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domenica 1 novembre 2026

Antico Testamento

Gianfranco Ravasi
-cardinale-
ha curata una panoramica
approfondita sui 46 libri del
primo testamento,
esplorandone la ricchezza
storica, letteraria e teologica
.




In attesa, nelle prossime settimane, di riprendere le tracce sulla “Storia del Cristianesimo”, stiamo delineando le linee essenziali dell’Antico Testamento, quello che per gli ebrei riporta il percorso della terra promessa da percorrere nei suoi molteplici e complessi itinerari lungo territori storico-letterari diversi. Si tratta di quarantasei libri che riportano la Storia di un popolo e nel contempo la “voce”  eterna di Dio.

  Gli ebrei hanno ordinato quei libri in tre ambiti canonici. La Tora’ (=Legge) che in seguito i cristiani denomineranno Pentateuco. Poi seguono i Profeti e in terza  posizione stanno gli Scritti (opere sapienziali).

 L’uomo spunta nel testo biblico come in una avventura morale sotto ‘l’albero del bene e del male’, come a dire nella libertà e nella violazione, nella grandezza e nella miseria della creatura umana.

  Successivamente, cominciando da Abramo, inizia la storia del riscatto dell’essere umano, grazie alla fede, all’obbedienza e in buona parte alla speranza. L’uomo che nel groviglio delle vicende umane tenta di rintracciare il filo rosso divino che lo salvi.

E’ domenica

La funzione principale delle
religioni  è dare un senso al
limite e alla precarietà
dell'esistenza umana,
strutturando regole morali,
testi sacri, comunità e
pratiche rituali.

Le fedi del mondo

Fino a qualche anno fa si era convinti che un cattolico, un buddhista, un musulmano, un credente insomma, non potessero essere  oggettivi per le ricerche sul fenomeno religioso.

Tanta gente impegnata sul come provare a vivere dignitosamente col lavoro, per conto suo, si infischiava di tutti i problemi di natura religiosa, vivendo alla meno peggio il proprio «cattolicesimo della domenica».


Da qualche tempo sembra che qualcosa sta cambiando. Alcuni pensano che la crisi energetica, la insoddisfazione del proprio lavoro, la difficoltà crescente nel vivere sociale  non rappresentano l'unica faccenda importante del momento storico e dell’essere presente sul pianeta Terra. Possedere fede significa provare a dare significato all'esistenza.  E su questa convinzione sui media frequentemente ci capita di leggere che l’uomo è un « animale religioso » inserito nel processo storico  dell'evoluzione.


Per molti, però, per troppi, forse per la maggioranza il richiamo della foresta è ancora forte, e le religioni appaiono solo come le classiche lucciole che splendono fra le tenebre (Schopenhauer). Occorre invece che la religione, le religioni,  siano conosciute in tutte le loro forme. 

Esiste in molti ambienti sociali una sorta di pigrizia mentale nel voler affrontare la questione religiosa.


Sul blog, come per prassi da più tempo, continueremo e proveremo a fotografare la realtà di varie religioni, comprese alcune dell’antichità, al fine di proporre spirito ed essenza del vivere umano. Il rispecchiarsi o meno di ciascun lettore è questione personalissima.

giovedì 29 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (8)

Alcune brevi premesse

  Tra medioevo ed età moderna, ossia il periodo durante il quale  gli arbereshe cominciarono ad arrivare nel Sud Italia, era in corso sulla nostra Isola, la Sicilia, sul piano socio-economico il processo di diffuso radicamento feudale a vari livelli della società.  Quei nuovi assetti che andavano dispiegandosi, sia pure su basi feudali, non presentarono mai caratteri comuni su tutti i territori del bacino mediterraneo. Piu’ storici preferiscono, in relazione alle varie realtà territoriali (Spagna, Francia, penisola italiana), usare declinazioni al plurale: i feudalesimi .

Regime feudale
Il sistema si reggeva sulla
totale frammentazione del
potere pubblico e sulla
sostituzione dello Stato
con una fitta rete di legami
di dipendenza personale:
quella dei baroni in
Sicilia.





