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mercoledì 24 novembre 2021

Il Blog

 A chi ci chiede perchè continuiamo a dedicare impegno, tempo e disponibilità al Blog rispondiamo che esso è sorto per dare risposta al bisogno, al dovere, di dare un contributo al dibattito culturale e possibilmente alla crescita della vita civile, e possibilmente spirituale, alla realtà locale di Contessa E.

 Riteniamo che via via sia cresciuto lo spazio di interventi. Ed in ogni caso, nelle ridotte circostanze in cui procediamo, proviamo ad offrire occasioni di incontro per scambiare idee e valutazioni su problemi di interesse comune, problemi dove magari in tanti preferiscono sorvolare, ma che riteniamo siano quanto mai opportuni.

 A chi ci chiede, e capita frequentemente, che linea di interesse coltiviamo abbiamo sempre risposto che coltiviamo l'idea e la prassi del mutamento, del cambiamento sia in politica che nei vari comparti del sapere e della cultura.

 Tanti collaboratori del passato si sono dedicati ad altri impegni ed altri via via ne sono arrivati. I temi variano, ma lo spirito resta quello di vedere un giorno la realtà locale, che sia Contessa E. o la Sicilia o il Meridione tutto, come terra viva che non espelle i suoi figli migliori. Sappiamo tutti che chi va via, chi emigra da qui, non torna più. Basta osservare le periodiche tavole demografiche che pubblichiamo. Su questa consapevolezza il Blog prova ad essere strumento di sensibilizzazione delle coscienze. A chi ci chiede se facciamo politica rispondiamo di sì. Politica è per noi confronto, impegno, studio e scelta. E questo continueremo a fare.

 A chi ritiene di essere avversario, su posizioni altre, rispetto al nostro indirizzo politico o culturale continueremo  a dare spazio se ci viene chiesto. Abbiamo bloccato finora e continueremo a bloccare solamente i testi che riportano quelle nostalgie che la Costituzione respinge.

domenica 31 ottobre 2021

Contessa Entellina. Curiosità storiche

Il 18 Aprile 1948 si svolsero in Italia le prime consultazioni politiche in regime repubblicano per eleggere sia la Camera che il Senato

Tradizionalmente i seggi
elettorali -in regime repubblicano-
vennero per decenni
situati presso l'edificio scuole
elementari di via Palermo.
Da qualche decennio in qua vengono
situati presso i locali della
scuola materna, sempre in
via Palermo.

Furono elezioni combattute e molto partecipate e l’affluenza fu superiore al 92 per cento. Al termine dello scrutinio risultò che la DC aveva ottenuto sia al livello locale (Contessa E.) che nazionale  un trionfo a fronte al 30 per cento del Fronte Popolare, dove erano uniti sia il Psi che il Pci. La Democrazia Cristiana guidata dall’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi raccolse infatti al livello nazionale il 48,5 per cento dei voti, un risultato mai più raggiunto da nessun altro singolo partito nella storia repubblicana. La Sinistra socialista e comunista, unita -come ricordato- in unica lista, ottenne una chiara disfatta. Il Partito Socialista peraltro -proprio a ragione di quella scelta- subì la scissione dell'ala socialdemocratica (guidata da G. Saragat), che partecipò alla consultazione con lista propria.

In questa pagina riportiamo l'esito dello sfoglio relativo alla Camera dei deputati nei tre seggi di Contessa Entellina; in una successiva data riporteremo l'esito dello sfoglio relativo al Senato.

==  ^^  ==

Elezioni per la Camera dei Deputati:

in Contessa Entellina

Elettori per la Camera 1.693

Votanti  1.564              92,38 %

Schede bianche            n.        6

Non valide (bianche comprese)   31


DC                                           881             57,47

FR.DEMOCR.POPOLAREFR.    DEMOCR.  POPOLARE  398        25,96

MSI   MSI                                          162         10,57

P.NAZ.MON.ALL.D.LAV.   P.  NAZ.  MON.ALL.  D. LAV.  38          2,48

MOV.NAZ.DEM.SOC.  MOV.  NAZ.  DEM.  SOC.        25           1,63

BLOCCO NAZIONALE  BLOCCO NAZIONALE             9            0,59

UNITA' SOCIALISTAUNITA' SOCIALISTA                 7            0,46

UN.MOV.FEDERALISTI  UN.MOV. FEDERALISTI          6           0,39

PARTITO CRISTIANO SOCIALEPARTITO CRISTIANO SOCIALE  3        0,20

PRI PRI                                              1            0,07

P.PATRIA E LIBERTA' P.PATRIA E LIBERTA'               1            0,07

P.DEMOLABURISTA IT. P.DEMOLABURISTA  IT.          1            0,07

FR.ANTIBOLSCEVICO IT FR.  ANTIBOLSCEVICO IT      1           0,07

BLOCCO POP.UNIONISTA BLOCCO POP.UNIONISTA      0           0,00

CONC.NAZ.COMBAT.UNITCONC.NAZ.COMBAT.UNIT0               0, 00

GR.POL.LA DESTRAGR.POL.LA DESTRA                  0          0,00

P.CONTADINI D'ITALIAP.CONTADINI D'ITALIA           0            0,00

TOTALI                                                      1.533

lunedì 11 ottobre 2021

Mondo contadino. Per non dimenticare una realtà umana che fu -7-

Pagine tratte da

"L'Almanacco del contadino siciliano"

L’avventura del “Lunario” si conclude con un’appendice messinese nei mesi di maggio, aprile e giugno 1931: è stata un’esperienza “posticcia” (A. Di Grado) quella messinese, che vede nuovi collaboratori (Santino Caramella, Stefano Bottari, Salvatore Pugliatti) e il doppio delle pagine; ma non è più il “Lunario” di Francesco Lanza, che non è tra i collaboratori; manca l’ispirazione ideale dello scrittore di Valguarnera e prevalgono le attenzioni per le tradizioni popolari (Cocchiara, Vann’Antò, Di Giovanni) e per la letteratura nazionale. Quella che in questi mesi abbiamo sottoposto all'attenzione dei lettori del Blog è l'edizione 1924. La nostra pubblicazione proseguirà fino a completare i 12 mesi del 1924.

 OTTOBRE 

   É un mese affollato di grandi lavori: si vendemmia e si preparano i campi per le nuove sementi.       

 Nell'ultimo sole, biondo come l'oro, è festa alla vigna. Uomini e donne empiono di grappoli i canestri e stornellano d'amore, o cantano storie e contrasti. Intanto le bestie vanno e vengono cariche, e, dove ancora il contadino non è stato sì previdente da introdurre le pigiatrici meccaniche nel palmento, tutti impiastricciati di mosto, i pigiatori ballano sull'uva. Si lavano le botti e vi si fanno suffumigi di zolfo: così il vino è sicuro dagli acidi. 

