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mercoledì 30 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

Il teatro nel Novecento 
abbandona le regole
classiche e il dramma
borghese ottocentesco
per diventare uno spazio
di sperimentazione, crisi
dell'identità e denuncia
sociale.

 Il teatro all’alba del Novecento 

Il passaggio dal teatro dell'Ottocento a quello del ventesimo secolo avviene nel segno della ottocentesca continuità dovuta alla presenza fisica d'un nutrito gruppo di padri nobili e dalla vigoria della commedia di intrattenimento borghese o dialettale a impianto realistico. La continuità attraverso drammi tardo naturalistici e nell’ansia di futuro aprono alle suggestioni del simbolismo, ad atmosfere intimistiche, a trasfigurazioni lirico-sentimentali. 

 Su questo sottofondo D'Annunzio sfida le convenzioni del repertorio borghese con il suo progetto di un teatro poetico-rituale ed esplode poi nello sperimentalismo contestatario dell'avanguardia futurista. In chiave ironica, si propongono le prime indagini d'una drammaturgia del grottesco.

Del passato resta invece il dramma storico: velleità nazionalistico-imperiali animano la tensione retorica e l'orpello storico consente di mascherare disagi sociali.


Gerolamo Rovetta offrì (1901) una visione idilliaca del Risorgimento e con Re Burlone, nel 1905, un caricaturale ritratto di Ferdinando Il di Borbone. Quelli sono anni in cui il nazionalismo incomincia a diventare un partito e se la dannunziana Francesca da Rimini (1901) dava l'illusione della tragedia nazionale di alto prestigio letterario, il Giulio Cesare (1902) di Enrico Corradini - teorico del nazionalismo e critico drammatico sul "Marzocco" - attinge dalla romanità miti, suggestioni, idee-forza per una politica espansionistica. 

Alfredo Oriani con il suo Invincibile (1902) - sul palcoscenico del Margherita di Genova - capovolge il modulo Amleto, trasponendolo negli anni della speculazione borghese per declamare o recriminare le ragioni d'una rivolta ideale perpetuamente frustrata.

lunedì 28 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

In letteratura, il concetto di 
Opera aperta definisce un
testo che non impone 
un’unica interpretazione
rigida o un percorso
narrativo lineare, ma 
richiede una 
collaborazione 
attiva e inventiva
del lettore per 
completarne il
senso.






 L’opera aperta.

Ha scritto Umberto Eco: "Molta della letteratura contemporanea è fondata sull'uso del simbolo come comunicazione dell'indefinito, aperta a reazioni e comprensioni sempre nuove.

Possiamo facilmente pensare all'opera di Kafka come ad un'opera "aperta" per eccellenza: processo, castello, attesa, condanna, malattia, metamorfosi, tortura non sono situazioni da intendersi nel loro significato letterale immediato.


Ma a differenza delle costruzioni allegoriche medievali, qui i soprasensi non sono dati in modo univoco, non sono garantiti da alcuna enciclopedia, non riposano su nessun ordine del mondo".

 (U. Eco, Opera aperta, Milano 1962).


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Globalizzazione e contemporanea

 regionalizzazione.


Si è conclusa alcuni decenni fa, la marcia, avviata molti anni fa, verso |’Europa. Che -ora unificata- si è persino allargata oltre i confini tradizionali dell'Ovest, magari per far fronte alla competizione economica con gli Stati Uniti e altre grandi potenze orientali che la globalizzazione rende concorrenti diretti e prossimi. 

Non è nuovo ma non ha avuti mai tanti e così rumorosi proseliti il federalismo in Italia. Dunque direttrici verso l'autonomia locale del potere convivono con le esigenze della globalizzazione. Un'altalena in cui da una parte c'è una forte spinta al decentramento, dall'altra una vigorosa tendenza alla concentrazione: analoga a quella che crea colossi economici multinazionali in cui annegano i poteri e le identità di ogni singolo Stato. La situazione in cui oggi si ritrova l’Europa è una gara durissima ma già cominciata fra i regionalismi e la  globalizzazione. E ciò è davvero nuovo: tanto da lasciare col fiato sospeso. 

