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giovedì 29 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (8)

Alcune brevi premesse

  Tra medioevo ed età moderna, ossia il periodo durante il quale  gli arbereshe cominciarono ad arrivare nel Sud Italia, era in corso sulla nostra Isola, la Sicilia, sul piano socio-economico il processo di diffuso radicamento feudale a vari livelli della società.  Quei nuovi assetti che andavano dispiegandosi, sia pure su basi feudali, non presentarono mai caratteri comuni su tutti i territori del bacino mediterraneo. Piu’ storici preferiscono, in relazione alle varie realtà territoriali (Spagna, Francia, penisola italiana), usare declinazioni al plurale: i feudalesimi .

Regime feudale
Il sistema si reggeva sulla
totale frammentazione del
potere pubblico e sulla
sostituzione dello Stato
con una fitta rete di legami
di dipendenza personale:
quella dei baroni in
Sicilia.





 Evidenziamo che sul blog useremo “feudalesimo” sia quando ci riferiremo al sistema di produzione agraria e sia quando ci riferiremo alle istituzioni di governo dei territori mentre la dizione “giurisdizione” ci servirà per evidenzierà la differenza che correva -in quei secoli- tra proprietario terriero privato  (figura piuttosto rara, anzi assente) e quella di feudatario che assorbiva in sé funzioni prettamente pubbliche. I feudi, con tutti i ruoli tratteggiati (produttivi, giurisdizionali e politici) erano ereditari.

In Sicilia il feudalesimo ha costituito un regime socio-economico-istituzionale di eccezionale continuità storica, introdotto dai Normanni nell'XI secolo e rimasto formalmente in vigore fino alla Costituzione del 1812. A differenza del modello feudale nordeuropeo, prettamente militare e frammentato, quello siciliano si è strutturato come un potente sistema di potere pubblico ed economico concentrato nelle mani di una ristretta aristocrazia terriera (i baroni), capace spesso di controbilanciare l'autorità regia.

L'architettura istituzionale del feudalesimo siciliano poggiava su prerogative legali uniche che garantivano ai baroni un controllo quasi assoluto sul territorio.
( ) Il Merum et Mixtum Imperium: I feudatari godevano dell'esercizio della giustizia civile e penale (alta e bassa giurisdizione) nei propri territori. Questo trasformava il feudo in un'entità statuale autonoma dove il barone era giudice e governatore dei propri sudditi.
(  ) Capitoli Volentes e Si Aliquem: Emanati in epoca aragonese (fine XIII secolo), questi capitoli legislativi concessero alla nobiltà isolana il diritto di alienare, ereditare, vendere o sottoporre a vincoli i feudi. Il patrimonio familiare veniva blindato attraverso istituti come il maggiorascato e il fidecommesso, impedendo la frammentazione dei beni per generazioni.
( ) Il Parlamento Siciliano: Composto da tre bracci (Militare/Baronale, Ecclesiastico e Demaniale), era dominato dall'aristocrazia. Questo organo non era solo consultivo, ma possedeva il potere di contrattare i donativi (le tasse) con la Corona e di difendere i privilegi feudali da ogni tentativo di centralizzazione regia (come avvenne durante i vicereami spagnoli e borbonici).


(Segue)


L’amico cane

Un amico, un esperto in materia di crescita e “formazione” nei comportamenti desiderabili dei cani, ci farà pervenire periodicamente dei brevi consigli su come noi umani dobbiamo, dovremmo, approcciarci all’amico cane, per educarlo ma anche per meglio conoscere la sua natura e le sue aspettative.  

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 Il «cane perfetto» non esiste. 

E’ preferibile scrivere che non esiste una razza «perfetta» in assoluto. Il cane perfetto, e’ preferibile scrivere che  in realtà esiste ed è quello adatto a ciascuno di noi, di qualunque razza sia e soprattutto se non è di alcuna razza. 

