Testo rimesso da Mimmo Cuccia e gia' pubblicato su Albania News.it
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Nella seconda metà del 1400 e sino alla prima metà del 1500, la Sicilia ha accolto numerosi profughi albanesi che provenivano dalle regioni del sud dell’Albania e dal Peloponneso per sfuggire all’avanzata dei turchi ottomani.
1 I primi sbarchi
Gli albanesi vennero a ripopolare una regione che, a causa della lunga guerra tra aragonesi e angioini e alle epidemie che si erano verificate, aveva avuto un notevole decremento demografico.
Della venuta degli albanesi in Sicilia parlano vari storici siciliani e, in particolare, limitandoci a quelli che hanno scritto in un periodo temporale vicino a quello dell’avvenuta emigrazione, ricordiamo: il Fazello, nella sua opera “De Rebus Siculis”, e successivamente, il Rocco Pirri nella “Sicilia Sacra”, il Vito Amico nel “Lexicon topographicum siculum” e tanti altri. Ne hanno parlato pure diversi esponenti delle comunità arbëreshë. Si ricordano in particolare: il sacerdote Nicolò Chetta, nel “Tesoro di notizie su de’ Macedoni”, i sacerdoti Pompilio Rodotà e Paolo Maria Parrino, il vescovo Giuseppe Crispi, i sacerdoti Nicolò Buscemi, Nicolò Spata, Spiridione Lo Iacono, il barone Raffaele Starabba. In tempi più recenti, si ricordano il canonico Atanasio Schirò e i professori Alessandro Schirò e Giuseppe Schirò.
Secondo la tradizione degli storici arbëreshë Chetta e Parrino, ripresi dagli storici siciliani, i primi abitatori albanesi della Sicilia furono quei militari che, dopo avere stazionato per circa due anni nel castello di Bisiri, a Mazara del Vallo, per difendere le coste siciliane dalle incursioni angioine, si trasferirono intorno al 1450 a Contessa, nei territori dei conti Cardona-Peralta, i Mezzoiusari in Busambra, i Palazzioti nell’Adriano e poi, dopo la morte dello Skanderbeg, i Pianioti e le altre colonie. Secondo questa tradizione le emigrazioni sono state tre. La prima nel 1448, l’altra dopo la morte dello Skanderbeg e l’ultima nel XVI secolo, dopo la presa di Corone e Modone da parte dei Turchi.
2Gli insediamenti
In questa vicenda, comunque, ci sono dei documenti certi e incontrovertibili: i capitoli delle colonie Greco-Albanesi di Sicilia, stipulati dai greco-albanesi coi signori feudali, laici o ecclesiastici, in cui si insediarono le comunità. Anche se la stipula dei capitoli non coincide con l’insediamento degli albanesi, essendo a volte successiva, tuttavia tale stipula fornisce degli importanti riferimenti sull’insediamento dei coloni nell’Isola. (Nota 1).
I primi capitoli stipulati sono quelli di Palazzo Adriano (Palaci) nel 1482. Seguono: nel gennaio 1488 quelli di Biancavilla (che prima si chiamava Callicari); nell’agosto 1488 quelli di Piana dei Greci (Nota 2); nel 1501 quelli di Mezzojuso (Munxifsi); nel dicembre 1520 quelli di Contessa (Kundisa), (Nota 3); nel 1534 quelli di San Michele di Ganzeria. Nel maggio 1691 è stato stipulato l’Atto di enfiteusi per i feudi di Santa Cristina (Nota 4). Non sono stati rinvenuti, invece, capitoli stipulati per altri due centri con presenza albanese: Sant’Angelo Muxaro e Bronte. Sant’Angelo Muxaro è stato abitato da alcuni coloni albanesi provenienti da Palazzo Adriano intorno al 1511 (Nota 5), mentre Bronte, secondo il prof. Giuseppe Schirò (Nota 6), è stata fondata nello stesso periodo di Biancavilla.