   S'imbotta il mosto; e dalla vinaccia con acqua si estrae il vinello, e il resto è ottimo mangime ai colombi e alle galline. 

   Dopo si spala la vigna e si sconcano ancora gli alberi per la concimazione. Ai campi l'aratura è nel pieno, e anche, la zappa lavora per la semina delle fave e degli altri legumi.     

   Non aver fretta a spicciarti, che il tempo è con te. Si dice: - se vuoi vincere il tuo vicino, buoi al passo e solco pieno. 

   Ci voglion acque abbondanti; il seme ha bisogno di trovare pastosa la terra; e se non è piovuto e non piove non sai come andrà la semina. Acqua prima e acqua dopo. 

  Si ritira il concime chimico; si rinnovano i contratti agrari; si prende a prestito il denaro occorrente per i lavori dell'annata. 

   Si fanno in questo mese altri vivai e piantonai, scegliendo bene i semi e le gemme, e curando il terreno. Si piantano gli alberi resistenti ai geli invernali: peri, ciliegi, meli, nei luoghi in cui l'inverno non sia rigido e ventoso.

 LA SALUTE 

   La prima cosa è la salute: la salute è necessaria, la ricchezza è un sovrappiù. 

   Se non hai braccia da usare, non hai niente. 

   Mente sana, in corpo sano. 

   Cura la tua salute: non darti alle sregolatezze, ma ama il vivere ordinato e casto. 

   La tua casa se è povera non importa, ma sia sempre tersa come uno specchio: la sporcizia porta più mali che tu non immagini.    Lo sai come si dice? casa pulita, t'accresce la vita; e anche: - povero sì, sporco perché? 





















   LA VENDEMMIA 

 Allegramenti si fa la vinnigna; 

l'omu travagghia allegru e non si lagna, 

 forza e saluti n'otteni alla vigna, 

cu' cchiù travagghia cchiù assai ni guadagna. 

L'omu travagghiaturi non s'intigna, 

campa letu e cuntentu cu la magna.

Cu' cerca trova, cu' voli s'insigna,

 cu' sapi travagghiari assai guadagna. 


LE INDUSTRIE DELLA SICILIA

 La Sicilia è una regione principalmente agricola. I suoi miti e le sue leggende, le canzoni e le storie, gli Dei e gli eroi, ogni cosa in Sicilia ha un principio agricolo.


 Essa non ha avuto in passato nessuna grande industria. Le sue industrie sono tutte moderne, e perciò ancora bambine. 

La più importante è l'industria della estrazione e della lavorazione dello zolfo, che costituisce buona parte della ricchezza di due province: Girgenti e Caltanissetta, e che ora ha, di fronte al passato, migliori metodi tecnici. Il lavoro nelle miniere è divenuto più umano; più umane sono le condizioni economiche e sanitarie dei solfatai. Molto a questo scopo ha giovato l'istituzione del Sindacato obbligatorio per gli infortuni degli operai delle miniere. 

La Sicilia produceva fino al 1915 più di due milioni di tonnellate all'anno di zolfo, per un valore di circa trenta milioni di lire.  Di grande avvenire è l'industria degli agrumi, che vengono utilizzati per l'estrazione di essenze, o per la fabbricazione di agro crudo e cotto, di citrato di calcio e di acido citrico.  Centri agrumari per l'estrazione di derivati sono Messina, Catania, Palermo. 

Povere sono le industrie del legname, dei trasporti, del caseificio. 

Ricca è invece l’industria del vino, il cui emporio è il porto di Riposto. Di fama mondiale sono i vini di Marsala, di Mascali, dell'Etna, i moscati di Siracusa e di Pantelleria, la malvasia di Lipari. 

Industrie che molto permettono sono quelle della molitura, del pastificio, delle conserve di pomodoro in scatole. 

Di grande importanza è la pesca: specialmente quella del tonno, di cui si hanno parecchie tonnare celebri come quelle di Trapani, Favignana, ecc.; delle sardelle e delle alici che salate e preparate in barili vengono pure esportate. Scarsa importanza ha ora la pesca del corallo e delle spugne.

 EMPEDOCLE 

Empedocle fu un antico filosofo di Agrigento. 

Giovane ancora, volendo conoscere i misteri del mondo creato, abbandonò il facile vivere, e si diede allo studio della natura. Frequentò tutte le scuole di filosofia che fiorivano in Sicilia e in Italia, e per ascoltare la voce dei sapienti più famosi, viaggiò in Grecia e in Egitto. 

Egli diventò ben presto dotto in ogni scienza: conobbe l'arte delle stelle e dei pianeti, la medicina, la geometria, la matematica, la poesia e la musica, e fu tra i filosofi più pregiati del suo tempo. 

Andava di città in città e insegnava all'aria aperta, e tutti i giovani ansiosi di istruirsi correvano a fui.

 Molto per questa sua sapienza egli era onorato, e poiché operò cose prodigiose, usando della sua arte medica come nessun altro in quei tempi, ebbe fama di mago presso il popolo ignorante e superstizioso.

 Liberò Selinunte dalla malaria, dando moto alle acque stagnanti per mezzo di due fiumi che v'incanalò a sue spese; guarì facilmente una donna caduta in asfissia, e si gridò al miracolo essendo quella creduta morta da tutti; liberò ancora Agrigento dalle esalazioni pestilenziali che venivano dalla gola di un monte, ostruendone con un gran masso il passaggio; e molti altri furono i suoi prodigi.

 Stanco finalmente della sua vita fra gli uomini, sì ritirò sul monte Etna, attrattovi dai fenomeni del vulcano, e si diede a studiare le vicende del fuoco che sotto rombava e in alto splendeva. 

Venuto in più grande curiosità, egli decise di scandagliare l'interno del monte per vedere come il fuoco nascesse e si alimentasse, e lasciati fuori i calzari, si slanciò nel cratere. Ciò che vide nessuno lo sa, perché egli non tornò più, e invano gli abitatori del monte lo cercarono. 

Rinvenuti infine i suoi calzari, corse tra il popolino una curiosa leggenda, che egli cioè sì fosse gettato nel cratere per far credere d'essere stato rapito dagli Dei, ma che Vulcano geloso lo avesse divorato, e ne avesse quindi sputato fuori i calzari. 

 GIOVANNI MELI 

 Chi non ha sentito nominare Giovanni Meli? 

Egli è il poeta della Sicilia. 

Gli antichi, al momento propizio, recitano lietamente i versi di lui, e c'è ancora chi ne sa a memoria intere canzoni e poemi, e quando comincia non finisce più. 

Egli fu un piccolo abate di Palermo, uomo di lettere e di corte, assai caro ai potenti e ai ricchi. 

