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domenica 13 marzo 2022

Alle radici del Cristianesimo

 Vocabolario

Senso religioso:  La religione dell'A.T. come quella del N. T., è una religione storica: si fonda sulla rivelazione fatta da Dio, a uomini precisi, in luoghi precisi, in circostanze precise, su un intervento di Dio in momenti precisi dell'evoluzione umana. Il Pentateuco, che traccia la storia di queste relazioni di Dio con il mondo, è il fondamento della relazione giudaica, ed è divenuto il suo libro canonico per eccellenza, la sua legge.

 L'israelita vi trovava la spiegazione del suo destino. Non aveva soltanto, all'inizio della Genesi, la risposta alle questioni che si pone ogni uomo sul mondo e sulla vita, sulla sofferenza e sulla morte, ma aveva la risposta al suo problema particolare: perchè Jahve, l'Unico, è Dio di Israele? Perché Israele è il suo popolo tra tutte le nazioni della terra?  Perchè Israele ha ricevuto la promessa. Il Pentateuco è il libro delle promesse: ad Adamo e a Eva, dopo la loro caduta, l'annuncio della promessa lontana, il protovangelo; a Noé dopo il diluvio, l'assicurazione di un nuovo ordine del mondo; ad Abramo soprattutto. La promessa che gli è fatta è rinnovata a Isacco e Giacobbe e raggiunge tutto il popolo che è uscito da essi. Questa promessa riguarda immediatamente il possesso del paese in cui vissero i patriarchi, la terra promessa, ma essa implica più cose: significa che relazioni speciali, uniche, esistono tra Israele e il Dio  dei padri.

 Perchè Jahve ha chiamato Abramo e, in questa vocazione, si prefigurava l'elezione di Israele. Jahve  ha fatto di esso un popolo  e ne fa il suo popolo, con una scelta gratuita, con un disegno amoroso, concepito sin dalla creazione e mantenuto attraverso tutte le infedeltà degli uomini. (Segue)

(segue) La legislazione ... (Gianfranco Ravasi, biblista italiano, teologo ed ebraista, cardinale   18-10-1942).

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Un personaggio alla volta

Quando l'inquietudine  è 

spinta al cammino.

1)   Il senso della vita. (Dio nel mondo: colloquio di Joseph Ratzinger con Peter Seewald).

Come si impara ad amare

DomandaCi chiediamo concretamente: come viene affrontata questa questione  da un Cardinale? Lei è riuscito ad apprendere  l'arte dell'amare?

Risposta: Non si impara ad amare così come si impara ad esempio a suonare il pianoforte o usare il computer. Lo si co-impara sempre, per così dire,  nel fulcro delle singole attività quotidiane. E naturalmente lo si impara anche da persone esemplari. Innanzitutto dai genitori, che sono un esempio e una guida e in cui si vede correttamente realizzata l'essenza dell'uomo. Successivamente lo si impara  dalle amicizie, nel contesto della realizzazione di compiti che si condividono con altri. Lo si impara ogni qualvolta si accantona il perseguimento prioritario del proprio utile per esperire un percorso in cui si impara a dare ma anche a ricevere.

 Non voglio ora giudicarmi; ho tentato, in ogni caso,  di apprendere l'amore  e, per dirla più modestamente, la bontà dell'esempio di Cristo e dei Santi, e ho tentato perciò di calibrare sui loro i miei passi e le mie azioni. Dio e gli uomini giudicheranno quanto ho davvero imparato. 

Domanda: Talvolta si viene anche disconosciuti. Non riesco a dimenticare  quanto ho scritto su di Lei in un mio precedente ritratto della sua persona. Avevo citato in quell'occasione lo scrittore Stefan Andres, in un romanzo, aveva tratteggiato con queste parole il Grande Inquisitore spagnolo che si era fatto ritrarre  dal grande pittore El Greco: "Non è partecipe dell'amore".

Risposta: Si, un ufficio istituzionale può dare questa impressione all'esterno. In ogni caso, laddove dobbiamo sottoporre a critica qualcuno, lo facciamo richiamandoci a un amore che rifugge le facili lusinghe per porre dei limiti quando si corre il rischio che siano arrecati dei danni e che siano violate ler leggi interiori dell'amore. I miei collaboratori e io ci sforziamo di non perdere di vista la dignità dell'uomo che stiamo sanzionando e facciamo in modo tale che lui stesso possa riconoscere ciò che ci preme. Non vogliamo semplicemente colpirlo con una scomunica, ma porci al servizio della comunità nel suo insieme e quindi, in ultima analisi, anche al suo servizio. E ci sentiamo innanzitutto in obbligo di difendere la fede dei semplici. Un importante vescovo mi ha di recente raccontato di aver visto in un paese asiatico un celebre avversario della Congregazione per la Dottrina della Fede calpestare con un incredibile arroganza la fede degli umili. Solo in quel momento, mi ha detto il Vescovo, gli è balzata agli occhi l'importanza della nostra missione, quella di proteggere i semplici da quell'arroganza.

(Segue)   Il senso della vita. (Dio nel mondo: colloquio di Joseph Ratzinger con Peter Seewald).

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Chiesa e rito bizantino


 Le icone rappresentano uno dei linguaggi che emergono quando si visita una chiesa di tradizione bizantina.

  Per coglierne il significato si deve provare a coglierne  l'ispirazione, la forma, i colori e pure il ritmo pittorico.

  Il volto dei rappresentati è sempre spiritualizzato, la corporeità è di contro sottilizzata, mentre l'insieme, ossia il globale,  prevale sull'individuale.

domenica 10 gennaio 2021

Miti che crollano. C'era una volta un faro che indicava la dritta via

 Da sempre, da quando possa ricordare, gli Stati Uniti si sono presentati al mondo, o forse ce l'hanno presentati, come una sorta di Cassazio ne circa il processo democratico su qualsiasi posto del mondo. Espressione principale del "mondo libero", sempre  contro il totalitarismo ed i regimi autoritari del pianeta; così scrivevano i giornali. Addirittura gli USA erano soliti inviare osservatori alle urne quando alcuni paesi venivano considerati "imbroglioni" nello sfoglio delle schede elettorali.

Pochi giorni fa, prima del caso "Trump",  un giornale italiano ci ha fatto sapere che il Dipartimento di Stato americano ha condannato la repressione in corso da parte della Cina sulle libertà democratiche nella città semiautonoma di Hong Kong. Ancora recentemente gli Stati Uniti non hanno voluto riconoscere Alexander Lukashenko come il “leader legittimamente eletto”, dopo le elezioni fortemente contestate nell’ex stato sovietico della Biellorussia.

Dopo tutto quanto accaduto due giorni orsono in USA ad opera di Trump siamo certi che da adesso in poi l'autorità morale di questa potenza è andata a farsi benedire. L'inedita linea di condotta del Presidente Trump minerà per parecchi decenni  dalle fondamenta la credibilità del suo Paese.

Siamo arrivati al punto che un giornale controllato dal Partito Comunista cinese, ha scritto che “non importa chi vincerà le elezioni del 2020, la società americana non sarà più in grado di tornare allo stato in cui si trovava”, essendo stata “fatta a pezzi”  da Trump.