3Lingua e identità arbëreshe
Gli albanesi stanziati in Sicilia mantennero vivo il ricordo della terra d’origine e il giorno di Pentecoste, anniversario della presa di Costantinopoli da parte dei Turchi, salendo sui monti, sopra i centri abitati, con lo sguardo rivolto all’Oriente intonavano il lamentoso canto: “O e Bukura Moree si të llee më nuk të pee”. Tra i cognomi degli albanesi di Sicilia troviamo molti cognomi presenti in Albania e nelle zone della Morea, abitate dagli albanesi, anche se tali cognomi sono stati sottoposti a un processo di sicilianizzazione.
Sono diffusi, o lo sono stati, i cognomi: Lala, Cuccia, Musacchia, Sciambra, Manali, Chisesi, Chetta, Clesi, Crispi, Schirò, Mandalà, Dragotta, Glaviano, Carnesi, Petta, Alessi, Guzzetta, Parrino, Stassi e altri. L’elenco non è in alcun modo esaustivo.
Gli albanesi si insediarono in varie zone della Sicilia, sottoposti all’autorità di vescovi diversi e diversi signori feudali. Spesso entrarono in contrasto con questi ultimi, come avvenne tra gli abitanti di Palazzo Adriano e gli Oppezzinghi, altre volte entrarono in contrasto coi vescovi diocesani che cercavano di indurli ad abbandonare il rito greco. In particolare il vescovo di Agrigento (allora Girgenti), Vincenzo Bonincontri, riuscì a trasportare al rito latino gli abitanti di Sant’Angelo Muxaro, ma non quelli di Contessa, che fecero ricorso alla Santa Sede contro le pretese del Vescovo. In altri casi ancora, parteciparono alle lotte fra i vari signori feudali, come nel famoso “Caso Sciacca” del 1529, in cui la presenza di mercenari albanesi provenienti da Palazzo Adriano, fu determinante per la vittoria del conte Luna sul barone Perollo (Nota 7).
Contessa Entellina, bambini in costume albanese
4Il rito religioso
Un aspetto identitario delle comunità arbëreshe è stata la professione del rito greco-bizantino. Spesso la perdita del rito ha coinciso con la perdita dell’identità. Ciò è avvenuto con le comunità lontane da quelle presenti nella provincia di Palermo (ora Città metropolitana di Palermo). La lingua, le tradizioni e l’identità arbëreshe si sono perse in Bronte, Biancavilla e San Michele di Ganzeria in provincia di Catania e in Sant’Angelo Muxaro in Provincia di Agrigento, già nel XVII secolo. In questi centri la testimonianza dell’origine arbëreshe si può notare nella toponomastica o nella presenza di qualche cognome (Nota n.8).
Fondamentale per la conservazione dell’identità arbëreshe è stata l’istituzione del Seminario Greco-albanese di Sicilia, avvenuto nella città di Palermo nel 1757, a opera del Pontefice Benedetto XIV. Per tale istituzione è stata importantissima l’opera di padre Giorgio Guzzetta, di Piana degli albanesi (a quel tempo Piana dei greci) (Nota 9). La presenza di un clero che conosce le tradizioni della propria comunità e che promuove l’uso dell’albanese in alcune fasi della liturgia (lettura del vangelo, preghiere, canti tradizionali) ha contribuito in maniera determinante alla salvaguardia dell’identità albanese e alla tutela dell’arbëreshe. Tale opera è stata rafforzata dall’istituzione, avvenuta nel 1937, dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, comprendente i comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela. L’Eparchia ha giurisdizione pure sui fedeli di rito greco-bizantino residenti a Palermo. È in uso, inoltre, per i fedeli dell’Eparchia la chiesa bizantina di Santa Maria dell’Ammiraglio, detta della Martorana, una delle più belle chiese Palermo, facente parte dell’itinerario arabo-normanno promosso dall’Unesco (Nota 10). La presenza di tale istituzione eparchiale ha indotto gli arbëreshë dei vari centri albanesi a ritenersi parte di un’unica comunità.
