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venerdì 24 luglio 2026

La Letteratura (31)


Le tesi principali di Averroe
sostengono 
l'indipendenza tra
filosofia e religione, l'eternità
del mondo e l'unicità
dell'intelletto per tutto il genere
umano.





La dottrina dell' “amore cortese"

Nonostante il decreto di condanna del vescovo Tempier (1277), la dottrina dell'"amore cortese" (inteso come amore extra-coniugale) di Andrea il Cappellano (scrittore francese del XII secolo) ebbe grande diffusione, specie in Italia. 


Il passo che segue, del De amore di Cappellano, tratto da un volgarizzamento contenuto in un codice della Biblioteca Vaticana, mostra evidenti consonanze con la poetica dei "siciliani" e soprattutto degli "stilnovisti":


Questo è l'efetto dell'amore, 

che quelli ch'è diritto amante, non 

può essere avaro, e quelli ch'è 

aspro e no adorno e quelli ch'è di 

vil gente, si ‘l fa ben costumato; 

e superbi fa umili e l'amoroso 

molti servigi fae con umilitate ad 

altrui. Molto è gran cosa l'amo-

re, che fa l'uomo così vertudio-

so e ben costumato. Anche ne 

l'amar è una cosa molto da lau-

dare, che fa l'amante quasi ca-

sto, perciò che quelli ch'è ina-

morato a pena potrebe pensare a 

un'altra, e a pena può sofferire lo 

suo animo di guatare un'altra.


(Edizione a cura di G. Ruffini, Milano, 1980).

====


Sant’Alberto Magno mediante una compiuta riesposizione di gran parte degli scritti aristotelici che, di fatto, ne rappresenta un'interpretazione nuova e originale, arricchita dalla sua vasta conoscenza degli autori arabi, dei maestri "latini" dei secoli precedenti, di dottrine mediche, astronomiche e matematiche specifiche, e affidata a un commento assai organico, risolto nella stesura di trattati sistematici.

Per quanto concerne le conoscenze scientifiche, il domenicano non si limitò a riorganizzare il materiale proposto dagli scritti "fisici" e dai "libri naturali" di Aristotele e nelle opere degli scienziati arabi, bensì aggiunse i risultati di proprie osservazioni ed esperienze, ma anche, com'era inevitabile, notizie favolose e credenze mitiche. Pure seppe spesso mostrarsi critico e spregiudicato nei riguardi delle proprie fonti, preponendo quanto poteva direttamente conoscere all'accettazione passiva delle auctoritates.

Con questo, sarebbe assurdo credere che le sue conoscenze scientifiche superassero i limiti delle indagini correnti o che oltrepassassero i molti ostacoli posti dalla mancanza di vere tecniche sperimentali o di una sicura metodologia. 


Taluni tentativi di dimostrare la "modernità" delle sue idee, in questo ambito, sono piuttosto inutili apologie che contributi effettivi alla comprensione di una personalità per tanti aspetti tra le più eminenti della cultura filosofica medievale. Ma è innegabile che la sua opera costituì un tentativo consapevole e organico di concepire unitariamente il sapere del tempo e di offrirne un'adeguata trattazione, fondata sulla certezza di un ordine razionale autonomo della natura, le cui leggi e principi sono raggiungibili con l'esercizio della ragione, senza che occorra mai far ricorso a "verità" di ordine superiore o a una "lettura" mistica e simbolica del cosmo. Il che basta a far comprendere quale fosse il suo atteggiamento nei confronti del rapporto tra indagine filosofica e meditazione teologica, tema che proprio in quegli anni, era al centro di aspri contrasti polemici e sollecitava gli interventi dei più tenaci difensori dei difensori di tutto il sapere alla suprema verità della fede e della teologia che ne deriva.


(Segue)

 Temporalmente si e’ all’alba della distinzione tra i compiti della filosofia (e della scienza)  e quelli della teologia.


lunedì 13 luglio 2026

La Letteratura (30)

Il capolavoro di Sant'Agostino
sono 
le Confessioni (scritte
intorno al 398 d.C.). In quest'opera
 autobiografica in 13 libri, il filosofo
 e Dottore della Chiesa si rivolge
 direttamente a Dio per
ripercorrere la propria vita,
raccontando il suo travaglio
interiore, gli errori di gioventù
e la conversione.



