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mercoledì 4 novembre 2026

Meridione a perdere

Osservando Contessa, 

una fotografia sociale

della Sicilia ampia

 Sfogliando i giornali in questi giorni leggiamo per il nostro Paese (l’Italia) prospettive non buone, non incoraggianti. Poi se col pensiero andiamo sul nostro “paese”, Contessa Entellina, e leggiamo, anzi ci accorgiamo, di dati statistici pessimi, per niente incoraggianti, l’umore non può che deprimersi.

 Siamo, a Contessa, sempre di meno in quanto residenti e  osservando l’Italia siamo sempre di meno pure in quanto italiani. E però colpisce di più la tendenza all’eclisse di noi, di noi  ”contessioti”, ormai ridotti a comunità con assoluta prevalenza di gente anziana. Le tante abitazioni ri-costruite nel post terremoto, a dire di un amico, sono per oltre il 70-80% non occupate permanentemente nel corso dell’anno.

 Vero è  che viviamo sempre più a lungo e che i pensionati aumentano in numero, ma e’ anche vero che gli occupati -e le persone in età di intraprendere- diminuiscono. Pare di evocare quel professore di “economia politica”, che in anni ormai lontani, per spiegare a noi studenti il quadro dell’economia stagnante  ci additava proprio questi fenomeni decadenti, evocati e rilevabili da chiunque in quel che resta della Contessa Entellina comunitaria.

Con l'espressione "meridione
a perdere"
 si fa riferimento
all'allarmante fenomeno di
impoverimento demografico,
economico e sociale che colpisce il
Sud Italia, caratterizzato principalmente
da una costante fuga di cervelli e
dallo spopolamento delle aree interne.
Sebbene in alcuni periodi si
registrino segnali congiunturali di
crescita economica o dell'occupazione
rispetto al Nord, il bilancio di lungo
termine del Mezzogiorno resta
fortemente negativo a causa di flussi
migratori e dinamiche demografiche
sfavorevoli.
Tra il 2019 e il 2026, la popolazione
giovanile (18-35 anni) nel
Mezzogiorno è 
diminuita del 7,6%,
mentre al Nord è cresciuta del 4,8%.
In alcune Province si registrano
cali superiori all'11-12%.




 E se Contessa Entellina si avvia alla desertificazione (chiudono officine meccaniche, c’è un unico forno-negozio alimentare, non ci sono né saloni barbieri né parrucchieri e per qualsiasi esigenza di vita bisogna rivolgerci a Sambuca o a Bisacquino o a Corleone), ci viene ricordato da taluni che il nostro Ente locale spende soldi soverchianti, non per sostenere l’economia sociale dipinta da tutti morente, ma per le feste che interessano i politici, e solamente loro che sorprendentemente, ci viene riferito, si ritengono soddisfatti di questa strana conduzione e vocazione comunitaria.

Nel 2025 sono nati, al livello nazionale, 3,8% di bambini in meno rispetto al 2024 e ancora su questa dimensione nei primi sette messi del 2026. Questi dati comportano conseguenze importanti, collettive e individuali. Se, da un lato, godiamo di una vita più lunga e di un più lungo lasso di tempo durante il quale la società ci dà sostentamento senza obbligarci a lavorare, dall’altro siamo -come residenti-  sempre di meno, produciamo di meno, il numero degli occupati diminuisce e si affacciano molti dubbi sulla capacità dello Stato del benessere di sostenere a lungo i benefici che ha assicurato finora. Gli aumenti pensionistici e lavoristici non compensano l’inflazione sfuggita ormai dal controllo delle autorità.

E pero’, comunitariamente localmente, dedichiamo tempo, impegno e propensioni alle feste paesane, ignorando che il sociale ha, dovrebbe avere, valenza umana più dello spettacolo e dell’esibizionismo/protagonismo.

