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domenica 23 agosto 2026

La domenica è fatta anche per riflettere

Il rapporto tra Roma e
Bisanzio
 rappresenta la
continuità e la
trasformazione
dell'Impero Romano
.
Nel 330 d.C. l'imperatore
Costantino spostò la capitale
Bisanzio, fondandola
"Nuova Roma"
(Costantinopoli).
 Questo diede vita all'Impero
Romano d'Oriente, i cui
abitanti continuavano
a considerarsi veri Romani
 (
Romei).
I bizantini non si definivano
tali; usavano il nome 
Rhomaioi (Romani) per
indicare la loro eredità
politica e giuridica.
L'Impero d'Oriente
sopravvisse per oltre
un millennio alla caduta
di Roma del 476 d.C.,
cadendo infine nel 1453.


Roma/Bisanzio

Quando nel 324 l’Imperatore Costantino decise di trasferire la capitale dell’Impero a Costantinopoli pose, a sua insaputa, le basi di numerose controversie che, con il passare del tempo, si sarebbero trasformate in un conflitto permanente tra la Chiesa di Roma e le Chiese d'oriente. 

Dopo aver  raggiunto la prosperità, Costantinopoli si sentì promossa, come la prima Roma, a un grande destino universale: si vantò di essere diventata la sede di una Chiesa che rifulgeva nei suoi riti e che fioriva di uomini, santi e dottrine, eclissando con la sua espansione quella che a Roma conservava le tombe di Pietro e Paolo, mentre il decadente impero latino sarebbe crollato sotto gli assalti dei Barbari.

Anche se fondate sulla stessa fede, definita dai sette grandi Concili ecumenici, Roma e Bisanzio non avrebbero tardato, fin dal VI e VII secolo, a diventare a poco a poco estranee l'una all'altra per poi finire per separarsi del tutto. 

Si è trattato del frutto di un processo lungo e complesso dove si mescolano divergenze culturali (la civiltà « greco-romana» si scinde tra la sua componente latina e quella ellenica), eventi storici (dominio dei Franchi a ovest, espansione dell'islam a est), rivalità geopolitiche (il sacro Impero romano-germanico contro l'antico Impero romano-bizantino), controversie dottrinali (la famosa questione del filioque, l'esistenza di preti sposati in Oriente) e conflitti ecclesiologici (monarchia papale contro la conciliarità).

Da una parte e dall'altra l'orgoglio, il disprezzo, l'ignoranza, le incomprensioni, la sufficienza, le provocazioni e l'intransigenza, se non addirittura il fanatismo, finiranno per esacerbare le differenze e i contrasti, trasformandoli in ostilità. 

Il risultato sarà, nel 1054, lo scisma tra Roma e Bisanzio: una scissione che verrà suggellata nel 1204 dal sacco di Costantinopoli durante la sesta crociata. 


Nel 1453, minata da controversie intestine secolari, Bisanzio soccomberà all'assalto dei Turchi e vivrà da allora per molti secoli sotto il giogo ottomano.

Tuttavia, nel giorno in cui il fulgore dei ceri cessò di far scintillare gli ori della basilica di Santa Sofia, la fiaccola della fede ortodossa era già passata nelle mani della ”Santa Russia”, il cui nascente impero punto’ ad immaginarsi come la terza Roma.

(Segue)

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San Paolo non è un camerata 

«San Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico». 


Undici sacerdoti contro Roberto Vannacci. Undici sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che opera tra Basilicata e Sicilia, scrivono una lettera al leader di Futuro nazionale. Vannacci aveva citato la Norvegia come possibile modello per l’Italia: «Ha deciso di non dare i sussidi prima dei 5 anni di permanenza». Poi ha aggiunto: «Cito il camerata San Paolo, “Chi non lavora, neppure mangi”». 


Una citazione che ha suscitato nei sacerdoti «profondo dissenso e sconcerto: associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede». 


