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| L'eversione della feudalità in Sicilia, sancita con l'approvazione della Costituzione siciliana del 1812, rappresenta un momento di svolta fondamentale nella storia dell'isola. A differenza di quanto accaduto nell'Europa continentale e nel Regno di Napoli (dove la feudalità fu abolita per via militare e rivoluzionaria dai francesi nel 1806), in Sicilia lo smantellamento del regime feudale avvenne per via parlamentare e fu guidato, almeno formalmente, dalla stessa aristocrazia isolana. Fino ai primi anni dell'Ottocento, la Sicilia era dominata da un sistema socio-economico e giuridico di stampo medievale, caratterizzato dal potere quasi assoluto dei baroni (il baronaggio). La terra era concentrata nelle mani di pochissime famiglie aristocratiche. L'istituto del fidecommesso e del maggiorasco impediva la divisione o la vendita dei patrimoni, che dovevano passare integri all'erede primogenito. Questo bloccava il mercato della terra e scoraggiava gli investimenti agricoli. —-O— |
Primi approcci
L’assetto feudale della Sicilia che fu. Lungo tutto il Settecento nella nostra Isola, ed ovviamente nella Kuntisa fondata nella seconda metà del XV secolo, l’assetto sociale e quello economico continuava ad essere quello feudale che senza alcuna “riforma” continuava a reggersi sui medesimi criteri economici-tecnici e sui medesimi diritti e doveri civici e sociali del XV secolo. Era quello l’assetto basato sul “privilegio feudale”.
Contiamo di esplorare via via -nel profondo e nei dettagli- il vivere nel regime feudale che ovviamente coinvolgeva l’intero regno di Sicilia, ma per fornire una prima idea di quell’assetto socio/economico comunitario riporteremo riquadri e dati sull’Isola che vanno dal X al XVIII secolo. Dati purtroppo ora completi ed ora parziali, comunque sufficientemente indicativi di una realtà umana diventata ormai lontana nel tempo.
Dal 1747 il governo dell’Isola, che diffidava dei “riveli” periodici, promosse nuovi censimenti che nelle intenzioni si riteneva dovessero essere più attendibili.
Un quadro sulla popolazione, risalente al 1747, riporta il numero delle Terre (città e paesi) e delle anime ricadenti nel demanio dello Stato e negli spazi a dominio feudale. Il quadro non contiene dati sulla città di Palermo. Per il capoluogo dell’Isola esisteva la presunzione legale e ufficializzata che essa annoverasse un decimo dell’intera popolazione del Regno di Sicilia.
Studiando e sintetizzando i dati della tabella viene confermato che più dei 2/3 del territorio ed oltre la metà della popolazione dell’Isola sottostavano al dominio dei “baroni”.
Baroni su cui contiamo di dedicare la maggiore attenzione, a cominciare da Eleonora d’Aragona (XV secolo), i Cardona (XVI secolo), i Gioeni, i Colonna (XVII-XVIII secoli). Nostro intendimento è infatti di arrivare al 1812, l’anno dell’eversione della feudalità.
(Segue)
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Una utile annotazione:
I baroni fino al 1812 non erano semplici proprietari terrieri, ma veri e propri sovrani nei loro feudi. Esercitavano la giustizia civile e penale (ovviamente con apparati più o meno professionali da loro incaricati), riscuotevano imposte e tasse proprie, controllavano i monopoli locali, ossia i mulini (che gli antenati di chi scrive questa pagina gestivano previo contratti di locazione sul territorio di Kuntisa e non solo), i frantoi, le taverne e imponevano prestazioni di lavoro gratuito (angarie e perangarie*) ai contadini che insistevano sui loro feudi.
E’ questa omissione della letteratura storica locale che ci spinge a, in qualche modo, meglio focalizzare parte della vicenda storica locale.
(*) La perangherìa (o parangarìa) è un antico termine giuridico e feudale che indica un onere, un servizio forzoso o una prestazione obbligatoria (simile alla corvée) che i vassalli, i contadini e i lavoratori agricoli erano tenuti a prestare a favore del proprio barone o signore feudale.

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