Dalla cultura medievale a … 

Nonostante le differenze nell’utilizzazione degli autori e dei metodi, non furono troppo diverse le "autorità" filosofiche, sempre più ampliate nel corso del Duecento, e costituite, in massima parte, sia da taluni testi del secolo precedente (basti pensare alla fortuna degli scritti usciti dalla scuola di Gilberto de la Porrée, alla costante incidenza di idee derivate dagli scolastici di Chartres, alla lunga presenza di temi tratti dalle opere dei maestri di San Vittore), sia dal corpus aristotelico, ormai divenuto il presupposto essenziale del sapere e del linguaggio scolastici, sia dagli interpreti islamici, sia dalla letteratura araba ed ebraica, sia, ancora, dai trattati e dalle summulae che raccoglievano gli insegnamenti della logica nova. 

Recependo, pure con atteggiamenti assai vari nelle diverse scuole e nei singoli maestri, la cultura ormai preminente nelle università, gli ordini mendicanti si posero sullo stesso piano teorico sul quale operavano, sin dai primi decenni del secolo, molti maestri secolari e, in particolare, quelli delle "arti”.

Non solo: non esitarono ad affrontare anche le dottrine scientifiche proposte da medici, astronomi e matematici, spingendosi, talvolta, anche nel pericoloso dominio delle arti segrete, delle dottrine astrologiche, della pratica alchimistica o di quell'oscura terra di confine sempre disputata tra le tecniche della magia "benefica" e quelle delle arti meccaniche".

Più oltre si avrà occasione di ricordare il singolare interesse per queste discipline manifestato da maestri francescani o domenicani; un interesse che, in taluni casi, era connesso alla loro attività di architetti e costruttori, ma che. in altri casi, nasceva piuttosto dall'accettazione di grandi disegni di radicale rinnovamento della Chiesa e dal proposito di attuare in terra il regnum Dei per homines. Però l'insistenza su questi aspetti della loro cultura profana non può far dimenticare che gli studia degli ordini coltivarono e, in molti celebri casi, rinnovarono anche la tradizione mistica del cristianesimo occidentale, richiamandosi alle esperienze spirituali dei cistercensi e dei vittorini, per risalire all'originaria ispirazione neoplatonica della "teologia mistica" dionisiana, così influente non solo tra i francescani, ma anche tra i domenicani (e basti ricordare soltanto il nome di Meister Eckhart!), gli agostiniani e gli autori di altri ordini. A ciò si aggiunga che una forte tensione escatologica li indusse spesso a riassumere quell'immagine della storia ecclesiale e del destino umano già affidata alle profezie gioachimite o pseudogioachimite, quando non favorì, addirittura, le influenze, manifeste o celate, di ispirazioni mistiche non cristiane, delle quali si trovano tracce precise in opere e personalità "emblematiche". Sicché l'universo culturale nel quale i maestri degli ordini svolsero la loro attività di teologi, insegnanti, predicatori, missionari o riformatori appare estremamente ricco e complesso, all'incrocio tra tutte le tendenze e aspirazioni culturali proprie di un'epoca segnata da grandi conflitti religiosi e politici e da dibattiti speculativi non meno intensi.

Naturalmente le propensioni per i diversi aspetti e soluzioni teoriche della comune cultura filosofica duecentesca variarono nel tempo, secondo i momenti particolari della storia interna degli ordini e il loro rapporto con le altre forme della ecclesiastica e istituzionale. Ma, per indicare subito un dato molto concreto, andrà sottolineato che i domenicani si erano assunti sin dall'origine il compito di ricondurre all'ordine cattolico quei ceti sociali e quegli ambienti intellettuali sui quali era stata più forte l'attrazione dei grandi movimenti ereticali o l'influenza delle filosofie "pagane".

sabato 4 luglio 2026

Un personaggio

 

30/10/1871-20/07/1945
Paul Valéry (1871-1945) è stato un celebre poeta, saggista e scrittore francese. Tra i massimi esponenti del Simbolismo, è famoso per il rigore intellettuale, la poesia cerebrale e le profonde riflessioni sulla natura dell'arte, del linguaggio e della coscienza.
E’ annoverato fra gli intellettuali più influenti d'Europa e membro dell' Académie Française.