Il cane ideale è il compagno di vita che ci scegliamo, quello in cui ritroviamo un po' di noi stessi, quello per il quale ci adoperiamo perché stia bene. E' -in un certo senso- il componente in più della nostra famiglia, è quel cane capace di scatenare benessere e sorrisi, ma anche di provocare ansia, tristezza e dolore quando arrivano una malattia o il momento dell'addio. 

E’ quello specifico compagno.

 Non è questione di colore, taglia, motivazioni innate. E' solo e soltanto una questione di interlocuzione che si instaura.

lunedì 26 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (7)

Primi approcci 
Ancora nel Settecento,
la Sicilia era
dominata da un regime feudale
pervasivo e strutturato sul privilegi
o 
che regolava l'intero assetto
socio-economico e politico dell'isola.
A differenza di altre aree d'Europa
dove il feudalesimo era ormai in
netto declino, nel Regno di Sicilia
il sistema rimaneva solidissimo e
contava 
oltre 2.000 feudi
,
condizionando la vita della maggior
parte della popolazione
.






Abbiamo già tratteggiato nelle pagine precedenti che sin dal periodo normanno la maggior parte della proprietà fondiaria dell'Isola era affidata alle mani di alcuni baroni. Ogni “baronia” aveva il dominio su terreni destinati a varie culture, dai pascoli ai boschi, alle praterie, ma predominavano i terreni incolti, che, dando un caratteristica fisionomia al paesaggio, costituivano il “feudo”; motivo per cui in Sicilia feudo divenne sinonimo d'una terra qualsiasi. 


E però  la giurisdizione dei baroni, travalicando i confini delle terre di cui erano diretti proprietari,  in realtà, la stragrande parte della proprietà fondiaria dell'Isola si riconduceva nelle  mani di alcuni, pochi, baroni. 

Il feudo era formato da terreni destinati a varie culture, dai pascoli ai boschi alle praterie, ma con assoluta predominanza  dei  terreni incolti, che, dando un caratteristica fisionomia al paesaggio, costituivano la vasta campagna siciliana. Da questo quadro di trascuratezza in Sicilia il termine “feudo” divenne sinonimo d'una terra qualsiasi. 


Dal momento che la giurisdizione dei baroni, travalicava i confini delle terre, di cui erano diretti assegnatari regi e si estendeva su città e villaggi, quindi su Kuntisa,  e rispettivi demani, e quindi anche sulle piccole proprietà private comprese nel loro dominio, ne derivò che i padroni di queste ultime si sentivano pure essi sottoposti al barone giusto una serie di molteplici o multiformi legami che avremo modo di tratteggiare sul blog.

sabato 17 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (6)

Primi approcci
Fra le ricerche sulla economia politica e sui dati statistica relativi al secolo iniziato nel 1700 ci e’ capitata una  tabella che nella sua estrema sintesi coglie il numero delle terre (=comunità) e delle anime (=abitanti) ricadenti  nel demanio dello Stato e di quelle invece ricadenti nel dominio feudale. 

Resta esclusa dalla tabella la città di Palermo, la cui  popolazione si era soliti calcolarla in 1/10 di quella del Regno; effettivamente  nel 1770 essa si aggirava intorno ai 180.000 abitanti: sicché Palermo, dopo Napoli era la città con maggiore popolazione della penisola, più di Roma e di Milano. Sostanzialmente i 2/3 del territorio del Regno ed i 2/3 della popolazione erano sotto il dominio baronale. Il rimanente 1/3 era direttamente governato dalla monarchia, in pratica tutte le città demaniali.

Per i baroni, sia le estensioni dei feudi che le persone che su di essi insistevano venivano considerati globalmente loro dirette proprietà. Stando all’ultimo censimento in tempo feudale del 1791, i baroni, e quindi le baronie, sull’Isola erano 340. In questo quadro che via via andremo tratteggiando, va precisato che i baroni erano non solo signori laici, ma anche ecclesiastici. E ciò ci fa subito evocare che sull’attuale territorio di Contessa Entellina, entro confini ben controllati e vigilati, insistettero le signorie baronali non solo dei Cardona e loro successori, ma anche le signorie ecclesiastiche, pure esse baronali, degli Abati di Santa Maria del Bosco.