Ma, amante della vita semplice e rustica, egli sentiva nelle sue vene scorrere sangue popolano, e nella naturale parlata si mise a cantare la vita del popolo. 

Fu con mutata voce il continuatore di Teocrito, poeta dell'antica Sicilia: celebrò la vita dei campi e dei rioni popolari, in succose satire mise in ridicolo i vizi dei potenti e fece amare le virtù degli umili. 

Coi suoi versi grandemente onorò il dialetto siciliano, così melodioso e pittoresco, e mostrò all'Italia che si può essere poeti col modesto parlare del popolo. 

 LA VICENDA 

 I campi vogliono la vicenda: ora grano, ora fave, e un anno riposo. 

 Non bisogna sfruttare eccessivamente la terra; se troppo le chiedi, ti rende meno. Dalle modo di rafforzarsi e nutrirsi: essa è come la nutrice, che ha bisogno di riposo e di buon nutrimento per aver latte alle mammelle. 

Alterna il frumento all’orzo o alle fave, e un anno lascia la terra vacante. Ne avrai pascoli per il bestiame, e perciò latte e stallatico.

 Utile, ma in Sicilia poco seguita, è la diretta coltivazione a prati: di sulla, erba medica, trifoglio e lupinella, perché queste piante ingrassano la terra e non l’affaticano. 

Dopo un anno o due di simile coltivazione tu avrai campi che con una semplice aratura ti daranno frumento in abbondanza. 

 LA BARONESSA DI CARINI 

Chianci Palermu, chianci Siragusa, 

Carini cc'è lu luttu ad ogni casa. 

Cu’ la purtau sta nova dulurusa mai 

paci pozz'aviri a la so’ casa. 

Aju la menti mia tantu cunfusa 

lu cori abbunna, lu sangu stravasa; 

vurria na canzunnedda rispittusa,

 chiancissi la culonna a la me’ casa:

 la megghiu stidda chi rideva‘n celu, 

arma senza cappotta e senza velu; 

la megghiu stidda di li Sarafini, 

povira barunissa di Carini! 

chiancissi la culonna a la me’ casa: 

Ucchiuzzi fini di vermi manciati

ca sutta terra vurvicati siti, 

d'amici e di parenti abbannunati 

di lu me’ Amuri parrati e diciti. 

Pinsati a idda e chiù nun la turbati

 Ca un jornu com’è idda ci sariti: 

limosina faciti e caritati 

ca un jornu avanti vi la truviriti.

 Ciumi, muntagni, arvuli chianciti: 

suli cu luna chiù nun affacciati:

 la bella Barunissa chi pirditi 

vi dava li raj ‘nnammurati: 

acciduzzi di l’aria, chi vuliti? 

la vostra gioia ‘nùtuli circati: 

varcuzzi, chi a sti praj lenti viniti,

li viliddi spincitili alluttati.

 Ed alluttati ccu li lutti scuri, 

ca morsi la Signura di l'amuri. 

 Amuri, amuri chiànciti la sditta, 

ddu gran curuzzu cchiù nun t'arrisetta: 

dd'ucchiuzzi, dda vuccuzza biniditta, 

oh Diu! ca mancu l'ummira nni resta! 

Ma cc'e' lu sangu chi grida vinnitta 

russu a lu muru e vinnitta nn'aspetta! 

E cc'è Cu’ veni cu pedi di chiummu, 

Chiddu chi sulu cuverna lu munnu: e

 cc'è Cu’ veni cu lentu camminu, 

ti junci sempri, arma di Cainu! 

Vicinu lu casteddu di Carini 

giria di longu un bellu cavaleri, 

lu Vernagallu di sangu gintili, 

chi di la giuvintù l'onuri teni: 

giria comu l'apuzza di l'aprili 

‘ntunnu a li ciuri a surbiri lu meli: 

di comu annarba finu a ‘ntrabbuniri 

sempri di vista li finestri teni: 

Ed ora pri lu chianu vi cumpari 

supra d'un baju chi vola senz'ali: 

ora dintra la cresia lu truvati, 

chi sfaiddia ccu l'occhi ‘nnamurati:

 ora di notti cu lu minnulinu 

sintiti la so’ vuci a lu jardinu. 

Lu gigghiu finu chi l'oduri spanni 

ammugghiateddu a li so’ stissi frunni, 

voli cansari l'amurusi affanni 

e a tutti sti primuri non rispunni: 

ma dintra adduma di putenti ciammi, 

va strasinnata e tutta si cunfunni: 

e sempri chi lu senziu cci smacedda, 

ch'havi davanti ‘na figura bedda: 

e sempri chi lu senziu cci macina 

e dici: “Comu arreggi, Catarina?” 

e sempri chi lu senziu ‘un ha valuri 

ca tutti cosi domina l'Amuri. (continua) 

I MOTTI 

A carne dura, coltello tagliente. 

Alla festa del Santo non ci mancare. 

 Chi veramente vuole, fa le pietre pane. 

Invece di parlare, mettici paglia. 

Chi sente, risente. 

Chi ha le brache strette, stia all’impiedi. 

Giusta misura a lungo dura.

 Non bastano gli anni, ci vuole il talento.

 II martedì non è lunedì. 

Il piede regge la testa. 

LA FUGA IN EGITTO 

Era Giuseppi Santu addurmisciutu, 

ed avia Gesù l'età di tri anni, 

lu 'nfami Erodi era arrisulutu d

'occidillu pi mani d' 'i tiranni; 

e un Ancilu di celu ci ha scinnutu s

upra Giuseppi lu gran Santu 

ranni e 'n sonnu sti paroli cci dicia: 

- Giuseppi Santu, ascuta un pocu a mia. 

 Pìgghiati la tò spusa e lu Misia, 

e pàrtiti 'i stu locu prestamenti, 

pirchì Re Erodi cu gran tirannia 

sta dannu morti a semila 'nnucenti; 

ancora voli occidiri a Maria e 

a lu Bamminu Gesù onniputenti. 

Partiti prestu senza cchiù tardari, 

pi li so' vogghi putiri scansari. 

 Giuseppi si svigghiau senza tardari, 

e stu sonnu a Maria cci arraccuntau 

non circau né robba né dinari, 

'mmrazza lu Bammineddu si pigghiau. 

Misiru 'a stissa notti a camminari 

'n Ancilu versu Egittu li guidau, l

'accumpagnava l'Ancilu pi via a Gesù, 

a San Giuseppi ed a Maria. 

 Passannu Gesù, Giuseppi e Maria, 

ogn'arvulu di chiddi si calava, 

e riverenza ognunu cci facia, 

cà comu Diu ognunu l'adurava. 

