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sabato 14 marzo 2026

La Mafia. Sui media non si parla più di essa.

 Forse è bene dedicare qualche pagina del blog al fenomeno della Mafia che il prof. Anton Blok ha tanto bene tratteggiato dopo avere vissuto per parecchio tempo a Contessa Entellina. Allora si trattò per lui di studiare il fenomeno che era prosperato sul latifondo e successivamente sull’alba della politica siciliana in regime repubblicano. Adesso, ai nostri giorni,  ci sarebbe da tratteggiare il fenomeno che prospera in ben altri gangli del nostro vivere, e sicuramente possiede più sfaccettature di quella che prospero’ nel corso degli anni cinquanta e sessanta del Novecento, allora sopratutto a scapito del mondo contadino.

La mafia siciliana, nota come
Cosa Nostra, è un’Organizzazione
criminale nata nell'Ottocento, caratterizzata
da una struttura verticistica e, storicamente,
 
da un forte controllo del territorio, 
estorsione (“pizzo”) e infiltrazioni politiche.


Oggi ha evoluto le sue strategie, 
puntando su riciclaggio, edilizia e affari 
finanziari meno visibili, pur rimanendo 
una piaga sociale e criminale sfidata 
da magistratura, forze dell'ordine e 
società civile.



ALCUNE PAGINE SULLA MAFIA (1)

 La prima volta che la parola "mafia" viene usata ufficialmente sulla pubblicistica e nei carteggi pubblici risale all'aprile del 1865. Pare sia stata scritta in un rapporto che l'allora prefetto di Palermo, Antonio Gualtiero, inviò al Governo. Fu a partire da quella data che con la parola mafia si iniziò ad identificare una forma di delinquenza organizzata che possedeva stretti legami con la politica del post-Unità del Paese.

 Secondo gli uomini che ne facevano parte, la mafia esprimeva (e verosimilmente continua ad esprimere)  un'idea di superiorità, di perfezione dell'individuo.


 Nella mafia ci sono stati tanti mutamenti, tutti collegati alla trasformazione della società italiana. E siccome la mafia è profondamente legata a questa società, sopratutto inizialmente a quella meridionale, essendo cambiata  la società e’ mutata inevitabilmente anche la mafia.  Secondo il pentito Tommaso Buscetta, la struttura principale di quell’organizzazione è stata la famiglia, che aveva il potere assoluto sul territorio nel quale agiva. Così, per esempio, a Palermo sui media si parla della famiglia di Passo di Rigano, di corso dei Mille, di Porta Nuova, di Borgo Vecchio e così via, zona per zona.


 Sempre secondo Buscetta, la famiglia era composta da uomini d'onore, o soldati, suddivisi in gruppi di dieci, ciascuno comandato da un capodecina (di nomina elettiva), chiamato anche rappresentante, che era assistito da un vicecapo e da uno o più consiglieri. Inoltre, l'attività delle famiglie veniva coordinata da una commissione o cupola, della quale facevano  parte i capimandamento, cioè i rappresentanti di tre o più famiglie di zone o territori confinanti. Quasi sempre, il capomandamento era anche il capo di una delle famiglie. 

 La Commissione aveva il potere su tutta la provincia e il compito di assicurare il rispetto delle regole della mafia e anche di comporre le controversie.


All'inizio degli anni Ottanta del Novecento, con l'avvento dei "corleonesi” di Luciano Liggio era nato un’altro organismo: l’interprovinciale che aveva il compito di sanare  i disaccordi tra le "cosche" e regolare i business tra le famiglie di più province.

Nelle oltre quattrocento pagine messe assieme dal giudice Giovanni Falcone, Buscetta parla pure dei requisiti necessari "richiesti" a chi vuole fare parte di Cosa nostra.

Uno degli elementi essenziali, dice, è il coraggio. Poi, l'assoluta mancanza di vincoli di parentela o di affinità con persone che fanno parte delle forze dell'ordine. Inoltre, dalla prova di coraggio, che consiste nella spietatezza con cui si uccide, è escluso il cosiddetto professionista, quello, cioè, che esplica un'attività apparentemente lecita e che non viene chiamato a partecipare ad azioni criminali. Se l'aspirante "uomo d'onore" ha le "carte in regola" potrà giurare fedeltà alla presenza di almeno tre uomini della famiglia della quale andrà a fare parte. Allora prende fra le mani un'immagine sacra, che è stata bagnata dal sangue fuoriuscito da un dito che gli è stato punto, le dà fuoco e la tiene in mano sino a quando non resta che cenere. Il giuramento si conclude con queste parole: "Le mie carni dovranno bruciare come questa immagine se non manterrò fede al giuramento di Cosa nostra".

A questo punto potrà conoscere tanti altri "uomini d'onore" e il diritto di appartenere alla mafia terminerà soltanto con la morte.

(Segue)


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