Intendiamoci. Non è che gli Usa siano mai stati davvero un faro della democrazia, di quella altrui. Come dimenticare infatti il golpe organizzato contro il governo democratico di Salvatore Allende, in Cile ? Da oggi il mito degli Usa ineccepibilmente democratici non esisterà più. I democratici di tutto il mondo, se vogliono restare tali, devono vigilare e salvaguardare ognuno la propria democrazia. 

Non possono esistere più presunti guardiani della democrazia planetaria. Ciascuno scruti casa propria.

mercoledì 6 gennaio 2021

Una riflessione

 "Un libro

ben scelto

ti salva da qualsiasi cosa,

persino da te stesso"



Daniel Pennac


scrittore francese

(nt. 1 dicembre 1944 a Casablanca, Marocco)

sabato 10 agosto 2019

Zef Chiaramonte: Ogni silenzio, ogni arretramento, è segnale di resa delle democrazia e delle istituzioni.


Solo un paese che ha smarrito il più elementare alfabeto civile e costituzionale può assistere in silenzio a un vicepremier di minoranza di un esecutivo che apre la crisi di governo, convoca il Parlamento ed evoca lo scioglimento delle Camere, come se fosse contemporaneamente il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica in carica.
Solo un paese che ha perso ogni dignità può accettare senza battere ciglio che un capopartito chieda di essere investito di “pieni poteri”, neanche fossimo nell’ottobre del ‘22. 

Solo un paese che ha perduto completamente il senso delle istituzioni può rimanere zitto mentre un ministro si rivolge a parlamentari della Repubblica eletti invitandoli ad “alzare il c***” e presentarsi in Aula il prossimo lunedì, come se fossero pedine alle sue dipendenze. 
Non siamo più di fronte alle sbruffonate di un cialtrone sulla spiaggia con un Mojito in mano. Queste sono prove tecniche di regime. E, se può fare tutto questo, se può spingersi tanto in là, non è solo per i 10 milioni di italiani che lo applaudono, ma per i 50 che stanno zitti. 
Ogni nostro silenzio, ogni nostro arretramento, è un segnale di resa delle democrazia e delle istituzioni. È una tacca in più nella discesa verso l’abisso e un piccolo assaggio di quello che sarà. I campanelli d’allarme nella storia suonano sempre fortissimi, solo che non ci sono mai abbastanza orecchie ad ascoltarli.
Poi non dite per nessuna ragione al mondo che non vi aveva avvisati.
Zef Chiaramonte

lunedì 17 dicembre 2018

Zef Chiaramonte. Omaggio al Kosovo

Per motivi tecnici, il concerto non può tenersi a Palazzo Mirto.
Si terrà all'ORATORIO DI SANTA CITA, via Valverde, 6 Palermo alle ore 18.00 di venerdì 21 dicembre corrente.


sabato 10 novembre 2018

Zef Chiaramonte. 550° Anniversario della morte di Scanderbegh

Arbereshet kremtojne Skenderbeun ne 550- Vjetorine shkuarjes se tij ne ameshim. Per rastin Komunitetin arberesh e vizitoi predenti I Shqiperise, Ilir Meta, I shoqeruar nga Ambasadoria e Shqiperise ne Itali. Presidenti Meta u prite nga dhespoti I Arberesheve te Eparkise se Lungros, imz. Donato Oliveri i rrethuar nga priterinjte e Eparkise,nga krytaret e bashkive arbereshe dhe nga nje perfaqesi nga Arbereshet e Sicilise e kryesuar nga kryetaret e bashkive te Hores seArberesheve, Kuntisa dhe Munzifsi. Pas pritjes ne rezidencen e dhespotit, u shkua ne kishen katedrale ku u zhvillua nje ceremoni fetare (tryshenjtja) per shpirtin e Gjergj Kastriotin.  Mbas fjalimit te dhespotit, vijoi fjala e presidentit Meta.
Sot do ndodhe takimi midis Metes dhe presidentit te Italise Sergjo Matarela

martedì 21 novembre 2017

Zef Chiaramonte: nel dialogo più chiara è l’identità dei dialoganti, maggiori saranno i frutti dell’intesa.

          a OTTONE I, primo re della Grecia, gli alunni del Collegio Greco

L’amico VIRGILIO AVATO, in ex Alunni del Collegio Greco, recupera un articolo di un giornale greco dal titolo “GLI ALUNNI DEL COLLEGIO GRECO [si rivolgono] AL RE OTTONE.
Si tratta di Ottone I (1815-1867), re di Grecia dal 1832 al 1862.
Come si vede, la sua data di morte non coincide con la data di cessazione del servizio regale.
Infatti, spacciata la Repubblica capeggiata da Capodistria, le grandi potenze imposero alla Grecia una monarchia e, nel 1832/33, assegnarono il nuovo regno al principe di casa Wittesbach, Ottone di Baviera.
Il quale, per aver privilegiato la camarilla bavarese nelle principali leve del potere, provocò lo scontento delle classi dirigenti greche, tagliate fuori dalla direzione politica del paese.
Così, una prima rivolta dei militari nel 1843, costrinse Ottone a concedere una costituzione che non fu mai applicata, mentre una seconda insurrezione, nel 1862, lo costrinse ad abdicare.
A questo personaggio, dimentico delle aspre lotte che il popolo greco – con al centro tanti valorosi capi arvaniti – aveva sostenuto per l’indipendenza dai turchi ottomani, si rivolgevano gli alunni del Pontificio Collegio Greco per avere protezione.
Da chi? Da cosa?
È risaputo che italo-greci e italo-albanesi, non potevano contare su molti appoggi per la loro sopravvivenza.
La stessa Santa Sede usò una politica diversa per i due gruppi.
Per i primi fu decretata la latinizzazione. Già stati assegnati a Costantinopoli con la crisi iconoclasta, insieme all’Illirico, essi tornavano al Patriarcato romano con la reconquista normanna. Conferito il titolo regio ai Normanni, il Papa li ingaggiava a “normalizzare” la situazione degli Italo-Greci.
Per i secondi, invece, la S. Sede usò una politica diametralmente opposta, spesso scontrandosi con i signori feudali e i vescovi latini nei cui territori si erano stanziati gli Arbëreshë.
Nella sua inesauribile sagacia politico-religiosa, la Sede romana proteggeva le comunità italo-albanesi di rito bizantino (molti continuano a chiamarlo “greco”) perché non aveva mai cessato di sognare l’unità dei Cristiani e la sconfitta degli Ottomani, ritenuti allora il male assoluto.
Fu, quindi, normale che venuta a libertà la Grecia, essa venisse vista come una vittoria del Cristianesimo sull’Islam e si appuntasse su di essa il desiderio di riscatto delle minoranze religiose di tradizione bizantina (molti continuano a dire “greca”) sparse in Italia e altrove.
Ma la tradizione bizantina (molti continuano a chiamarla “greca”) degli Arbëreshë non li fa greci e neppure le suppliche rivolte a Ottone I di Grecia anche dagli alunni arbëreshë del Collegio Greco li trasforma, per incanto, da arbërori a elleni.
Nihil novi! Non si rivolgevano agli Czar di Russia tanti nostri papades ( ne cito uno: papas Giuseppe Musacchia +1910) ogni qualvolta si avevano screzi con gli Ordinari latini?
Infine:
- una considerazione: la legge italiana di salvaguardia delle Minoranze linguistiche è equamente estesa a “greci” e “albanesi” , due distinti gruppi linguistici storici;
- una domanda: che interesse ha il buon VIRGILIO AVATO a negare la lapalissiana evidenza che, nel gergo ecclesiastico di una volta, “greco”, oggi bizantino, è in opposizione a “latino” e pertanto, la grande famiglia bizantina ammette greci, ciprioti, serbi, montenegrini, rumeni, russi, arabo-melchiti, albanesi … e Arbëreshë, ognuno con la propria identità etnica e linguistica?
- un richiamo al Concilio: nel dialogo ecumenico, più chiara è l’identità dei dialoganti, maggiori saranno i frutti dell’intesa.
Non sarà appiattendosi, peggio mimetizzandosi su una vaga grecità “avatiana” o su una riaccesa latinità “gallariana” che la nostra piccola, ma gloriosa CHIESA ABRËRESHE raccoglierà frutti ad maiorem Dei gloriam et ad unitatem christianorum fovendam.