A fronte dell’impiego del denaro pubblico,  considerato spesso assistenziale o temporaneo (come i passati incentivi di decontribuzione inps), i movimenti socio-politici e sindacali meridionalisti continuano a chiedere riforme strutturali vere e infrastrutturali profonde. L'obiettivo è, non può che essere, quello di permettere al Sud di trattenere i propri talenti e produrre ricchezza in modo autonomo, superando una storica subalternità economica. Sopratutto non serve denaro pubblico destinato a feste e distrazioni dai problemi veri: questo era il sistema ottocentesco di governo dei Borboni sul meridione italiano.

(Segue)


mercoledì 21 ottobre 2026

Politica e rancore

Sopratutto nei piccoli centri

Il rancore — inteso come un sentimento di avversione profonda e duratura covato per un torto o un'offesa subita — è diventato ai nostri giorni uno degli elementi chiave per analizzare i fenomeni politici contemporanei, in particolare la crescita dei movimenti populisti e la disaffezione dei cittadini.

Cosa sta alla base del rancore permanente della cittadinanza rispetto al mondo dei politici ? 

- Presunta perdita di prestigio e riconoscimento: Non si tratta solo di disuguaglianze economiche o di reddito, ma della sensazione di non avere riconosciuto valore sociale, onore o considerazione pubblica.

- Disuguaglianze e ascensore sociale bloccato: La ricchezza alle dimensioni nazionali cresce in modo diseguale mentre le opportunità di miglioramento sociale si riducono, generando inevitabili  frustrazione verso le classi dirigenti, di qualsiasi livello.

- La "politica di sorvolo": La distanza fra il politicante, che si atteggia a novello principino, viene percepita nei territori (come il tessuto produttivo o le categorie specifiche, le classi meno fortunate) e le istituzioni vengono vissute spesso come snodi burocratici, vessatori e comunque non amichevoli.

Come la politica gestisce o subisce il rancore ?

- La narrazione del torto: Una parte della comunicazione politica dei nostri giorni tende ad accarezzare la frustrazione degli elettori, identificando dei colpevoli altri e promettendo rivalsa.

- Il successo del populismo: Molti analisti — tra cui giuristi e sociologi -  evidenziano come il risentimento alimenti il consenso di forze politiche di vario orientamento, moltiplicando l'ostilità sociale anziché cercare sintesi comunitarie.

- Dalla rabbia all'indignazione: Diversi dibattiti politici suggeriscono che per superare questa fase il rancore non debba essere cavalcato, ma trasformato in indignazione propositiva e spinta al cambiamento istituzionale.

sabato 3 ottobre 2026

Letteratura sociale

La Sicilia nel 1876 è
un saggio in due volumi,
redatto da Leopoldo
 Franchetti e Sidney
Sonnino, futuri
parlamentari, frutto
di una loro inchiesta
sulla Sicilia,
pubblicato nel 1877.
L'isola, dopo oltre un
secolo di dominio
borbonico, dal 1861
era parte del Regno
 d'Italia.



Viaggio in Sicilia - 1876 

 Ci proponiamo di sfogliare, o comunque di riflettere, su quanto Leopoldo Franchetti ne “La Sicilia nel 1876” riporta circa l’alba di quel fenomeno sociale che oggi definiamo “Mafia”. Come frequentemente è capitato nel corso del Novecento, anche all’uscita del libro, su Franchetti piovvero accuse di pregiudizi sulla realtà siciliana. 

Oggi invece tutte le riflessioni da lui riportate sul libro costituiscono il punto iniziale e di riferimento negli studi socio-economici per chi vuole conoscere il fenomeno mafioso, non in quanto esclusivo male siciliano ma fenomeno che, si scopre, imperversa in più parte del pianeta. 

La Mafia sussiste -purtroppo- nelle società degli uomini, al punto che qualche autore richiamando la “legge di Gresham” «la moneta cattiva scaccia quella buona», scrive che Franchetti è stato il profeta delle tante derive criminali del nostro tempo, che non esonerano nemmeno tanti, forse troppi, spicchi del mondo della politica.