 'Na nuvula lu suli ci apparava supra 

la sagra testa di Maria; 

in chiddi parti unna Maria passava comu

 'n'apparasuli cci facia. 

L'Arabia l'oduri cci mannava, 

la terra meli e manna cci affiria, 

a lu ciumi Giurdanu li rubini e 

all'Orienti li perni cchiù fini. 

 Avennu siti la Vergini pia pi lu 

gran caudu chi sintia pi strata,

 e allura di 'na petra ddà niscia 

un'acqua frisca, duci e 'nzuccarata.

 Pari che chidda petra cci dicia: 

- «viviti puru, Vergini Biata.» - 

Ubbidienti a Diu nostru Signuri 

L’erbi e li chianti tutti cu li ciuri. 

 Niscianu armali di li grutti scuri, 

e ognunu cu sò lingua cci cantava, 

facennu sàuti e balli di fururi di chiddi 

parti unna Maria passava.

 E ongi ocidduzzu 'mmenzu li friscuri 

'na famusa armunia cci cuncirtava; 

ubbidienti s'arrinnianu tutti l’erbi, 

li curi e li cchiù duci frutti. 

 Cc'era un latru chi Ddima si 

chiamava, e supra un munti 'a guardia facia; 

e di ddu locu sti cosi ammirava e 

dintra d'iddu parrava e dicia: 

- «Oggi l'Eternu Diu di ccà passava; 

Chistu è lu veru Diu, veru Misia ch'ora 

si vinni a stu munnu a 'ncarnari 

pi nuàtri piccaturi arriscattari. 

 Allura Ddima d' 'a muntagna scinniu e 

ê pedi di Maria si prisintau; 

di zoccu avia di bonu cci affiriu, 

ed alla casa so si li purtau, 

affirennuci roba e quantu avia a 

Gesù a San Giuseppi ed a Maria. 

Allura Cristu cu Ddima parrau: 

- «sta attentu amicu, a quantu dicu iu: 

si tu ti pintirai di li to' danni sarai 

cumpagnu miu di ccà a trent'anni». 

 Sutta un pedi di parma s'assittaru, 

Maria ddi belli frutti risguardava, 

e risguardannu ddu locu umili e caru 

quattru di chiddi frutti addisìava. 

Ascuta e senti stu mrâculu raru, 

la stissa parma li rami calava; 

li dattuli a Maria cci apprisintau 

Maria li cogghi e la parma s'arzau.

 Cristu a la parma cci parrà e cci dici: 

«Parma, ti dugnu 'a binidizioni; 

comu onurasti li me' cari amici 

sarai cumpagna a la me passioni. 

Ancora cu li toi rami filici portami 

ogn'arma a la sarvazioni; 

e ancora cu li toi pampini santi t

rasemu a Gerusalemmi triunfanti». 

 LE CANZONI 

 La Sicilia è la patria delle canzoni. 

Prima cura e primo vanto del contadino è di saper cantare, come il cuore gli dice e la sua fantasia. Està e inverno, egli non si stanca mai; e quando non ne sa più, le inventa. Cantando, il tempo gli passa e la fatica meno gli pesa, e torna più lieto al suo nido. 

C'è uno strumento apposta per accompagnare le belle canzoni, d'amore e d'ogni specie, ed è lo scaccia pensieri. 

Chi lo sa sonare è nominato fra tutti. Le fanciulle, la notte si svegliano dal sonno e sospirano sole nel bianco letto. I vecchi rimembrano i bei tempi della giovinezza, e le mamme guardano agli occhi delle figlie, lucenti come le stelle. 

Il cantare è il primo conforto del contadino. 

 PICCOLA MEDICINA

Avvelenamento per verderame 

 Non usare pentole di rame che non siano stagnate; perché cuocendovi dentro cibi preparati con aceto o frutta acide dàn luogo all'acetato di rame (sali di rame, verderame). 

Manipola con cura il solfato di rame per usi agricoli, e guarda di non incorrere in funesti errori.

 L'avvelenamento per sali di rame è generalmente acuto e pericoloso. I sintomi di esso si manifestano tardivamente, cioè molte ore dopo l'ingestione del veleno: in principio si ha un lieve malessere, perdita di forze, nausee, vomiti; seguono poi acuti dolori di ventre, sudori freddi e diarree sanguigne. In casi più gravi si hanno anche convulsioni, paralisi parziali, delirio. 

Il rimedio più efficace è il vomito provocato con le dita nelle fauci o con bianchi d'uova e magnesia calcinata sciolta in un po' d'acqua. Dopo il vomito sarà utile un forte ed energico purgante, come l'infuso di sena. 

 Funghi velenosi 

Diffida dei funghi, anche se credi di avere la magica virtù di conoscere i buoni dai malvagi. Molti velenosi hanno una grande somiglianza coi buoni, e traggono in inganno l'occhio e il palato più esperti

. Non abusare dei mangerecci: consumati in quantità o in istato di putrefazione anche poco avanzata, possono cagionare gravi avvelenamenti come gli altri. 

Sii cauto e parsimonioso. 

Se per tuo malanno hai mangiato dei funghi velenosi, dopo i primi effetti, vomito, nausea, vertigini, affanno, contrazioni nervose, sudori freddi, pensa subito al riparo. Il meglio è di vomitare quanto si è mangiato, e perciò provoca il vomito col mezzo facile e spedito delle dita nelle fauci, oppure ingoiando dell'olio o dei chiari d'uovo. Se l'ingestione dei funghi è avvenuta da molte ore sarà bene somministrare un forte purgante, olio di ricino, infuso di foglie di sena, per sbarazzare il tubo digerente delle sostanze velenose passate in esso. 

Per aiutare questi rimedi si combattano intanto gli altri effetti del veleno: la prostrazione con vino e cognac, i dolori con pezze calde sullo stomaco, la coma con spruzzi d'acqua fresca e col fiuto di aceto e di ammoniaca. 

 POLIFEMO E ACI 

Polifemo era uno dei più feroci e barbari ciclopi. 

 Egli abitava a piè dell'Etna, sulla riva del mare: aveva infiniti armenti, antri pieni di caci e di ricotte, di frutti e di vino. 

La sua testa sembrava una cima di montagna, su cui l'unico occhio folgoreggiava come il sole, e il suo corpo era così peloso che sembrava una foresta. 

Per bastone aveva un pino intero, e lo maneggiava terribilmente | contro le fiere e gli uomini. 

La mattina si buttava avanti l'armento che non finiva mai, e lo portava a pascere su pei monti e nelle valli, governandolo con un fischiettio che faceva tremare i boschi intorno come la tramontana. 

