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martedì 19 settembre 2023

Considerazioni sulla parlata arbëreshe di Contessa Entellina -///- Avv. Domenico Cuccia

Considerazioni sulla parlata arbëreshe di Contessa Entellina


Contessa è dei tre centri siciliani in cui si parla ancora l’arbëresh quello più a rischio. I fenomeni economici e
sociali che hanno provocato la disgregazione della comunità originaria, sparsa ormai nelle americhe, con
l’emigrazione di fine 800 e primi del 900, e nell’Italia settentrionale, in Europa e in Australia, con
l’emigrazione del secondo dopoguerra, hanno provocato con la diminuzione costante della popolazione un
declino continuo del numero degli albanofoni. Contemporaneamente è aumentata la presenza dei non
albanofoni provenienti dai paesi vicini. Si è ampliata pure la tendenza di contrarre i matrimoni con coniugi
provenienti da altre zone linguistiche e l’uso, invalso tra le stesse famiglie albanofone, di non insegnare ai
figli l’albanese ma l’italiano come prima lingua.
Io stesso, che non vivo perennemente a Contessa ma a Palermo, mi rivolgo in italiano agli interlocutori di
cui non conosco la base linguistica, passando con gioia all’albanese se scopro che sanno parlare l’arbëresh.
In questo mese di settembre 2023, nel quale sono stato più presente nella mia comunità di origine, mi sono
chiesto se la parlata albanofona di Contessa abbia gli anni contati e se la nostra comunità rischia, presto, di
fare la fine di Mezzojuso e di Palazzo Adriano, ossia quella di centri di origine arbëreshe in cui si conserva
l’identità, la tradizione religiosa e culturale ma si è perso l’uso della lingua.
Devo dire che un buon lavoro è stato compiuto dagli insegnanti delle scuole elementari, originarie di
Contessa, che ancor prima dell’entrata in vigore della legge regionale n. 26 del 1998, su iniziativa di due
deputati: Francesco Di Martino di Contessa e Gianni Petrotta di Piana degli albanesi, e della legge nazionale
n. 482 del 1999, hanno iniziato a insegnare la lingua, la cultura e le tradizioni arbëreshe nelle scuole.
Purtroppo il continuo calo demografico ha provocato la perdita dell’autonomia scolastica, che la scuola di
Contessa, come scuola con la presenza di una minoranza linguistica, aveva ottenuto, riducendo di molto
l’opera positiva della scuola per la conservazione della lingua.
Ma non è tutto negativo. Ultimamente si è sviluppato tra i contessioti il fenomeno identitario. Contessa ha
ricevuto nell’ultimo ventennio la visita di due presidenti della Repubblica albanese: Rexhep Meidani e Ilir
Meta. La statua di Giorgio Castriota Skanderbeg, simbolo dell’identità nazionale albanese, opera dello
scultore contessioto Vincenzo Muratore, è stata collocata nello Spiazzo greco. Molti cittadini, per mettersi
in contatto tramite i social, con albanesi arrivati più recentemente in Italia dall’Albania e dal Kossovo,
cercano di migliorare il loro albanese, tentando di superare il gap nascente dal mancato insegnamento
dell’albanese scritto in età scolare. Non è poi del tutto vero che passata questa generazione degli anziani
nessuno parlerà più l’albanese. Ci sono dei trentenni che lo parlano ancora molto bene, alcuni presenti nel
Consiglio comunale e nella Giunta municipale.
Bisognerebbe, inoltre, distinguere tra i contessioti residenti e i contessioti che, seppure non formalmente
residenti, continuano a mantenere rapporti con la propria comunità di origine, a iniziare da quelli che
vivono nel capoluogo regionale o in centri vicini, e da quelli che, residenti in nord Italia e all’estero,
raggiungono Contessa durante i mesi estivi e la festa dell’8 settembre. Ebbene in questo periodo la lingua
prevalente ritorna a essere l’arbëresh.
Guardando alla comunità contessiota in maniera un po’ più ampia qualche speranza di sopravvivenza
culturale e linguistica, ad avviso di chi scrive, ancora c’è.
Avvocato Domenico Cuccia


sabato 5 febbraio 2022

Gli arbëreshë di Sicilia tra storia e attualità .... di Mimmo Cuccia

 Testo rimesso da Mimmo Cuccia e gia' pubblicato su Albania News.it

***

Nella seconda metà del 1400 e sino alla prima metà del 1500, la Sicilia ha accolto numerosi profughi albanesi che provenivano dalle regioni del sud dell’Albania e dal Peloponneso per sfuggire all’avanzata dei turchi ottomani.