Nei suoi Sguardi sul mondo attuale, 
così giudica la “politica”:

La politica fu in primo luogo
l’arte di impedire alla gente
di immischiarsi  in ciò che la
riguarda.
In un’epoca successiva si

aggiunse l’arte di  costringerla

a decidere su ciò che non capisce.

venerdì 3 luglio 2026

La Letteratura (29)

Dalla cultura medievale a …

Dopo la nascita delle prime 
università medievali (come 
Bologna nel 1088 e Parigi) , 
il sistema di istruzione 
superiore conobbe una 
rapida espansione in 
Europa e una profonda 
evoluzione istituzionale 
che gettò le basi per 
l'università moderna.





Il prestigio acquisito dalle istituzioni universitarie non mancò di suscitare l'attenzione e anche la preoccupazione dei due poteri che, nel mondo del XIll secolo, miravano a controllare le istituzioni intellettuali e gli uomini che vi operavano: le monarchie, nei Paesi dove affermarono la loro egemonia, e la Sede romana. Però l'iniziativa pontificia, forte del richiamo al valore universale della christianitas e della tradizione che attribuiva agli intellettuali un certo carattere "clericale", riuscì a prevalere. Filippo Il Augusto, re di Francia, riconobbe, sino dal 1200, l'universitas studiorum parigina, destinata a diventare la massima istituzione accademica europea; ma i suoi statuti furono approvati da Innocenzo III che li fece compilare, nel 1215, dal proprio legato Roberto di Courçon. Non solo: benché le università tendessero ad articolarsi nelle quattro distinte facoltà delle "arti", di medicina, di giurisprudenza e di teologia, fu particolare preoccupazione della Chiesa di riaffermare sempre la preminenza della "scienza sacra" nell'ordine del sapere. Di fronte alla crisi aperta da esperienze intellettuali così sconvolgenti occorreva, insomma, ristabilire una gerarchia di valori e di "autorità" che non poteva essere sovvertita. Però fu chiaro agli stessi teologi che occorreva rinnovare profondamente, nei concetti e nei metodi, la loro disciplina, e operare nuove scelte ed elaborazioni teoriche che definissero con chiarezza i rapporti tra la "scienza sacra" e la filosofia e permettessero, d'altra parte, di trasformare la maestosa "enciclopedia" aristotelica nel fondamento scientifico di una cultura ancora culminante nella fede e nella rivelazione cristiana.

A svolgere questa missione intellettuale furono chiamati, soprattutto, gli ordini mendicanti, nati per offrire una nuova risposta all'esigenza di vivere il messaggio cristiano in piena conformità con la parola evangelica, ma anche alla necessità di affrontare il difficile dialogo della Chiesa con una reatà mondana già così lontana dai modi di vivere e dall'assetto sociale dell'Europa altomedievale. Queste istituzioni, e, in particolare, i frati minori francescani e i frati predicatori domenicani, si dimostrarono subito straordinariamente capaci di operare in queste diverse condizioni storiche, con un'indubbia duttilità che permise loro d'integrarsi in un "tessuto" sociale già assai più complesso e di operare il rinnovamento intellettuale della Chiesa ormai imposto dai tempi. Formati da religiosi che si spostavano, con singolare mobilità, nel più diversi ambienti, nelle scuole e nelle corti, tra dotti e popolani, tra ricchi mercanti e la plebe più povera delle città e dei contadi, gli ordini mendicanti compresero che era necessario misurarsi con il crescente prestigio di dicanti compresero che era necessario misurarsi con il crescente prestigio di una cultura estranea alla tradizione cristiana, ma assai funzionale agli sviluppi della vita economica, sociale e politica, per tentare di ricondurla sotto la "disciplina" e le finalità della Chiesa. Va detto subito che essi operarono con propositi e metodi assai diversi.


(Segue)

giovedì 2 luglio 2026

La Letteratura (28)

 

Il termine università, nell'originaria
accezione del termine, designa un
preciso modello d'istruzione che ha le
sue origini nelle chiese e nei conventi
europei, dove, attorno all'XI secolo,
iniziarono a tenersi lezioni, con letture
e commento di testi filosofici e giuridici,
e presso di essi, o in genere attorno a
grandi personalità ecclesiastiche, varie
categorie di docenti e studenti
cominciarono a organizzarsi in
corporazioni o universitates.