 Evidenziamo che sul blog useremo “feudalesimo” sia quando ci riferiremo al sistema di produzione agraria e sia quando ci riferiremo alle istituzioni di governo dei territori mentre la dizione “giurisdizione” ci servirà per evidenzierà la differenza che correva -in quei secoli- tra proprietario terriero privato  (figura piuttosto rara, anzi assente) e quella di feudatario che assorbiva in sé funzioni prettamente pubbliche. I feudi, con tutti i ruoli tratteggiati (produttivi, giurisdizionali e politici) erano ereditari.

In Sicilia il feudalesimo ha costituito un regime socio-economico-istituzionale di eccezionale continuità storica, introdotto dai Normanni nell'XI secolo e rimasto formalmente in vigore fino alla Costituzione del 1812. A differenza del modello feudale nordeuropeo, prettamente militare e frammentato, quello siciliano si è strutturato come un potente sistema di potere pubblico ed economico concentrato nelle mani di una ristretta aristocrazia terriera (i baroni), capace spesso di controbilanciare l'autorità regia.

L'architettura istituzionale del feudalesimo siciliano poggiava su prerogative legali uniche che garantivano ai baroni un controllo quasi assoluto sul territorio.
( ) Il Merum et Mixtum Imperium: I feudatari godevano dell'esercizio della giustizia civile e penale (alta e bassa giurisdizione) nei propri territori. Questo trasformava il feudo in un'entità statuale autonoma dove il barone era giudice e governatore dei propri sudditi.
(  ) Capitoli Volentes e Si Aliquem: Emanati in epoca aragonese (fine XIII secolo), questi capitoli legislativi concessero alla nobiltà isolana il diritto di alienare, ereditare, vendere o sottoporre a vincoli i feudi. Il patrimonio familiare veniva blindato attraverso istituti come il maggiorascato e il fidecommesso, impedendo la frammentazione dei beni per generazioni.
( ) Il Parlamento Siciliano: Composto da tre bracci (Militare/Baronale, Ecclesiastico e Demaniale), era dominato dall'aristocrazia. Questo organo non era solo consultivo, ma possedeva il potere di contrattare i donativi (le tasse) con la Corona e di difendere i privilegi feudali da ogni tentativo di centralizzazione regia (come avvenne durante i vicereami spagnoli e borbonici).


(Segue)


lunedì 26 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (7)

Primi approcci 
Ancora nel Settecento,
la Sicilia era
dominata da un regime feudale
pervasivo e strutturato sul privilegi
o 
che regolava l'intero assetto
socio-economico e politico dell'isola.
A differenza di altre aree d'Europa
dove il feudalesimo era ormai in
netto declino, nel Regno di Sicilia
il sistema rimaneva solidissimo e
contava 
oltre 2.000 feudi
,
condizionando la vita della maggior
parte della popolazione
.






Abbiamo già tratteggiato nelle pagine precedenti che sin dal periodo normanno la maggior parte della proprietà fondiaria dell'Isola era affidata alle mani di alcuni baroni. Ogni “baronia” aveva il dominio su terreni destinati a varie culture, dai pascoli ai boschi, alle praterie, ma predominavano i terreni incolti, che, dando un caratteristica fisionomia al paesaggio, costituivano il “feudo”; motivo per cui in Sicilia feudo divenne sinonimo d'una terra qualsiasi. 


E però  la giurisdizione dei baroni, travalicando i confini delle terre di cui erano diretti proprietari,  in realtà, la stragrande parte della proprietà fondiaria dell'Isola si riconduceva nelle  mani di alcuni, pochi, baroni. 

Il feudo era formato da terreni destinati a varie culture, dai pascoli ai boschi alle praterie, ma con assoluta predominanza  dei  terreni incolti, che, dando un caratteristica fisionomia al paesaggio, costituivano la vasta campagna siciliana. Da questo quadro di trascuratezza in Sicilia il termine “feudo” divenne sinonimo d'una terra qualsiasi. 