Palermo, 21.11.2017 
 zef chiaramonte

martedì 14 novembre 2017

Zef Chiaramonte. Per un Comitato italo-albanese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo quanto
in data odierna pervenutoci (sebbene datato 5 luglio u.s.)
1
COMITATO ITALO-ALBANESE
PRO ERIGENDA METROPOLIA ECCLESIASTICA


Chi siamo: un gruppo di credenti laici arbëreshë al di qua e al di là dello Stretto;

Cosa vogliamo: la creazione di una Metropolia della Chiesa Italo-Albanese;

Perché: al riconoscimento dell’autonomia dell’Eparchia di Piana degli Albanesi nel 1967, dopo quella di Lungro nel 1919, segua il naturale coronamento della storia ecclesiastica degli Albanesi d’Italia di tradizione bizantina (cfr. Archim. Papas Marco Mandalà, 1905-1975).

Lungro-Piana degli Albanesi, 14.11.2017

La visita che L’Eparca di Lungro in Calabria, ha reso nei giorni scorsi all’Arcivescovo della Chiesa Ortodossa Autocefala di Grecia, ancorché lodevole sotto l’aspetto dei rapporti amichevoli tra osservanti la stessa tradizione costantinopolitana, viene pubblicizzata come evento epocale (di una delle componenti) della Chiesa Arbëreshe d’Italia.
In realtà si tratta della replica di un’altra consimile visita, allora etichettata come “Crociera della fraternità”, resa circa quarant’anni fa da parte dell’altra componente della Chiesa Arbëreshe: l’Eparchia di Piana degli Albanesi in Sicilia.
L’elemento che tutte e due le caratterizza è, purtroppo, una assoluta “idiotìa”: infatti, ognuna delle componenti, all’insaputa e, quindi, senza il minimo coinvolgimento dell’altra, presenta se stessa come rappresentante dei fedeli arbëreshë di tradizione bizantina, non tralasciando, però, tutte e due le componenti, di appiattire la fisionomia albanese su quella greca, attraverso l’insistita confusione tra bizantinità e grecità.
Solo chi non conosce la storia dei Balcani non sa quanto sia costato (e potrebbe ancora costare), in termini di vite umane di guerre, vessazioni e di sradicamenti, questa confusione!
È risaputo che quello Bizantino, come prima il Romano e, poi, l’Ottomano, era uno Stato multietnico, e il fatto che gli Arbëreshë in esso, e poi fuori di esso, seguissero e seguano la tradizione ecclesiastica bizantina, non li rende greci.
Noi, laici cristiani arbëreshë non riusciamo ancora a capire quali ragioni spingano, ancora oggi, i nostri prelati a tale appiattimento, invece di curare le nostre vere radici, già chiaramente indicate, nel Settecento, dal servo di Dio Padre Giorgio Guzzetta nella sua opera De Albanensibus Italiae rite excolendis ut sibi totiquae S. Ecclesiae prosint. e da Paolo Maria Parrino nel De perpetua consensione Albanensis Ecclesiae cum Romana…
Opere recentemente ben studiate e scientificamente riprese da Mons. Gasper Gjini nella sua tesi di dottorato alla Pont. Università Gregoriana dal titolo Dioqeza e Shkup-Prizrenit nëpër shekuj.
Al fine di ribadire l’apax, l’unicità della posizione ecclesiastica degli Arbëreshë nell’ecumene cristiana, e desiderando finalmente una tangibile unità delle due componenti della Chiesa Arbëreshe che, nonostante la celebrazione di sinodi intereparchiali, continuano a cercare koinonìe con i lontani tralasciando l’agape fraterna tra prossimi, il nostro Comitato nel corso del presente anno di grazia ha elaborato, e ultimamente fatto recapitare, un Appello a Papa Francesco, il cui testo viene ora pubblicato nella sua interezza e autenticità per denunziarne plagi e scansare dicerie untorie.


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COMITATO ITALO-ALBANESE
PRO ERIGENDA METROPOLIA ECCLESIASTICA

A Sua Santità
FRANCESCO
Papa di Roma


Santità,
siamo dei fedeli laici della Chiesa Italo-Albanese che intendiamo supplire al prolungato tentennamento del nostro Clero nella ricerca di nuove modalità atte a rinsaldare, oggi e nel futuro, la nostra particolare Comunità ecclesiale di origine albanese e di tradizione bizantina.
Non potendo confidare nell’aiuto della Conferenza Episcopale Italiana, istituzione recente e pertanto immemore della nostra storia, né in quello della Congregazione Orientale perché non risponde alle reiterate istanze di nostri esponenti, ci rivolgiamo direttamente a Lei, Santità, consci come siamo che la prosecuzione della nostra esperienza di cristiani orientali, fortemente legati a Roma, dipenda unicamente dalla saggezza della Santa Sede e della Santità Sua.