La nascita delle università

Secondo il significato originario del termine (universitas, comunità), l'università era una corporazione di insegnanti e studenti, organizzata con ruoli diversi (a Parigi prevaleva il ruolo dei docenti, a Bologna quello degli studenti). Nel Duecento fu usato il termine di Studium generale per indicare l'università dove vi era almeno una delle maggiori facoltà, dove insegnavano numerosi docenti e dove più grande era l'afluenza di studenti, anche stranieri.


I primi Studia generalia furono le università di Bologna, Parigi e Oxford. Mentre nelle università italiane prevalevano le facoltà (come diritto e medicina) che abilitavano a una professione, nelle università straniere la facoltà principale era la teologia (lasciata in Italia agli ordini religiosi). Il docente universitario riceveva una paga commisurata al suo prestigio, corrisposta in un primo tempo dagli studenti con un sistema di autotassazione (la collecta) e costituita, in un secondo tempo, da benefici o rendite ecclesiastiche.


Nel 1155, l'imperatore Federico Barbarossa concesse agli studenti bolognesi l'Authentica Habita, garantendo loro immunità, privilegi e la libertà di spostarsi per studiare senza subire ritorsioni.

venerdì 27 marzo 2026

La letteratura (27)

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello (1867-1936) 
è
una delle figure più influenti
e rivoluzionarie della letteratura
italiana ed europea del
Novecento, capace di traghettare
la narrativa e il teatro dal verismo
ottocentesco a una moderna
concezione relativistica e
psicologica
. Vincitore del Premio
Nobel per la letteratura nel
 1934, ha trasformato la
scrittura in uno strumento
di indagine profonda dell'animo
umano e della crisi d'identità
moderna.



Grazie
 alle collaborazioni su cui potremo contare sulle pagine di Letteratura, su Pirandello ci intratterremo abbastanza a lungo. Si tratterà di pagine di visioni del vivere che Pirandello ha maturato  nell’arco della sua vita, dal 28 giugno 1867 al 10 dicembre 1936. Un tempo entro cui non mancarono sconvolgimenti sociali, scientifici e tecnologici che inevitabilmente incisero nello stile di vita e nel modo di leggere il mondo da parte di uno scrittore ed artista quale Pirandello fu.

Pirandello era nato in una Sicilia prettamente agricola poco dopo l’Unita’ del Paese e già nei primi anni del Novecento riferisce di un mondo avviato ad essere dominato dalla tecnica e dalla meccanica. Egli non apprezza il processo ed il corso della storia che intravede all'orizzonte e comincia nelle sue meditazioni e nelle metafore a parlare di alienazione dell’uomo. Di fatto egli vive criticamente la transizione che vede scorrere nel suo tempo e sempre di fatto, con impegno morale e conoscitivo, manifesta il suo rifiuto.

Le rare occasioni in cui nella sua opera di scrittore si manifesta l’espressione del progresso egli usa una sorta di tonalità divinatoria negativa, a fronte della nostalgia del passato (ritenuto più umano, più integro e più vero).  Nel suo SI GIRA… (1915)  così riporta …quattro generazioni di lumi, quattro, olio, petrolio, gas e luce elettrica, nel giro di vent’anni, eh… eh… sono troppe, sa?  e ci si guasta la vista, e anche la testa; e anche la testa, un poco (….). Tante cose nel buio vedevo con quei lumi la’, che loro forse non vedono più con la lampada elettrica. Pirandello nei suoi romanzi, anche in anni distanti da quel 1915, non riporterà nei suoi romanzi o drammi mai cenno dei nuovi mezzi di comunicazione: telefono, radio ed altro ancora. Farà qualche cenno ai treni ottocenteschi. Tram ed automobili da lui vengono presi di mira, come se egli soffrisse quell’avvento di nuova tecnologia.

=  =  =  =

Su Pirandello contiamo di doverci intrattenere per qualche tempo.

mercoledì 18 marzo 2026

La letteratura (26)

Luigi Pirandello

 E’ capitato, sfogliando una rivista, di leggere (rileggere … a distanza di decenni, dagli anni da studente) la novella “La Giara” di Luigi Pirandello. La rilettura ha fatto evocare gli anni da ragazzo ed in un certo senso coinvolgenti della vita studentesca (grazie alla professoressa di Scuola Media, Baldanza). Su queste evocazione, riproduciamo il testo sulle pagina del blog, dove periodicamente  stiamo dedicando spazio alla Letteratura novecentesca e dove non mancheremo di approfondire la figura di Pirandello.

