contessa Entellina vi erano
più figure che seppero interpretare
la durezza dei tempi e
pure lasciavano trasparire
nei loro versi la cattiveria
di chi approfittava dei
ruoli di potere e 
frequentemente di 
prepotenza.






Fra le memorie che conservo e risalenti a decine di anni fa, ci sono personaggi, figure locali di Contessa Entellina, che e’ difficile dimenticare. Ai nostri giorni quelle figure, col loro modo di parlare (recitare), di evocare tempi andati e personaggi storici di Contessa Entellina li avremmo annoverati come figure del Teatro-Azione. In questa forma di recita si mette in discussione la centralità della parola e del testo e si sposta il fuoco dell’evento scenico sulla voce, sulla recita e sul corpo dell’attore come luogo primario di senso.

  Era la voce, il corpo e l’organismo che agiva e che produceva significato attraverso il movimento, la tensione muscolare, il ritmo del respiro. La gestualità (un po’ tipica della civiltà contadina) si caricava così di un valore autonomo, quasi linguistico: un alfabeto fisico capace di comunicare senza mediazione verbale, spesso ai limiti della resistenza fisica e dell’improvvisazione.

 La gestualità nel mondo contadino siciliano prima della Seconda Guerra Mondiale e poi per qualche tempo ancora ( meno di un paio di decenni) era un vero e proprio linguaggio visivo e comunitario. Sostituiva o rafforzava le parole, regolava i rapporti sociali, esprimeva rispetto, onore, fede religiosa e serviva pure a comunicare a distanza nei campi aperti. Gesti ampi del braccio o fischi codificati servivano a parlarsi da un fondo all'altro della valle senza urlare. 

 Togliere la coppola o toccarla appena con due dita era il segno basilare di riverenza verso il proprietario terriero, il medico o il prete del paese. Nelle fiere del bestiame ( da noi, a Contessa E. 8 maggio e 9 settembre), gli accordi si chiudevano spesso con una stretta di mano vigorosa protetta da un fazzoletto per non mostrare ad altri la cifra pattuita o per suggellare l'onore della parola data.

Fra i ricordi, collegati a specifici personaggi locali, c’e’ un modo comunicativo di silenzio espressivo: spesso bastava un cenno del mento verso l'alto per dire "no" o un movimento della mano a palpa in giù per calmare qualcuno.

 


  


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