| L’attività economico-finanziaria della Pubblica Amministrazione persegue tre scopi macroeconomici essenziali: -Fornitura di beni e servizi pubblici non garantiti dal mercato privato (es. sanità, istruzione, difesa e trasporti) -Riduzione delle disuguaglianze economiche tra i cittadini tramite criteri di tassazione progressiva e trasferimenti sociali (es. pensioni, sussidi). -Utilizzo delle politiche fiscali per frenare l'inflazione, stimolare l'occupazione e garantire lo sviluppo economico del Paese. |
L'ingresso in una fabbrica o in un ufficio di una quota sempre crescente della popolazione non è stato di per sé motivo sufficiente ad alimentare un grande flusso di domanda di conoscenze economiche. Negli anni di più intenso sviluppo e industrializzazione, gli anni '50 e i primi anni '60, il mercato del lavoro — il rapporto tra domanda e offerta di manodopera — presentava una larga sovrabbondanza di braccia. La presenza di molti disoccupati faceva del lavoro una merce in eccesso. Come conseguenza i salari e gli stipendi si mantenevano relativamente bassi, nella maggior parte dei casi appena sufficienti a soddisfare i bisogni essenziali o poco più.
Il discorso valeva, grosso modo, anche per buona parte dei lavoratori autonomi negli anni '50-'60. Il piccolo commerciante e l'artigiano, come pure il piccolo coltivatore diretto, si trovavano a operare in una società nella quale i consumi erano ancora contenuti, le scelte dei consumatori erano oculate e prudenziali perché tenute a freno dai bassi redditi: i margini di profitto per commercianti, artigiani e coltivatori erano quindi risicati.
C'era comunque una quota crescente di cittadini, tra i lavoratori dipendenti come tra quelli autonomi, che risparmiava parte del proprio reddito: una massa che aumentava col passare degli anni. I livelli retributivi crescevano, soprattutto nel corso degli anni '60, 70, 80, perché le condizioni del mercato del lavoro andavano mutando rispetto al decennio precedente ed era stato avviato nel Meridione un processo migratorio che continua ad oggi senza freni: la disoccupazione era diminuita persino nel Meridione, grazie al fortissimo flusso migratorio, e per qualche anno si è sfiorata persino la piena occupazione.
Il lavoro, ai nostri giorni, nel terzo millennio è divenuto, si legge sui documenti di Finanza pubblica, una risorsa «scarsa». Attualmente l'Italia è, fra i paesi industrializzati dell'Occidente, quello in cui la percentuale del risparmio sul reddito è la più alta, un primato insidiato solo dal Giappone. Una quota di risparmio molto elevata che con l'andare del tempo si sposa con un reddito rapidamente cresciuto: il reddito nazionale italiano è oggi al quinto posto tra quelli dei paesi industrializzati, dopo gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania Federale e la Francia. Insomma, una gran quantità di risparmio che cerca una collocazione il più possibile redditizia.
Se negli anni '50 il materasso, o un conto corrente postale, o tutt'al più un libretto di deposito bancario sembrava alla maggior parte della gente il sistema migliore per conservare magri risparmi, nei decenni seguenti queste soluzioni appaiono via via più inadeguate. Ma debbono passare ancora molti anni prima che il problema delle scelte di investimento finanziario (il deposito bancario, i titoli di Stato, le obbligazioni, i fondi di investimento, le azioni, fino a strumenti sempre più sofisticati) divenga una questione di interesse generale, quale possiamo dire sia oggi, e non comunque in ogni area del territorio nazionale. Per molto tempo, infatti, la destinazione «naturale» del risparmio, quando questo superava una certa soglia, era l'acquisto di un'abitazione.
Oggi oltre l’81 per cento delle famiglie italiane ha una casa in proprietà e l'acquisto di altri immobili, da destinare all'affitto, se è la forma di investimento più sperimentata non appare però sempre come la più conveniente. Ecco quindi che in anni recenti si pongono per i risparmiatori problemi di scelta degli investimenti impensabili in passato e che richiedono un bagaglio di conoscenze economiche molto più cospicuo.
Per altro verso, la necessità di destinare una quota consistente del proprio reddito al risparmio appare a un numero sempre maggiore di persone come una strada irrinunciabile. Basti pensare alle crescenti incertezze sul futuro del sistema pensionistico pubblico, e comunque alla crescente esiguità delle pensioni rispetto ai redditi da lavoro. Il risparmio e il suo investimento diventano indispensabili per procurarsi fonti di reddito integrative alla pensione per gli anni successivi al ritiro dal lavoro (senza scordare che la vita media si è allungata).
Di tutto questo, è di molto altro, quale la gestione della finanza pubblica, le politiche sulla piena occupazione e la connessione delle economie europee, su queste pagine ci proponiamo di trattarli e interpretarli nel modo più facile possibile.
Nessun commento:
Posta un commento