Or un giorno, mentre si lavava la faccia nel mare, emersero dalle onde numerose ninfe marine, belle come la luna, che a vederlo così brutto si risero di lui, e lo motteggiavano. Una, ch'era la più bella e la più ardita, gli si fece vicino cantando e danzando sulle mobili onde, e com'egli, abbagliato, allungò la mano per afferrarla, ella gli spruzzò dell'acqua sul volto, e con un riso sonoro s'immerse. 

Polifemo restò muto e incantato, e il cuore gli tremava come ad un fanciullo. 

D'allora non ebbe più pace, e i suoi costumi mutarono. Infisse dei pioli in un tronco di pioppo e se ne fece un pettine per la sua barba; tolse a dei pescatori due barche e se ne fece scarpini; si cucì una graziosa cintura di pelli di lupi e di volpi, e imparò a sonare l’arpa e a modulare la zampogna di canne. Non divorava più uomini per non sembrare feroce alla sua bella, e dopo ogni pasto si puliva accuratamente i denti grandi come màcine, perché splendessero. 

Ma di lui la ninfa si prendeva gioco e dei suoi sospiri si rideva, rinfocandogli con vezzi e moine il gran fuoco nel petto. 

- Polifemo! - gli diceva - guarda come sono bella. C'è una ninfa più bella di Galatea? Vieni qui, nel mare, ch'io ti amerò! Ma prima diventa bello: sei troppo brutto! 

E come Polifemo, cieco d'amore e di rabbia, si buttava nel mare per prenderla, ella guizzava e spariva. Poi riapparendo più lungi, così continuava: 

- Ma come vuoi ch'io ti ami, o Polifemo? La tua bocca sembra una caverna: invece di baciarmi m'inghiottirebbe; il tuo unico occhio è pauroso come il cratere dell'Etna, il tuo corpo peloso è come una boscaglia in cui io certo mi smarrirei se volessi abbracciarti, pungendomi tutta. Io sono troppo bella per te. 

Il Ciclope urlava di furore, e l'Etna e il mare ne tremavano: 

- Bada, Galatea! 

Ma subito mutava tono, e piagnucolando come un bambino così le diceva: 

- Perché sei crudele con me, o Galatea? O bella come un raggio di luna, o più lucente del cristallo, più dolce dell'uva, più bianca del giglio, più lieve dell'onda, più cara del sole invernale e dell'ombra estiva, più dolce a baciarsi del latte, più leggiadra d'una colomba: perché non hai pietà di me? oh, tu sei più dura d'una quercia, più falsa delle onde, più trista d'un serpente, più superba d'un pavone, più aspra delle spine! Se invece mi amassi, saresti più incantevole d'un giardino fiorito. Perché dunque non mi ami? Non è vero ch'io sia brutto. Sono bello: sei tu la cieca che non te ne accorgi. Io sono più alto dell'Etna, la mia bocca è una casa piena di candide colonne d'avorio; ho un occhio solo, ma un occhio solo ha il sole. Sono peloso? ma l'albero senza le foglie non vale niente, e niente vale il cavallo senza criniera. Vieni dunque nel mio antro: c'è un letto di pelli di leoni, c'è latte quanto ne vuoi, ricotte, caci, agnelli. Ho anche due orsacchiotti addomesticati, e come tu entrerai essi ti baceranno i piedi di regina. Vieni, o Galatea! 

Galatea per tutta risposta rideva e danzava sulle onde: 

- Come posso amarti, o Polifemo? diventa prima bello come Aci. Sai tu chi è Aci? È il pastore più bello della Sicilia, e io l'amo più degli occhi miei! È gentile come un raggio di sole, è fine come un ramo di salice. Oh, come è bello! come è dolce! La sua bocca è come il miele, i suoi baci sono come il vino! 

- Guai! - urlava terribilmente il Ciclope, levando il pugno minaccioso - guai, o Galatea, al tuo Aci! Io lo brucerò del fuoco che mi divora. Fa' che non mi capiti sotto, ch'io te lo farò a brani e così tu lo avrai per sempre nel mare! 

Ma Aci e Galatea si ridevano delle minacce di Polifemo, e si amavano sulla riva e nei boschi, dietro gli scogli e negli antri, felici e dimentichi di tutto. 

Un giorno che Polifemo gemeva e smaniava di amore, essi dietro un macigno abbracciati lo stavano a guardare, ridendo; ma li udì Polifemo, e voltatesi, strappò uno scoglio e lo lanciò contro di essi atterriti. Galatea fu pronta a guizzare nel mare, ma Aci restò miseramente schiacciato: le sue cervella schizzarono alto nel ciclo e il sangue spicciando dal corpo in frantumi formò un ruscello che ancor oggi scorre nel mare e ha il suo nome. 

PALERMO 

Palermo, regina del mare, è la capitale, la più bella città della Sicilia. 

Dai Saraceni ai Borboni essa fu sempre dimora e desiderio di re. È la terra dei Vespri, della Gancia, dell'epopea Garibaldina. 

Ha dato all’Italia molti uomini illustri, tra cui Giovanni Meli, Michele Amari, Francesco Crispi, Giuseppe Pitrè. 

Oggi conta circa 360.000 abitanti- È ricca di agrumi, di cereali, di pesca. 

In essa han sede il Comando di Corpo d'Armata, la Corte d’Appello, la Prefettura, il Distretto Militare, la R. Università, il Provveditorato agli Studi, eccetera; è inoltre il più importante centro di emigrazione della Sicilia. 

A Palermo vi è pure l'Ufficio Regionale dell'Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d'Italia (Via Rocco Pirri, 9 - presso la Stazione), dal quale dipendono le opere delle provincie di Palermo e di Trapani, ed al quale puoi rivolgerti per consiglio e per aiuto alle varie opere di cultura del tuo paese, sicuro di trovar sempre una parola adatta, una faccia amica. 

Fra le bellezze antiche e moderne della città sono da notarsi: il Duomo, la Chiesa di San Domeníco, 1a Gancia, il Viale Libertà, il Foro Italico, il Teatro Massimo, il Politeama Garibaldí, il Museo. 

In provincia di Palermo i paesi principali sono: Bagheria, Monreale, nominato per il suo Duomo e il Crocefisso che vi si trova, Partinico per i suo vini, Termini Imerese, Cefálù, Corleone, Misilmeri patria del filosofo Cosmo Guastella, Caltavuturo e le due Petralie a più di 1000 metri sul livello del mare.
































sabato 25 settembre 2021

Scavare nella Storia. Capire come si viveva nel Cinquecento

 Non è semplicissimo delineare la vicenda storica di qualunque comunità. Ricostruire quella di Contessa E. è ancora più complessa e difficile. I precedenti storici sono tutti improntati dai confronti/scontri in base all'appartenenza rituale di appartenenza.