PREMESSE
In Italia vivono da oltre 550 anni cittadini italiani di lingua albanese e di tradizione canonico-liturgica orientale: essi chiamano se stessi ARBËRESHË e hanno resistito alla latinizzazione occorsa ad altri Arbëreshë.
La loro esistenza di esuli riparati in Italia davanti all’invasione ottomana dell’antica Patria è stata abbastanza travagliata, soprattutto dal versante religioso.
La Sede Romana, tuttavia, ha sempre cercato di proteggere le loro Comunità contro i soprusi delle signorie locali e gli empiètements dell’episcopato latino, successivi all’interruzione dei rapporti degli Arbëreshë con la gerarchia di provenienza.
Infatti, molto prima che la Repubblica Italiana riconoscesse loro lo status giuridico di Minoranza Linguistica Storica (Legge 15 dicembre 1999, n. 482), la Santa Sede aveva istituito per loro il Collegio Greco di Roma. nel sec. XVI, poi, due “Vescovi Ordinanti per il Rito Greco” e due Collegi di studi a San Demetrio Corone (CS) e a Palermo, nel sec. XVIII.
In seguito (sec. XX), la S. Sede creò due Eparchie, a Lungro (CS) e a Piana degli Albanesi (PA), annoverandole nell’Annuario Pontificio come “Chiesa Italo-Albanese”, unitamente all’antico Monastero italo-greco di Santa Maria di Grottaferrata. Anche questo Monastero, abitato ultimamente a maggioranza da monaci italo-albanesi, ha ricevuto le migliori cure da parte dei Pontefici Romani, sino a diventare “esarchico” o abbazia nullius.
Queste tre Circoscrizioni ecclesiastiche, prendendo l’abbrivio dal Concilio Vaticano II che ha tanto riconosciuto e lodato il ruolo delle Chiese Orientali, avrebbero dovuto presentare subito istanza alla Suprema Autorità per costituirsi in Metropolia. Si sarebbe sanato, così, un vulnus che vede gli Italo-Albanesi, cronologicamente i più antichi orientali cattolici, ancora privi di un requisito canonico tradizionale presso ogni Chiesa Orientale in comunione col Vescovo di Roma (Patriarcato, Arcivescovato Maggiore, Metropolia).
Si tenga conto che gli Albanesi d’Italia son da sempre in comunione con Roma, seguendo in ciò la linea della Chiesa Illirica sino alla crisi iconoclasta, poi ripresa col Concilio di Firenze. Essi, pertanto, non sono “uniati”, ma “ortodossi con Roma” e costituiscono un unicum nella storia della Chiesa universale, la cui conservazione, che ascriviamo a speciale merito della Chiesa di Roma, va preservata.
Ultimamente (2004/2005), le tre Circoscrizioni hanno celebrato insieme un Secondo Sinodo Inter-eparchiale, i cui deliberata sono stati promulgati da Papa Benedetto XVI nel 2010.
La modalità sinodale seguita in tale consesso e le deliberazioni adottate, ci sembravano finalmente la naturale prefigurazione di una METROPOLIA.
Neppure stavolta, inopinatamente, tale richiesta è stata avanzata dai nostri Ordinari!

OSSERVAZIONI
A questo Comitato pare che a scoraggiare tale richiesta sia soprattutto il Dicastero cui compete l’alta tutela delle Chiese Orientali Cattoliche nel mondo che, a nostro parere, da tempo non tutela abbastanza la nostra Chiesa Italo-Albanese, non curandone sufficientemente la preparazione dei futuri presbiteri che, in Sicilia, rientrano in diocesi ignari e quasi sprezzanti delle tradizioni del popolo cristiano di appartenenza, e nominandovi, come da tempo va facendo a Piana degli Albanesi, Ordinari, Delegati, Amministratori Apostolici che non riescono a dare impulsi rigeneratori alla spiritualità di questa porzione della Chiesa Arbëreshe, alla sua liturgia, alle tradizioni, agli usi, ai costumi, alle lingue e ai canti liturgici: tutte preziose espressioni e testimonianze di fede cristiana, vissute in situazione di minoranza e non raramente di avversione.
Anche se cultore di ipotetiche future novazioni amministrative concepite, a quanto pare, nell’ambito della suddetta Congregazione, senza la consultazione dei presbiteri e del Popolo di Dio, non ci sembra opportuno che l’attuale Vescovo/Eparca di Piana degli Albanesi sottovaluti e discrimini quanto da noi amorevolmente conservato per secoli, mentre è risaputo che antropologia e pastorale indicano nelle sane tradizioni di un popolo l’ancoraggio per una nuova evangelizzazione.
A tal proposito preme segnalare che le forme peculiari dell’esperienza cattolica orientale, presente in diverse realtà culturali ed ecclesiali italiane, non possono essere individuate tout court in un precostituito generale ed unico quadro teo-ideologico. Non si possono giustificare realtà recenti, che possono anche apparire troppo artificiali, con quelle autentiche radicate in Italia su solide basi ecclesiologiche, storiche e culturali.
Si ha, altresì, l’impressione che, instaurati rapporti diretti con l’Ortodossia greca e slava, la Congregazione Orientale veda, ora, la Comunità Italo-Albanese, Chiesa orientale storicamente e geograficamente più prossima alla Sede Romana, come un peso e non più come una risorsa, dimentica di un passato ricco di collaborazioni e di servizi alla causa dell’ecumenismo, come ebbero a sottolineare il Beato Papa Paolo VI, il Santo Papa Giovanni Paolo II e il Papa emerito Benedetto XVI.
Su questa linea “eversiva”, più che pastorale, ci sembra elargita la nomina all’attuale Vescovo di Piana degli Albanesi, sulla cui opportunità chiediamo un riesame.
Non ci possiamo rassegnare a diventare i destinatari di un anatema, né di un vero genocidio cultuale e culturale! Che richiamano i tempi del post Concilio di Trento, quando, se non riusciva la latinizzazione di questa Comunità, per non chiamarla Chiesa veniva inventato il termine riduttivo di Rito.

Tutto quanto sopra premesso e considerato,

QUESTO COMITATO

interpretando la coscienza comune e l’attuale senso di smarrimento degli Italo-Albanesi davanti al tradimento dei loro più profondi sentimenti e di una storia ormai plurisecolare, si permette di richiamare alla mente della Santità Sua:

- il “patto di fedeltà” non scritto, ma diuturno, tra gli Arbëreshë e la Sede Romana;
- il servizio da loro reso alla Santa Sede con le missioni cattoliche in Albania durante la dominazione ottomana;
- il loro impegno nell’avere “anticipato il moderno ecumenismo” (Paolo VI);
- la fedeltà degli Arbëreshë allo Stato Italiano, alla cui formazione unitaria e democratica hanno contribuito con propri esponenti di spicco;
- la loro testimonianza della Chiesa indivisa, quale ultimo frammento di quell’antica Chiesa Illirica, di fondazione paolina, di tradizione orientale, sempre in comunione col Vescovo di Roma dal quale furono forzosamente separati con la crisi iconoclasta, ma alla cui comunione tornarono senza indugi con il mai rinnegato Concilio di Firenze;
- il ruolo di identità religiosa culturale e civile che gli Albanesi d’Italia di tradizione costantinopolitana, se pastoralmente e culturalmente ben guidati e rappresentati, continueranno a svolgere nei confronti del mondo albanese e balcanico, quale anamnesi dell’epoca preottomana, rivolge

APPELLO ALLA SANTITA’ SUA

che tanto apprezzamento mostra verso il Popolo Albanese, del quale siamo antico ramo e gjak i shprishur=sangue sperso, verso la sua tradizionale tolleranza religiosa e verso i suoi Santi e Martiri antichi e recenti, perché si proceda all’erezione della

METROPOLIA DELLA CHIESA ITALO-ALBANESE

affidando alla figura del Metropolita la funzione di capo-rito così come all’Arcivescovo di Milano è affidata la medesima funzione per il Rito Ambrosiano

La ringraziamo, Santità, per l’attenzione che vorrà dedicare alla nostra richiesta e devotamente imploriamo la Sua apostolica benedizione.