1    I primi sbarchi

Gli albanesi vennero a ripopolare una regione che, a causa della lunga guerra tra aragonesi e angioini e alle epidemie che si erano verificate, aveva avuto un notevole decremento demografico.

Della venuta degli albanesi in Sicilia parlano vari storici siciliani e, in particolare, limitandoci a quelli che hanno scritto in un periodo temporale vicino a quello dell’avvenuta emigrazione, ricordiamo: il Fazello, nella sua opera “De Rebus Siculis”, e successivamente, il Rocco Pirri nella “Sicilia Sacra”, il Vito Amico nel “Lexicon topographicum siculum” e tanti altri. Ne hanno parlato pure diversi esponenti delle comunità arbëreshë. Si ricordano in particolare: il sacerdote Nicolò Chetta, nel “Tesoro di notizie su de’ Macedoni”, i sacerdoti Pompilio Rodotà e Paolo Maria Parrino, il vescovo Giuseppe Crispi, i sacerdoti Nicolò Buscemi, Nicolò Spata, Spiridione Lo Iacono, il barone Raffaele Starabba. In tempi più recenti, si ricordano il canonico Atanasio Schirò e i professori Alessandro Schirò e Giuseppe Schirò.

Secondo la tradizione degli storici arbëreshë Chetta e Parrino, ripresi dagli storici siciliani, i primi abitatori albanesi della Sicilia furono quei militari che, dopo avere stazionato per circa due anni nel castello di Bisiri, a Mazara del Vallo, per difendere le coste siciliane dalle incursioni angioine, si trasferirono intorno al 1450 a Contessa, nei territori dei conti Cardona-Peralta, i Mezzoiusari in Busambra, i Palazzioti nell’Adriano e poi, dopo la morte dello Skanderbeg, i Pianioti e le altre colonie. Secondo questa tradizione le emigrazioni sono state tre. La prima nel 1448, l’altra dopo la morte dello Skanderbeg e l’ultima nel XVI secolo, dopo la presa di Corone e Modone da parte dei Turchi.

2Gli insediamenti

In questa vicenda, comunque, ci sono dei documenti certi e incontrovertibili: i capitoli delle colonie Greco-Albanesi di Sicilia, stipulati dai greco-albanesi coi signori feudali, laici o ecclesiastici, in cui si insediarono le comunità. Anche se la stipula dei capitoli non coincide con l’insediamento degli albanesi, essendo a volte successiva, tuttavia tale stipula fornisce degli importanti riferimenti sull’insediamento dei coloni nell’Isola. (Nota 1).

I primi capitoli stipulati sono quelli di Palazzo Adriano (Palaci) nel 1482. Seguono: nel gennaio 1488 quelli di Biancavilla (che prima si chiamava Callicari); nell’agosto 1488 quelli di Piana dei Greci (Nota 2); nel 1501 quelli di Mezzojuso (Munxifsi); nel dicembre 1520 quelli di Contessa (Kundisa), (Nota 3); nel 1534 quelli di San Michele di Ganzeria. Nel maggio 1691 è stato stipulato l’Atto di enfiteusi per i feudi di Santa Cristina (Nota 4). Non sono stati rinvenuti, invece, capitoli stipulati per altri due centri con presenza albanese: Sant’Angelo Muxaro e Bronte. Sant’Angelo Muxaro è stato abitato da alcuni coloni albanesi provenienti da Palazzo Adriano intorno al 1511 (Nota 5), mentre Bronte, secondo il prof. Giuseppe Schirò (Nota 6), è stata fondata nello stesso periodo di Biancavilla.