Franchetti, congiuntamente al suo amico Sonnino, ha studiato nell’Isola un fenomeno inquietante che egli in qualche occasione descrive come “democratizzazione della violenza”, una realtà che nei nostri giorni, nel terzo millennio,  investe purtroppo ed ormai l’intero pianeta. 

Franchetti, come il suo amico Sonnino, erano due convinti liberali, ma in Sicilia rimasero colpiti dal cortocircuito  delle logiche mafiose, al punto che entrambi, in qualche modo, dubitarono delle certezze che il padre del liberalismo, Adam Smith, aveva presentato come certezze.

Sia Franchetti che Sonnino erano convintissimi che il mondo nuovo, post rivoluzione francese, avrebbe proceduto con lo “spirito illuministico” come guida. Ma entrambi chiudono le loro rispettive opere sull’Isola scrivendo: Una forza misteriosa  e diabolica  incombe su questa terra arida e monotona”. E Riferendosi alla zona del palermitano, Franchetti scrive: “tutto quel profumo di fiori d’arancio e di limoni principia a sapere di cadavere”. 

E dal 1865, si cominciò ad usare, anzi sorse la parola “Mafia”.


(Segue)

venerdì 25 settembre 2026

Letteratura sociale

La Sicilia nel 1876" è
una celebre 
inchiesta
privata
 in due volumi,
scritta e pubblicata nel 1877
dai giovani studiosi e
futuri parlamentari
toscani 
Leopoldo
Franchetti
 e Sidney
Sonnino
. L'opera
rappresenta la prima
indagine sistematica e
documentata sulle
piaghe economiche, sociali
e politiche della Sicilia
dopo l'Unità d'Italia,
gettando le basi
metodologiche per lo

studio della cosiddetta
 
"questione meridionale”




Viaggio in Sicilia - 1876 

Leopoldo Franchetti, assieme al suo amico Sydney Sonnino, negli anni 1875-1876, visitò la Sicilia avendo avuto sentore che la crescita socio-umana della realtà locale era inficiata da un fenomeno denominato “mafia”. 

Entrambi erano interessati a raccogliere informazioni sullo strano fenomeno che prosperava e bloccava la crescita socio-umana territoriale. Franchetti, nel suo viaggio scopre e rivela l’inquietante fenomeno di violenza presente nell’Isola che blocca ogni iniziativa di apertura democratica e di crescita umana. Anzi a proposito della democrazia egli evidenzia che la presenza mafiosa fa smarrire, estinguere la democrazia. 

Franchetti, ed il suo amico Sonnino, erano di formazione e cultura liberale, sostanzialmente due liberali, ma ciò che essi scoprono nell’Isola li rende grandi intellettuali e minuziosi conoscitori della vita sociale. L’esperienza pratica sul campo dei due studiosi di formazione, come detto, liberale consentirà loro di delimitare e persino respingere il liberismo senza regole. Essi in Sicilia scoprono quello che sui libri di scienza economica e’ l’utilitarismo, l’utilitarismo cieco. In entrambi gli studiosi, quella visita e quanto scoperto nell’assetto sociale della Sicilia di allora, li induce a riconsiderare quanto avevano appreso dall’illuminismo liberale.  

Nell’ottica di piena libertà intellettuale i due studiosi si dedicano a studiare ciò che vedono sul terreno e Franchetti riporta di essersi mosso sulla scia: “Dalla verità la libertà; dalla libertà la verità“ nello spirito di cogliere lo spirito moderno e creare i presupposti per cambiare lo stato delle cose nella Sicilia ormai parte dello Stato italiano.