Vince il cerchio, che Savinio odiava come figura del sempre identico, ma certamente il mondo, e specificatamente l’Europa non gira come prima.


Naturalmente lo si sapeva: ci sarebbe stato un altro episodio della guerra millenaria fra Platone e Aristotele, fra Essere e Divenire, fra centro e periferia, tra superficie e profondo, autobiografia e romanzo, tra grande architettura narrativa e frammento, fra figuratività e informale, fra nominare e suggerire, fra il cerchio e l'ordine quadro, fra scrittura grassa e scrittura magra, fra comico e tragico, tra riso e umorismo, tra plurilinguismo dantesco e monolinguismo petrarchesco, fra lingua e dialetto, fra narrare e descrivere, tra poesia e prosa, tra epica e quotidianità, tra realismo e fantastico, tra ordine e trasgressione, fra innovazione e rispetto della tradizione, fra classicismo e barocco, fra eresia e ortodossia, fra progressisti e conservatori, fra riformisti e rivoluzionari e fra tutte le alternative nate dalla testa dell'uomo chissà quanti millenni fa. 

Ripetizioni dunque ma ci sarebbero state differenze. Nei secoli precedenti c'erano state varianti ma è nel Novecento che c’è stata la svolta radicale.


La prima clamorosa differenza della "cultura" rispetto alla "natura" fu l'industria. Piccola creatura davvero rispetto a quella che è diventata nel Novecento. Prese a morire la plurimillenaria civiltà contadina a causa di questa grande novità strutturale e ne sarebbero seguite tante: compresa la crisi della civiltà industriale, che alla fine del secolo non è più stata tanto sicura del proprio avvenire. Si alternarono nacquero e morirono rapidamente in quel  secolo (il Novecento) tutte le invenzioni, ogni svolta, persino le strutture, che avevano fama di essere durature, se non perennità . "La novità seduce", diceva già Pope, e il Novecento l'ha presa come regola di vita.


(Segue)


sabato 19 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

All'inizio del Novecento, il
futuro della letteratura viene
affidato a una radicale rottura
con il passato, al rifiuto del
positivismo e del realismo
ottocentesco e alla nascita
delle avanguardie e del
modernismo
 Il Novecento?

 Un secolo orfano. Forse il padre l'ha ucciso (così: Tozzi, Svevo, Gadda e Kafta), di sicuro l’ha perduto. Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico (Atene, 25 agosto1891 – Roma, 5 maggio 1952 è stato uno scrittore, pittore, drammaturgo e compositore italiano) è dell'idea che il secolo ha perso il modello e così ha guadagnato  una libertà mai goduta prima così.

Quanta nostalgia però, che voglia di ritrovarlo, di veder tornare il padre, di riavere il modello, la struttura unica che sa la verità su un'epoca. E forse non ci si è rassegnati a farne a meno neppure oggi, in età postmoderna, che ignora il padre. Dio e ogni depositario della Legge.

Il Novecento è stato un secolo che ha combattuto estenuanti guerre di successione per stabilire a chi toccava il ruolo di guida. Guerre di fratelli in lotta per il posto di padre.


 Quanti regimi totalitari per sostituire un padre e un dio al cui ruolo non si sa rinunciare. Quanti intellettuali rivoluzionari e quanti artisti anarchici sono passati al seguito di dittatori, di Mussolini, Stalin, Hitler.

Il Novecento bestemmiando Dio e il Padre ha convalidato la struttura di una cultura a piramide, sia pure spuntata dai deicidi. Una piramide capovolta che avesse il culmine sotto, cioè invisibile, e su cui si reggesse un epoca.

Eretici e miscredenti non hanno dubitato per decenni: c'era un disegno profondo nel caos contemporaneo. L'arte che lo scopre sarà premiata dalla fede di chi si sentirà dentro quel disegno o progetto e tecnica o, meglio ancora, in quel preciso linguaggio. Si pensi alle poetiche, i movimenti, i gruppi, le riviste che hanno dato la direzione al secolo. Si osservi la staffetta fra le scuole culturali e le correnti artistiche con la quale corse  la storia della cultura del secolo. Senza i movimenti non si fa storia. Così credeva chi pensava alla stona come progresso ma ora chi crede più al progresso?