(Segue)


giovedì 15 ottobre 2026

L’amico cane (29)

Un amico, un esperto in materia di crescita e “formazione” nei comportamenti desiderabili dei cani, ci farà pervenire periodicamente dei brevi consigli su come noi umani dobbiamo, dovremmo, approcciarci all’amico cane, per educarlo ma anche per meglio conoscere la sua natura e le sue aspettative.  


Il cane da pastore maremmano abruzzeseè una storica razza italiana da guardiania. 
E’ un cane di grande mole, robusto e
forte. I maschi pesano tra i 40 e i 52 kg 
per un'altezza al garrese di 67-73,5 cm;
le femmine, più eleganti, pesano 35-45 kg e
misurano 62-70 cm.
Il pelo è lungo, abbondante e ruvido
al tatto. Il colore è esclusivamente 
bianco solido, anche se sono tollerate
sfumature avorio o arancio chiaro.



= = = 

 Una serie di appunti.

  • cani giocano per diversi motivi: per stogare l'energia in eccesso, per esercitarsi in comportamenti simili a quelli della caccia e per imparare a interagire socialmente con i propri simili.
  • I cani hanno motivazioni diverse per giocare con gli esseri umani invece che con i propri simili.
  • I cani sono biologicamente predisposti al gioco: ormoni come il cortisolo e l'ossitocina influenzano
  • quanto e come giocano.
  • Una buona socializzazione consiste nell'esporre il cane a stimoli che potrebbero distrarlo e insegnargli a rispondere in modo sano. Il gioco non controllato con altri cani può portare a cattive abitudini, come pure a un'eccessiva sovraeccitazione anticipatoria nel momento in cui il quattrozampe scorge l'arrivo di altri suoi simili.
  • Insegna al cane a interagire con te in cambio di una ricompensa di alto valore.
  • Ricompensa il cane quando, vicino a una distrazione, sceglie di distogliere la propria attenzione da essa per fissarla invece su di te.
  • Aumenta in modo graduale il livello delle distrazioni e proponi gli esercizi in contesti diversi per generalizzare il comportamento.
  • Introduci il richiamo del cane in presenza di distrazioni, iniziando da situazioni semplici e aumentandone progressivamente i livelli di difficoltà.

Il Novecento (3)

L'incidente di Ual Ual 
fu uno scontro armato avvenuto 
il 5 dicembre 1934 presso la località
di Ual Ual (o Walwal), un'area
desertica dell'Ogaden ricca di pozzi
d'acqua posizionata lungo il confine
conteso tra l'Etiopia e la Somalia
Italiana
. L'evento vide contrapposte
le truppe dell'Impero etiopico e un
presidio militare italiano composto in
larga parte da dubat (truppe coloniali
somale). Questo scontro, che provocò
la morte di circa 107 etiopi e 30 soldati
del presidio italiano, fu amplificato a
fini propagandistici dal regime fascista
e divenne il principale 
casus belli formale
per l'aggressione e l'inizio della 
Guerra
d'Etiopia
 nell'ottobre del 1935.





Conoscere il passato per 


non ricadere negli stessi pericoli

*.    *.    *pagine di Storia in breve
Anni venti e trenta

Il 30 ottobre 1922 Benito Mussolina raggiunge la capitale e chiama accanto a sé anche due liberali, due democratici, due popolari, i cattolici e due capi di stato maggiore. E rimanda a casa le camicie nere, che sono entrate a Roma marciando, o a cavallo, qualcuno anche in carrozzella. 

Quando il duce ha in mano il potere, lo esercita con durezza, finiscono le libertà di stampa e di riunione, c'è un tribunale speciale che non concede appelli, ma Mussolini esalta la gente con la conquista dell’Impero, crea l’Opera maternità e infanzia, promuove la «battaglia del grano», si accorda con la Chiesa, fonda le Corporazioni. Poiché soffre il tormento delle culle vuote, tassa i celibi, premia le famiglie numerose ed esprime al federale di Ravenna il suo programma: «O bambini o legnate». Mussolini piace. «Grande attore prima che tribuno, più tribuno che politico, più politico che statista», dice di lui lo storico Gianfranco Bianchi.