(segue)

sabato 19 settembre 2026

Antropologia, come chiave di lettura della società


L'antropologia rappresenta una
delle chiavi di lettura più potenti
per comprendere la complessità 
della società contemporanea. 
Nata storicamente come 
studio delle culture 
lontane, oggi si applica 
a qualsiasi gruppo umano, 
offrendo strumenti unici 
per decodificare il 
comportamento, le 
istituzioni e i 
conflitti del nostro tempo.

L'antropologo si immerge
nella comunità che studia,
vivendo come i suoi
membri per comprenderne
il punto di vista ("dall'interno").
E’ quanto abbiamo appreso
dal prof. Anton Blok che,
in anni ormai lontani,
visse a lungo all’interno
della comunità di
Contessa Entellina.



Premessa alle pagine che seguiranno 

L'antropologia è la scienza umana che studia l'essere umano e le sue diverse manifestazioni sociali, culturali e biologiche nel tempo e nello spazio. Il termine deriva dal greco anthropos (uomo) e logos (discorso). Sul blog ci piace sviluppare, nel solco di una branca di questa scienza, il processo evolutivo di tutte le culture umano in cammino lungo una sola via di sviluppo, passando dalle forme più semplici a quelle più complesse. 

Trattandosi di un discorso sull’essere umano ci piace avviare questa pagina da lontano nel tempo, ma non esiteremo a studiare i comportamenti dei politici e dei politicanti dei nostri giorni, grazie agli strumenti che -appunto- l’antropologia ci offre. E’ ovvvio, come sappiamo dal particolarismo storico e dal funzionalismo,  che le culture umane non seguono un unico schema obbligato, ma si adattano ai propri ambienti e storie in modi unici e differenti. 

L’antropologia dei nostri giorni studia e ci spiega  le relazioni complesse (per esempio, quelle dei politicanti dei nostri giorni) superando l’interesse esclusivo per i popoli primitivi per farci intendere il funzionamento del “potere” e il comportamento di coloro (i politici) che si sentono i nuovi, gli innovatori, dei giorni adesso correnti, chiarendoci gli scontri e gli incontri fra i diversi blocchi culturali, e non solamente. 

L'antropologia ci servirà (ci aiuterà) a rendere strano ciò che è familiare e familiare ciò che è strano, inducendoci a guardare la nostra stessa società (comunità) con occhi critici e privi di pregiudizi.

 

giovedì 3 settembre 2026

L’exclave di Ceuta

 Ceuta e Melilla

Il primo ministro spagnolo 
Pedro Sánchez ha difeso
fermamente la sovranità
perpetua di Ceuta e Melilla
,
dichiarando dinanzi al Congresso
dei Deputati che le due exclave
«
sono spagnole e
continueranno a esserlo
fino alla fine dei tempi
».

Ceuta fa parte del sistema
politico ed economico dell'UE,
ma ha una deroga per quanto
riguarda il sistema doganale (è
un porto franco e si trova
fuori dall'unione doganale
ordinaria).



A più di un mese dall’ingresso in massa di oltre 72.000 migranti irregolari marocchini nell’exclave di Ceuta, il primo ministro spagnolo ha riferito in Parlamento sui fatti. Il leader socialista ha dichiarato che anche la Commissione europea, «ha documentato la partecipazione di account e pubblicazioni collegati a ecosistemi informativi russi e filo-israeliani, ai quali si sono uniti anche alcuni esponenti dell'estrema destra internazionale e dell'estrema destra spagnola, che hanno approfittato della tragedia per fomentare paura e odio».

  Ha ribadito che non risultano «prove concrete» di una responsabilità delle autorità del Marocco, benché proprio in questi giorni sia filtrato un rapporto della Polizia Nazionale che indica la complicità di agenti di sicurezza marocchini nell'ingresso di migranti nella città autonoma, pur non implicando direttamente il governo di Rabat o i suoi servizi segreti.

