Vi è, nell’osservazione di un vecchio autorevole e deluso esponente della sinistra sindacale, l’amara constatazione che le ragioni delle classi lavoratrici fossero meglio garantite nella Prima repubblica.
È andata veramente così? Le cifre contenute nel rapporto dell’Upb sono purtroppo avvilenti:
=testimoniano da una parte il declino dell’economia italiana nel suo complesso che, crescendo meno delle altre,
=l’impoverimento relativo di quei posti di lavoro nelle aziende troppo piccole per guadagnare competitività e accrescere il valore aggiunto. Oltre naturalmente al dilagare di forme precarie e sottopagate, in particolare nei servizi. Mentre le retribuzioni reali lorde medie a tempo pieno equivalente dei Paesi Ocse — l’organizzazione di Parigi che riunisce le maggiori economie del mondo — sono aumentate mediamente del 35 per cento tra il 1990 e il 2024, le nostre, uniche, sono addirittura diminuite dell’1,6 per cento. I dati Inps, che fotografano più in profondità le varie tipologie di impiego, anche a tempo parziale, sono addirittura peggiori. La caduta delle retribuzioni lorde reali nel settore privato, tra il 1990 e il 2026, è stata del 6,6 per cento. Nella fascia più modesta persino del 40,8 per cento. Il dieci per cento più povero lo è diventato ancora di più. Si è salvato solo il dieci per cento «più ricco».
Non c’è dubbio che nella Prima repubblica le retribuzioni fossero difese meglio. Ma era un altro mondo, molto diverso da quello attuale. Vi era un potere negoziale dei sindacati e dei partiti maggiore anche per la concentrazione nell’industria della parte più rilevante della forza lavoro. C’era poi la scala mobile che da meccanismo protettivo verso l’inflazione si trasformò però — attraverso la spirale tra prezzi e salari — in un infernale trappola di rigidità. La competitività perduta veniva recuperata, in maniera via via sempre meno efficace, solo grazie alle svalutazioni competitive della lira.
La globalizzazione ha visto la vittoria dei capitali, più liberi e dunque meno tassabili, rispetto al lavoro, meno libero e più tassabile. La flessibilità delle forme contrattuali ha aiutato le aziende e migliorato l’occupazione a danno dei livelli retributivi. Gli imprenditori si sono cullati troppo a lungo sul tema del costo del lavoro, preoccupandosi molto meno della sua qualità. Ora non trovano profili adeguati al necessario salto tecnologico.
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