Dal momento che la giurisdizione dei baroni, travalicava i confini delle terre, di cui erano diretti assegnatari regi e si estendeva su città e villaggi, quindi su Kuntisa,  e rispettivi demani, e quindi anche sulle piccole proprietà private comprese nel loro dominio, ne derivò che i padroni di queste ultime si sentivano pure essi sottoposti al barone giusto una serie di molteplici o multiformi legami che avremo modo di tratteggiare sul blog.

domenica 25 ottobre 2026

Antico Testamento

 

Gianfranco Ravasi,
Dopo aver guidato il Pontificio
Consiglio della Cultura dal 2007
al 2022, mantiene un ruolo attivo
di studio, pubblicazione e dialogo
culturale.
Stando a quanto sostiene Gianfranco Ravasi,  attualmente presidente emerito del Dicastero per la Cultura e l'Educazione della Santa Sede (incarico ricoperto fino al 2022) e continua la sua intensa attività di biblista, teologo, scrittore e conferenziere, è’ stato l'apostolo Paolo a coniare per primo la locuzione «Antico Testamento», in greco palaià diatheke, quando osservava criticamente che «i figli di Israele... avevano le menti indurite: infatti, fino ad oggi un velo rimane, non rimosso, quando si legge l'Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato» (2Cor 3,13-14). La dichiarazione di S. Paolo rimandava anche all'alleanza (in greco, sempre diatheke) intercorsa tra il Signore e Israele, un'alleanza spesso violata dal popolo ebraico e destinata per l'apostolo ad approdare alla pienezza in Cristo. 

Sulla scia paolina furono due autori cristiani, Tertulliano e Origene, vissuti tra il Il e III secolo, i primi a usare in modo esplicito la locuzione «Antico Testamento» per definire le Scritture Sacre di Israele accolte anche dal Cristianesimo, che le considerò un tutto unitario in sé e in collegamento col Nuovo Testamento.

Proprio perché parola di Dio e quindi testo ispirato, si preferisce ora adottare l'espressione Primo Testamento, nella consapevolezza che la storia della salvezza ha un percorso unitario le cui tappe devono essere tutte seguite dal fedele cristiano. Entrambe le formule sarebbero, comunque, accettabili, perché hanno come centro proprio quell'alleanza, testamento, patto, promessa, che nasce da un impegno diretto di Dio. E’ lui, infatti, a entrare per primo in scena, nelle varie tappe della storia, con la sua parola e la sua opera per giudicare e salvare, per rivelarsi e condurre l'umanità verso la libertà e la vita piena e perfetta.

domenica 18 ottobre 2026

Storia del Cristianesimo (8)

 Brevi flash sulle origini 

La Chiesa delle origini nasce 
formalmente a Gerusalemme 
durante il giorno di Pentecoste, 
50 giorni dopo la Pasqua di Risurrezione. 
Secondo la dottrina  e il racconto 
biblico degli Atti degli Apostoli, 
sebbene la Chiesa sia stata istituita da 
Gesù Cristo, la sua manifestazione ed 
espansione nel mondo ha avuto inizio 
proprio con la predicazione e l'azione 
diretta dei dodici apostoli sotto la guida 
dello Spirito Santo.
Il principio secondo cui la vera 
Chiesa deve risalire storicamente agli 
apostoli prende il nome di apostolicità. 
Questa continuità storica e dottrinale 
è garantita, nella teologia cattolica 
e ortodossa, dalla Successione Apostolica, 
ossia la trasmissione ininterrotta 
dell'autorità spirituale dagli apostoli ai 
loro successori, i vescovi, tramite 
l'imposizione delle mani.


Provare a cogliere

La prima chiesa.  La prima comunità ecclesiale cristiana è stata fondata a Gerusalemme il giorno di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, secondo il Nuovo Testamento e la tradizione. Gli apostoli — riuniti nel Cenacolo con Maria dopo la Pentecoste — iniziarono a predicare la resurrezione di Gesù e a battezzare i primi credenti.


La comunità di Antiochia in Siria (fondata intorno al 38–40 d.C. dagli apostoli Pietro e Paolo) è spesso citata come la prima chiesa impiantata al di fuori di Gerusalemme e il luogo in cui i seguaci di Gesù furono chiamati per la prima volta "cristiani".