In Germania si inneggia: «Heil Hitler». Il cancelliere arriva a guidare il Paese con l'appoggio della gente, odia gli ebrei ma anche gli sport violenti, è gentile con le signore e bacia la mano alla segretaria, è pieno di premure per il suo cane alsaziano, e disprezza e teme gli intellettuali, gli piacciono i film sentimentali e le operette «con gran mostra di gambe», come annota uno stretto collaboratore, l'architetto Albert Speer. Il 1° settembre 1939 ordina l'assalto: e l'Europa trema. Dodici anni, tre mesi e otto giorni durerà la dittatura del «caporale boemo», come lo chiamava Hindenburg.


Gli anni Trenta sono anni difficili per l'Europa. In Italia si è già instaurata la dittatura di Mussolini e in Germania Hitler sale al potere debellando ogni opposizione con metodi spesso brutali. La Russia è dominata dal pugno di ferro di Stalin. L'evento del secolo, a Mosca, è stata una rivoluzione: quella di ottobre. Nel 1917 è caduto l'impero degli zar. Non c'è pietà per nobili, borghesi, ma neanche per migliaia di socialisti rivoluzionari. La dittatura del proletariato di Lenin, e poi di Stalin, passa come un rullo compressore.


Anche gli intelletuali sono in crisi. Alla disordinata, ma fertile Germania di Weimar, si sovrappone quella della croce uncinata.

La Francia è scossa da continue lotte sindacali e politiche. Cosi pure la Spagna, ma due grandi scrittori, Federico García Lorca e Rafael Alberti, danno al loro Paese «la più bella poesia d'Europa». Nell'aprile del 1939 le truppe franchiste entrano in Madrid. Sui muri delle case diroccate si legge ancora, sbiadita, la scritta: «No pasarán», non passeranno. Le guerre cominciano sempre con un riferimento a nomi trascurabili, che sono anche dei pretesti: Sarajevo, ed è l'inizio di quella che ci ostiniamo a chiamare «Grande Guerra»; Ual-Ual, ed è l'avvio della nostra «impresa etiopica»; Danzica, una cittadina sul Baltico, e si incendia tutto il mondo.

Il 1° settembre, lo stesso giorno in cui Hitler attacca la Polonia, la Francia mobilita e, una settimana dopo, il generalissimo Maurice-Gustave Gamelin ordina che scatti la «Manovre Pierrot». È il nome in codice che sta a indicare l'intervento militare francese a sostegno di Varsavia per alleggerire la pressione tedesca sul fronte orientale. Parigi e Londra hanno dichiarato guerra alla Germania. Intanto le truppe polacche, in poche settimane, vengono sbaragliate. Gamelin ordina ai suoi di rintanarsi nei bunker, considerati imprendibili, della linea Maginot. 

Il 10 giugno anche Mussolini, che dice di aver bisogno di alcune migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace, prende la grave decisione di entrare in guerra. I francesi si sentono pugnalati alle spalle: solo quattro giorni dopo i nazisti issano la bandiera con la croce uncinata sull'Arco di Trionfo a Parigi.

(Segue)

martedì 13 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (5)

I riveli di beni ed anime 
erano i censimenti
periodici della popolazione
 e del patrimonio introdotti
nel Regno di Sicilia a
partire dal XVI secolo
.

Il loro scopo principale
era di natura
 
fiscale
e militare
: servivano
infatti a calcolare e
ripartire i "donativi"
(le tasse) che ogni
municipalità (
Università)
doveva versare alle casse
del Regno e a stimare
il numero di
uomini atti alle armi.



Prima ancora di inoltrarci nella vicenda storica sul regime feudale siciliano, e poi specificatamente di quello dei Cardona, riteniamo utile presentare alcune utili fonti chiarificatrici su quei lontani tempi:

 I riveli di beni e di anime.