3Cartello BenvenutiLingua e identità arbëreshe

Gli albanesi stanziati in Sicilia mantennero vivo il ricordo della terra d’origine e il giorno di Pentecoste, anniversario della presa di Costantinopoli da parte dei Turchi, salendo sui monti, sopra i centri abitati, con lo sguardo rivolto all’Oriente intonavano il lamentoso canto: “O e Bukura Moree si të llee më nuk të pee”. Tra i cognomi degli albanesi di Sicilia troviamo molti cognomi presenti in Albania e nelle zone della Morea, abitate dagli albanesi, anche se tali cognomi sono stati sottoposti a un processo di sicilianizzazione.

Sono diffusi, o lo sono stati, i cognomi: Lala, Cuccia, Musacchia, Sciambra, Manali, Chisesi, Chetta, Clesi, Crispi, Schirò, Mandalà, Dragotta, Glaviano, Carnesi, Petta, Alessi, Guzzetta, Parrino, Stassi e altri. L’elenco non è in alcun modo esaustivo.

Gli albanesi si insediarono in varie zone della Sicilia, sottoposti all’autorità di vescovi diversi e diversi signori feudali. Spesso entrarono in contrasto con questi ultimi, come avvenne tra gli abitanti di Palazzo Adriano e gli Oppezzinghi, altre volte entrarono in contrasto coi vescovi diocesani che cercavano di indurli ad abbandonare il rito greco. In particolare il vescovo di Agrigento (allora Girgenti), Vincenzo Bonincontri, riuscì a trasportare al rito latino gli abitanti di Sant’Angelo Muxaro, ma non quelli di Contessa, che fecero ricorso alla Santa Sede contro le pretese del Vescovo. In altri casi ancora, parteciparono alle lotte fra i vari signori feudali, come nel famoso “Caso Sciacca” del 1529, in cui la presenza di mercenari albanesi provenienti da Palazzo Adriano, fu determinante per la vittoria del conte Luna sul barone Perollo (Nota 7).

Contessa Entellina, bambini in costume albanese
Contessa Entellina, bambini in costume albanese

4Il rito religioso

Un aspetto identitario delle comunità arbëreshe è stata la professione del rito greco-bizantino. Spesso la perdita del rito ha coinciso con la perdita dell’identità. Ciò è avvenuto con le comunità lontane da quelle presenti nella provincia di Palermo (ora Città metropolitana di Palermo). La lingua, le tradizioni e l’identità arbëreshe si sono perse in Bronte, Biancavilla e San Michele di Ganzeria in provincia di Catania e in Sant’Angelo Muxaro in Provincia di Agrigento, già nel XVII secolo. In questi centri la testimonianza dell’origine arbëreshe si può notare nella toponomastica o nella presenza di qualche cognome (Nota n.8).

Fondamentale per la conservazione dell’identità arbëreshe è stata l’istituzione del Seminario Greco-albanese di Sicilia, avvenuto nella città di Palermo nel 1757, a opera del Pontefice Benedetto XIV. Per tale istituzione è stata importantissima l’opera di padre Giorgio Guzzetta, di Piana degli albanesi (a quel tempo Piana dei greci) (Nota 9). La presenza di un clero che conosce le tradizioni della propria comunità e che promuove l’uso dell’albanese in alcune fasi della liturgia (lettura del vangelo, preghiere, canti tradizionali) ha contribuito in maniera determinante alla salvaguardia dell’identità albanese e alla tutela dell’arbëreshe. Tale opera è stata rafforzata dall’istituzione, avvenuta nel 1937, dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, comprendente i comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela. L’Eparchia ha giurisdizione pure sui fedeli di rito greco-bizantino residenti a Palermo. È in uso, inoltre, per i fedeli dell’Eparchia la chiesa bizantina di Santa Maria dell’Ammiraglio, detta della Martorana, una delle più belle chiese Palermo, facente parte dell’itinerario arabo-normanno promosso dall’Unesco (Nota 10).  La presenza di tale istituzione eparchiale ha indotto gli arbëreshë dei vari centri albanesi a ritenersi parte di un’unica comunità.