La frase, dicono i sacerdoti, è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale. San Paolo non invocava punizioni contro i poveri, si rivolgeva a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso». Il richiamo è al rispetto: «Non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale». In chiusura anche un consiglio al generale, citando ancora San Paolo: «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri».

venerdì 24 luglio 2026

La Letteratura (31)


Le tesi principali di Averroe
sostengono 
l'indipendenza tra
filosofia e religione, l'eternità
del mondo e l'unicità
dell'intelletto per tutto il genere
umano.





La dottrina dell' “amore cortese"

Nonostante il decreto di condanna del vescovo Tempier (1277), la dottrina dell'"amore cortese" (inteso come amore extra-coniugale) di Andrea il Cappellano (scrittore francese del XII secolo) ebbe grande diffusione, specie in Italia. 


Il passo che segue, del De amore di Cappellano, tratto da un volgarizzamento contenuto in un codice della Biblioteca Vaticana, mostra evidenti consonanze con la poetica dei "siciliani" e soprattutto degli "stilnovisti":


Questo è l'efetto dell'amore, 

che quelli ch'è diritto amante, non 

può essere avaro, e quelli ch'è 

aspro e no adorno e quelli ch'è di 

vil gente, si ‘l fa ben costumato; 

e superbi fa umili e l'amoroso 

molti servigi fae con umilitate ad 

altrui. Molto è gran cosa l'amo-

re, che fa l'uomo così vertudio-

so e ben costumato. Anche ne 

l'amar è una cosa molto da lau-

dare, che fa l'amante quasi ca-

sto, perciò che quelli ch'è ina-

morato a pena potrebe pensare a 

un'altra, e a pena può sofferire lo 

suo animo di guatare un'altra.


(Edizione a cura di G. Ruffini, Milano, 1980).

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Sant’Alberto Magno mediante una compiuta riesposizione di gran parte degli scritti aristotelici che, di fatto, ne rappresenta un'interpretazione nuova e originale, arricchita dalla sua vasta conoscenza degli autori arabi, dei maestri "latini" dei secoli precedenti, di dottrine mediche, astronomiche e matematiche specifiche, e affidata a un commento assai organico, risolto nella stesura di trattati sistematici.

Per quanto concerne le conoscenze scientifiche, il domenicano non si limitò a riorganizzare il materiale proposto dagli scritti "fisici" e dai "libri naturali" di Aristotele e nelle opere degli scienziati arabi, bensì aggiunse i risultati di proprie osservazioni ed esperienze, ma anche, com'era inevitabile, notizie favolose e credenze mitiche. Pure seppe spesso mostrarsi critico e spregiudicato nei riguardi delle proprie fonti, preponendo quanto poteva direttamente conoscere all'accettazione passiva delle auctoritates.

Con questo, sarebbe assurdo credere che le sue conoscenze scientifiche superassero i limiti delle indagini correnti o che oltrepassassero i molti ostacoli posti dalla mancanza di vere tecniche sperimentali o di una sicura metodologia. 


Taluni tentativi di dimostrare la "modernità" delle sue idee, in questo ambito, sono piuttosto inutili apologie che contributi effettivi alla comprensione di una personalità per tanti aspetti tra le più eminenti della cultura filosofica medievale. Ma è innegabile che la sua opera costituì un tentativo consapevole e organico di concepire unitariamente il sapere del tempo e di offrirne un'adeguata trattazione, fondata sulla certezza di un ordine razionale autonomo della natura, le cui leggi e principi sono raggiungibili con l'esercizio della ragione, senza che occorra mai far ricorso a "verità" di ordine superiore o a una "lettura" mistica e simbolica del cosmo. Il che basta a far comprendere quale fosse il suo atteggiamento nei confronti del rapporto tra indagine filosofica e meditazione teologica, tema che proprio in quegli anni, era al centro di aspri contrasti polemici e sollecitava gli interventi dei più tenaci difensori dei difensori di tutto il sapere alla suprema verità della fede e della teologia che ne deriva.


