Fermiamo i reazionari della contro Italia
di RINO FORMICA
Votare NO significa difendere la Carta costituzionale, difendere il voto del 2 giugno del 1946. il 2 giugno del 1946 i partiti antifascisti della Resistenza hanno eletto la Costituente. Quei partiti rappresentativi delle grandi correnti ideali che avevano fatto l'Italia unita.
Un'Italia, finalmente libera dalla vergogna della offensiva fascista, che vedeva rappresentato, nella Costituente, il pluralismo dei grandi valori culturali e morali che sono la vita, l'anima, l'essenza della nostra Repubblica. I movimenti, il pluralismo culturale dei cattolici, dei liberal-democratici, del socialismo unitario e questa grande fusione delle forze della cultura fondativa della Repubblica italiana che sono nella nostra Carta costituzionale.
Chi distrugge la Carta vuole distruggere queste fonti della cultura.
Pietro Nenni ci disse quando siete in difficoltà, quando il momento è difficile, fate ricorso alle sorgenti.
Sorgenti della nostra Italia repubblicana sono queste grandi tensioni morali che sono nate da queste tre grandi culture fondative della storia unitaria nazionale.
Ritorno al passato
La contro Italia è invece l'Italia della reazione. E l'Italia che vuole il ritorno a un regime senza alcuna storia della modernità democratica. E necessario che si riprenda il cammino della ricostituzione di uno spirito europeo, il filo che fu interrotto dalla morte di due grandi leader socialisti, Eugenio Colorni e Bruno Buozzi, caduti nella Resistenza prima della liberazione di Roma.
Occorre riprendere il filo dell'Italia europea, il filo della unità sindacale.
Il compito è delle nuove generazioni. Tanto ci fa sperare l'avvio, in questa campagna elettorale, di una presenza attiva, dinamica, convinta, motivata della gioventù che oggi ci dice a chiare note: il futuro dell'Italia non è un futuro di destrutturazione dello Stato, ma di rinascita di uno Stato che ceda sovranità nazionale per guadagnare sovranità europea.
La contro Italia non passera.
Non è passata durante i tentativi di restaurazione nella prima fase della Repubblica italiana, non passera ora. Il 22 marzo lasciate sola Giorgia Meloni con il suo amico Donald Trump, a bere un bitter senza dazio in qualche villa americana. Ma non sporcate la Costituzione italiana con l'inquinamento della loro presenza.
Pace. giustizia e libertà. È la nostra sorgente, è la nostra vita, è la nostra essenza, è la natura stessa della Repubblica.
Questo è il testo del messaggio audio inviato da Rino Formica ieri alla manifestazione "Referendum: Tutt! insieme per il No" organizzata a Piazza del Ponolo a Roma dal Comitato
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Il femminismo è politica. Una riforma da bocciare
di GIORGIA SERUGHETTI
Nell'ultimo miglio di una campagna referendaria sempre più combattuta sono scese in campo anche le donne. Un appello, sostenuto da 1.700 firme, invita a opporre un No femminista alla legge sulla separazione delle carriere di giudici e magistrati e sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura. Perché si legge, «quando l'autonomia della giustizia si indebolisce si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze discriminazioni e disuguaglianze». Sul fronte opposto un altro appello, sostenuto da un centinaio di sottoscrizioni, invita al contrario a votare Si, per superare «un meccanismo di potere correntizio» che penalizza le donne «tanto nella rappresentanza in seno al Csm, tanto nell'attribuzione di incarichi direttivi negli uffici giudiziari».
Donne per il Si, donne per il No ha senso mobilitare l'identità femminista a favore di una delle due posizioni, in un referendum che in apparenza non riguarda una materia connessa direttamente ai diritti e alla libertà delle donne come fu in passato il caso del divorzio, dell'aborto, o delle tecnologie riproduttive? Lo ha, certamente, se si considera il posizionamento femminista non semplicemente come un discorso sulle donne e le soggettività oppresse per ragioni di genere e orientamento sessuale, bensì come uno sguardo critico sull'intero ordine sociale.
Ma tanto più meritano attenzione i due appelli perché chiariscono come la riforma possa impattare concretamente sul piano delle diseguaglianze di potere tra i generi. Da una parte, le donne del Sì ritengono che la riforma possa migliorare trasparenza e meritocrazia negli organismi di autogoverno della magistratura. Dall'altra, le donne del No lanciano un allarme sull'erosione dello stato di diritto, di cui sempre fanno le spese i soggetti più esposti a discriminazione e violenza. Entrambi gli appelli, in modo diverso, segnalano un problema nel rapporto delle donne con il sistema della giustizia. Perciò, piuttosto che liquidare come irrilevanti le due prese di posizione considerarle come usi impropri della parola femminista, o ritenere che in fondo si neutralizzino a vicenda, bisognerebbe chiedersi i problemi che le donne per il si denunciano si risolvono con la riforma? E basterà respingere la riforma, come invitano a fare le donne del No, per assicurare una giustizia giusta per le donne che subiscono discriminazione e violenza?
La risposta è due volte negativa. Ma le implicazioni sono diverse. Sostenere che il meccanismo del sorteggio per il Csm, liberando la magistratura dal «giogo delle correnti», possa favorire non solo la presenza femminile, ma addirittura la «meritocrazia», appare un controsenso.
La principale criticità del meccanismo del sorteggio, evidenziata dai suoi critici, è che prescinde proprio da considerazioni di merito, precludendo alla radice la possibilità di selezionare le persone migliori e più adatte al compito. Dunque non sembra essere davvero una soluzione al problema che segnalano le promotrici dell'appello.
Di contro, i rischi segnalati dalle fautrici del No andrebbero presi molto sul serio, pur trattandosi appunto di rischi Se la riforma rischia di indebolire la tutela dei diritti, di assoggettarla all'orientamento politico del governo di turno, ci sono ottime ragioni per fermarla. Con ciò, chiaramente, non si risolvono i problemi che esistono-eccome— nel rapporto delle donne con la giustizia. E che, oltre ai problemi di cultura ancora carente in entrambi i rami della magistratura in fatto di ascolto e sostegno alle donne che subiscono violenza, includono la lentezza dei processi , le risorse della giurisdizione, la mancanza di formazione. Ma non sta a chi si oppone alla riforma offrire una soluzione: e’ sufficiente segnalare che questa rischia di rendere una giustizia non sempre giusta ancora più ingiusta . Starebbe a chi sostiene la riforma dimostrare il contrario. La verità però che non c’è niente, nella legge costituzionale, che riguardi queste vere urgenze. E allora non resta che dire NO.
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