Chiesa di Santa Maria di tutte le Grazie a Mezzojuso
Chiesa di Santa Maria di tutte le Grazie a Mezzojuso

Nel seminario greco-albanese di Palermo (trasferito a Piana dopo i bombardamenti della seconda Guerra mondiale che hanno distrutto l’edificio che lo ospitava), si sono formati non solo i sacerdoti bizantini ma anche un’intera classe dirigente della comunità arbëreshe, composta da professionisti che non hanno ultimato gli studi religiosi per abbracciare

le professioni liberali. Tra di essi Francesco Crispi, nato a Ribera da genitori di Palazzo Adriano, che è stato uno degli artefici dell’Unità d’Italia e più volte Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Ma diversi sono stati i personaggi illustri espressione delle comunità albanofone siciliane. Si citano il vescovo Giuseppe Crispi, zio dello statista, filologo, grecista e albanologo, il deputato e giurista Simone Cuccia, il banchiere Enrico Cuccia, che è stato ai vertici del sistema bancario italiano nel secondo dopoguerra, il professore Giuseppe Schirò, autore di molte opere letterarie e diversi saggi sull’Albania e gli arbëreshë, il medico Nicolò Barbato, animatore dei Fasci siciliani, il già citato Chetta, e per il filone bizantinologico il Gassisi e il Tardo.

5Gli arbëreshë oggi

Gli arbëreshë sono riusciti per oltre 500 anni a mantenere la lingua e la propria identità. Ora, però, i processi di disgregazione economica che hanno interessato la Sicilia, la conseguente emigrazione, e fenomeni riguardanti i rapporti sociali, come quello dei matrimoni che avvengono al di fuori delle comunità albanofone, hanno messo a repentaglio la salvaguardia della lingua. Sono stati effettuati dei tentativi di tutela della minoranza linguistica arbëreshe.

La prima è avvenuta nell’Assemblea regionale siciliana con l’approvazione della legge n. 26 del 1998, grazie all’opera di due deputati arbëreshë, Francesco Di Martino di Contessa Entellina e Gianni Petrotta, di Piana degli Albanesi. Ma la legge, impugnata in gran parte dal Commissario dello⁸ Stato, non ha potuto espletare, se non in minima parte, i propri effetti.

Più incisiva è stata l’approvazione della legge statale n. 499 del 1999. Tale legge riconosce l’arbëreshe tra le lingue sottoposte a tutela e individua nella Provincia l’organo che deve delimitare le zone0 territoriali in cui la legge deve espletare i propri effetti. In attuazione di tale legge il Consiglio provinciale di Palermo si è riunito a Mezzojuso e ha individuato nei comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela l’ambito territoriale in cui la legge è operativa. In attuazione della legge n. 499, nelle scuole dell’obbligo dei comuni albanofoni sono stati istituiti corsi di insegnamento della lingua minoritaria.

Piana degli Albanesi, donna in costume tradizionale femminile arbëreshe
Piana degli Albanesi, donna in costume tradizionale femminile arbëreshe

Attualmente l’arbëreshe viene parlato nei comuni di Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela e, con qualche sofferenza per quanto riguarda le giovani generazioni, a Contessa Entellina.

Panorama di Contessa Entellina
Panorama di Contessa Entellina

Non viene più parlato, ma resistono in pieno l’identità e le tradizioni, nei comuni di Mezzojuso e Palazzo Adriano. I comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano e Santa Cristina Gela, hanno costituito tra di loro un’unione dei comuni, denominata “Besa”, per affrontare in maniera unitaria le problematiche legate alla conservazione della lingua e delle tradizioni arbëreshe.

Moltissimi arbëreshë siciliani sono però presenti anche in altre località della Sicilia, e soprattutto, compreso chi scrive, nella città di Palermo. Ma numerosissimi arbëreshë di origine siciliana sono diffusi, anche, in altri paesi d’Europa, negli Stati Uniti e in altri stati dell’America.