(Segue)

 Temporalmente si e’ all’alba della distinzione tra i compiti della filosofia (e della scienza)  e quelli della teologia.


giovedì 16 luglio 2026

Territorio che attende valorizzazione


Anna Magnetto è professore associato di Storia greca presso la Scuola Normale Superiore. Si occupa di diplomazia e relazioni interstatali nel mondo greco di età classica ed ellenistica, di storia politica e istituzioni del mondo greco, di epigrafia greca. In un suo interessante ed ampio lavoro cosi tratteggia in poche righe di apertura Entella. La nostra Entella.

*  *  *

Entella – l’antica Entella, quella degli Elimi, dei Campani, dei Romani, ma  anche quella che rifiorì nel Medioevo e resistette a Federico II – è ancora quella

arrampicata sul pianoro sommitale della Rocca,

circondata da rupi scoscese, 

strapiombo sul fiume e

con una visuale grandiosa

sulla Sicilia occidentale interna: 

ma adesso è anche quella delle fattorie ellenistiche nelle vallate, dei borghi e delle ville romane, dei casali dai nomi arabi, delle trazzere percorse fin dalla  preistoria e oggi ancora lì, silenzioso patrimonio di storia in attesa di una attenta e proficua valorizzazione.

lunedì 13 luglio 2026

La Letteratura (30)

Il capolavoro di Sant'Agostino
sono 
le Confessioni (scritte
intorno al 398 d.C.). In quest'opera
 autobiografica in 13 libri, il filosofo
 e Dottore della Chiesa si rivolge
 direttamente a Dio per
ripercorrere la propria vita,
raccontando il suo travaglio
interiore, gli errori di gioventù
e la conversione.



Dalla cultura medievale a … 

Nonostante le differenze nell’utilizzazione degli autori e dei metodi, non furono troppo diverse le "autorità" filosofiche, sempre più ampliate nel corso del Duecento, e costituite, in massima parte, sia da taluni testi del secolo precedente (basti pensare alla fortuna degli scritti usciti dalla scuola di Gilberto de la Porrée, alla costante incidenza di idee derivate dagli scolastici di Chartres, alla lunga presenza di temi tratti dalle opere dei maestri di San Vittore), sia dal corpus aristotelico, ormai divenuto il presupposto essenziale del sapere e del linguaggio scolastici, sia dagli interpreti islamici, sia dalla letteratura araba ed ebraica, sia, ancora, dai trattati e dalle summulae che raccoglievano gli insegnamenti della logica nova. 

Recependo, pure con atteggiamenti assai vari nelle diverse scuole e nei singoli maestri, la cultura ormai preminente nelle università, gli ordini mendicanti si posero sullo stesso piano teorico sul quale operavano, sin dai primi decenni del secolo, molti maestri secolari e, in particolare, quelli delle "arti”.

Non solo: non esitarono ad affrontare anche le dottrine scientifiche proposte da medici, astronomi e matematici, spingendosi, talvolta, anche nel pericoloso dominio delle arti segrete, delle dottrine astrologiche, della pratica alchimistica o di quell'oscura terra di confine sempre disputata tra le tecniche della magia "benefica" e quelle delle arti meccaniche".

Più oltre si avrà occasione di ricordare il singolare interesse per queste discipline manifestato da maestri francescani o domenicani; un interesse che, in taluni casi, era connesso alla loro attività di architetti e costruttori, ma che. in altri casi, nasceva piuttosto dall'accettazione di grandi disegni di radicale rinnovamento della Chiesa e dal proposito di attuare in terra il regnum Dei per homines. Però l'insistenza su questi aspetti della loro cultura profana non può far dimenticare che gli studia degli ordini coltivarono e, in molti celebri casi, rinnovarono anche la tradizione mistica del cristianesimo occidentale, richiamandosi alle esperienze spirituali dei cistercensi e dei vittorini, per risalire all'originaria ispirazione neoplatonica della "teologia mistica" dionisiana, così influente non solo tra i francescani, ma anche tra i domenicani (e basti ricordare soltanto il nome di Meister Eckhart!), gli agostiniani e gli autori di altri ordini. A ciò si aggiunga che una forte tensione escatologica li indusse spesso a riassumere quell'immagine della storia ecclesiale e del destino umano già affidata alle profezie gioachimite o pseudogioachimite, quando non favorì, addirittura, le influenze, manifeste o celate, di ispirazioni mistiche non cristiane, delle quali si trovano tracce precise in opere e personalità "emblematiche". Sicché l'universo culturale nel quale i maestri degli ordini svolsero la loro attività di teologi, insegnanti, predicatori, missionari o riformatori appare estremamente ricco e complesso, all'incrocio tra tutte le tendenze e aspirazioni culturali proprie di un'epoca segnata da grandi conflitti religiosi e politici e da dibattiti speculativi non meno intensi.