La norma datasi è che c'è un solo posto, solo uno può occuparlo: un movimento (per esempio il futurismo), una rivista ("La Voce"), una corrente (gli ermetici), una ideologia (il marxismo), un gruppo (il Gruppo 63). Soltanto uno ha ragione, non escluso l'irrazionalismo, che, anzi, finge di parlare con Dio. Ha ragione il cinema invece della letteratura, la TV invece del cinema, la musica invece del teatro, la scienza invece della religione. Uno dopo l'altro e viceversa: i posti non sono stati assegnati definitivamente. Possono tornare la religione, il cinema e il teatro. Eterna è stata la musica, ma quale musica? E quale letteratura? Una volta si era certi di saperlo: quella futurista o quella ermetica o quella neorealista.


(Segue)

mercoledì 16 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

1905 - 1937



Il poeta ungherese, Attila Joszef (Budapest, 11 aprile 1905 – Balatonszárszó, 3 dicembre 1937) è stato uno dei più importanti e influenti poeti ungheresi del XX secolo. La sua opera ha tragicamente unito elementi del modernismo europeo, del surrealismo e del realismo socialista, dando voce alla sofferenza delle classi più povere e al dramma dell'alienazione esistenziale.

Nato nei quartieri poveri di Budapest, visse un'infanzia segnata dalla miseria. Dopo l'abbandono del padre e la prematura morte della madre (figura centrale e dolorosa di molte sue liriche), crebbe tra affidamenti e mille difficoltà. Nonostante le sue straordinarie doti intellettuali e gli studi intrapresi tra Budapest, Vienna e la Sorbona di Parigi, si scontrò duramente con l'ambiente accademico e politico ungherese dell'epoca. La sua celebre poesia Tiszta szívvel ("Con cuore puro") fu considerata scandalosa per il suo nichilismo nichilista, costandogli l'espulsione dall'Università di Seghedino.

Le sue poesie spaziano dall'introspezione psicologica freudiana, fino a una profonda solitudine esistenziale. Ha saputo fondere il linguaggio popolare e folcloristico con le avanguardie letterarie più complesse. Affetto da gravi disturbi psichici e schiacciato dalla povertà e dal mancato riconoscimento pubblico, morì a soli 32 anni travolto da un treno merci presso il lago Balaton. Sebbene permangano dubbi storici, la tesi del suicidio resta la più accreditata.

Ai nostri giorni Attila József è celebrato in Ungheria come un vero e proprio eroe culturale nazionale; il giorno della sua nascita, l'11 aprile, è stato istituito come la Giornata Nazionale della Poesia.

= = = =

Ebbe a scrivere:

 «Il dolore è come un postino: 

qualche volta bussa alla tua porta: 

ha una lettera per te». 

domenica 23 agosto 2026

La domenica è fatta anche per riflettere

Il rapporto tra Roma e
Bisanzio
 rappresenta la
continuità e la
trasformazione
dell'Impero Romano
.
Nel 330 d.C. l'imperatore
Costantino spostò la capitale
a 
Bisanzio, fondandola
"Nuova Roma"
(Costantinopoli).
 Questo diede vita all'Impero
Romano d'Oriente, i cui
abitanti continuavano
a considerarsi veri Romani
 (
Romei).
I bizantini non si definivano
tali; usavano il nome 
Rhomaioi (Romani) per
indicare la loro eredità
politica e giuridica.
L'Impero d'Oriente
sopravvisse per oltre
un millennio alla caduta
di Roma del 476 d.C.,
cadendo infine nel 1453.


Roma/Bisanzio

Quando nel 324 l’Imperatore Costantino decise di trasferire la capitale dell’Impero a Costantinopoli pose, a sua insaputa, le basi di numerose controversie che, con il passare del tempo, si sarebbero trasformate in un conflitto permanente tra la Chiesa di Roma e le Chiese d'oriente. 