Note

  • Nota 1 I Capitoli delle Colonie Greco-Albanesi di Sicilia sono stati pubblicati da Giuseppe La Mantia nel 1904 e ripubblicati, in riproduzione anastatica, nel 2000, a cura del Comune e della Proloco di Palazzo Adriano.
  • Nota 2 Il Comune di Piana degli Albanesi (Hora e Arbëreshëvet), della Città metropolitana di Palermo, sino al 1941 si chiamava Piana dei Greci.
  • Nota 3 Al Comune di Contessa (Kundisa), dopo l’unificazione del Regno d’Italia, venne aggiunto il nome Entellina, in onore dell’antica città elima di Entella le cui rovine sono presenti nel territorio comunale, per distinguerla dagli altri centri del Regno d’Italia aventi lo stesso nome. In atto Contessa Entellina fa parte della città Metropolitana di Palermo.
  • Nota 4 Il comune di Santa Cristina Gela (Bashkia e Sëndahstines) è stato fondato da alcuni coloni, provenienti da Piana dei Greci, che nel 1691 si sono trasferiti nel feudo di Santa Cristina, ottenendo in enfiteusi i terreni del suddetto feudo. Santa Cristina Gela fa parte della Città metropolitana di Palermo.
  • Nota 5 La notizia della presenza di coloni albanesi che hanno popolato SantAngelo Muxaro viene data dal Chetta, nell’opera Il Tesoro di Notizie su de’ Macedoni, Paragrafo 230, e viene ripresa da Giuseppe La Mantia, opera citata, paragrafo XLII nonché da Giuseppe Schirò “Opere” VIII Saggi, a pag. 245.
  • Nota 6 Giuseppe Schirò, opera citata, vol. VIII pag.275.
  • Nota 7 Vedasi Francesco Savasta, “Il Famoso Caso Sciacca”, Sigma edizioni, Palermo 2000, ristampa anastatica dell’’edizione di Palermo del 1843; Domenico Cuccia, “Il ruolo degli stratioti albanesi nel famoso caso di Sciacca”, pubblicato su Scopri Albania il 6 ottobre 2021.
  • Nota 8 A San Michele di Ganzeria, in cui mi sono appositamente fermato durante un viaggio, ho potuto constatare personalmente che la toponomastica è simile a quella dei comuni in cui l’arbëresh ancora si parla.
  • Nota 9 La notizia è stata appresa dal Chetta, che è stato anche rettore del Seminario. Secondo Giuseppe Schirò, opera citata, vol. VIII pag. 302 il Seminario, invece, è stato fondato il 1734.
  • Nota 10 La Chiesa, fatta costruire in perfetto stile bizantino nel 1143 da Giorgio di Antiochia, grande Ammiraglio del re normanno Ruggero II, è concattedrale dell’Eparchia di Piana degli Albanesi e punto di culto e di ritrovo degli arbëreshë residenti a Palermo. Essa per la sua bellezza artistica viene considerata come una delle principali testimonianze dell’arte “arabo-normanna”. Una lapide, posta all’inizio della Chiesa, ricorda la figura dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg.          Domenico, Avv. Cuccia





mercoledì 6 ottobre 2021

Il famoso caso di Sciacca ... ... Avv. Domenico Cuccia

 Il ruolo degli stratioti albanesi nel famoso caso di Sciacca

di Domenico Cuccia

Molti coloni albanesi delle prime comunità arbëreshe siciliane erano di origine militare. Questa circostanza è riconosciuta dagli storici siciliani che narrano degli avvenimenti dell’Isola tra la fine del 1400 e i primi cinquanta anni del 1500 (nota 1).  Non sempre, comunque, vi sono prove evidenti atte a dimostrare tali origini. In un caso, però, le vicende determinate dalla presenza di mercenari albanesi in Sicilia sono ampiamente documentate e sono descritte sia da storici siciliani che da storici arbëreshë. Mi riferisco al famoso caso di Sciacca che nell’anno 1529 vide contrapposti due nobili, il conte Sigismondo Luna e il barone Giacomo Perollo, in competizione tra di loro per la supremazia sulla città di Sciacca. La vicenda si concluse con la vittoria del conte Luna che, novello Achille, legò ad un cavallo il corpo straziato del barone Perollo e lo fece trascinare per le strade della città di Sciacca. Dopo fu costretto a lasciare Sciacca e a rifugiarsi a Roma, dove sperava di ottenere la protezione del Papa Clemente VII, suo zio. Il Pontefice chiese all’imperatore Carlo V clemenza per suo nipote, ma l’imperatore, sdegnato per il comportamento del conte Luna, gliela negò. Il conte, pertanto, per sottrarsi alla condanna capitale comminata contro di lui dall’Imperatore o a una vita da esule fuggiasco, morì suicida, lanciandosi nel Tevere.  