Naturalmente le propensioni per i diversi aspetti e soluzioni teoriche della comune cultura filosofica duecentesca variarono nel tempo, secondo i momenti particolari della storia interna degli ordini e il loro rapporto con le altre forme della ecclesiastica e istituzionale. Ma, per indicare subito un dato molto concreto, andrà sottolineato che i domenicani si erano assunti sin dall'origine il compito di ricondurre all'ordine cattolico quei ceti sociali e quegli ambienti intellettuali sui quali era stata più forte l'attrazione dei grandi movimenti ereticali o l'influenza delle filosofie "pagane".

venerdì 3 luglio 2026

Immaginiamo di vivere nel 1400

 

Re Alfonso fu uno dei monarchi
più potenti e influenti del
Rinascimento, capace di
unificare sotto la Corona
d'Aragona gran parte dei
territori del Mediterraneo
occidentale. E
reditò i titoli di
re di Aragona, Sardegna e Sicilia
 nel 1416. La sua impresa più
celebre fu la 
conquista del
Regno di Napoli
 nel 1442,
strappandolo alla dinastia francese
 degli Angiò dopo anni di duri
scontri militari. A Napoli
assunse il nome di 
Alfonso I.

Città, ceto dirigente e privilegi (1)


Il 30 maggio 1421, durante il suo viaggio in Sicilia, re Alfonso venne a Catania.

Direttosi, per entrare nella città, verso la porta di Aci, la trovò chiusa. Qui i giurati Niccolò d'Usina, Errico Tedeschi, Niccolaccio Migliarisi, Andrea Leone, Astasiello Taranto e Antoniello Paternò gli si presentarono dinanzi e gli chiesero di voler conservare i privilegi della città sottoscrivendo un atto pubblico che fu letto e confermato dal notaio Giovanni di Mina. Conclusasi la cerimonia, il sovrano poté entrare e soggiornare nel castello Ursino per due giorni. 


Ventisette anni prima un altro re, Martino I, si era trovato di fronte le porte chiuse di Catania, ma quella volta nessuno si presentò ad accoglierlo: per entrare dovette assediare la città per terra e per mare e combattere. Estenuati dalla fame e dalla sete, i catanesi alla fine trattarono la resa (6 agosto 1394) ed evitarono il saccheggio pagando 5.000 fiorini; il re confermò loro i privilegi e dichiarò di non volerli punire per devozione a Sant'Agata.


La città medioevale, anche se facente parte di un regno e riconoscendo l'autorità suprema di un sovrano, manifesta in siffatti episodi la sua radicale singolarità, la sacralità del suo territorio e il forte senso d'appartenenza dei suoi abitanti ad una comunità politico-religiosa caratterizzata da un particolare reggimento e dal particolare culto ad un santo protettore. Essa non è un semplice ente pubblico regolato da una legge generale ma una comunità civica che si regge su consuetudini, regolamenti, statuti, forme di tassazione, rapporti con il territorio, con le altre città e con lo Stato acquisiti nel corso del tempo e considerati patrimonio comune di tutti i cittadini, i quali peraltro non sono tali per il semplice fatto di risiedervi: della città tardo-medioevale e moderna si è cittadini come si è di uno stato e la cittadinanza è una qualità che non si perde trasferendosi altrove.