L'aumento del numero dei fedeli, come pure l’espansione territoriale, pose alle comunità cristiane il problema della loro organizzazione. Si formarono cosi, gradualmente, le prime istituzioni ecclesiastiche. A capo di ciascuna comunità cristiana era un Vescovo «sorvegliante», da cui dipendevano alcuni diaconi, dotati di funzioni soprattutto amministrative e assistenziali, e alcuni presbiteri, preposti a funzioni spirituali e liturgiche.


L'autorità del vescovo si fondava sulla cosiddetta «successione apostolica»: ogni apostolo aveva personalmente consacrato, a capo di ciascuna delle comunità cristiane, un vescovo. Tutti i vescovi, in teoria, erano uguali e autonomi: tuttavia molti riconoscevano al vescovo di Roma una posizione di maggiore prestigio, poiché egli era il vescovo della capitale dell'impero e la chiesa romana era stata fondata, come quella di Antiochia,  dagli apostoli Pietro e Paolo.


=. =. =

ANTICO TESTAMENTO

Il tema, il centro sviluppato e’ una sorta di “patto”, di “alleanza” e addirittura di “promessa” che parte da Dio. E’ Lui che in varie tappe entra in scena, nelle scene della storia, ora per giudicare e ore per salvare.

Per i credenti Egli sarebbe, e’, in azione nella Storia di Israele per tracciare il suo disegno. L’uomo sarebbe, e’ chiamato, a collaborare al progetto divino, conservando autonomia e libertà, e contemporaneamente perseguendo il suo personale impegno di fede.

sabato 17 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (6)

Primi approcci
Fra le ricerche sulla economia politica e sui dati statistica relativi al secolo iniziato nel 1700 ci e’ capitata una  tabella che nella sua estrema sintesi coglie il numero delle terre (=comunità) e delle anime (=abitanti) ricadenti  nel demanio dello Stato e di quelle invece ricadenti nel dominio feudale. 

Resta esclusa dalla tabella la città di Palermo, la cui  popolazione si era soliti calcolarla in 1/10 di quella del Regno; effettivamente  nel 1770 essa si aggirava intorno ai 180.000 abitanti: sicché Palermo, dopo Napoli era la città con maggiore popolazione della penisola, più di Roma e di Milano. Sostanzialmente i 2/3 del territorio del Regno ed i 2/3 della popolazione erano sotto il dominio baronale. Il rimanente 1/3 era direttamente governato dalla monarchia, in pratica tutte le città demaniali.

Per i baroni, sia le estensioni dei feudi che le persone che su di essi insistevano venivano considerati globalmente loro dirette proprietà. Stando all’ultimo censimento in tempo feudale del 1791, i baroni, e quindi le baronie, sull’Isola erano 340. In questo quadro che via via andremo tratteggiando, va precisato che i baroni erano non solo signori laici, ma anche ecclesiastici. E ciò ci fa subito evocare che sull’attuale territorio di Contessa Entellina, entro confini ben controllati e vigilati, insistettero le signorie baronali non solo dei Cardona e loro successori, ma anche le signorie ecclesiastiche, pure esse baronali, degli Abati di Santa Maria del Bosco.

(Segue)


martedì 13 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (5)

I riveli di beni ed anime 
erano i censimenti
periodici della popolazione
 e del patrimonio introdotti
nel Regno di Sicilia a
partire dal XVI secolo
.

Il loro scopo principale
era di natura
 
fiscale
e militare
: servivano
infatti a calcolare e
ripartire i "donativi"
(le tasse) che ogni
municipalità (
Università)
doveva versare alle casse
del Regno e a stimare
il numero di
uomini atti alle armi.



Prima ancora di inoltrarci nella vicenda storica sul regime feudale siciliano, e poi specificatamente di quello dei Cardona, riteniamo utile presentare alcune utili fonti chiarificatrici su quei lontani tempi:

 I riveli di beni e di anime.

