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giovedì 30 luglio 2026

Concezione della vita di un condannato a morte

 

Pavel A. Florenskij (1882-1937) è stato un filosofo e teologo, scienziato e sacerdote ortodosso della Chiesa russa, fucilato nel 1937 dopo anni di confino. È considerato uno dei maggiori pensatori del XX secolo ed è autore di centinaia di titoli tra saggi, studi scientifici, recensioni, lettere e scritti autobiografici ancora in corso di pubblicazione in molti Paesi del mondo. Tra i volumi apparsi in Italia, si ricordano in particolare La colonna e il fondamento della verità (Rusconi, 1974; San Paolo, 2010), Le porte regali (Adelphi, 1977), Lo spazio e il tempo nell'arte (Adelphi, 1995), Non dimenticatemi (Mondadori, 2000). Ai miei figli (Mondadori, 2003), Il concetto di Chiesa nella Sacra Scrittura (San Paolo, 2008).

In una lettera dal gulag risalente al 2 giugno del 1935, indirizzata alla moglie Anna, Florenskij raccontava di un passato che non è passato, e che piuttosto riemerge in virtù di determinate circostanze, rivelandosi definitivamente come un eterno presente. Poche settimane prima, il 12 aprile, si diceva, sicuro del fatto che "tutto passa, ma tutto rimane". Così spiegava:


Questa è la mia sensazione più profonda:

 che niente si perde completamente, 

niente svanisce, ma si conserva in qualche 

modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, 

anche se noi cessiamo di percepirlo. 

Così pure le grandi imprese, anche se 

tutti le avessero dimenticate, in qualche 

maniera rimangono e danno i loro frutti. 


Perciò, se anche ci dispiace per il passato, 

abbiamo però la viva sensazione della sua eternità. 

Al passato non abbiamo detto addio per sempre, ma solo per breve tempo.

Mi sembra che tutti gli uomini, di qualunque 

convinzione siano, nel profondo dell'anima 

abbiano in realtà questa stessa impressione. 

Senza questo, la vita diventerebbe insensata e vuota.

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