(Segue)


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Nel lungo termine ci proponiamo di conoscere la Sicilia, quella anteriore all’insediamento degli arbereshe.

La Letteratura (29)

Dalla cultura medievale a …

Dopo la nascita delle prime 
università medievali (come 
Bologna nel 1088 e Parigi) , 
il sistema di istruzione 
superiore conobbe una 
rapida espansione in 
Europa e una profonda 
evoluzione istituzionale 
che gettò le basi per 
l'università moderna.





Il prestigio acquisito dalle istituzioni universitarie non mancò di suscitare l'attenzione e anche la preoccupazione dei due poteri che, nel mondo del XIll secolo, miravano a controllare le istituzioni intellettuali e gli uomini che vi operavano: le monarchie, nei Paesi dove affermarono la loro egemonia, e la Sede romana. Però l'iniziativa pontificia, forte del richiamo al valore universale della christianitas e della tradizione che attribuiva agli intellettuali un certo carattere "clericale", riuscì a prevalere. Filippo Il Augusto, re di Francia, riconobbe, sino dal 1200, l'universitas studiorum parigina, destinata a diventare la massima istituzione accademica europea; ma i suoi statuti furono approvati da Innocenzo III che li fece compilare, nel 1215, dal proprio legato Roberto di Courçon. Non solo: benché le università tendessero ad articolarsi nelle quattro distinte facoltà delle "arti", di medicina, di giurisprudenza e di teologia, fu particolare preoccupazione della Chiesa di riaffermare sempre la preminenza della "scienza sacra" nell'ordine del sapere. Di fronte alla crisi aperta da esperienze intellettuali così sconvolgenti occorreva, insomma, ristabilire una gerarchia di valori e di "autorità" che non poteva essere sovvertita. Però fu chiaro agli stessi teologi che occorreva rinnovare profondamente, nei concetti e nei metodi, la loro disciplina, e operare nuove scelte ed elaborazioni teoriche che definissero con chiarezza i rapporti tra la "scienza sacra" e la filosofia e permettessero, d'altra parte, di trasformare la maestosa "enciclopedia" aristotelica nel fondamento scientifico di una cultura ancora culminante nella fede e nella rivelazione cristiana.

A svolgere questa missione intellettuale furono chiamati, soprattutto, gli ordini mendicanti, nati per offrire una nuova risposta all'esigenza di vivere il messaggio cristiano in piena conformità con la parola evangelica, ma anche alla necessità di affrontare il difficile dialogo della Chiesa con una reatà mondana già così lontana dai modi di vivere e dall'assetto sociale dell'Europa altomedievale. Queste istituzioni, e, in particolare, i frati minori francescani e i frati predicatori domenicani, si dimostrarono subito straordinariamente capaci di operare in queste diverse condizioni storiche, con un'indubbia duttilità che permise loro d'integrarsi in un "tessuto" sociale già assai più complesso e di operare il rinnovamento intellettuale della Chiesa ormai imposto dai tempi. Formati da religiosi che si spostavano, con singolare mobilità, nel più diversi ambienti, nelle scuole e nelle corti, tra dotti e popolani, tra ricchi mercanti e la plebe più povera delle città e dei contadi, gli ordini mendicanti compresero che era necessario misurarsi con il crescente prestigio di dicanti compresero che era necessario misurarsi con il crescente prestigio di una cultura estranea alla tradizione cristiana, ma assai funzionale agli sviluppi della vita economica, sociale e politica, per tentare di ricondurla sotto la "disciplina" e le finalità della Chiesa. Va detto subito che essi operarono con propositi e metodi assai diversi.


(Segue)

giovedì 2 luglio 2026

La Letteratura (28)

 

Il termine università, nell'originaria
accezione del termine, designa un
preciso modello d'istruzione che ha le
sue origini nelle chiese e nei conventi
europei, dove, attorno all'XI secolo,
iniziarono a tenersi lezioni, con letture
e commento di testi filosofici e giuridici,
e presso di essi, o in genere attorno a
grandi personalità ecclesiastiche, varie
categorie di docenti e studenti
cominciarono a organizzarsi in
corporazioni o universitates.



