| La frase "la parola diventa cultura” incarna il processo per cui il linguaggio, la narrazione e l'espressione interiore si trasformano in conoscenze, tradizioni e forme d'arte condivise, arricchendo l'identità sociale. È una sintesi tra espressione personale e patrimonio collettivo, spesso fondamentale nel dialogo fede-cultura. |
La parola che diventa cultura
Ai nostri giorni tra cultura dell'immagine e cultura della parola non c'è alcun dissidio, contrariamente a quanto possano pensare rassegnati o allarmati i nostalgici dell'«universo Gutenberg", vale a dire della carta stampata, del cui futuro nessuno dubita. La «nuova civiltà della scrittura» che appare inaugurata con l'orizzonte tolemaico sembra in questo senso darci ragione.
La parola, sia come espressione linguistica comune e individuale, sia come parola scritta e letteraria, può sempre dirsi storia, magari storia letteraria ?
Per Carlo Emilio Gadda (Milano 1893 - Roma 1973) anche il linguaggio e’ letteratura, seppure il fondamento storico della parola e della letteratura è un principio che teorie e metodi della critica hanno in tempi recenti contestato. In un terreno seminato dallo storicismo di ascendenza vichiana, poi innestato in quello di derivazione hegeliana - che ha fruttato un modello ineguagliato di inquadramento prospettico delle vicende letterarie come la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis - era difficile proporre inquadramenti diversi o alternativi.
La svolta positivistica tra Ottocento e Novecento restaurò le trattazioni per generi articolando le due massime categorie aristoteliche, l'epica e il dramma, nelle molte forme della letteratura post-classica, senza però sostituire il principio storiografico, comunque ritradotto in storia documentaria ed erudita.
Il divieto teorico di Benedetto Croce di convertire la poesia, oggetto di giudizio individuale, in una trama discorsiva di valore per lui solo pragmatico, indusse semmai la critica di scuola crociana, prevalente fino all'immediato secondo dopoguerra, a riassorbire nelle prospettive desanctisiane caratterizzazioni estetiche di taglio monocratico. Ma quel divieto non riusci a delegittimare un'attività storiografica che frattanto si incrementava anche con una produzione di manuali scolastici rispondenti al progetto idealistico e anti normativo della riforma dell'istruzione superiore voluta da Giovanni Gentile.
Poi, fino alla metà degli anni Sessanta, la riflessione sul ruolo degli intellettuali nel presente e nel passato, animata dalla pubblicazione postuma dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, impresse al desanctisismo sempre ritornante una svolta di corpo sociologico. La storiografia letteraria pagava il suo tributo alla “battaglia delle idee” promossa dalla cultura “progressista”, orientando il recupero delle tradizioni sulle linee del realismo: quella tipologia artistica elevata a canone dell’allora massimo esponente della critica marxista George Lukacs (mentre la socio-stilistica Erich Auerach ne sottolineava l’aspetto “creaturale”).
(Segue)
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