 Sanchez ha confermato di essere costretto a muoversi come un equilibrista, per non scatenare un braccio di ferro con il confinante Marocco. «Mi tocca gestire questa crisi con rigore e con prudenza», ha detto Sánchez attaccato dall’opposizione di destra. Il premier ha negato che il governo abbia ricevuto una «allerta straordinaria» prima dell'ingresso di massa dei migranti pur riconoscendo che «tutte le istituzioni statali hanno rilevato un aumento degli arrivi nella città autonoma… un picco significativo, ma tutt'altro che senza precedenti o eccezionale».


Interrogarsi

Interrogarsi sul vivere sociale 
significa riflettere sulle dinamiche
che regolano il nostro stare insieme,
oscillando costantemente tra il
bisogno di appartenenza e la tutela
dell'individualità. L'essere umano è
storicamente e biologicamente un
animale sociale, ma l'equilibrio
della convivenza non è mai
scontato o definitiva.

E’ ovvio che
ogni azione individuale genera un
impatto collettivo. Il vivere sociale
richiede pertanto  il
superamento dell'egoismo a
favore di una cittadinanza attiva
e consapevole. 
Creare ponti e
contesti inclusivi trasforma la
diversità da minaccia a risorsa.
Ovviamente la 
convivenza
necessita di un sistema di
valori condivisi, leggi e norme
morali che garantiscano
giustizia, equità e rispetto
della dignità umana.






…riflettere
Sul blog il taglio ed il contenuto dei testi, rispetto a un quindicennio fa, e’ in più casi, profondamente cambiato. Dalla vita quotidiana che intesseva per più tempo (anni) la vita locale e che veniva riportata sul blog, siamo, senza accorgerci, passati  alla riflessione del vivere locale e non. Segno, dice qualche amico utilizzando ironia, che conduttore e collaboratori del blog stanno invecchiando.

Effettivamente sul blog la “riflessione” tende ad occupare più spazio della analitica spiegazione dei fatti.

Sebbene ci proponiamo, comunque,  il ritorno ai “fatti” locali e non, non intendiamo rinunciare all'opportunità di interrogarci sul significato della vita e persino dell'universo. Noi esseri umani siamo per natura creature curiose e non possiamo fare a meno di riflettere sul mondo che ci circonda e sul posto che vi occupiamo; abbiamo una capacità intellettuale che ci permette di ragionare, oltre che interrogarci, e per quanto possiamo non rendercene conto ogni volta che facciamo un ragionamento pensiamo sulla base culturale, sociale e politica entro cui ci siamo formati, entro cui siamo cresciuti.

In fondo lo scopo della filosofia non è tanto trovare le risposte alle domande fondamentali, quanto il processo con cui cerchiamo tali risposte, usando il ragionamento anziché accettare passivamente le visioni convenzionali o l'autorità tradizionale che arriva dal Municipio, dall’Ars o da Palazzo Chigi. 

Nell'antica Grecia e in Cina, erano coloro che, insoddisfatti delle spiegazioni fornite dalla tradizione e dalla politica ufficiale, che hanno cercato risposte su base razionale. E proprio come facciamo noi con amici e lettori per provare a trarre conclusioni a cui siamo giunti e il modo in cui siamo arrivati. 

A volte incoraggiamo il dissenso e la critica delle idee come mezzo per affinarle e trovarne di nuove. Le idee nuove nascono dalla discussione e dall'esame, dall'analisi e dalla critica, sempre auspicabile,  delle teorie degli altri.

Nessuna novità, quindi!


lunedì 31 agosto 2026

Migrazione siciliana nel mondo

Un giorno qualcuno ricorderà . . .  
La Sicilia conta oltre 826.000
residenti all'estero
 iscritti
all'AIRE e 
milioni di discendenti
 sparsi in tutto il mondo.
L'esodo di massa è iniziato alla fine
del XIX secolo a causa della crisi
agraria e della povertà del latifondo.
Tra il 1876 e il 1976 sono partiti
oltre 
2,5 milioni di siciliani.
Tra il 1961 e il 1971 oltre 612.000 
persone hanno lasciato l'isola dirette
in Europa (Francia, Germania, Belgio
 e Svizzera).
Le mete principali oltreoceano
sono state gli 
Stati Uniti,
l'
Argentina, il Canada e l'
Australia.