Chiesa di Santa Maria di tutte le Grazie a Mezzojuso
Nel seminario greco-albanese di Palermo (trasferito a Piana dopo i bombardamenti della seconda Guerra mondiale che hanno distrutto l’edificio che lo ospitava), si sono formati non solo i sacerdoti bizantini ma anche un’intera classe dirigente della comunità arbëreshe, composta da professionisti che non hanno ultimato gli studi religiosi per abbracciare
le professioni liberali. Tra di essi Francesco Crispi, nato a Ribera da genitori di Palazzo Adriano, che è stato uno degli artefici dell’Unità d’Italia e più volte Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Ma diversi sono stati i personaggi illustri espressione delle comunità albanofone siciliane. Si citano il vescovo Giuseppe Crispi, zio dello statista, filologo, grecista e albanologo, il deputato e giurista Simone Cuccia, il banchiere Enrico Cuccia, che è stato ai vertici del sistema bancario italiano nel secondo dopoguerra, il professore Giuseppe Schirò, autore di molte opere letterarie e diversi saggi sull’Albania e gli arbëreshë, il medico Nicolò Barbato, animatore dei Fasci siciliani, il già citato Chetta, e per il filone bizantinologico il Gassisi e il Tardo.
5Gli arbëreshë oggi
Gli arbëreshë sono riusciti per oltre 500 anni a mantenere la lingua e la propria identità. Ora, però, i processi di disgregazione economica che hanno interessato la Sicilia, la conseguente emigrazione, e fenomeni riguardanti i rapporti sociali, come quello dei matrimoni che avvengono al di fuori delle comunità albanofone, hanno messo a repentaglio la salvaguardia della lingua. Sono stati effettuati dei tentativi di tutela della minoranza linguistica arbëreshe.
La prima è avvenuta nell’Assemblea regionale siciliana con l’approvazione della legge n. 26 del 1998, grazie all’opera di due deputati arbëreshë, Francesco Di Martino di Contessa Entellina e Gianni Petrotta, di Piana degli Albanesi. Ma la legge, impugnata in gran parte dal Commissario dello⁸ Stato, non ha potuto espletare, se non in minima parte, i propri effetti.
Più incisiva è stata l’approvazione della legge statale n. 499 del 1999. Tale legge riconosce l’arbëreshe tra le lingue sottoposte a tutela e individua nella Provincia l’organo che deve delimitare le zone0 territoriali in cui la legge deve espletare i propri effetti. In attuazione di tale legge il Consiglio provinciale di Palermo si è riunito a Mezzojuso e ha individuato nei comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela l’ambito territoriale in cui la legge è operativa. In attuazione della legge n. 499, nelle scuole dell’obbligo dei comuni albanofoni sono stati istituiti corsi di insegnamento della lingua minoritaria.
Piana degli Albanesi, donna in costume tradizionale femminile arbëreshe
Attualmente l’arbëreshe viene parlato nei comuni di Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela e, con qualche sofferenza per quanto riguarda le giovani generazioni, a Contessa Entellina.
Panorama di Contessa Entellina
Non viene più parlato, ma resistono in pieno l’identità e le tradizioni, nei comuni di Mezzojuso e Palazzo Adriano. I comuni di Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano e Santa Cristina Gela, hanno costituito tra di loro un’unione dei comuni, denominata “Besa”, per affrontare in maniera unitaria le problematiche legate alla conservazione della lingua e delle tradizioni arbëreshe.
Moltissimi arbëreshë siciliani sono però presenti anche in altre località della Sicilia, e soprattutto, compreso chi scrive, nella città di Palermo. Ma numerosissimi arbëreshë di origine siciliana sono diffusi, anche, in altri paesi d’Europa, negli Stati Uniti e in altri stati dell’America.
Nota 2 Il Comune di Piana degli Albanesi (Hora e Arbëreshëvet), della Città metropolitana di Palermo, sino al 1941 si chiamava Piana dei Greci.
Nota 3 Al Comune di Contessa (Kundisa), dopo l’unificazione del Regno d’Italia, venne aggiunto il nome Entellina, in onore dell’antica città elima di Entella le cui rovine sono presenti nel territorio comunale, per distinguerla dagli altri centri del Regno d’Italia aventi lo stesso nome. In atto Contessa Entellina fa parte della città Metropolitana di Palermo.