La nascita delle università

Secondo il significato originario del termine (universitas, comunità), l'università era una corporazione di insegnanti e studenti, organizzata con ruoli diversi (a Parigi prevaleva il ruolo dei docenti, a Bologna quello degli studenti). Nel Duecento fu usato il termine di Studium generale per indicare l'università dove vi era almeno una delle maggiori facoltà, dove insegnavano numerosi docenti e dove più grande era l'afluenza di studenti, anche stranieri.


I primi Studia generalia furono le università di Bologna, Parigi e Oxford. Mentre nelle università italiane prevalevano le facoltà (come diritto e medicina) che abilitavano a una professione, nelle università straniere la facoltà principale era la teologia (lasciata in Italia agli ordini religiosi). Il docente universitario riceveva una paga commisurata al suo prestigio, corrisposta in un primo tempo dagli studenti con un sistema di autotassazione (la collecta) e costituita, in un secondo tempo, da benefici o rendite ecclesiastiche.


Nel 1155, l'imperatore Federico Barbarossa concesse agli studenti bolognesi l'Authentica Habita, garantendo loro immunità, privilegi e la libertà di spostarsi per studiare senza subire ritorsioni.

domenica 28 giugno 2026

La Jarida di Monreale

 Conoscere i territori

La Jarida è lo strumento principale
utilizzato dagli studiosi—tra cui
le ricerche specifiche sulle 
Divise Battallarii e Divisa
Fantasine—per ricostruire la
viabilità, gli insediamenti rurali
 e le antiche trazzere siciliane.



La Jarida di Monreale (spesso definita anche platea) è uno storico registro catastale e documentale del 1182, redatto sia in arabo che in latino. Contiene l'inventario dei confini e delle terre assegnate dal re normanno Guglielmo II all'abbazia benedettina di Santa Maria Nuova di Monreale. Si tratta del registro ufficiale, di carattere diplomatico e amministrativo, con cui il re Guglielmo II d'Altavilla concesse alla Chiesa di Santa Maria Nuova di Monreale il privilegio di trattenere e amministrare i propri immensi possedimenti terrieri e feudali.

 Il documento è di fondamentale importanza per la ricostruzione storica e geografica della Sicilia medievale, in particolare per l'area dell'Alto Belice, che ovviamente include con parecchi motivi di interesse l’attuale territorio di Contessa Entellina. Elenca dettagliatamente i confini territoriali, i feudi e i casali, inclusi quelli di Entella e Calatamauro; ovviamente quelli di più o meno un millennio fa.

 Il documento è steso  in arabo e in latino, quasi a voler testimoniare il processo di transizione culturale e amministrativo in Sicilia durante il passaggio dalla dominazione araba a quella normanna. Molti dei toponimi attuali del territorio contessioto derivano direttamente da quelli arabi trascritti nella Jarida e permettono agli studiosi di mappare l'antico paesaggio rurale del periodo arabo. Effettivamente la Jarida è una fonte inestimabile per mappare antiche strade e comprendere l'organizzazione del territorio attorno all'antico castello di Calatamauro e alla città-fortezza di Entella durante il periodo delle rivolte islamiche contro l'imperatore Federico II di Svevia.

(Segue)

giovedì 11 giugno 2026

Meritocrazia

La meritocrazia (dal latino
 
meritum e dal greco kratos)
è un 
sistema sociale o
organizzativo in cui le posizioni
 di responsabilità, i ruoli di comando
e i riconoscimenti non vengono
assegnati per censo, privilegi
ereditari o favoritismi, ma in base
alle competenze, al talento e
all'impegno individuale
.



 Sappiamo tutti che nel nostro Meridione mettere in campo la “meritocrazia” non entusiasma gli animi ne’ dei politicanti ne’ di tutti gli apparati che direttamente o indirettamente fanno riferimento ai “politicanti”.