Piana degli Albanesi – Lungro, 5 luglio 2017

     IL SEGRETARIO                                                 IL PRESIDENTE
Prof. Giuseppe Chiaramonte. bibliot.                                  Salvatore La Barbera, ufficiale r.t.

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KOMITETI ITALO-ARBËRESH
PRO ERIGENDA METROPOLIA ECCLESIASTICA”



Shenjtërisë së Tij
FRANCESKUT
Papa i Romës


Shenjtëri,
jemi besimtarë katolikë laikë të Kishës Arbëreshe që duam t’Ju lutemi mbi ngurrimin e tejzgjatur të Klerit tonë në kërkimin e mundësive të reja për të forcuar, për sot dhe për të ardhmen, veçantinë e Bashkësisë sonë fetare me origjinë shqiptare dhe me traditë bizantine.
Duke mos mundur që të kemi ndihmën e Konferencës Ipeshkvnore Italiane, institucion relativisht i ri dhe që nuk e njeh sa dhe si duhet historinë tonë të shkuar, dhe as të Kongregacionit për Kishët Lindore që nuk i është përgjigjur kërkesave të përsëritura të eksponentëve tanë, po iu drejtohemi dretpërdrejt Juve, Shenjtëri, të vetëdijshëm që vazhdimësia e përvojës sonë si të krishterë të traditës lindore të lidhur fort me Romën, varet nga urtësia e Selisë së Shenjtë dhe e Shenjtërisë suaj.

HYRJE
Në Itali jetojnë nga më shumë se 550 vjet qytetarë italianë me prejardhje dhe gjuhë shqiptare dhe me tradita kanonike-liturgjike bizantine: ata quhen ARBËRESHË dhe i kanë rezistuar latinizimit të pësuar nga arbëreshë të tjerë.
Ekzistenca e tyre si të shpërngulur në Itali nga pushtimi turk-osman i atdheut ka qenë problematike, sidomos në aspektin fetar. Megjithatë, Selia e Shenjtë i ka mbrojtur gjithnjë komunitetet arbëreshe nga padrejtësitë e sundimtarëve vendas dhe të empiètements të ipeshkvinjve latinë, mbas ndërprerjes së çdo marrëdhënjeje të arbëreshëve me hjerarkinë kishtare të vendit amë.
Në fakt shumë kohë më përpara që Republika Italiane të njihte statusin e tyre juridik si Pakicë Gjuhësore Historike (Ligji 15 dhjetor 1999, n. 482), Selia e Shenjtë kishte ngritur për ta Kolegjin Grek të Romës në shekullin XVI dhe, më vonë, në shekullin XVIII, dy “Ipeshkvinj Shugurues për ritin Grek” (nënkupto: arbëresh) dhe dy Kolegje studimi në Shën Mitër Koronë (San Demetrio Corone – CS) dhe në Palermo.
Në vijim, shek. XX, Selia e Shenjtë krijoi dy Eparki: në Ungër (Lungro - provinca e Kozencës) dhe në Piana degli Albanesi (Hora e Arbëreshëvet - provinca e Palermos), duke i shënuar në Vjetorin Papnor si “Kisha Italo-Shqiptare”, sëbashku me Abacinë (Manastirin) italo-greke të Shën Mërisë së Grottaferrata-s. Edhe kjo Abaci (ky Manastir), e banuar në kohët e vona më së shumti nga murgj me prejardhje arbëreshe, ka patur përkujdesjet më të mëdha nga Papët e Romës, deri në shpalljen “hezarkike” apo abaci nullius.
Këto tri Qarqe fetare, duke marrë shkas nga Koncili i Dytë i Vatikanit, që ka njohur dhe lavdëruar rolin e Kishave Lindore, do të ishte dashur që të shfaqnin menjëherë instancë Autoritetit Suprem për t’u bashkuar në një Mitropoli. Do të ishte korrigjuar kështu një vulnus që bën që komuniteti më i vjetër lindor) katolik i pranishëm në Itali, siç është ai arbëresh, të jetë ende pa një institucion kanonik tradicional siç e ka çdo Kishë Lindore në bashkim me Ipeshkvin e Romës: Patriarkanë, Kryeipeshkvi, Mitropoli.
Të kihet parasysh që Arbëreshët e Italisë kanë qenë dhe janë gjithmonë të bashkuar me Kishën e Romës, duke ndjekur me këtë linjën e Kishës Ilirike deri në krizën ikonoklaste të rimarrë përsëri me Koncilin e Firences. Ata nuk janë “uniatë”, por “ortodoksë me Romën” dhe përbëjnë një rast tepër të veçantë, një unicum në historinë e Kishës Universale, ku një meritë të veçantë për këtë ka Kisha Katolike e Romës, mbrojta e të cilit duhet garantuar.
Së fundi (në vitet 2004-2005), të tri Qarqet Kishtare kanë celebruar sëbashku një Sinod Ndërheparkial, vendimet e të cilit janë miratuar nga Papa Benedikti i XVI-të në vitin 2010.
Mënyra sinodale e ndjekur në këtë kontekst dhe vendimet e marrura në të, na dukeshin si përfytërimi i një angazhimi që në mënyrë natyrore do të çonte në formimin e një MITROPOLIE.
Për fat të keq, as në këtë rast nuk u shtrua një kërkesë e tillë nga Ipeshkvinjtë tanë.

VEREJTJE
Ai që nuk ka inkurajuar një kërkesë të tillë, siç i duket këtij komiteti, është Dikasteri të cilit i përket mbrojta e Kishave Lindore katolike në botë që, sipas mendimit tonë, tash disa kohë nuk mbron sa duhet Kishën tonë Arbëreshe, duke mos përgatitur sa dhe si duhet klerin, formimi i të cilit lë për të dëshiruar, si për shembull në Siqili, ku arrijnë në dioçezë pa i njohur dhe gati duke përbuzur traditat e popullit të cilit i përkasin, apo duke emëruar, siç ka bërë tash disa kohë në Piana degli Albanesi (Hora e Arbëreshëvet), Delegatë, Administratorë Apostolikë etj., të cilët nuk arrijnë që t’i japin impulse përtëritëse shpirtit të kësaj pjese të Kishës Arbëreshe, traditave e zakoneve të saj, gjuhëve dhe këngëve liturgjike: të gjitha këto shprehje dhe dëshmi të fesë së krishterë, të jetuara në gjendje pakiceje dhe shpesh herë të vëna në shënjestër.
Edhe pse lëvrues i risive ipotetike të ardhshme administrative të menduara, me sa duket, brënda këtij Kongregacioni, të paramenduara pa konsultimin e klerit dhe të popullit, nuk na duket e udhës që Dhespoti aktual i Eparkisë së Horës së Arbëreshëvet (Piana degli Albanesi) të nënvleftësojë dhe të diskriminojë çdo gjë që ne me dashuri dhe përkushtim kemi ruajtur në shekuj, kur është botërisht e njohur që antropologjia dhe baritorja na tregojnë që në traditat e shëndosha të një populli qëndron baza për një ungjillizim të ri.
Në mënyrë të veçantë duam të sinjalizojmë që format e ndryshme të veçanta të eksperiencës katolike orientale, të pranishme në realitete të ndryshme kulturale dhe fetare në Itali, nuk mund të bashkohen tout court në një kuadër të vetëm teo-ideologjik të parapërgatitur artificialisht. Nuk mund të justifikohen krijesa të tilla hibride, të ndërtuara nga bashkimi i elementëve të ardhur si pasojë e ndryshimeve gjeo-politike të reja, me realitete autentike që kanë zënë rrënjë në Itali mbi baza të qëndrueshme fetare, historike dhe kulturore.
Na duket se, me t’u vendosur marrëniet e drejtpërdrejta me Ortodoksinë greke dhe sllave, Kongregacioni Oriental e sheh tani Bashkësinë Arbëreshe, Kishë orientale historikisht dhe gjeografikisht më e afërta me Selinë e Romës, si një peshë dhe jo më si një burim, duke harruar të shkuarën aq të pasur me bashkëpunime dhe shërbime për kauzën e ekumenizmit, siç e kanë theksuar i Lumi Papa Pali VI, Papa Shejt Gjon Pali II dhe Papa Benedikti XVI.
Sipas kësaj linjeje, më tepër “eversive” sesa pastorale, na duket se është ideuar emërimi i Dhespotit aktual të Horës së Arbëreshëvet, për çka kërkojmë një shqyrtim për të verifikuar se një zgjedhje e tillë është bërë me vend apo jo.
Nuk mund pranojmë të bëhemi destinatarë të një anateme (mallkimi) as të një gjenocidi të vërtetë të ritit dhe kulturës sonë! Që na bën të kujtojmë kohën, fill mbas Koncilit të Trentos, kur, nëse nuk arrihej latinizimi i kësaj Bashkësie, për të mos e quajtur Kishë ishte zbuluar termi zvogëlues Rit.

