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sabato 10 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (3)

L'eversione della feudalità
in Sicilia
, sancita con
l'approvazione della 
Costituzione siciliana
del 1812
, rappresenta un
momento di svolta
fondamentale nella storia
dell'isola. A differenza
di quanto accaduto
nell'Europa continentale
e nel Regno di Napoli
 (dove la feudalità fu
abolita per via militare
e rivoluzionaria dai
francesi nel 1806), 
in Sicilia
lo smantellamento del regime
feudale avvenne per via
parlamentare e fu guidato,
almeno formalmente, dalla
stessa aristocrazia isolana.

Fino ai primi anni
dell'Ottocento, la Sicilia
era dominata da un
sistema socio-economico
e giuridico di stampo
medievale, caratterizzato
dal potere quasi assoluto
dei baroni (
il baronaggio).

 La terra era concentrata
nelle mani di pochissime
famiglie aristocratiche.
L'istituto del 
fidecommesso 
e del 
maggiorasco impediva
la divisione o la vendita
dei patrimoni, che dovevano
passare integri all'erede
primogenito. Questo
bloccava il mercato della
terra e scoraggiava gli
investimenti agricoli.

—-O—


 Primi approcci

L’assetto feudale della Sicilia che fu. Lungo tutto il Settecento nella nostra Isola, ed ovviamente nella Kuntisa fondata nella seconda metà del XV secolo, l’assetto sociale e quello economico continuava ad essere quello feudale che senza alcuna “riforma”  continuava a reggersi sui medesimi criteri economici-tecnici e sui medesimi diritti e doveri civici e sociali del XV secolo. Era quello l’assetto basato sul “privilegio feudale”.

Contiamo di esplorare via via -nel profondo e nei dettagli- il vivere nel regime feudale che ovviamente coinvolgeva l’intero regno di Sicilia, ma per fornire una prima idea di quell’assetto socio/economico comunitario riporteremo riquadri e dati sull’Isola che vanno dal X al XVIII secolo. Dati purtroppo ora completi ed ora parziali, comunque sufficientemente indicativi di una realtà umana diventata ormai lontana nel tempo.

Dal 1747 il governo dell’Isola, che diffidava dei “riveli” periodici, promosse nuovi censimenti che nelle intenzioni si riteneva dovessero essere più attendibili.

Un quadro sulla popolazione, risalente al 1747, riporta il numero delle Terre (città e paesi) e delle anime ricadenti nel demanio dello Stato e negli spazi  a dominio feudale. Il quadro non contiene dati sulla città di Palermo. Per il capoluogo dell’Isola esisteva la presunzione legale e ufficializzata che essa annoverasse un decimo dell’intera popolazione del Regno di Sicilia.

Studiando e sintetizzando i dati della tabella viene confermato che più dei 2/3 del territorio ed oltre la metà  della popolazione dell’Isola sottostavano al dominio dei “baroni”.

Baroni su cui contiamo di dedicare la maggiore attenzione, a cominciare da Eleonora d’Aragona (XV secolo), i Cardona (XVI secolo), i Gioeni, i Colonna (XVII-XVIII secoli). Nostro intendimento è infatti di arrivare al 1812, l’anno dell’eversione della feudalità.

(Segue)

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Una utile annotazione: 

I baroni fino al 1812 non erano semplici proprietari terrieri, ma veri e propri sovrani nei loro feudi. Esercitavano la giustizia civile e penale (ovviamente con apparati più  o meno professionali da loro incaricati), riscuotevano imposte e tasse proprie, controllavano i monopoli locali, ossia i mulini (che gli antenati di chi scrive questa pagina gestivano previo contratti di locazione sul territorio di Kuntisa e non solo), i frantoi, le taverne e imponevano prestazioni di lavoro gratuito (angarie e perangarie*) ai contadini che insistevano sui loro feudi.

E’ questa omissione della letteratura storica locale che ci spinge a, in qualche modo, meglio focalizzare parte della vicenda storica locale.

(*) La perangherìa (o parangarìa) è un antico termine giuridico e feudale che indica un onere, un servizio forzoso o una prestazione obbligatoria (simile alla corvée) che i vassalli, i contadini e i lavoratori agricoli erano tenuti a prestare a favore del proprio barone o signore feudale.

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