Capita di tanto in tanto che vengano a trovarci -a noi che persistiamo a vivere in quest’angolo di Sicilia, a Contessa-, gruppi di visitatori statunitensi con lontane origini locali, a giudicare dai loro cognomi. Si tratta di eredi di quel flusso migratorio iniziato subito dopo l’Unita’ d’Italia e ininterrottamente proseguito fino ai primi anni venti del Novecento, quando il Fascismo decise di interrompere il flusso perché doveva creare un Paese armato e militaresco con tante “baionette”.

  I visitatori che dalla lontana New Orleans arrivano fino a Contessa Entellina, immaginano di scoprire (o riscoprire dopo le narrazioni ascoltate dai nonni e dalle loro generazioni trascorse), un contesto umano, sociale e civile al quale in qualche modo ritengono di appartenere e col quale, stando alle narrazioni dei nonni, persistono legami di varia natura.

  Verosimilmente il plurisecolare distacco temporale  dal fenomeno migratorio che condusse migliaia di contessioti nella città del Golfo ha creato molteplici e diversificate consapevolezze dalla psicologia alla storia, dalla poesia del vivere alla sociologia e alla trattazione delle cose da far ascoltare ai periodici e casuali ospiti.

  = = = 

La migrazione dei siciliani, e specificatamente dei contessioti nel mondo, sarà’ oggetto di periodiche pagine sul blog, grazie anche alla collaborazione di chi il fenomeno lo conosce per esperienza diretta.

sabato 22 agosto 2026

Contessa Entellina, per noi è sempre “Hora”

Contessa Entellina, 
in lingua arbëreshe,
 
Hora e Kuntisës (o 
semplicemente 
Horë, che 
significa il paese o la città). 
Fondata nel XV secolo, è 
una storica comunità 
arbëreshe in Sicilia di 
rito greco-bizantino.




Pagine di Storia, memorie e curiosità 


Ricordo alcuni anni fa di avere avuto sul blog un pubblico confronto, con quello che era l’ultimo dei monaci  basiliani che permaneva al Monastero Basiliano SS. Salvatore, situato sulla sommità della collina Sklizza a Piana degli Albanesi. Si tratta del complesso monumentale, edificato nella prima metà degli anni '50 dai monaci basiliani dell'Abbazia di Grottaferrata, caratterizzato fra altro da una chiesa in stile neo-bizantino con rivestimenti in mattoni e marmi locali. 

 Su una pagina del blog, riferendomi al paese di Contessa Entellina, avevo usato il termine arbereshe “Hora”, parola che noi tutti contessioti usiamo per riferirci al nostro centro abitato, da sempre. La tesi del monaco basiliano era che quell’appellativo, “Hora”, competeva solamente a Piana degli Albanesi. Il confronto e le argomentazioni durarono per più giorni: ognuno rimase comunque sulle proprie convinzioni.

= = =

 Quel confronto, comunque interessante per i temi che vennero svolti, mi e’ tornato in memoria nel confronto con due amici che si propongono, ed insieme ci proponiamo, di dedicare alcune pagine del blog alla nostra Contessa Entellina, quella di oggi, quella delle strade deserte, delle aule con pochi alunni, dei giovani che conseguono un titolo di studio e poi, tutti, proprio tutti, emigrano.

 Si, …  ci proponiamo di discutere dell’immenso patrimonio edilizio post-terremoto,  nella stragrande maggioranza dei casi, disabitato. 

 Le tematiche saranno comunque tante e varie, tutte, riteniamo, culturalmente e socialmente interessanti. Oltre agli inevitabili temi a sfondo socio-economici, l’amico architetto, tratterà del “vivere la casa” e del “vivere il territorio”, due situazioni che si possono combinare e condizionarsi reciprocamente.