Ma tornando alla contrapposizione tra i due nobili saccensi, un ruolo determinante per la vittoria del conte Luna fu data dagli 80 cavalieri albanesi, provenienti dalla colonia di Palazzo Adriano, comandati da Giorgio Camizzi di Palazzo, “il Georgius Comes Albanesis, nequissimus vir delle cronache siciliane”. La vicenda è descritta, da parte arbëreshe, da Gabriele Dara in un articolo pubblicato nel Fjàmuri del DE RADA (an.I, n.7, 30 aprile 1884). Gli stessi fatti sono descritti anche da Giuseppe Schirò, a pag. 245 del volume VIII, Saggi (nota 2). Secondo tali narrazioni il Camizzi affrontò le truppe inviate dal Viceré in soccorso del barone Perollo e sfidò a duello il barone Statella che ne era il duce. Quindi, dopo averlo ucciso, tornò indietro tra le schiere realiste che rimasero attonite e non ebbero animo di recargli alcuna offesa.

Il testo richiamato alla nota 6

Della stessa e di altre vicende riguardanti gli stratioti albanesi si occuparono pure gli storici siciliani che hanno narrato i fatti del caso di Sciacca. Si cita in particolare il testo “Il Famoso Caso di Sciacca”, di Francesco Savasta, Palermo 1843 (nota 3); “Il Compendio del caso di Sciacca di Renda Ragusa”, scritto in latino, (nota n. 4); “La Sicilia sotto Carlo V. Imperatore” di Isidoro La Lumia (nota n. 5).

I giudizi che gli storici siciliani danno nei confronti dei cavalieri albanesi non sono molto lusinghieri. Nel testo del Savasta, pag. 211, parlando delle truppe del Conte Sigismondo Luna, si afferma: “Vennero pure a servirlo truppe di soldati facinorosi, stipendiati a sue spese, come molti greci di pessima vita, sotto la condotta di Giorgio Comitivo Greco, uomo di assai scellerati costumi, e che si metteva in ogni pericolo: tutti questi insieme formarono il numero di 400 pedoni e di 300 cavalli.” E ancora, il Savasta riferisce che, tra le condizioni poste dal barone Statella al Luna, per il perdono del Viceré, vi era la consegna del capo dei greco-albanesi Giorgio Comito. Sempre nella pagina 292 del Savasta si parla del ruolo dei “greci” nella presa del castello del barone Perollo e nella pagina 293 viene descritta la crudeltà dei soldati “greci”. Nel testo di Renda Ragusa, che era un sacerdote gesuita, a pag. 10 si parla così delle truppe del conte Luna: “Tra questi ultimi primeggiava un certo Giorgio Comito, uomo scelleratissimo dei Greci Albanesi dimoranti in Sicilia, conduttore di soldati”. Sempre lo stesso autore parla di un certo Erasmo Lorìa che, “con una masnada di greci”, ritrova il barone Perollo che si era nascosto per sfuggire alla furia assassina del conte Luna e dei suoi uomini. Il La Lumia, che si dilunga, in nota, in una descrizione sull’origine delle colonie albanesi di Sicilia, così si esprime: “veniva agli stipendi del Conte un Giorgio Comito, arrisicatissimo masnadiere, con una banda di Greci-Albanesi tolti alle colonie di fresco stabilite nell’isola; e colle fogge, colla lingua, colle armi e colle usanze natie questi figli dei commilitoni del famoso Castriotta recavano la originaria ferocia, ch’era bastata a rintuzzar tanto tempo la potenza invaditrice dei Turchi. “

Sia le fonti siciliane che quelle arbëreshe mettono in risalto il ruolo fondamentale avuto dai mercenari albanesi nella vittoria del conte Luna. Le fonti non sono concordi sul numero preciso di soldati albanesi che hanno partecipato alla guerra tra le due grandi case nobiliari saccensi. Quelle arbëreshe (Dara, Schirò) parlano di 80 cavalieri provenienti dalla colonia di Palazzo Adriano; le fonti siciliane parlano di 300 cavalieri e 400 fanti al servizio del conte Luna, includendo, però, anche le truppe provenienti da altri territori siciliani, quali, ad esempio quelli di Bivona. La presenza di numerosi mercenari di origine albanese provenienti dalla colonia di Palazzo Adriano, dimostra, comunque, che anche successivamente alla fondazione delle colonie (nota n.6), molti albanesi non avevano abbandonato le antiche abitudini di intervenire nelle guerre come stratioti che combattevano, dietro compenso, al servizio di una causa e di un Signore.  

