| La giustizia umana è passata dalla vendetta privata e dalle leggi del taglione dei primi codici antichi ai sistemi di diritti universali. Questo cammino ha trasformato la regola del più forte in norme scritte, per limitare il potere e difendere la dignità di ogni persona. Dopo le tragedie del Novecento, il mondo ha creato carte internazionali per proteggere le persone anche contro le leggi ingiuste dei propri Stati. |
Ogni popolo, fin dalle comunità più antiche, ha sempre punito gli atti criminali che minano profondamente le basi della società. All'inizio fu solo una vendetta privata degli offesi contro chi li aveva danneggiati, ma in seguito, quando la vendetta divenne obbligatoria e nessuno poté più sottrarsi al proprio dovere, allora si trasformò in un fatto sociale.
E questo primo embrione di giustizia cominciò ad organizzarsi confondendosi magari con elementi religiosi: le azioni proibite erano «tabù» e infrangere un «tabù» equivaleva all'estromissione dalla comunità o alla morte. Anche se ampiamente applicata, la morte non era la sola pena riservata agli assassini. Cosi i congiunti delle vittime escogitavano punizioni alternative crudelmente raffinate: gli indiani Omaha d'America, per esempio, obbligavano il colpevole a espiare restando isolato, con le mani sui fianchi, il collo fisso in una sola direzione, nutrito di cibi freddi e coperto da un mantello per un periodo che poteva raggiungere i quattro anni.
La vittima doveva essere comunque vendicata, anche se la causa della sua morte era accidentale: così se l'individuo era caduto da un albero, se ne segava il tronco alle radici; se era stato sbranato da una belva, si organizzava una battuta di caccia per eliminare l'assassino.
Il diffusissimo tabù dell'incesto comportava pene che andavano dalle multe, all'esilio, alla morte; l'adulterio invece a volte poteva essere superato con una comune litigata, altre volte però comportava l'amputazione delle mani, lo sventramento, ripudi, sfregi, evirazioni dell'amante, ecc. Gli indiani Semang strappavano i capelli all'infedele e le staccavano il naso con un morso. I Batacchi divoravano sia incestuosi che adulteri. Nel Gabon la moglie traditrice era abbandonata su un formicaio finché gli insetti non l'avevano divorata.
Col tempo altre norme giuridiche divisero il reato in reato di tipo privato, soggetto alla vendetta personale, e reato di tipo sociale, punito dalle strutture statali che consideravano la trasgressione un sacrilegio contro gli dei.
A questo punto si apriva il fantasioso e cruento ventaglio delle punizioni.
Nell'antico Egitto i tribunali comminavano i lavori forzati nelle miniere, varie mutilazioni (una mano, la lingua, il naso, le orecchie), il rogo, la decapitazione; a volte il condannato veniva esposto infilzato a un palo.
Ma la pena più temuta era sicuramente quella di essere immerso vivo nel matron, ossia una soda corrosiva, oppure di essere imbalsamato vivo.
Ai personaggi di censo, di solito, venivano risparmiate simili sofferenze, se provvedevano a uccidersi da soli. Anche Sumeri e Babilonesi punivano molto crudelmente i loro criminali.
E quando vi era qualche dubbio si rimandava all'ordalia, al giudizio divino.
L'indiziato veniva gettato nell'Eufrate: se affogava aveva pagato per le sue colpe, se si salvava, gli dei avevano riconosciuto la sua innocenza.
«Occhio per occhio, dente per dente» diceva la Bibbia: la legge del taglione, ossia ripagare il criminale con lo stesso reato, fu a lungo e in molti paesi una forma di giustizia-vendetta. A Babilonia, se una casa mal costruita crollava sul proprietario, era condannato a morire chi l'aveva eretta. Ma se sotto le macerie rimaneva il figlio del proprietario, doveva soccombere il figlio del costruttore.
(Segue)
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