I riveli erano registri fiscali che si accompagnavano a censimenti periodici introdotti nel Regno di Sicilia a partire dal XVI secolo (dal 1569 che venivano curati dal Tribunale del Real Patrimonio). Servivano a ripartire i donativi, ossia i tributi che ogni comunità, definita  Università (p. esempio Kuntisa)  doveva versare alle casse statali (il Regno di Sicilia) in base alla ricchezza effettiva ovvero presunta (vedremo in seguito come veniva applicata). Sul piano operativo si applicava ad ogni capofamiglia (o "rivelante") che era obbligato a dichiarare i componenti del proprio nucleo familiare (le anime con nomi ed età) e i propri averi (case, terreni, animali, debiti, crediti e affitti). Oltre che a finanziare le spese del Vice-reame di Sicilia i Riveli servivano anche a stimare il numero di uomini atti alle armi presenti sul territorio. Altre utili fonti potrebbero essere i registri parrocchiali, ove non  siano andati perduti.

I Riveli nel Regno di Sicilia vennero effettuati a intervalli irregolari nel corso dei secoli, in particolare negli anni:
  • 1505, 1548, 1569-1570, 1583, 1593
  • 1606, 1616, 1623-1624, 1636, 1651, 1681
  • 1714, 1747-1756
  • 1806 e 1831 (prima quindi dell'unificazione e poi col primo censimento nazionale che si svolgerà nel 1861).                                                                                                                (Segue)

lunedì 12 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (4)

Nella Sicilia del Quattrocento,
il binomio tra il possesso della terra, la
dimensione del vivere umano e la
caratura politica 
rappresenta il
fulcro delle dinamiche sociali ed
economiche dell'isola
, allora
integrata nella 
Corona d'Aragona 
sotto la dinastia dei Trastámara.

Questo secolo, tradizionalmente
visto come un periodo di
transizione dal Medioevo all'Età
Moderna, si caratterizza per una
profonda ristrutturazione del potere
feudale, dell'economia cerealicola e
delle reti urbane.
La Sicilia del Quattrocento sperimenta
una stabilità istituzionale interna
che favorisce la ridefinizione dei
rapporti di forza: la terra rimane la
fonte primaria della ricchezza e dello
status sociale, mentre la politica si
sposta dai campi di battaglia trecenteschi
alle aule parlamentari e alle cancellerie
vicereali, consolidando quel modello
 sociale ed economico basato sul
Feudo che caratterizzerà l'isola per
i secoli a venire.



 Primi approcci

  Nell’intento di tracciare il quadro della realtà sociale, economica e politica del VIVERE umano nel regime della Sicilia feudale iniziato nel 1061 con lo sbarco a Messina di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d'Altavilla e che ha portato alla creazione del Regno di Sicilia nel 1130, e’ scontato che i documenti a cui ci rifaremo sono quelli più recenti, ossia quelli del “settecento” che, e’ bene evidenziarlo, gli archivi siciliani conservano con ammirabile diligenza. 

 La società siciliana del XVIII secolo era ancora sul piano giuridico, sociale ed economico, fondata sul privilegio feudale nella identica misura e sostanza in cui lo era cinque secoli prima ed ovviamente lo era ancora nel XV secolo quando comincia a costituirsi nell’area interna dell’Isola, a valle di Kalatamauro e successivamente di Brignet, la comunità arbereshe che darà origine a Kuntisa.

 Prima ancora di avviare il discorso sugli arbereshe che daranno origine alla comunità di Kuntisa tracceremo la natura di quello che segnava, durante l’intero Medio Evo, il coefficiente di potenza nella Sicilia a regime feudale:(1) il possesso della terra da cui conseguentemente originava (2) il privilegio feudale e a cui seguiva (3) la caratura politica delle classi dominanti.


     

domenica 11 ottobre 2026

Storia del Cristianesimo (7)

 

La missione di San Paolo
 (Saulo di Tarso) è 
portare il
Vangelo di Gesù a tutti i
popoli, con particolare
attenzione ai Gentili (i
non ebrei)
, guadagnandosi
il titolo di "Apostolo delle Genti.
"
Ha percorso circa 15.000
chilometri
 in diversi anni,
compiendo tre grandi viaggi
missionari attraverso la Siria,
l'Asia Minore (Cipro,
 Anatolia), la Macedonia e la
Grecia (fondando comunità
a Filippi, Tessalonica, Atene e
Corinto)
.  
 Fu sostenitore della salvezza
in Cristo, aperta a tutti, senza
l'obbligo di seguire
integralmente la Legge giudaica.