  Sul blog -per intanto- ci piace riportare un "vocabolo" di origine feudale e della prima modernità e su di esso proveremo a ricostruire stili di vita e varie altre tracce di Storia locale.

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Il FONDACO

Pare che il termine abbia origine araba; se adesso, nel XXI secolo, dovessimo esprimere il significato ed il ruolo funzionale posseduto nel medievale, ma con vigenza fino agli anni cinquanta del Novecento in Sicilia e specificatamente a Contessa Entellina, dovremmo affermare che era l'albergo dei secoli andati. Al pari di quanto accade ai nostri giorni quando gli alberghi incamerano per le casse pubbliche l'imposta di soggiorno dai loro ospiti, già nel Medio Evo il gestore del Fondaco era tenuto ad incassare e devolvere una tassa della stessa natura, più o meno, dell'odierna tassa di soggiorno. Un tributo quindi sulla presenza o il passaggio sul territorio di un non residente.

Nel quadro economico di Contessa -dal Cinquecento fino ai primi del Novecento- il gestore del Fondaco aveva ulteriori compiti che oggi definiremmo di natura pubblicistica, ben  più estesi dell'attuale figura dell'albergatore che -lo sappiamo- annota e segnala le presenze degli ospiti alle autorità di pubblica sicurezza. I forestieri che transitavano e/o sostavano in un fondaco -in quei tempi andati- dovevano denunciare tutte le mercanzie che trasportavano e se intendevano commerciarle a Contessa dovevano -mediante il gestore del Fondaco- pagare i dovuti tributi, tributi governati ed incamerati dall'Università (Comune) di Contessa. Si trattava di una tassa sui beni in entrata nella comunità locale.

Da quanto abbiamo brevemente trattegiato quella del gestore del Fondaco era un ruolo che oggi i testi di diritto amministrativo classificherebbero pubblicistico.

Ripromettendoci di ampliare ruolo e figure locali, dalla costituzione dell'Università di Contessa (1520) fino ai nostri giorni, ricordiamo che per gestire il Fondaco bisognava appartenere alla "maestranza", un'organizzazione locale non proprio di tipo sindacale, ma corporativa, nel senso che non chiunque poteva svolgere l'attività di fondachiere. La trasmissione in linea di massima avveniva da padre in figlio.

Avremo modo di scoprire la vita umana e sociale della Contessa E. che fu. Più esattamente, di Kuntissa.

martedì 24 agosto 2021

Terra e Vita. Storia siciliana per immagini. (15)

 "Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia". Cesare Pavese

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Conoscere la Sicilia di ieri 

per Conoscere

La Sicilia di oggi.

Immagini e descrizioni

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Probabilmente molta gente di Contessa (diciamo "molta" in relazione ai pochi che qui continuano a vivere) segue ciò che su fb attiene alla realtà locale.

La copertina del voluminoso
testo su S. Maria del Bosco,
opera di Antonino G. Marchese
(studioso scrupoloso)

E' capitato di leggere un appunto che all'Amministrazione locale di Contessa E. viene mosso su fb da parte di alcuni cittadini di Giuliana, fra cui un collaboratore dello studioso di storia Antonio G. Marchese. In poche parole quei cittadini di Giuliana, anche sulla scorta delle ricerche storiche del Marchese, compagno di studi di chi qui scrive,  fanno notare che Eleonora d'Aragona non ha mai avuto nulla a che fare con Contessa (Kuntissa) per il semplice motivo che nei giorni di Eleonora questa non risultava fondata. 

Eleonora d'Aragona visse infatti due secoli prima che la nostra "Hora" sorgesse. In effetti, come dare torto agli amici e stimatori del caro amico Marchese ?

Eleonora di fatto quando da Caltabellotta o da Sciacca muoveva verso Santa Maria del Bosco lo faceva seguendo la via in direzione di Giuliana, dove insiste -ancora oggi- il castello fatto costruire dall'avo Federico III. Sul blog in più occasioni abbiamo "immaginato",  che potesse transitare anche dai pressi di Calatamauro, ma non possediamo documentazione o testimonianze.

 Che Eleonora non abbia avuto nulla da spartire con la Contessa E. degli arbëresh in quel tardo Medio Evo è pertanto più che ovvio. 

Come spiegare qualcosa?

Quando la vicenda storica ha consentito che dal feudalesimo si passasse alla contemporaneità (fine Settecento//primi dell'Ottocento) e sorsero in Sicilia i municipi di emanazione pubblica con giurisdizione amministrativa sui territori delle precedenti baronie, Santa Maria del Bosco (simbolo del cristianesimo benedettino-olivetano occidentale, ma pure esso feudatario) volutamente dai governi laici ed in parte anticlericali di allora fu staccata dai territori su cui erano insistiti i quasi 90% dei suoi precedenti feudi. Il -monastero fu allora, ed in quel clima politico -di affermato illuminismo- accorpato amministrativamente al territorio degli arbëresh, ma ciò non significò che la storia baronale civile di Contessa, dei suoi residenti, e quella altrettanto feudale del Monastero siano mai coincisi. La storia feudale di Contessa conosce infatti i Cardona, i Gioeni, i Colonna e poi tanti altri nomi di noti latifondisti della Sicilia Occidentale. La storia feudale di Santa Maria si estende invece in ampissimi spazi del Vallo di Mazara -fino oltre l'attuale Alcamo- senza sovrapporsi mai comunque ai baroni laici. 

 Ovviamente -dagli ultimi due secoli- Santa Maria ricade in territorio di Contessa Entellina. Ovviamente ancora Eleonora è e resta simbolo del Medio Evo siciliano. Medio Evo durante il quale gran parte della Sicilia Occidentale era disabitata. Affronteremo nei prossimi mesi la vicenda storica a cominciare dai bizantini siciliani in poi.

lunedì 2 agosto 2021

Francesco Di Martino. Il contessioto, il sindaco, l'amministratore di enti pubblici, il politico, il socialista

 Ricorre oggi il 21° anniversario della morte di Francesco Di Martino, per oltre un ventennio sindaco di Contessa Entellina e figura di primo piano della politica regionale avendo ricoperto pure il ruolo di membro del governo Campione. Sul Blog esistono parecchie pagine dedicata alla figura dell'uomo politico, dell'amministratore locale e di vari enti pubblici e soprattutto del concittadino di Contessa Entelliona. A Contessa comunque egli resta nella coscienza collettiva diffusa "il Sindaco della Ricostruzione dal terremoto '68".