duke konsideruar të gjitha këto

KY KOMITET

duke interpretuar ndërgjegjen e përbashkët dhe ndjesinë e tanishme të përhumbjes që ndjejnë Arbëreshët përpara tradhëtisë së ndjenjave të tyre më të thella dhe të historisë shumëshekullore, dhe duke i kujtuar Shenjtërisë Suaj:
- “marrëveshjen e besnikërisë”, jo të shkruar, por të mbajtur gjallë tash qindra vjet ndërmjet Arbëreshëve dhe Selisë së Romës;
- shërbimin e bërë prej tyre ndaj Selisë së Shenjtë me misionet katolike në Shqipëri gjatë pushtimit otoman;
- përkushtimin e tyre “që herët në ekumenizmin modern” (Papa Paolo VI-të);
- besnikërinë e Arbëreshëve ndaj Shtetit Italian, për formimin dhe demokratizimin e të cilit kanë kontribuar me eksponentë të tyre të shquar;
- dëshminë e tyre si pjestarë të Kishës së pandarë, fragmenti i fundit i asaj Kishe Ilirike lindore, të formuar nga shën Pali, me traditë lindore e perëndimore, gjithmonë në bashkim me Ipeshkvin e Romës nga i cili u shkëputën me forcë nga ikonoklasmi, por nga i cili u kthyen pa ngurrim me asnjëherë të mohuarin Koncil i Firencës;
- rolin e identitetit fetar, kulturor dhe civil që Arbëreshët e Italisë të traditës bizantine, nëse do të jenë të udhëhequr mirë nga ana baritore dhe kulturore dhe të përfaqësuar mirë në nivelin e Mitropolisë, do të vazhdojnë të luajnë në raport me Shqipërinë dhe Ballkanin, si një kujtim i epokës së para pushtimit turk,

i drejton

APEL SHENJTERISE SUAJ

që aq shumë e do Popullin Shqiptar, degë e vjetër dhe “gjak i shprishur” i të cilit jemi, për tolerancën fetare që ushtron dhe për Martirët e vjetër dhe të rinj të tij,

që të ngrihet

MITROPOLIA E KISHËS ARBËRESHE TË ITALISË

duke i besuar figurës së Mitropolitit funksionin e Kryetarit të Ritit ashtu siç i njëjti funksion i është besuar Arqipeshkvit të Milanos për Ritin Ambrozian.
Ju falenderojmë, Shenjtëri, për vëmendjen që do t’i kushtoni kërkesës sonë dhe me devotshmëri lusim bekimin Tuaj apostolik

Piana degli Albanesi – Lungro, 5 korrik 2017


         SEKRETARI                                                                  PRESIDENTI
Prof. Giuseppe Chiaramonte. bibliot.                                Salvatore La Barbera, ufficiale r.t. (oficer në lirim)

I giornali stranieri (5)

Presidenti Meta priti Arqipeshkvin, Imzot Giorgio Demetrio Gallaro dhe profesorët Mateo Mandala dhe Francesco Altimari

13 nëntor 2017
Presidenti i Republikës, Sh.T.Z. Ilir Meta priti sot personalitetet e shquara arbëreshe, Imzot Giorgio Demetrio – Gallaro, Arqipeshkv i “Piana degli Albanesi”, Profesor Mateo Mandala – Universiteti i Palermos dhe Profesor Francesco Altimari – Universiteti i Cozencas.
Presidenti Meta vlerësoi kontributin e jashtëzakonshëm të profesorëve të nderuar arbëreshë në fushën e studimit të gjuhës shqipe dhe të shkencave të Albanologjisë dhe rolin frymëzues shpirtëror në “Piagna degli Albanesi” të Arqipeshkvit Imzot Gallaro.
“Elita intelektuale e arbëreshëve të Italisë, me përkushtimin dhe dashurinë ndaj mëmëdheut të tyre, kanë rol të pazëvendësueshëm në ruajtjen e gjuhës, traditave, dokeve e riteve të të parëve, si dhe përcjelljen e tyre te brezat e rinj,” – nënvizoi Presidenti Meta gjatë takimit.
Presidenti Meta theksoi rëndësinë që ka jo vetëm për arbëreshët dhe shqiptarët, por edhe për Italinë si dhe për kulturën botërore, trashëgimia e komunitetit arbëresh, historia, traditat e tyre si një vlerë jomateriale e kulturës botërore në kuadër të UNESCO-s.
Presidenti Meta vuri në dukje rëndësinë e bashkëpunimit me komunitetin arbëresh, intelektualët dhe shoqatat e tyre në Itali për të organizuar aktivitete të përbashkëta në kuadër të vitit të Skënderbeut, të kësaj figure përbashkuese dhe emblematike për kombin tonë
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lunedì 30 ottobre 2017

Zef Chiaramonte. 80° anniversario della creazione dell’Eparchia di Piana degli Albanesi

Prof Zef Chiaramonte: 80° anniversario della creazione dell’Eparchia di Piana degli Albanesi,  centro di identità etnica e spirituale. 
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L’Eparchia di Piana degli Albanesi, che celebra l’80 anniversario della fondazione, è un centro di forte identità etnica e spirituale. Col Prof. Zef Chiaramonte parliamo del programma previsto per celebrare tale evento e per percorrere le tappe fondamentali del cammino storico degli Arbëreshë di Sicilia-