 Come sempre, chi vuole potrà dire il proprio pensiero.


 

  

lunedì 17 agosto 2026

Riflessioni di Economia e Storia economica (3)

Il crollo di Costantinopoli
del 29 maggio 1453
 da
parte dell'Impero Ottomano
è la causa diretta della
diaspora degli arbëreshë
 
(gli albanesi d'Italia).
Con l'avanzata turca nei
Balcani dopo la caduta
dell'Impero Bizantino e la
morte dell'eroe nazionale
Giorgio Castriota
Scanderbeg, migliaia di
albanesi lasciarono le
proprie terre per rifugiarsi
 nell'Italia meridionale a
partire dal XV secolo.
Sotto la guida di
Scanderbeg, gli albanesi
opposero una lunga
resistenza. Dopo la sua
scomparsa (1468), la
pressione turca
divenne insostenibile.

Intere comunità
attraversarono l'Adriatico.
Si stabilirono in regioni
come la Calabria, la
Sicilia, la Puglia e il
Molise, fondando o
ripopolando villaggi.


Sistemi economici da esplorare

Perché quegli arbereshe del XV secolo

vollero venire nella Sicilia feudale?

 (In questa e nella prossima pagina ci intratterremo sulla crisi dell’Impero Romano d’Occidente prima e di quello d’Oriente dopo. E’ dal crollo di Costantinopoli che coglieremo conseguenze sia politiche che socio-economiche).

-  -  -

I 15.000 km di confini che cingevano l'impero romano diventavano sempre più difficili da difendere perché la crisi demografica si faceva sentire anche nell'esercito che era composto prevalentemente di stranieri mercenari, mentre i barbari, popoli forti e fecondi, con antichi conti di sfruttamento da regolare, facevano crollare le difese in più punti e invadevano le terre saccheggiando e seminando la morte.


Scarseggiavano ormai anche gli artigiani, i contadini, i commercianti; già Caracalla in passato aveva dato la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi per poter riscuotere più tasse, ma l'espediente non bastava a colmare il deficit di un impero in rovina. Si era anche concessa la terra libera a chiunque avesse il coraggio di coltivarla, ma ben pochi si esponevano al duro lavoro per vedersi portar via il raccolto dalle truppe nemiche.


Terrorizzati, i servi trovavano protezione presso un signore di quelle «villae» che erano possedimenti autosufficienti, muniti di torri e mura, con un esercito privato e proprie carceri. Il signore non accettava incarichi sociali, non pagava le tasse, viveva per sé producendo quanto gli occorreva: utensili, cibo, abiti, persino i mattoni. Per non cadere nei tranelli di monete inaffidabili, riprese il sopravvento lo scambio in natura. I commerci erano così ridotti al minimo anche perché la rete stradale in dissesto consentiva lenti spostamenti: in un giorno si coprivano appena 35 km e le navi stavano in mare per anni.


L'imbarbarimento della popolazione era evidente anche nei costumi: si vedevano capelli lunghi, calzoni e vesti di pelliccia inutilmente vietati dagli imperatori. Costantino, il primo imperatore che aveva concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313, mantenne unito il territorio romano e nel 330 pose la capitale a Costantinopoli, così fu chiamata dal suo nome Bisanzio, la città sorta nel VII secolo a.C. come colonia greca sul Bosforo. Essa aveva tutte le prerogative per diventare un imprendibile faro di civiltà: la posizione strategica al centro di estesi traffici commerciali con l'Oriente e l'Occidente, un ampio porto e difese naturali su tre lati. Infatti fu la città più progredita e opulenta del mondo per un millennio e nessuno dei popoli invasori riuscì a entrarvi, tranne i Crociati nel 1204. E … però!