 Ci piace -per ricordare la sua figura- estrapolare un breve stralcio  dedicata alla figura e al ruolo di Francesco Di Martino ripreso dalla rivista che la locale (di Contessa Entellina) Cameras del Lavoro Cgil pubblicò nel 2009. 


mercoledì 14 luglio 2021

50' di sacerdozio. P. Paolo Raviotta ricorderà la sua ordinazione nella Chiesa della Favara

 Domenica scorsa -in Sciacca- p. Paolo Raviotta ha celebrato il 50° anniversario di ordinazione sacerdotale, presenti i sacerdoti di Sciacca e di Contessa, oltre ai confratelli della famiglia francescana del TO, i  familiari e molti fedeli di Sciacca.

Venerdi prossimo nella chiesa della Madonna della Favara alle 18,30 padre Paolo celebrerà la S.Messa con i sacerdoti di Contessa. Quanti vogliono condividere la preghiera con parenti amici e conoscenti sono invitatati.

lunedì 5 aprile 2021

Grandi maestri

 "Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia ... A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno .... . La linea della palma.

Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato ... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su, su per l'Italia, ed è già, oltre Roma".

Leonardo Sciascia

1921-1989

domenica 4 aprile 2021

Allle radici del Cristianesimo.

 Shumë urime për këto Pashkë:

Krishti u ngjall !  


Auguri di Buona Pasqua:

Cristo è risorto !


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Mah ! cosa vuole significare Pasqua?

Dal greco: pascha e dall'aramaico pasah vuole trasmettere “passare oltre”, “passaggio”


Gli Ebrei, ricordano il passaggio attraverso il mar Rosso, dalla schiavitù d’Egitto alla liberazione. 

I Cristiani, ricordano la festa del passaggio dalla morte alla vita di Cristo; il passaggio dall'ignorare il significato della vita al prenderne invece coscienza, dall'essere dormiente o distratto allo svegliarsi rispetto al mondo circostante.

I Laici, i non credenti, hanno pure loro -se ci pensano un pochettino- una loro Pasqua: Ogni Pasqua ricorda loro qualcosa di simile alla Pasqua dei credenti: e cioè che l'essere umano non è solo un coacervo d'illusioni tradite, ma piuttosto un anelito costante a ricominciare, a ri-partire da zero. Il tempo presente è la ripetizione di più istanti che, nonostante il passato, nonostante le delusioni della vita, nonostante le sofferenze ed i dolori, nonostante il male che ci procuriamo come esseri umani e che ci procurano gli altri esseri umani, si può sempre rinascere, ricominciare.
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A nostro giudizio "passare oltre" non significa dimenticare, tutt'altro: il ricordo doloroso serve a salvaguardare la speranza.

domenica 3 gennaio 2021

Didattica a distanza. Dall'apprendimento vero ai banchi con le rotelle ... (2)

 I media ci riferiscono della scuola italiana in affanno. Fenomeno non di oggi, che però con la gestione a 5stelle rischia di trasformarsi in collasso. In tutta Europa la scuola è rimasta, durante il lungo periodo della pandemia Covid-19, il presidio da salvare ad ogni costo; da noi invece -a sentire i notiziari- abbiamo e ci siamo adoperati per ottenere una conquista strabiliante: "applicare le rotelle ai banchi" a prescindere se la didattica potesse proseguire o meno. 

E per intanto rischiamo di crescere una generazione di analfabeti. Una base elettorale idonea per gente populista.

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La scuola pubblica è conseguenza della Rivoluzione francese ossia dell'affermarsi del concetto di "cittadino" contrapposto a quello di suddito. Fu allora che avvenne la trasformazione degli individui da soggetti ad obblighi a titolari di diritti, appunto di cittadini.

L'istruzione pubblica, la scuola, è quindi ritenuta l'immediata conseguenza dell'avvenuta transizione dei sudditi in cittadini, in soggetti inseriti ed incaricati della conduzione dello Stato. Come in tutte le rivoluzioni vere, ossia quelle che incidono nei costumi dell'essere umano,  avvenne in quel periodo storico una netta separazione del potere ecclesiastico da quello temporale. Lo Stato liberale, figlio -appunto- della Rivoluzione francese, si incamminò -come abbiamo evidenziatro nella precedente pagina- sempre più su sentieri di laicismo fino al punto che nel diverso clima culturale e spirituale del 1773 fu un pò ovunque soppressa la Compagnia di Gesù, l'ordine dei gesuiti che fino ad allora erano stati i soli studiosi e custodi della "cultura" lungo i secoli della modernità.

Il bisogno di cultura per crescere

Secondo Remo Fornaca, pedagogista e storico dell'educazione italiano scomparso nel 2015 "la scuola pubblica nasce nell'ambito della società, quando nei soggetti sociali si avverte che l'educazione, l'istruzione, la trasmissione e l'apprendimento di abilità, di competenze, di saperi, di valori, di comportamenti richiedono la presenza e la mediazione di esperti" e Kant alla domanda su cosa differenziava il suddito dal cittadino affermò (1784) che si trattava dell'uscita dell'uomo dallo stato della minorità; minorità imputabile alla vicenda umana.

Grande è ancora oggi la responsabilità del corpo insegnante, e dei ministri dell'istruzione, quando non sanno cogliere lo spirito e le conseguenze che su di loro grava rispetto alle generazioni da in-formare. Dipende da questi ruoli infatti se oggi o domani avremo nella società e addirittura dentro le istituzioni soggetti consapevoli di essere cittadini capaci  per  ogni scelta -civica- da compiere consapevolmente o di "poveri diavoli", bisognosi in ogni circostanza di un padrino che decida per loro. E ovviamente deciderà dal suo punto di vista e nel proprio interesse.

Nel dopo Rivoluzione Francese, dal 22 agosto 1789, fu elaborata  la Costituzione del 1791 che -prima al mondo- sancì l'intento di creare l'istruzione pubblica, comune a tutti i cittadini e gratuita nelle parti di insegnamento indispensabile a tutti gli uomini.

Molto dello spirito della Parigi rivoluzionaria arriverà in Italia con decenni di ritardo, col Risorgimento. Fu allora che si impose la decisione di stabilire quale fosse il grado di alfabetizzazione -sia pure minima- per le masse. Prima mossa dei governi post-Unità fu quella di garantire una base minima linguistica per creare l'identità nazionale. E già da subito non fu opera facilissima quella di creare l'omogeneità culturale dalle Alpi a Lampedusa.

(segue)

giovedì 26 novembre 2020

Poche righe. Alle origini di Contessa E. (1)

Nella ricorrenza del 500° dall'ufficiale istituzione della piccola "università feudale" di Kuntissa.

XVI Secolo

Dal momento che Kuntissa si accingeva -nel 1520- a divenire "Università", ossia realtà comunitaria giuridicamente riconosciuta, seppure realtà feudale e realtà esclusivamente rurale, si posero numerosissimi problemi non da poco.