L’Eparchia di Piana degli Albanesi in Sicilia celebra l’80-mo anniversario della fondazione. 
L’Eparchia, ovvero Diocesi, di Piana degli Albanesi fu fondata con la Bolla “Apostolica Sedes” del 26 ottobre 1937 dal papa Pio XI. 
Tale istituzione ecclesiastica fu creata per i fedeli di tradizione bizantina della Sicilia. 
Con detta Bolla la cittadina di Piana degli Albanesi diventava sede della nuova Eparchia e la chiesa di San Demetrio veniva elevata alla dignità di Cattedrale.  
Questa Eparchia, dopo quella di Lungro in Calabria, costituisce la seconda componente della Chiesa Italo-Albanese e  è  composta dalle cinque cittadine arbëreshe di Sicilia. 
Ricordiamo che queste due Epachie di tradizione bizantina in Italia rappresentano il coronamento di una secolare aspirazione nello sviluppo della presenza storica degli Arbëreshë.       
Giunti in Italia a partire dalla fine del XV secolo, solo nel XVIII  poterono avere dei Vescovi propri, i quali, tuttavia non erano ordinari, non avevano potere di giurisdizione né di direzione della loro vita spirituale, ma si limitavano a ordinare il nuovo clero e a salvaguardare e perpetuare la tradizione culturale ed ecclesiastica arbëreshe.
In seguito, nel 1919, la comunità arbëreshe di Calabria ottiene l’Eparchia con un vescovo ordinario, con sede a Lungro (CS), mentre la comunità di Piana degli Albanesi (PA) ottiene tale diritto nell’anno 1937.
Quando parliamo del mondo arbëresh sotto l’aspetto ecclesiastico, dobbiamo anche ricordare la comunità monastica di Grottaferrata, dove la maggioranza dei monaci è di origine arbëreshe. Tale Monastero è legato alle due Eparchie arbëreshe in quanto tutte e tre queste circoscrizioni ecclesiastiche seguono la liturgia e la tradizione bizantina.

Il riconoscimento canonico degli Arbëreshë da parte della Santa Sede di Roma è l’apprezzamento di una storia semimillenaria dei fratelli Arbëreshë a partire dall’epoca di Giorgio Castriota Scanderbeg, quando, minacciati come popolo e come cristiani dall’occupatore ottomano, sono stati costretti ad abbandonare la Patria.
Da allora ad oggi, la storia degli Arbëreshë si snoda sul suolo italiano, mantenendosi fedele al ricordo dell’antica patria e all’ubbidienza verso la Santa Sede, dando inoltre uno straordinario contributo in campo culturale e patriottico.

Nel 1999 gli Arbëreshë sono stati riconosciuti come Minoranza linguistica dalla Repubblica Italiana, mentre dal punto di vista ecclesiastico, secondo il Prof. Chiaramonte, coltivano l’aspirazione a costituirsi in Metropolia della Chiesa Arbëreshe  d’Italia.
Kisha shqiptare
24/10/2017 11:41
(traduzione italiana dall’originale in lingua albanese)

venerdì 13 ottobre 2017

Zef Chiaramonte. A proposito di uno studio curato (nel 2003) presso il Pontificio Istituto Orientale


Facendo seguito alla nota apparsa due giorni fa sul Suo blog, circa l'(in)opportunità di nominare eparchi bizantini provenienti dalla tradizione latina, va detto che, certamente l’appartenenza "confessionale" prevale sulla "tradizione". Nell'ambito della cattolicità un vescovo-ordinario latino equivale a un eparca bizantino.
Ma qual'è la ratio perché a un vescovo latino (o pseudo-bizantino) si assegni un'Eparchia bizantina? Oppure perché si dia un vescovo bizantino a una Diocesi latina (ipotesi, quest'ultima, invero mai praticata!)?
Dovrebbe trattarsi di un caso eccezionale, come quello dell’attuale Arcivescovo della Chiesa Ortodossa d'Albania, nominato dall'esterno in quanto non c'era clero indigeno alla conclusione del ciclo comunista.
Per quanto riguarda le eparchie italo-albanesi, non essendo periti tutti i sacerdoti celibi della Chiesa Arbëreshe, ché, anzi, se ne era appena formata una terna per la nomina a vescovo-eparca di Lungro, non esiste alcuna ratio che abbia potuto presiedere alla nomina, dall'esterno, dell'attuale vescovo-eparca di Piana degli Albanesi.
Questo lo sa fin troppo bene la Congregazione Orientale ( e non il Papa, quale?) che, creato artificialmente un problema a Lungro con l'inutile intermezzo dell'Amministrazione apostolica latina, invece di provvedere a Piana con un candidato della terna di Lungro, ha fatto circolare un nome peregrino.
A maggior disdoro del Dicastero che è chiamato a promuovere le Chiese Orientali, esso ha fatto circolare tale nome ben due anni prima delle dimissioni del suo predecessore, Mons. Sotir Ferrara, quando papa era ancora Benedetto XVI !
Se ne deve concludere che esso Dicastero non promuova l’orientalità delle chiese affidate alle sue cure e promuova, invece, solo persone di proprio esclusivo gradimento?
Con tutto il rispetto per l’Interessato.
Palermo, 13 ottobre 2017
Zef Chiaramonte

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Precisazione del Blog.
Abbiamo appreso di questo "studio" e ne abbiamo riferito. Nient'altro.
Sarebbe utile conoscere nei dettagli anche il contenuto.

martedì 10 ottobre 2017

I giornali stranieri (2)