  “Meritocrazia” significa, significherebbe se fosse in uso nella nostra terra, che i migliori, i più preparati, i più “competenti” vanno avanti in base alle loro capacità e ai loro sforzi, indipendentemente da ceto e famiglia di origine e sesso. Ciò da noi non avviene, e la cosa e’ ben nota. E qui spunta l’immensa distanza dei nostri valori morali, di noi meridionali, di noi siciliani, … , nei confronti dei due sistemi di valori chiave dell’ideologia meritocratica: 

1) la piena responsabilizzazione degli individui,

2) le pari opportunità orientate alla mobilità sociale.

Ai nostri giorni le capacità di chiunque vanno apprezzate, come andavano condannate le ricchezze dei pochi feudatari che sfruttavano il lavoro di centinaia, migliaia di contadini, senza averne merito.

I valori morali della società corrente, democratica, aperta, vanno diffusi  per rompere il “circolo vizioso del demerito” e per sostituire le spaventose gerontocrazie sociali ed economiche, che fino a decenni fa soffocavano la fiducia nel merito, per il solo fatto di stare nel  merito, e non più nelle caste.

martedì 26 maggio 2026

Il lungo cammino della civiltà (6)

 Nino, studente universitario, sistematicamente scriverà per il blog brevi frasi storico-culturali, a cominciare dalla Grecia, Roma, e poi l’Occidente. Avranno taglio filosofico, cultural-democratico e punteranno a cogliere il cuore delle idee che ancora oggi rendono grande l’Occidente. Ci aiuteranno nel lungo tempo a comprendere il mondo di oggi, con i suoi successi e pure con le sue tante malvagità, nelle sottigliezze che lo caratterizzano e nella complessità dei sistemi di cui è improntato. Capiremo perché esistono i Putin ed i Trump ed anche perché sono esistiti i Matteotti o i Gramsci, come pure i fratelli Rosselli e varie altre decine e decine di grandi personaggi.

# # # # # 

Svelare il passato:
In archeologia, il terreno non è un
semplice contenitore di oggetti, ma
un vero e proprio documento
 storico strutturato in livelli
sovrapposti che gli scienziati
possono decifrare e leggere.
La lettura di questo "archivio" è il 
metodo stratigrafico:
Ogni strato di terreno corrisponde
 a un periodo preciso. Gli strati più
 profondi sono generalmente i
più antichi. Og
gi la lettura degli archivi
 del suolo non avviene solo tramite
lo scavo fisico. Tecnologie avanzate
 permettono di mappare ciò che si
trova sottoterra prima ancora di
toccare la terra.




Il lungo cammino della civiltà

PUNTI   FERMI   DA   RICORDARE: 

7) La scrittura. Circa cinquemila anni fa, in Egitto e in Mesopotamia furono inventati i primi sistemi di scrittura, mentre altre regioni della terra rimasero ancora a lungo allo stadio preistorico. La Cina conobbe la scrittura dopo oltre un millennio l’Egitto. Nell’Europa occidentale, nel nostro continente, i primi fondamenti di Storia, da fonti scritte, le abbiamo da poco prima dell’era cristiana. Nell’Europa orientale e settentrionale la scrittura arriverà addirittura un millennio dopo l’inizio dell’era cristiana. In Asia, Americhe e Oceania  le prime fonti scritte cominciano con la colonizzazione. Avremo modo, quindi, di imbattare, nel corso del cammino, con popoli privi di scrittura.

8) Gli archivi del suolo. Gli specialisti, in carenza di scrittura, riescono ai nostri giorni a ricostruire e scrivere la “storia”  pur senza disporre di fonti scritte. Essi sanno cogliere categorie di documenti via via decifrati e conservati nei -cosiddetti- archivi del suolo. Si tratta di tracce che gli uomini del passato hanno lasciato sul suolo: ossa (paleontologia umana) e prodotti della loro attività (archeologia preistorica). Negli archivi del suolo si colgono le informazioni sull’ambiente naturale nel quale vissero gli uomini preistorici, e si attingono dati che permettono di stabilire cronologie relative ed assolute della preistoria.