Il messaggio è un invito a
guardare oltre le
apparenze e a
riconoscere l'assurdo
nelle relazioni di potere
e nella vita stessa,
dove, come suggerito
dal proverbio citato, "chi
è sopra comanda e chi è
sotto si danna", ma
con la possibilità di
ribaltare le parti.




La giara" (1916) di Luigi Pirandello è una novella umoristica ambientata in Sicilia, che narra il conflitto tra il ricco e presuntuoso Don Lollò Zirafa e l'artigiano Zi' Dima. 

Simboleggia lo scontro tra arroganza/proprietà e astuzia/libertà, evidenziando l'assurdità del vivere e la relatività delle regole sociali attraverso una beffa finale. La Giara inizialmente contenitore di ricchezza ("roba"), diventa la prigione di Zi' Dima. Tuttavia, il buco nel quale l'artigiano si incastra è lo stesso da cui, con ingegno, rompe la logica di Don Lollò.  Don Lollò rappresenta l'autoritarismo e l'attaccamento maniacale ai beni materiali. Zi' Dima incarna l'astuzia dei poveri che, pur sottomessi, riescono a ribaltare le situazioni. Dima, ormai prigioniero, si rifiuta di uscire rompendo ulteriormente la giara, costringendo Don Lollò ad accettare la sua riparazione, dimostrando come l'intelligenza possa vincere sulla forza prepotente. La novella è  una riflessione simbolica sulla solitudine umana e la necessità di riappropriarsi dei propri spazi, in un contesto arcaico e siciliano.

*  *  *

La giara di Luigi Pirandello

Piena anche per gli olivi, quell'annata. Piante massaie, cariche l'anno avanti, avevano riaffermato tutte, a dispetto della nebbia che le aveva oppresse sul fiorire.

Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato, che aveva in cantina, non sarebbero bastate a contener tutto l'olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d'uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa. 

Neanche a dirlo, aveva litigato anche col fornaciaio di là per questa giara. E con chi non litigava don Lollò Zirafa? Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca di paglia, litigava. E a furia di carta bollata e d'onorari agli avvocati, citando questo e quello e pagando sempre le spese per tutti, s'era mezzo rovinato.

Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparir dinanzi su la mula due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino prezioso, piccolo piccolo, come quelli da messa: il codice, perché si scapasse a cercar da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare. Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano: - Sellate la mula! - Ora, invece, gli dicevano: - Consultate il calepino! E don Lollò rispondeva: Sicuro, e vi fulmino, figli d'un cane!

Quella giara nuova, pagata quattr'onze ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata lì per lì nel palmento.

Una giara così non s'era mai veduta: capiva a dir poco duecento litri. Allogata in quell'antro umido, intanfato di mosto e di quell'odore acre e crudo che cova ne' luoghi senz'aria e senza luce, faceva pena. Qualche grosso dispiacere doveva prendersi per essa, glielo dicevano tutti. Ma don Lollò, all'avvertimento, dava una spauata. Da due giorni era cominciata l'abbacchiatura delle olive, ed egli era su tutte le furie, perché non sapeva dove spartirsi prima, essendo venuti con le mule cariche anche quelli del concime da depositare a mucchi qua e là per la favata della nuova stagione. Da un canto, avrebbe voluto assistere allo scarico di quella continua processione di bestie; dall'altro, non voleva lasciar gli uomini che abbacchiavano; e bestemmiava come un turco e minacciava di fulminar questi e quelli, se un'oliva, che fosse un'oliva, gli sarebbe mancata, come se le avesse prima contate tutte ad una ad una sugli alberi; o se non fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri. Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato, affocato in volto e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di là, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba prepotente rinasceva quasi sotto la raschiatura del rasoio.

Ora, alla fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato, entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono come tre ceppi alla vista della bella giara nuova, spaccata quasi in due. Un gran lembo davanti s'era staccato, tutto d'un pezzo, come se qualcuno - sà - gliel'avesse tagliato netto con la mannaja, prendendo tutta l'ampiezza della pancia fin giù.

-Muojo! muojo! muojo! - sclamò quasi senza voce uno dei tre, battendosi una mano sul petto.

-E chi è stato? - domandò l'altro.

E il terzo:

- Mamma mia! Chi lo sente ora don Lollò? Chi glielo dice? In coscienza, la giara nuova! Ah, che peccato!

Il primo, più spaurito di tutti, propose di raccostar subito la porta e andar via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le canne.