--Come mantenere lo status di comunità, di Università, stante che era stato difficile raggiungere il numero di abitanti sufficienti e necessari all'istituzione;

--Quale sarebbe stato il grado di autonomia da rivendicare e quale potenzialmente perseguibile in quell'ambito territoriale di interesse esclusivamente agricolo e dove non esistevano diritti della gente comune ma solamente doveri ed obblighi verso la Signoria;

--Come districarsi nella complessa forma di governo esistente nel Regno di Sicilia ove esisteva una più che articolata stratificazione sociale; 

--Necessità di portare avanti una ampia, per allora, attività edilizia sia pure per ambienti prettamente contadini e privi di pretese di qualsiasi tipo;

--Come fare fronte alla pressione di tipo fiscale e censuaria fissata nei Capitoli e per gli altri oneri nei confronti della monarchia; in realtà per questo ultimo tipo di imposizione fu concessa -ma era regola generale- una tregua di un paio di decenni; 

--Come procedere all'onere di dotare di mura il centro abitato;

Varie altre furono le novità e le prescrizioni per gente che nella terra di origine non aveva conosciuto il regime feudale e qui cercava di salvare per quanto possibile la propria identità.

I Cardona da parte loro si occuparono di alcune, delle più rilevanti problematiche istituzionali, quelle del governo locale. Scelsero loro infatti -ed era ovvio nel Cinquecento- il personale che avrebbe dovuto gestire la struttura comunitaria, diremmo oggi, amministrativo-legale della nascente realtà comunitaria. Personale che fecero arrivare dal messinese dove essi frequentemente risiedevano col ruolo di vice-regnanti in nome della Corona di Spagna. Dal messinese perchè lì era ancora solida, e in più località addirittura maggioritaria e vitale, la  popolazione di religiosità e tradizione bizantina, quella che aveva resistito ai mussulmani e che non si era fatta assimilare nè dai normani, nè dagli svevi, nè dagli angioini etc.

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Nota:

Con cadenza periodica pubblicheremo per l'intero 2021 una paginetta di "Poche righe". Cronaca su sfondo storico-politico. Se Dio vorrà.

martedì 24 novembre 2020

24 Novembre. La Madonna di Loreto "Patrona" degli Aviatori.... a cura dell'Ing. Luigi Cannella

 

Il 24 Marzo 1920, a seguito delle numerose richieste avanzate dai Piloti della Prima Guerra Mondiale, il Papà Benedetto XV (1914-1922) decise di proclamare la Madonna di Loreto "Patrona" degli Aviatori. Tale solenne proclamazione precedette di tre anni la Costituzione dell'Aeronautica Militare come Forza Armata autonoma istituita con Regio Decreto 28 Marzo 1923 n.645. 

Il 10 Dicembre di quest'anno sarà chiusa la Porta Santa della Basilica di Loreto, aperta il giorno 8 Dicembre 2019 con una solenne cerimonia officiata dall'Ordinario Militare d'Italia Santo Marciano' alla presenza del Generale di S.A. Alberto Rosso C.S.M. dell'Aeronautica. Si chiuderà così il "Giubileo Laurentano" per celebrare il centenario di proclamazione della Madonna di Loreto a Patrona dell'Arma Azzurra, Giubileo straordinario concesso da Papa Francesco. La ricorrenza della Madonna di Loreto si celebra il 10 Dicembre di ogni anno perché, seconda la tradizione, la "Santa Casa  natale della Madonna" giunse in volo da Nazareth nella notte tra il 9 e il 10 Dicembre 1294. Da tempo immemorabile la Città di Loreto è stata oggetto di pellegrinaggio da tutto il mondo ed è considerata la Lourdes d'Italia.

Ing. Luigi Cannella

sabato 21 novembre 2020

21 Novembre. Ricorrenza "Virgo Fidelis", Patrona dell'Arma dei Carabinieri.... a cura Ing. Luigi Cannella

  In base al "documento pontificio" di Pio XII del 1949

La solenne ricorrenza coincide con la data del 21 Novembre 1941  nel ricordo tragico e glorioso della Battaglia di Culqualber (Etiopia) durante la quale il Battaglione Carabinieri, comandato dal Magg. Alfredo Serranti, fu decimato da soverchianti truppe inglesi che assediavano i nostri  Carabinieri attaccandoli da terra e dall'aria. Ai pochi sopravvissuti, ormai privi di munizioni, cibo ed acqua, fu tributato l'Onore delle Armi, al Magg. Serranti, caduto in combattimento proprio il 21 Novembre, fu concessa la M.O.V.M. alla memoria.

Il Comando Interregionale Carabinieri (ME), con giurisdizione Sicilia-Calabria, porta il nome "Culqualber" per ricordare il glorioso fatto d'arme.

Ing. Luigi Cannella

lunedì 2 novembre 2020

Motivi per riflettere. Noi gente del XXI secolo

Fatti e detti vari

Pochi giorni dopo la morte di Sean Connery, il mondo dello spettacolo vive un altro lutto: Gigi Proietti è morto e con lui se ne va parte dell’immaginario popolare italiano, costruito in più di 50 anni di carriera. Fra teatro, cinema e televisione. 

Oggi, 2 novembre, Proietti avrebbe compiuto 80 anni: è morto in una clinica romana.


Constanze Reuscher, giornalista

Con la tua grande arte e sottile ironia mi hai fatto conoscere e amare gli italiani e innanzitutto i romani, i miei concittadini d’elezione, anche nei momenti meno facili. Prendere le cose con un sorriso, una risata, mai banale ma leggeri. Grazie Gigi

 Enrico Mentana, direttore de La7

Non so se il grande Gigi Proietti avesse davvero paura della morte, lui che ci sapeva far ridere di tutto, e che per ottant'anni avrà ironizzato sul fatto di essere nato proprio nel giorno della ricorrenza dei defunti. ...

...la canzone di Petrolini che proprio Proietti ci aveva fatto conoscere, beffardo e iresistibile nella sua interpretazione "Son contento di morire, ma mi dispiace/mi dispiace di morire, ma son contento". Grazie anche di questo Gigi nostro.

Matteo Renzi, politico

Andarsene nel giorno dei suoi 80 anni e l'ultimo colpo di teatro di un artista straordinario: addio a Gigi Proietti.

Giovanni Toti, presidente regione Liguria

Per quanto ci addolori ogni singola vittima del #Covid19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della #Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate.

Andrea Vianello, giornalista

"Non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese". È un pensiero agghiacciante, Presidente, agghiacciante.

Gregorio De Falco, parlamentare

Gli anziani sono Utilità, Esperienza, Saggezza e Sostegno, tutto ciò che Toti non è.

Carlo Calenda, parlamentare europeo

Diciamo che eri ubriaco. E che ti scusi e basta. (riferendosi alla dichiarazione di Toti)