Nota 4 Il comune di Santa Cristina Gela (Bashkia e Sëndahstines) è stato fondato da alcuni coloni, provenienti da Piana dei Greci, che nel 1691 si sono trasferiti nel feudo di Santa Cristina, ottenendo in enfiteusi i terreni del suddetto feudo. Santa Cristina Gela fa parte della Città metropolitana di Palermo.
Nota 5 La notizia della presenza di coloni albanesi che hanno popolato SantAngelo Muxaro viene data dal Chetta, nell’opera Il Tesoro di Notizie su de’ Macedoni, Paragrafo 230, e viene ripresa da Giuseppe La Mantia, opera citata, paragrafo XLII nonché da Giuseppe Schirò “Opere” VIII Saggi, a pag. 245.
Nota 6 Giuseppe Schirò, opera citata, vol. VIII pag.275.
Nota 7 Vedasi Francesco Savasta, “Il Famoso Caso Sciacca”, Sigma edizioni, Palermo 2000, ristampa anastatica dell’’edizione di Palermo del 1843; Domenico Cuccia, “Il ruolo degli stratioti albanesi nel famoso caso di Sciacca”, pubblicato su Scopri Albania il 6 ottobre 2021.
Nota 8 A San Michele di Ganzeria, in cui mi sono appositamente fermato durante un viaggio, ho potuto constatare personalmente che la toponomastica è simile a quella dei comuni in cui l’arbëresh ancora si parla.
Nota 9 La notizia è stata appresa dal Chetta, che è stato anche rettore del Seminario. Secondo Giuseppe Schirò, opera citata, vol. VIII pag. 302 il Seminario, invece, è stato fondato il 1734.
Nota 10 La Chiesa, fatta costruire in perfetto stile bizantino nel 1143 da Giorgio di Antiochia, grande Ammiraglio del re normanno Ruggero II, è concattedrale dell’Eparchia di Piana degli Albanesi e punto di culto e di ritrovo degli arbëreshë residenti a Palermo. Essa per la sua bellezza artistica viene considerata come una delle principali testimonianze dell’arte “arabo-normanna”. Una lapide, posta all’inizio della Chiesa, ricorda la figura dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg. Domenico, Avv. Cuccia
Il ruolo degli stratioti albanesi nel
famoso caso di Sciacca
di Domenico Cuccia
Molti coloni albanesi delle prime comunità arbëreshe
siciliane erano di origine militare. Questa circostanza è riconosciuta dagli
storici siciliani che narrano degli avvenimenti dell’Isola tra la fine del 1400
e i primi cinquanta anni del 1500 (nota 1). Non sempre, comunque, vi sono prove evidenti
atte a dimostrare tali origini. In un caso, però, le vicende determinate dalla
presenza di mercenari albanesi in Sicilia sono ampiamente documentate e sono
descritte sia da storici siciliani che da storici arbëreshë. Mi riferisco al
famoso caso di Sciacca che nell’anno 1529 vide contrapposti due nobili, il
conte Sigismondo Luna e il barone Giacomo Perollo, in competizione tra di loro
per la supremazia sulla città di Sciacca. La vicenda si concluse con la
vittoria del conte Luna che, novello Achille, legò ad un cavallo il corpo
straziato del barone Perollo e lo fece trascinare per le strade della città di
Sciacca. Dopo fu costretto a lasciare Sciacca e a rifugiarsi a Roma, dove
sperava di ottenere la protezione del Papa Clemente VII, suo zio. Il Pontefice
chiese all’imperatore Carlo V clemenza per suo nipote, ma l’imperatore,
sdegnato per il comportamento del conte Luna, gliela negò. Il conte, pertanto,
per sottrarsi alla condanna capitale comminata contro di lui dall’Imperatore o
a una vita da esule fuggiasco, morì suicida, lanciandosi nel Tevere.
Ma tornando alla contrapposizione tra i due nobili saccensi,
un ruolo determinante per la vittoria del conte Luna fu data dagli 80 cavalieri
albanesi, provenienti dalla colonia di Palazzo Adriano, comandati da Giorgio
Camizzi di Palazzo, “il Georgius Comes Albanesis, nequissimus vir delle
cronache siciliane”. La vicenda è descritta, da parte arbëreshe, da Gabriele
Dara in un articolo pubblicato nel Fjàmuri del DE RADA (an.I, n.7, 30 aprile 1884).