Brevi flash sulle origini 

Provare a cogliere

 La missione di San Paolo. San Paolo non aveva conosciuto e seguito il Gesù terreno, che annunciava la venuta imminente del regno di Dio e forniva una nuova interpretazione della Legge di Mosè. Ma, nella nota esperienza di Damasco, raccontata tre volte da San Luca negli Atti degli Apostoli (9,1-20; 22,6-16; 26,12-18), su cui egli fonda il suo carattere di apostolo, aveva conosciuto il Cristo celeste, il Gesù crocifisso e risuscitato che aveva liberato l'uomo dalla schiavitù del peccato e della morte (quella schiavitù che è entrata nel mondo per la disubbidienza di Adamo e costituisce propriamente per Paolo l'esistenza «nella carne») e che rivendicava nei confronti dei suoi discepoli il ruolo del salvatore e del signore (quel ruolo che, dirà sempre Lui, costituisce i credenti in «corpo di Cristo»). 

«Vi ho dunque trasmesso, anzitutto, quello che ho ricevuto, che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, e che fu sepolto, e fu risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture, e che apparve a Cefa, e poi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, la maggior parte dei quali vive ancora, mentre alcuni sono morti [...] Infine apparve anché a me» (I Cor. 15,3-8). E non è infatti il «Gesù storico» che tutti i Giudei avevano conosciuto, ma questo Cristo morto e risorto, che aveva posto fine alla Legge mosaica e alla storia, che egli predicava a Giudei e pagani come unico mezzo di salvezza. 

«Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così», egli dice nella II lettera ai Corinzi (5,16) con un'affermazione che sarebbe stata ripresa e piegata ai propri intenti dalla moderna teologia. Da qui si afferma il principio paolino della giustificazione di tuti gli uomini (Giudei e pagani) per mezzo della sola fede nel Cristo morto e risorto (Rm. 3,29-30).

Il cristianesimo conseguentemente si staccava dal giudaismo e si affermava in maniera perentoria come religione non nazionale, ma universale. Gli elementi più legati alla tradizione giudaica reagirono perciò con forza a questa novità.


=.   =.   =

IL RITO BIZANTINO.

Il rito cattolico-bizantino in Italia è custodito dalla Chiesa bizantina cattolica in Italia (o Chiesa italo-albanese/italo-greca), una Chiesa sui iuris soggetta alla Santa Sede che si articola storicamente e giuridicamente in tre realtà:


-L’Eparchia di Piana degli Albanesi (Sicilia), istituita il 26 ottobre 1937 da Papa Pio XI, accoglie i discendenti degli esuli albanesi (arbëreshë) giunti in Sicilia a partire dal XV secolo. Ha sede a Piana degli Albanesi (PA), con la Cattedrale di San Demetrio Megalomartire e la Concattedrale di San Nicolò dei Greci alla Martorana a Palermo. 

Le lingue liturgiche utilizzati sono il greco koinè e l'albanese, ma anche l’italiano.


-L'Eparchia di Lungro (Calabria), istituita il 13 febbraio 1919 da Papa Benedetto XV, è la circoscrizione di riferimento per le comunità arbëreshë dell'Italia continentale. Ha sede a Lungro (CS), in Calabria, con la Cattedrale di San Nicola di Mira (famosa per il grande mosaico del Pantocrator).

Le Lingue liturgiche utilizzate sono il greco e l’albanese, ma anche l’italiano.


-L'Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata (San Nilo), fondata nel 1004 da San Nilo di Rossano, è un monastero di monaci dell'Ordine Basiliano d'Italia. L'attuale assetto liturgico-istituzionale legato al rito bizantino è stato ribadito nel corso del Novecento, affiancandosi alle eparchie meridionali. E’ retta da un Esarca. Non è un'eparchia territoriale come le prime due, ma un monastero sui iuris dell'Ordine Basiliano. I monaci basiliani celebrano la Divina Liturgia secondo il rito greco-bizantino e custodiscono un immenso patrimonio di codici e manoscritti antichi nella celebre biblioteca dell'abbazia.