Dopo aver  raggiunto la prosperità, Costantinopoli si sentì promossa, come la prima Roma, a un grande destino universale: si vantò di essere diventata la sede di una Chiesa che rifulgeva nei suoi riti e che fioriva di uomini, santi e dottrine, eclissando con la sua espansione quella che a Roma conservava le tombe di Pietro e Paolo, mentre il decadente impero latino sarebbe crollato sotto gli assalti dei Barbari.

Anche se fondate sulla stessa fede, definita dai sette grandi Concili ecumenici, Roma e Bisanzio non avrebbero tardato, fin dal VI e VII secolo, a diventare a poco a poco estranee l'una all'altra per poi finire per separarsi del tutto. 

Si è trattato del frutto di un processo lungo e complesso dove si mescolano divergenze culturali (la civiltà « greco-romana» si scinde tra la sua componente latina e quella ellenica), eventi storici (dominio dei Franchi a ovest, espansione dell'islam a est), rivalità geopolitiche (il sacro Impero romano-germanico contro l'antico Impero romano-bizantino), controversie dottrinali (la famosa questione del filioque, l'esistenza di preti sposati in Oriente) e conflitti ecclesiologici (monarchia papale contro la conciliarità).

Da una parte e dall'altra l'orgoglio, il disprezzo, l'ignoranza, le incomprensioni, la sufficienza, le provocazioni e l'intransigenza, se non addirittura il fanatismo, finiranno per esacerbare le differenze e i contrasti, trasformandoli in ostilità. 

Il risultato sarà, nel 1054, lo scisma tra Roma e Bisanzio: una scissione che verrà suggellata nel 1204 dal sacco di Costantinopoli durante la sesta crociata. 


Nel 1453, minata da controversie intestine secolari, Bisanzio soccomberà all'assalto dei Turchi e vivrà da allora per molti secoli sotto il giogo ottomano.

Tuttavia, nel giorno in cui il fulgore dei ceri cessò di far scintillare gli ori della basilica di Santa Sofia, la fiaccola della fede ortodossa era già passata nelle mani della ”Santa Russia”, il cui nascente impero punto’ ad immaginarsi come la terza Roma.

(Segue)

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San Paolo non è un camerata 

«San Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico». 


Undici sacerdoti contro Roberto Vannacci. Undici sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che opera tra Basilicata e Sicilia, scrivono una lettera al leader di Futuro nazionale. Vannacci aveva citato la Norvegia come possibile modello per l’Italia: «Ha deciso di non dare i sussidi prima dei 5 anni di permanenza». Poi ha aggiunto: «Cito il camerata San Paolo, “Chi non lavora, neppure mangi”». 


Una citazione che ha suscitato nei sacerdoti «profondo dissenso e sconcerto: associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede». 


La frase, dicono i sacerdoti, è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale. San Paolo non invocava punizioni contro i poveri, si rivolgeva a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso». Il richiamo è al rispetto: «Non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale». In chiusura anche un consiglio al generale, citando ancora San Paolo: «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri».

venerdì 24 luglio 2026

La Letteratura (31)


Le tesi principali di Averroe
sostengono 
l'indipendenza tra
filosofia e religione, l'eternità
del mondo e l'unicità
dell'intelletto per tutto il genere
umano.





La dottrina dell' “amore cortese"

Nonostante il decreto di condanna del vescovo Tempier (1277), la dottrina dell'"amore cortese" (inteso come amore extra-coniugale) di Andrea il Cappellano (scrittore francese del XII secolo) ebbe grande diffusione, specie in Italia. 


Il passo che segue, del De amore di Cappellano, tratto da un volgarizzamento contenuto in un codice della Biblioteca Vaticana, mostra evidenti consonanze con la poetica dei "siciliani" e soprattutto degli "stilnovisti":


Questo è l'efetto dell'amore, 

che quelli ch'è diritto amante, non 

può essere avaro, e quelli ch'è 

aspro e no adorno e quelli ch'è di 

vil gente, si ‘l fa ben costumato; 

e superbi fa umili e l'amoroso 

molti servigi fae con umilitate ad 

altrui. Molto è gran cosa l'amo-

re, che fa l'uomo così vertudio-

so e ben costumato. Anche ne 

l'amar è una cosa molto da lau-

dare, che fa l'amante quasi ca-

sto, perciò che quelli ch'è ina-

morato a pena potrebe pensare a 

un'altra, e a pena può sofferire lo 

suo animo di guatare un'altra.