Gli stessi fatti sono descritti anche da Giuseppe Schirò, a pag. 245 del volume
VIII, Saggi (nota 2). Secondo tali narrazioni il Camizzi affrontò le truppe
inviate dal Viceré in soccorso del barone Perollo e sfidò a duello il barone
Statella che ne era il duce. Quindi, dopo averlo ucciso, tornò indietro tra le schiere
realiste che rimasero attonite e non ebbero animo di recargli alcuna offesa.
Il testo richiamato alla nota 6
Della stessa e di altre vicende riguardanti gli stratioti albanesi
si occuparono pure gli storici siciliani che hanno narrato i fatti del caso di
Sciacca. Si cita in particolare il testo “Il Famoso Caso di Sciacca”, di
Francesco Savasta, Palermo 1843 (nota 3); “Il Compendio del caso di Sciacca di
Renda Ragusa”, scritto in latino, (nota n. 4); “La Sicilia sotto Carlo V.
Imperatore” di Isidoro La Lumia (nota n. 5).
I giudizi che gli storici siciliani danno nei confronti dei
cavalieri albanesi non sono molto lusinghieri. Nel testo del Savasta, pag. 211,
parlando delle truppe del Conte Sigismondo Luna, si afferma: “Vennero pure a
servirlo truppe di soldati facinorosi, stipendiati a sue spese, come molti
greci di pessima vita, sotto la condotta di Giorgio Comitivo Greco, uomo di
assai scellerati costumi, e che si metteva in ogni pericolo: tutti questi
insieme formarono il numero di 400 pedoni e di 300 cavalli.” E ancora, il
Savasta riferisce che, tra le condizioni poste dal barone Statella al Luna, per
il perdono del Viceré, vi era la consegna del capo dei greco-albanesi Giorgio
Comito. Sempre nella pagina 292 del Savasta si parla del ruolo dei “greci”
nella presa del castello del barone Perollo e nella pagina 293 viene descritta la
crudeltà dei soldati “greci”. Nel testo di Renda Ragusa, che era un sacerdote
gesuita, a pag. 10 si parla così delle truppe del conte Luna: “Tra questi
ultimi primeggiava un certo Giorgio Comito, uomo scelleratissimo dei Greci
Albanesi dimoranti in Sicilia, conduttore di soldati”. Sempre lo stesso autore
parla di un certo Erasmo Lorìa che, “con una masnada di greci”, ritrova il
barone Perollo che si era nascosto per sfuggire alla furia assassina del conte
Luna e dei suoi uomini. Il La Lumia, che si dilunga, in nota, in una
descrizione sull’origine delle colonie albanesi di Sicilia, così si esprime:
“veniva agli stipendi del Conte un Giorgio Comito, arrisicatissimo masnadiere,
con una banda di Greci-Albanesi tolti alle colonie di fresco stabilite nell’isola;
e colle fogge, colla lingua, colle armi e colle usanze natie questi figli dei
commilitoni del famoso Castriotta recavano la originaria ferocia, ch’era
bastata a rintuzzar tanto tempo la potenza invaditrice dei Turchi. “
Sia le fonti siciliane che quelle arbëreshe mettono in
risalto il ruolo fondamentale avuto dai mercenari albanesi nella vittoria del
conte Luna. Le fonti non sono concordi sul numero preciso di soldati albanesi
che hanno partecipato alla guerra tra le due grandi case nobiliari saccensi. Quelle
arbëreshe (Dara, Schirò) parlano di 80 cavalieri provenienti dalla colonia di
Palazzo Adriano; le fonti siciliane parlano di 300 cavalieri e 400 fanti al
servizio del conte Luna, includendo, però, anche le truppe provenienti da altri
territori siciliani, quali, ad esempio quelli di Bivona. La presenza di
numerosi mercenari di origine albanese provenienti dalla colonia di Palazzo
Adriano, dimostra, comunque, che anche successivamente alla fondazione delle
colonie (nota n.6), molti albanesi non avevano abbandonato le antiche abitudini
di intervenire nelle guerre come stratioti che combattevano, dietro compenso,
al servizio di una causa e di un Signore.