(Segue)

mercoledì 5 agosto 2026

Riflessioni di Economia e Storia economica (2)

L'Italia del XV secolo
 (il Quattrocento) 
era una
terra divisa in tanti Stati
diversi, guidata da
Signorie e Repubbliche,
ed è famosa per la
nascita del Rinascimento.
Grazie alla ricchezza delle
corti e dei mercanti,
l'Italia diventa il centro
di una grande rinascita
della cultura, della pittura,
 della scultura e della
letteratura.



Sistemi economici da esplorare

Perché quegli arbereshe del XV secolo

vollero venire nella Sicilia feudale?


L'Italia del XV secolo, il secolo del crollo dell’Impero Romano d’Oriente e della migrazione degli arbereshe dai Balcani nel Sud Italia ed in Sicilia, almeno quella centrale e quella settentrionale, era ai vertici mondiali della ricchezza. Era probabilmente più ricca, per caput (=pro capite), di quanto non sia mai stata sino alla vigilia della prima guerra mondiale. 


La ricchezza era non solo manifatturiera, commerciale, finanziaria, ma anche agricola. Il tutto si fondava su un diritto commerciale moderno in relazione ai tempi, su raffinate istituzioni finanziarie, su mercati articolati ed efficienti e su una tecnologia d'avanguardia, anche in agricoltura.


In quell’alba della modernità, più storici ci fanno sapere che gli italiani (quelli del centro-nord) seppero - con l'imprenditorialità, con la laboriosità, con lo studio nelle scuole e nelle botteghe - produrre cose che piacquero al mondo. Seppero aggiungere valore alle risorse primarie di cui l'Italia scarseggiava e che si dovevano importare e pagare esportando con successo, da parte di un paese naturalmente trasformatore, per necessità volto ai traffici internazionali e che solo nell'apertura al commercio con l'estero poteva prosperare. 

Quell'esperienza storica socio-economico - con le sue ascese, le cadute, i recuperi - è di speciale rilievo per tutti i paesi che la natura non ha dotato delle risorse primarie più richieste internazionalmente.


Si era all’alba dello Stato moderno che però cominciava a prender forma in Spagna, in Francia, nelle isole britanniche. Gli storici sostengono che lo Stato moderno di vasta dimensione ha giocato un ruolo importante, non solo sul piano militare, civile, istituzionale, culturale ma anche su quello economico. Ha unificato legislazione, amministrazione, pesi e misure, sistema monetario; ha creato mercati e li ha sostenuti con la Marina, con l'Esercito; ha costruito porti, strade, canali; ha favorito il trasferimento delle tecniche.  


E, purtroppo, tutto ciò è in gran parte mancato all'Italia divisa e colonizzata. 


Quale peso ha avuto questa carenza nel declino italiano nei successivi secoli XVII e XVIII? Su queste ed altre circostanze, attinenti l’arretratezza del Meridione rifletteremo.

domenica 2 agosto 2026

Parole frequenti sui media

 

Ceuta è una città autonoma
spagnola
 situata nel Nordafrica,
interamente circondata dal
Marocco, fatta eccezione per
il suo affaccio sul Mar Mediterraneo
vicino allo stretto di Gibilterra
.
Rappresenta una delle due uniche
enclavi europee (l'altra è Melilla) a
condividere un confine terrestre
con uno Stato africano.
exclave

Il termine indica una porzione di territorio di uno Stato che però è separata geograficamente dal resto del territorio nazionale, essendo circondata da territorio di uno o più altri Stati. Ceuta è uno degli esempi più noti, in quanto città spagnola situata sulla costa marocchina e separata dalla Penisola iberica dallo Stretto di Gibilterra.

Ceuta è un'exclave situata sulla costa del Nordafrica, circondata dal territorio del Marocco e dal Mar Mediterraneo. Gode di un regime fiscale speciale ed è un porto franco. Pur non facendo parte dello spazio doganale comune europeo, è territorio della Spagna e dell'Unione Europea a tutti gli effetti.