I cronisti e gli storici siciliani, come abbiamo visto, attribuivano a questi soldati albanesi terribili epiteti, che dimostrano la concezione negativa che avevano nei confronti degli stessi. Il capo degli stratioti albanesi, Giorgio Camizzi di Palazzo, come abbiamo detto, veniva definito Georgius Comes albanesis, nequissimus vir. Il più notò degli storici che hanno raccontato i fatti, Isidoro La Lumia, mette poi in correlazione l’abilità guerriera e la crudeltà dei mercenari che hanno combattuto per il conte Luna, con gli albanesi che, sotto la guida di Giorgio Castriota Skanderbeg, combattevano contro i turchi.

Dalle cronache siciliane che hanno descritto il caso Sciacca emerge, quindi, l’ostilità che i siciliani avevano nei confronti degli albanesi, di cui è un esempio il famoso detto “Si viri un grecu e un lupu spara a lu grecu e lassa lu lupu”. Traducendo in italiano “Se vedi un greco e un lupo spara al greco e lascia stare il lupo” (nota n.7). Il detto è molto significativo perché nella realtà contadina del 1500, il lupo costituiva il maggiore pericolo che si poteva incontrare nelle campagne siciliane.

Con il passare degli anni gli arbëreshë si sono, comunque, completamente integrati, mantenendo, però, vivi alcuni valori propri della loro identità e dalla loro storia. E proprio dalla comunità palazzese proviene una delle figure più importanti che gli arbëreshë hanno espresso in Italia, quella di Francesco Crispi, patriota e artefice dell’Unità d’Italia, più volte Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia.

 

Nota 1. Secondo lo storico Tommaso Fazzello (De Rebus Siculis, Dec 1, lib. X ed. 1558 pag. 233) la colonia albanese di Contessa è stata fondata da soldati albanesi residenti prima nel casale di Bisiri, presso Mazara del Vallo. Non è certo l’anno preciso della fondazione che alcuni indicano nel 1450.

Nota 2. Giuseppe Schirò “Opere, volume VIII Saggi”, a cura di Matteo Mandalà pag. 245, pubblicato da Rubbettino Editore, anno 1997.

Nota 3. Francesco Savasta “Il Famoso Caso di Sciacca”, Sigma edizioni, Palermo 2000, Ristampa anastatica dell’edizione di Palermo del 1843.

Nota 4. Girolamo Renda-Ragusa “Compendio del Famoso caso di Sciacca”, tradotto dal latino dal sacerdote G. Di Marzo-Ferro.  

Nota 5. Isidoro La Lumia “La Sicilia sotto Carlo V. Imperatore”, pubblicato nell’anno 1862 a Palermo presso I Fratelli Pedone Lauriel. pagine 225,229.

Nota 6. I capitoli di Palazzo Adriano sono stati stipulati nell’anno 1482. Vedasi il volume “I Capitoli delle Colonie Greco Albanesi di Sicilia” raccolti e pubblicati da Giuseppe La Mantia nel 1904. II edizione, con prefazione di Ignazio Parrino, pubblicata nell’anno 2000 dalla Tipografia Cortimiglia Corleone.

Nota 7. Alcuni sostengono che il detto non sia nato contro gli arbëreshë (comunemente definiti dai siciliani, cattolici di rito latino,  greci), ma contro i bizantini che dal 551 d.c. sino alla conquista araba, completata nel 963 d.c., avevano dominato la Sicilia. Ad avviso di chi scrive, però, nel periodo bizantino non c’erano ancora armi da fuoco che, invece, erano presenti alla fine del 1400 e nel 1500, quando gli arbëreshë si stabilirono in Sicilia, quindi anche se il detto fu forgiato contro i bizantini, sicuramente è stato poi riferito agli albanesi venuti in Sicilia.

Avv. Domenico Cuccia