Periodicamente riporteremo stralci di articoli di lingua inglese, francese, spagnola e pure albanese. Sforzarsi a capire aiuta ad imparare la lingua.
Gli argomenti saranno di politica, economia e scienze, comunque brevi.
Zëri i Kosovës 
është gazetë shqiptare në Kosovë, 
KOLIQI ringjalli ndërgjegjen arbëreshe
25 GUSHT 2017 • 08 : 30 • AUTORI: BARDH FRANGU
SHPËRNDAJE:
Arbëreshi nga Sicilia, Zef Kjaramonte (1946), është njëri nga arbëreshët më të vjetër të Seminarit Ndërkombëtar të Gjuhës, Letërsisë dhe Kulturës Shqiptare që tani për herë të 36 mbahet në Prishtinë.
Për gazetën "Zëri" Zefi ka folur  me pasion për historinë dhe përpjekjet e mbijetesës identitare të arbëreshëve të Italisë. Si studiues i Evropës Lindore është pajisur me njohuri të shumta për Ballkanin e në veçanti për shqiptarët. Duke studiuar "Mesharin" e Buzukut nga këndvështrimi historik, Zefi ka mësuar shumë për historinë e shqiptarëve në përgjithësi dhe të arbëreshëve në veçanti.
I lindur në Santa Kristina Gela të Sicilisë, ka kujtuar fëmijërinë e tij, përkatësisht moshën kur për herë të parë ka nisur të interesohet për identitetin e tij.
"Deri në moshën 11 vjeçare nuk e dija pse flisja arbërisht, ndërsa na quanin grek. Pas klasës së pestë shkova në një shkollë të horës së arbëreshëve që ndodhej katër kilometra larg. Atje, nipi i Pal Skiroit, zbuluesit të "Mesharit" të Buzukut, Papa Gjergji Skiroi, një herë në javë na jepte mësim në arbërisht. Këtu mësuam si shkruhet arbërishtja. Dhe mund të them se nga kjo kuptova se kush jam", thotë Zefi, i cili tashmë jo vetëm që e flet për mrekulli gjuhën shqipe, por edhe merret me studimet rreth saj.
Kujton Zefi pastaj kalimin tek Manastiri Greto Fortes, që ishte një lice klasik, ku mësohej edhe arbërishtja. Po në kujtesën e tij si përmendore qëndron figura e Ernest Koliqit, me të cilin u njoh dhe u miqësua në kolegjin grek. "Ditën e shtunave vinte Ernest Koliqi dhe na mbante mësim në gjuhën shqipe. Kishte edhe arbëresh të tjerë që ndiqnin mësimet e Koliqit. Koliqi nuk na mësonte vetëm gjuhë, por edhe histori të shqiptarëve. Në këtë mënyrë na e forconte ndjenjën kombëtare. Them me sigurinë më të madhe se Koliqi ringjalli ndërgjegjen arbëreshe. Na motivoi të shkruanim edhe në revistën e tij "Shejza". Kështu shumë arbëreshë u bënë bashkëpunëtorë të revistës së tij", kujton Zefi, ndërsa flet me shumë admirim për punën e palodhshme të Koliqit, të cilin në këtë mënyrë edhe e kishte bërë mik të dashur shumë.
Zefi kujton sesi pesëqindvjetori i vdekjes së kryeheroit të shqiptarëve, Gjergj Kastriotit Skënderbeut, kishte ndikuar shumë jo vetëm në forcimin e identitetit të tij, por edhe të arbëreshëve në përgjithësi.
"U bë një manifestim i madh në Romë, por edhe në Sicili. Për herë të parë në Bazilikën e Shën Pjetrit u mbajt meshë në arbërisht. Kjo bëri që të krijohet një frymë e re tek arbëreshët. Në këtë manifestim të madh edhe njoha fytyrat më të rëndësishme të diasporës shqiptare", shprehet me nostalgji Zefi.
Për Kosovën thotë se për herë të parë ka dëgjuar nga një pejan që e ka takuar në sheshin e Roms, ndërsa vizita e tij e parë ishte në vitin 1976.
"Ai që më priti në Kosovë ishte Ymer Jaka, ndërsa u njoha me emra të rëndësishëm të dijes dhe kulturës shqiptare, si me Idriz Ajetin, Ali Aliun, Esad Mekluin, Anton Çettën, Mark Krasnqin, Ibrahim Rugovën, etj. Po Simon Shirokën e bëra mikun tim më të mirë", kujton Zefi.
Me Rugovën kishte një raport më të veçantë, sepse kishte pasur rastin të ishte edhe përkthyes i tij.  "Si korrespodent i radio Vatikanit që isha, dola dhe  prita refugjatët që erdhën nga Kosova në Itali. Kur erdhi t'i vizitojë Rugova, unë përktheva për të, ndërsa ai në shenjë miqësie tha si me shaka se unë isha përkthyesi i tij personal", kujton Zefi, duke folur më gjatë për përvojat e tij me refugjatët nga Shqipëria në vitin 1991 dhe me refugjatët nga Kosova në vitin 1999.
"U thosha edhe atyre në Itali se refugjatët shqiptarë nga Shqipëria dhe Kosova nuk ishin të njëjtë. U thosha se këta nga Kosova kanë ikur nga dhuna e okupatorit dhe me t'u çliruar vendi i tyre do të kthehen të gjithë. Dhe kështu ndodhi vërtet", kujton Zefi atë kohë të dyndjes së madhe të shqiptarëve.
Arbëreshi nga Sicilia e pranon se Seminari Ndërkombëtar për Gjuhën, Letërsinë dhe Kulturën Shqiptare ka pasur ndikim të jashtëzakonshëm tek arbëreshët. Ndërsa në pyetjen tonë se cila është gjendja aktuale e arbëreshëve të Italisë, Zefi vihet në një dilemë të madhe.
"Dy tendenca zhvillohen njëkohësisht; ajo e ruajtjes dhe ajo e zhdukjes. Kjo është më shumë në duart e politikanëve të dy shteteve, Shqipërisë dhe Kosovës, në veçanti të atyre të Shqipërisë, të cilët duhet të bëjnë më shumë për arbëreshët e Italisë. Po vështirë është të kërkosh më shumë nga politikanë inferiorë, që në Itali vijnë si lypsa. Dihet se ne arbëreshët jemi ortodoks me Romën, ndaj ka rëndësi shumë që nëpër kishat tona mesha të mbahet në arbërisht dhe kjo e drejtë duhet t'u takojë arbëreshëve", shprehet Zefi shumë skeptik për të ardhmen e këtij komuniteti.      
Ai në seminarin e 36-të vjen me një kumtesë shumë të rëndësishme për gjuhën dhe kulturën arbëreshe. Zefi do të lexojë një kumtesë që ka të bëjë me mbishkrimet në gjuhën arbëreshe, dëshmi këto që faktojnë më së miri qenien arbëreshe në Itali dhe përpjekjet e tyre për të ruajtur identitetin arbëresh. Kumtesën e tij Zefi e ka ilustruar edhe me foto nga vendet ku ekzistojnë këto mbishkrime. Sipas këtij
arbëreshi të pasionuar për gjuhën dhe kulturën shqiptare në përgjithësi, mbishkrimi më i vjetër është ai AS TRUAR GEZUAR, që gjendet afër pallatit Matranga në Horë të arbëreshëve.            
"Tek arbëreshët e Sicilisë mund të vërehet se arbërishtja është përdorur ndoshta edhe përpara botimit të "Mësuarës së krishterë" të Lekë Matrangës", pohon Zefi i impresionaur me trashëgiminë arbëreshe, por njëkohësisht edhe i dëshpëruar për të ardhmen e saj./ZERI/.
© ZËRI.INFO

venerdì 29 settembre 2017

Zef Chiaramonte. Una lettera indirizzata al canonista

Eccellenza,

ero convinto che con la Sua presenza sarebbero cessate le istituzioni "pro forma" in Eparchia.
Purtroppo così non pare!
Che senso ha, infatti, prescrivere ai signori Parroci le consultazioni per la formazione del  Consiglio parrocchiale e poi ... lasciar correre?
Alla Martorana non si è espletata alcuna consultazione!
Chi, dunque, e a che titolo partecipa oggi all'incontro da Ella convocato in vista del Consiglio Eparchiale?

Eppure Lei è un esperto canonista che ha saputo dare nuova interpretazione alla bolla di Giovanni XXIII, contraria alla prassi dei Suoi predecessori e all'istituzione del "Vescovo Ordinante per il rito greco in Sicilia".

Le ribadisco l'ossequio dovutole come successore degli Apostoli, ma non può impedirmi di avere un mio pensiero sulle faccende che non intaccano il depositum fidei.

Confido sempre nell'illuminazione del Santo Spirito per noi tutti e La saluto rispettosamente.