I cronisti e gli storici siciliani, come abbiamo visto,
attribuivano a questi soldati albanesi terribili epiteti, che dimostrano la
concezione negativa che avevano nei confronti degli stessi. Il capo degli
stratioti albanesi, Giorgio Camizzi di Palazzo, come abbiamo detto, veniva
definito Georgius Comes albanesis, nequissimus vir. Il più notò degli
storici che hanno raccontato i fatti, Isidoro La Lumia, mette poi in
correlazione l’abilità guerriera e la crudeltà dei mercenari che hanno
combattuto per il conte Luna, con gli albanesi che, sotto la guida di Giorgio
Castriota Skanderbeg, combattevano contro i turchi.
Dalle cronache siciliane che hanno descritto il caso Sciacca emerge,
quindi, l’ostilità che i siciliani avevano nei confronti degli albanesi, di cui
è un esempio il famoso detto “Si viri un grecu e un lupu spara a lu grecu e
lassa lu lupu”. Traducendo in italiano “Se vedi un greco e un lupo spara
al greco e lascia stare il lupo” (nota n.7). Il detto è molto significativo
perché nella realtà contadina del 1500, il lupo costituiva il maggiore pericolo
che si poteva incontrare nelle campagne siciliane.
Con il passare degli anni gli arbëreshë si sono, comunque,
completamente integrati, mantenendo, però, vivi alcuni valori propri della loro
identità e dalla loro storia. E proprio dalla comunità palazzese proviene una
delle figure più importanti che gli arbëreshë hanno espresso in Italia, quella
di Francesco Crispi, patriota e artefice dell’Unità d’Italia, più volte
Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia.
Nota 1. Secondo lo storico Tommaso Fazzello (De Rebus
Siculis, Dec 1, lib. X ed. 1558 pag. 233) la colonia albanese di Contessa è
stata fondata da soldati albanesi residenti prima nel casale di Bisiri, presso
Mazara del Vallo. Non è certo l’anno preciso della fondazione che alcuni
indicano nel 1450.
Nota 2. Giuseppe Schirò “Opere, volume VIII Saggi”, a cura di
Matteo Mandalà pag. 245, pubblicato da Rubbettino Editore, anno 1997.
Nota 3. Francesco Savasta “Il Famoso Caso di Sciacca”, Sigma
edizioni, Palermo 2000, Ristampa anastatica dell’edizione di Palermo del 1843.
Nota 4. Girolamo Renda-Ragusa “Compendio del Famoso caso di
Sciacca”, tradotto dal latino dal sacerdote G. Di Marzo-Ferro.
Nota 5. Isidoro La Lumia “La Sicilia sotto Carlo V.
Imperatore”, pubblicato nell’anno 1862 a Palermo presso I Fratelli Pedone
Lauriel. pagine 225,229.
Nota 6. I capitoli di Palazzo Adriano sono stati stipulati
nell’anno 1482. Vedasi il volume “I Capitoli delle Colonie Greco Albanesi di
Sicilia” raccolti e pubblicati da Giuseppe La Mantia nel 1904. II edizione, con
prefazione di Ignazio Parrino, pubblicata nell’anno 2000 dalla Tipografia
Cortimiglia Corleone.
Nota 7. Alcuni sostengono che il detto non sia nato contro
gli arbëreshë (comunemente definiti dai siciliani, cattolici di rito latino, greci), ma contro i bizantini che dal 551 d.c.
sino alla conquista araba, completata nel 963 d.c., avevano dominato la
Sicilia. Ad avviso di chi scrive, però, nel periodo bizantino non c’erano
ancora armi da fuoco che, invece, erano presenti alla fine del 1400 e nel 1500,
quando gli arbëreshë si stabilirono in Sicilia, quindi anche se il detto fu
forgiato contro i bizantini, sicuramente è stato poi riferito agli albanesi
venuti in Sicilia.