L'italia dopo il 1815
Il 9 giugno 1815 si chiuse il congresso di Vienna, apertosi il primo novembre 1814, nel quale le potenze vincitrici di Napoleone, Austria, Russia, Prussia e Inghilterra, decidono la nuova sistemazione politica dell'Italia. La penisola italiana, che complessivamente contava una popolazione di poco inferiore ai venti milioni di abitanti, era divisa in 10 Stati:
= il Regno di Sardegna, comprendente Piemonte, Savoia, Nizza, Sardegna e Liguria, con una popolazione di 3 814 000 abitanti;
= il Regno Lombardo-Veneto, sotto la sovranità dell'imperatore d'Austria, con 4 065 000 abitanti;
= il Ducato di Parma e Piacenza (383 000 abitanti);
= il Ducato di Modena e Reggio (375 000 abitanti);
= il Ducato di Massa e Carrara (20 000 abitanti);
= il Granducato di Toscana (1 264 000 abitanti);
= il Ducato di Lucca (131 000 abitanti);
= lo Stato della Chiesa, comprendente le Legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, le Marche, Benevento e Pontecorvo (2 425 000 abitanti);
= la Repubblica di San Marino (7 000 abitanti);
= il Regno di Napoli e di Sicilia, comprendente tutto il Meridione (6.766.000 abitanti).
Il Trentino e il Sud Tirolo tornavano a far parte dell'Austria e la Venezia Giulia divenne provincia illirica dell'impero asburgico.
| “La lotta senza vittoria inaridisce”. Quando, una quindicina d’anni dopo, Pier Paolo Pasolini con una lunga ode lo invitò a rompere tutti gli indugi e a riportare la sinistra nel governo del Paese, a Pietro Nenni quella categorica asserzione finale non piacque. Almeno così raccontano. Si era nel 1961, e il grande capo socialista era combattuto. Da una parte, l’esigenza di puntellare la democrazia, investita in pieno da pericolosi venti di restaurazione; dall’altra, l’atavico massimalismo, che gli faceva sembrare l’invocazione finale del poeta un invito a cedere, anche a costo di stipulare qualche compromesso al ribasso con la Dc nelle trattative per il primo centro-sinistra organico. Nel biennio ’44-’46, invece, il giacobino libertario e antifascista che si era fatto l’esilio in Francia e il confino, e nel ventennio aveva (con Rosselli, Saragat, Pertini e pochi altri) tenuta accesa la tremula fiammella del socialismo italiano, partì proprio da quell’assunto: “la lotta senza vittoria inaridisce”. E se oggi festeggiamo il 2 Giugno – scritto rigorosamente con la maiuscola – come Natale della nuova Italia, lo dobbiamo essenzialmente alla cocciutaggine, tutta romagnola, con egli cui sostenne la necessità, storica e indifferibile, della “rottura istituzionale”. |
……. L'italia dei nostri giorni
L’Italia dei nostri giorni, per programma che all’interno dei collaboratori del blog ci siamo dati, e’ quella del secondo dopoguerra mondiale. Avvieremo pertanto il percorso storico dalla fine degli anni quaranta del Novecento in poi. Fino a quando il gruppetto intenderà proseguire.
=E’ convinzione ampiamente condivisa, sia al livello storiografico che della coscienza popolare, che il successo che porto’ nel secondo dopoguerra alla Repubblica democratica fondata sul lavoro sia stato assicurato dall’apporto diretto e indiretto del mondo contadino ed operaio alle brigate partigiane. Allo sviluppo di queste pagine contribuiscono le memorie raccolte da due prigionieri contessioti nei campi di concentramento nazisti (ai nostri giorni deceduti e di nome entrambi Pietro) ed un militante delle brigate partigiane, pure egli ormai deceduto, di nome Salvatore.
= Al di là del sacrificio individuale di chi alla Resistenza partecipo’ direttamente, la nostra Repubblica democratica è frutto direttamente e indirettamente dipendente dal contesto popolare che circondò e condusse la guerra di Liberazione dal nazi-fascismo, grazie alla protezione, ai rifugi, ai rifornimenti, alle collaborazioni delle popolazioni delle valli e delle città che consentirono il prosieguo delle guerriglie e costrinsero alle ritirate le armate naziste.
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