(Edizione a cura di G. Ruffini, Milano, 1980).

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Sant’Alberto Magno mediante una compiuta riesposizione di gran parte degli scritti aristotelici che, di fatto, ne rappresenta un'interpretazione nuova e originale, arricchita dalla sua vasta conoscenza degli autori arabi, dei maestri "latini" dei secoli precedenti, di dottrine mediche, astronomiche e matematiche specifiche, e affidata a un commento assai organico, risolto nella stesura di trattati sistematici.

Per quanto concerne le conoscenze scientifiche, il domenicano non si limitò a riorganizzare il materiale proposto dagli scritti "fisici" e dai "libri naturali" di Aristotele e nelle opere degli scienziati arabi, bensì aggiunse i risultati di proprie osservazioni ed esperienze, ma anche, com'era inevitabile, notizie favolose e credenze mitiche. Pure seppe spesso mostrarsi critico e spregiudicato nei riguardi delle proprie fonti, preponendo quanto poteva direttamente conoscere all'accettazione passiva delle auctoritates.

Con questo, sarebbe assurdo credere che le sue conoscenze scientifiche superassero i limiti delle indagini correnti o che oltrepassassero i molti ostacoli posti dalla mancanza di vere tecniche sperimentali o di una sicura metodologia. 


Taluni tentativi di dimostrare la "modernità" delle sue idee, in questo ambito, sono piuttosto inutili apologie che contributi effettivi alla comprensione di una personalità per tanti aspetti tra le più eminenti della cultura filosofica medievale. Ma è innegabile che la sua opera costituì un tentativo consapevole e organico di concepire unitariamente il sapere del tempo e di offrirne un'adeguata trattazione, fondata sulla certezza di un ordine razionale autonomo della natura, le cui leggi e principi sono raggiungibili con l'esercizio della ragione, senza che occorra mai far ricorso a "verità" di ordine superiore o a una "lettura" mistica e simbolica del cosmo. Il che basta a far comprendere quale fosse il suo atteggiamento nei confronti del rapporto tra indagine filosofica e meditazione teologica, tema che proprio in quegli anni, era al centro di aspri contrasti polemici e sollecitava gli interventi dei più tenaci difensori dei difensori di tutto il sapere alla suprema verità della fede e della teologia che ne deriva.


(Segue)

 Temporalmente si e’ all’alba della distinzione tra i compiti della filosofia (e della scienza)  e quelli della teologia.


giovedì 16 luglio 2026

Territorio che attende valorizzazione


Anna Magnetto è professore associato di Storia greca presso la Scuola Normale Superiore. Si occupa di diplomazia e relazioni interstatali nel mondo greco di età classica ed ellenistica, di storia politica e istituzioni del mondo greco, di epigrafia greca. In un suo interessante ed ampio lavoro cosi tratteggia in poche righe di apertura Entella. La nostra Entella.

*  *  *

Entella – l’antica Entella, quella degli Elimi, dei Campani, dei Romani, ma  anche quella che rifiorì nel Medioevo e resistette a Federico II – è ancora quella

arrampicata sul pianoro sommitale della Rocca,

circondata da rupi scoscese, 

a strapiombo sul fiume e

con una visuale grandiosa

sulla Sicilia occidentale interna: 

ma adesso è anche quella delle fattorie ellenistiche nelle vallate, dei borghi e delle ville romane, dei casali dai nomi arabi, delle trazzere percorse fin dalla  preistoria e oggi ancora lì, silenzioso patrimonio di storia in attesa di una attenta e proficua valorizzazione.

lunedì 13 luglio 2026

La Letteratura (30)

Il capolavoro di Sant'Agostino
sono 
le Confessioni (scritte
intorno al 398 d.C.). In quest'opera
 autobiografica in 13 libri, il filosofo
 e Dottore della Chiesa si rivolge
 direttamente a Dio per
ripercorrere la propria vita,
raccontando il suo travaglio
interiore, gli errori di gioventù
e la conversione.