Ma il secondo s'oppose energicamente:

- Siete pazzi? Con don Lollò? Sarebbe capace di credere che gliel'abbiamo rotta noi. Fermi qua tutti!

Uscì innanzi al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiamò:

- Don Lollò! Ah, don Lollòoo!

Era sotto la costa, laggiù con gli scaricatori del concime e gestiva al solito suo furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una rincalcata al cappellaccio bianco. Arrivava talvolta, a furia di quelle rincalcate, a non poterselo più strappare dalla nuca e dalla fronte. Già nel cielo si spegnevano gi ultimi faochi del ctep ecolo, e tra la pace che scendera su la campug con le ombre della sera e la deice frescura, av ventavano i gesti violenti di quell'uomo sempre infuriato.

- Don Lollo! Ah, don Leileeel

Quando venne su e vide le scempio, parve che volesse impazzime si scaglio’ prima contro quei tre; ne afferò uno per la gola e lo impiccò al muro, gridando:

tigava della Madonna, me la pagherete!

Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle fanne terrigne, arsicce, bestiali, rivoise contro se stesso la rabbia furibonda, sbatacchio a terra il cappellaccio, si percosse a lungo il capo e le guance, pestando i piedi e sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto:

-La giara nuova! Quattr'onze di giara! Non incignata ancora!

Voleva sapere chi gliel'avesse rotta! S'era rotta da sé? Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamità o per invidia! Ma quando? ma come?


Non si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana!

Appena i contadini videro che la prima furia gli era ceduta, cominciarono a esortarlo a calmarsi.

  • La giara si poteva sanare. Non era poi rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche la avrebbe rimessa su, nuova. C'era giusto Zi Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva, quando aveva legato. Ecco: se don Lollò voleva, domani, alla punta dell'alba, Zi' Dima Licasi sarebbe venuto lì e in quattro e quattr'otto, la giara meglio di prima.    
  • Don Lollò diceva di no, a quelle esortazioni: ch'era tutto inutile, che non c'era più rimedio; ma alla fine si lasciò persuadere, e il giorno appresso, all'alba, puntuale, si presentò a Primosole Zi Dima Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle.
  • Era un vecchiotto sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un ceppo antico d'olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva l'uncino. Era mutria, quella taciturnità, era tristezza che aveva radice in quel suo corpo deforme, era anche sconfidenza che gli altri potessero capire e apprezzar giustamente il suo merito d'inventore non ancor patentato. Voleva che parlassero i fatti, Zi' Dima Licasi. Doveva poi guardarsi davanti e dietro, perché non gli rubassero il segreto della confezione di quel mastice miracoloso.
  • Fatemelo vedere - gli disse per prima cosa don Lollò, dopo averlo squadrato con diffidenza dal capo alle piante.

Zi Dima negò col capo, pieno di dignità

-All'opera si vede.

- Ma verrà bene?

Zi Dima posò a terra la cesta, ne cavò un fazzoletto di cotone logoro, stinto, tutto avvolto-lato; lo svolse; ne trasse fuori religiosamente un pajo d'occhiali col sellino e le stanghe rotti e legati con lo spago; se li inforcò, e si mise a esaminare attentamente la giara tratta fuori, all'aperto, su l'aja. Disse:

-Verrà bene.

-Col mastice solo però - pose innanzi per patto lo Zirafa, - non mi fido. Ci voglio anche i punti.

-E allora me ne vado - rispose senz'altro Zi' Dima, rimettendosi la cesta dietro le spalle.

Don Lollò lo afferrò per un braccio.

- Dove? Messere e porco, così trattate? Ma guarda un po' che arie da Carlomagno! Scannato miserabile, brutto conciabrocche sei, pezzo d'a-sino, e devi stare agli ordini! Ci devo metter olio, io, là dentro, e l'olio trasuda, bestione! Un miglio di spaccatura, col mastice solo? I punti ci voglio!

Mastice e punti. Comando io!

Zi Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo. Tutti così! Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola d'arte, e di dare una prova della virtù del suo mastice.

  • Se la giara - disse - non suona di nuovo come una campana...
  • Niente, niente! - lo interruppe don Lollò. - I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi debbo dare?
  • Se col mastice solo...
  • Càzzica che testa! - esclamò lo Zirafa, - Come parlo? V'ho detto che ci voglio i punti. C'intenderemo a lavoro finito: non ho tempo da perdere con voi.