Dalla cultura medievale a … 

Nonostante le differenze nell’utilizzazione degli autori e dei metodi, non furono troppo diverse le "autorità" filosofiche, sempre più ampliate nel corso del Duecento, e costituite, in massima parte, sia da taluni testi del secolo precedente (basti pensare alla fortuna degli scritti usciti dalla scuola di Gilberto de la Porrée, alla costante incidenza di idee derivate dagli scolastici di Chartres, alla lunga presenza di temi tratti dalle opere dei maestri di San Vittore), sia dal corpus aristotelico, ormai divenuto il presupposto essenziale del sapere e del linguaggio scolastici, sia dagli interpreti islamici, sia dalla letteratura araba ed ebraica, sia, ancora, dai trattati e dalle summulae che raccoglievano gli insegnamenti della logica nova. 

Recependo, pure con atteggiamenti assai vari nelle diverse scuole e nei singoli maestri, la cultura ormai preminente nelle università, gli ordini mendicanti si posero sullo stesso piano teorico sul quale operavano, sin dai primi decenni del secolo, molti maestri secolari e, in particolare, quelli delle "arti”.

Non solo: non esitarono ad affrontare anche le dottrine scientifiche proposte da medici, astronomi e matematici, spingendosi, talvolta, anche nel pericoloso dominio delle arti segrete, delle dottrine astrologiche, della pratica alchimistica o di quell'oscura terra di confine sempre disputata tra le tecniche della magia "benefica" e quelle delle arti meccaniche".

Più oltre si avrà occasione di ricordare il singolare interesse per queste discipline manifestato da maestri francescani o domenicani; un interesse che, in taluni casi, era connesso alla loro attività di architetti e costruttori, ma che. in altri casi, nasceva piuttosto dall'accettazione di grandi disegni di radicale rinnovamento della Chiesa e dal proposito di attuare in terra il regnum Dei per homines. Però l'insistenza su questi aspetti della loro cultura profana non può far dimenticare che gli studia degli ordini coltivarono e, in molti celebri casi, rinnovarono anche la tradizione mistica del cristianesimo occidentale, richiamandosi alle esperienze spirituali dei cistercensi e dei vittorini, per risalire all'originaria ispirazione neoplatonica della "teologia mistica" dionisiana, così influente non solo tra i francescani, ma anche tra i domenicani (e basti ricordare soltanto il nome di Meister Eckhart!), gli agostiniani e gli autori di altri ordini. A ciò si aggiunga che una forte tensione escatologica li indusse spesso a riassumere quell'immagine della storia ecclesiale e del destino umano già affidata alle profezie gioachimite o pseudogioachimite, quando non favorì, addirittura, le influenze, manifeste o celate, di ispirazioni mistiche non cristiane, delle quali si trovano tracce precise in opere e personalità "emblematiche". Sicché l'universo culturale nel quale i maestri degli ordini svolsero la loro attività di teologi, insegnanti, predicatori, missionari o riformatori appare estremamente ricco e complesso, all'incrocio tra tutte le tendenze e aspirazioni culturali proprie di un'epoca segnata da grandi conflitti religiosi e politici e da dibattiti speculativi non meno intensi.

Naturalmente le propensioni per i diversi aspetti e soluzioni teoriche della comune cultura filosofica duecentesca variarono nel tempo, secondo i momenti particolari della storia interna degli ordini e il loro rapporto con le altre forme della ecclesiastica e istituzionale. Ma, per indicare subito un dato molto concreto, andrà sottolineato che i domenicani si erano assunti sin dall'origine il compito di ricondurre all'ordine cattolico quei ceti sociali e quegli ambienti intellettuali sui quali era stata più forte l'attrazione dei grandi movimenti ereticali o l'influenza delle filosofie "pagane".