E se n'andò a badare a suoi uomini.

Zi Dima si mise all'opera gonfio d'ira e di dispetto. E l'ira e il dispetto gli crebbero a ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo staccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura. Accompagnava il frullo de la saettella con grugniti a mano a mano più frequenti e più forti; e il viso gli diventava più verde dalla bile e gli occhi vieppiù aguzzi e accesi di stizza.

Finita quella prima operazione, scagliò con rabbia il trapano nella cesta; applicò il lembo staccato alla giara per provar se i fori erano a ugual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le tanaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quant'e-rano i punti che doveva dare, e chiamò per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano.

- Coraggio, Zi' Dima - gli disse quello, vedendogli la faccia alterata.

Zi Dima alzò la mano a un gesto rabbioso. Apri la scatola di latta che conteneva il mastice, e lo levò al cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, poiché gli uomini non volevano riconoscerne la virtù: poi col dito cominciò a spalmarlo tutt'in giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tanaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti, e si cacciò dentro la pancia aperta della giara.

-Di dentro? - gli domandò il contadino, a cui aveva dato a reggere il lembo.

Non rispose. Col gesto gli ordinò d'applicar quel lembo alla giara, come aveva fatto lui poc'anzi, e rimase dentro. Prima di mettersi a dare i punti.

-Tira! - disse dall'interno della giara al conta-dino, con voce di pianto. - Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più? Mannaggia a chi non ci crede ! E picchia, picchia! Senti come suona, anche con me qua dentro? Vo' a dirlo al tuo bel padrone.

-Chi è sopra comanda, Zi' Dima, - sospirò il contadino - e chi è sotto si danna! Date i punti, date i punti.

E Zi Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, l'uno di qua e l'altro di là della saldatura; e con le tanaglie ne attorceva i due capi. Ci volle circa un'ora a passarli tutti. I sudori, giù a fontana, li dentro la giara. Lavorando, si lagnava pian piano della sua mala sorte. E il contadino, di fuori, a confortario.

-Ora ajutami a uscirne, - disse alla fine Zi' Dima.

Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo. Gli parlava il cuore, a quel con--tadino! Ma Zi Dima, nella rabbia, non gli aveva fatto caso. Ora, prova e riprova, non trovava più modo a uscirne. E il contadino, invece di dargli ajuto, eccolo là, si torceva dalle risa! Imprigionato, imprigionato lì, nella giara da lui stesso sana-ta, e che ora - non c'era via di mezzo - per farlo uscire, doveva esser rotta daccapo e per sempre.

Alle risa, alle grida, sopravvenne don Lollò. Zi Dima, dentro la giara, era come un gatto inferocito.

- Fatemi uscire! — urlava. - Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi ajuto!

Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci!

- Ma come? Là dentro? S'è cucito là dentro?

S'accostò alla giara e gridò al vecchio:

- Ajuto? E che ajuto posso darvi? Vecchio stolido, ma come? Non dovevate prender prima le misure? Su, provate, fuori un braccio, così! E la testa, su... no, piano! ma che! Come avete fatto? E la giara, adesso?

Calma! calma! calma! - si mise a raccomandare tutt'intomo, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui. - Mi fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo... La mula!

Picchio con le nocche delle dita su la giara. Sonava davvero come una campana. Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate! - disse al prigioniero.

 - Va a sellarmi la mula! - ordinò al conladino; e, grattandosi con le dita la fronte, seguitò a dire tra sé: - Ma vedete un po' che mi capita! Questa non è giara! quest'è ordigno del diavolo! Fermo! fermo li!

E accorse a regger la giara, in cui Zi Dima, furibondo, si dibatteva come una bestia in trappola.

-Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l'avvocato! lo non mi fido. Vado e torno, abbiate pazienza! Nell'interesse vostro... Intanto, piano! calma! lo mi guardo i miei. E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco: vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Tre lire. Vi bastano?

-Non voglio nulla! - gridò Zi Dima. - Io voglio uscire!

-Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, tre lire.

Le cavò dal taschino del panciotto e le butto’ nella giara. Poi domandò, premuroso:

- Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve l'abbia dato. Ordinò che gli si désse; montò in sella, e via di trotto per la città. Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da sè al manicomio, tanto e in così strano modo gestiva, parlando fra sé.

Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera nello studio dell'avvocato; ma gli toccò d'attendere un bel po' prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe esposto il caso. Delle risa si stizzi.

- Ma che c'è da ridere, scusi ? A vossignoria non brucia! La giara è mia!

Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso, com'era stato, per farci su altre risate. Dentro, eh? S’era cucito dentro? E lui, don Lollò, che pretendeva? Te... tene... tenerlo là dentro... ah ah ah... tenerlo là dentro per non perderci la giara?

-Ce la devo perdere? - domandò lo Zirafa, con le pugna serrate. - Il danno e lo scorno?

-Ma sapete come si chiama questo? - gli disse l'avvocato. - Si chiama sequestro di persona.

-Sequestro? E chi l'ha sequestrato? - esclamò lo Zirafa. - S’è sequestrato lui da sé! Che colpa ho io?

L'avvocato allora gli spiegò che erano due casi. Da un canto, lui, don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall'altro, il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.

-Ah! - riflato lo Zirafa. - Pagandomi la giara!

-Piano! - osservò lavvocato. - Non come se fosse nuova, badiamo!

-E perché ?

-Ma perché era rotta!

-Nossignore! - negò quello. - Ora è sana! Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato!

Questi gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.

-Anzi, - gli consigliò, - fatela stimare avanti da lui stesso.

-Bacio le mani, - disse don Lollò, andando via di corsa.


Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata. Partecipava alla festa anche il cane di guandia. Zi' Dima s'era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e rideva con la gaiezza mala dei tristi.

Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardar dentro la giara:

-Ah! Ci stai bene?

-Benone! Al fresco, - rispose quello. - Meglio che a casa mia.

-Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr'onze, nuova. Quanto credi che possa costare adesso?

-Con me qua dentro? - domandò Zl' Dima.

I villani risero.

- Zitti! - gridò lo Zirafa. - Delle due l'una: o il tuo mastice serve, o non serve: se non serve, e tu sei un imbroglione; se serve, e la giara, cosi com'è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu!

Zi Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:

-Rispondo. Se lei me l'avesse fatta conciare col mastice solo, com'io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe avuto su per giù lo stesso prezzo di prima. Così sconciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì o no.

-Un terzo? - domandò lo Zirafa. - Un'onza e trentatré?

-Meno sì, più no.

-Ebbene, - disse don Lollò. - Passi la tua parola, e dammi diciassette lire.

-Cosa? - domandò Zi' Dima, come se non avesse inteso.

-lo rompo la giara per farti uscire, - rispose don Lollò, - e tu, dice l'avvocato, me la paghi per quanto vale: un'onza e trentatré.

- Io, pagare? - sghigno Zi Dima. - Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi.

E, tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l'accese e si mise a fumare, cacciando il fumo pel collo della giara.

Don Lollò ci restò brutto. Quest'altro caso, che Zi Dima non volesse più uscir dalla giara, né lui né l'avvocato lo avevano previsto. E come si risolveva adesso? Fu lì lì per ordinar di nuovo: -La mula! - ma si trattenne a tempo, riflettendo ch'era già sera.

- Ah, sì? - disse. - Ti vuoi domiciliare nella mia giara? Testimoni tutti voi qua! Non vuole uscire lui, per non pagarla; io son pronto a romperla! Intanto, poiché vuole star lì domani io lo cito per alloggio abusivo, perché m'impedisce l'uso della giara!

Zi Dima cacciò prima fuori un'altra boccata di fumo, poi rispose, placido:

- Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Che sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire; ma pagare, niente! Neanche per ischerzo, vossignoria!

Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma s'arrestò; la afferrò, invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo e gridando al vecchio:

- Pezzo da galera, chi l'ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vedremo chi la vince!

E se n'andò, non pensando alle tre lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara. Con esse, per cominciare, Zi Dima pensò di far festa quella sera insieme coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passar la notte in campagna, all'aperto, su l'aja. Uno andò a far le spese a una taverna lì presso. A farlo apposta, c'era una luna, che pareva fosse raggiornato.

A una cert'ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d'inferno. S'affacciò a un balcone della cascina e vide su l'aja, sotto la luna, tanti diavoli: i contadini ubriachi che, presi per mano, danzavano attorno alla giara. Zi Dima, là dentro, cantava a squarciagola.

Questa volta non si poté più reggere, don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a ruzzolar la giara giù per la costa.

Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.

E la vinse Zi Dima.