I riveli erano registri fiscali che si accompagnavano a censimenti periodici introdotti nel Regno di Sicilia a partire dal XVI secolo (dal 1569 che venivano curati dal Tribunale del Real Patrimonio). Servivano a ripartire i donativi, ossia i tributi che ogni comunità, definita  Università (p. esempio Kuntisa)  doveva versare alle casse statali (il Regno di Sicilia) in base alla ricchezza effettiva ovvero presunta (vedremo in seguito come veniva applicata). Sul piano operativo si applicava ad ogni capofamiglia (o "rivelante") che era obbligato a dichiarare i componenti del proprio nucleo familiare (le anime con nomi ed età) e i propri averi (case, terreni, animali, debiti, crediti e affitti). Oltre che a finanziare le spese del Vice-reame di Sicilia i Riveli servivano anche a stimare il numero di uomini atti alle armi presenti sul territorio. Altre utili fonti potrebbero essere i registri parrocchiali, ove non  siano andati perduti.

I Riveli nel Regno di Sicilia vennero effettuati a intervalli irregolari nel corso dei secoli, in particolare negli anni:
  • 1505, 1548, 1569-1570, 1583, 1593
  • 1606, 1616, 1623-1624, 1636, 1651, 1681
  • 1714, 1747-1756
  • 1806 e 1831 (prima quindi dell'unificazione e poi col primo censimento nazionale che si svolgerà nel 1861).                                                                                                                (Segue)

lunedì 12 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (4)

Nella Sicilia del Quattrocento,
il binomio tra il possesso della terra, la
dimensione del vivere umano e la
caratura politica 
rappresenta il
fulcro delle dinamiche sociali ed
economiche dell'isola
, allora
integrata nella 
Corona d'Aragona 
sotto la dinastia dei Trastámara.

Questo secolo, tradizionalmente
visto come un periodo di
transizione dal Medioevo all'Età
Moderna, si caratterizza per una
profonda ristrutturazione del potere
feudale, dell'economia cerealicola e
delle reti urbane.
La Sicilia del Quattrocento sperimenta
una stabilità istituzionale interna
che favorisce la ridefinizione dei
rapporti di forza: la terra rimane la
fonte primaria della ricchezza e dello
status sociale, mentre la politica si
sposta dai campi di battaglia trecenteschi
alle aule parlamentari e alle cancellerie
vicereali, consolidando quel modello
 sociale ed economico basato sul
Feudo che caratterizzerà l'isola per
i secoli a venire.



 Primi approcci

  Nell’intento di tracciare il quadro della realtà sociale, economica e politica del VIVERE umano nel regime della Sicilia feudale iniziato nel 1061 con lo sbarco a Messina di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d'Altavilla e che ha portato alla creazione del Regno di Sicilia nel 1130, e’ scontato che i documenti a cui ci rifaremo sono quelli più recenti, ossia quelli del “settecento” che, e’ bene evidenziarlo, gli archivi siciliani conservano con ammirabile diligenza. 

 La società siciliana del XVIII secolo era ancora sul piano giuridico, sociale ed economico, fondata sul privilegio feudale nella identica misura e sostanza in cui lo era cinque secoli prima ed ovviamente lo era ancora nel XV secolo quando comincia a costituirsi nell’area interna dell’Isola, a valle di Kalatamauro e successivamente di Brignet, la comunità arbereshe che darà origine a Kuntisa.

 Prima ancora di avviare il discorso sugli arbereshe che daranno origine alla comunità di Kuntisa tracceremo la natura di quello che segnava, durante l’intero Medio Evo, il coefficiente di potenza nella Sicilia a regime feudale:(1) il possesso della terra da cui conseguentemente originava (2) il privilegio feudale e a cui seguiva (3) la caratura politica delle classi dominanti.


     

sabato 10 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (3)

L'eversione della feudalità
in Sicilia
, sancita con
l'approvazione della 
Costituzione siciliana
del 1812
, rappresenta un
momento di svolta
fondamentale nella storia
dell'isola. A differenza
di quanto accaduto
nell'Europa continentale
e nel Regno di Napoli
 (dove la feudalità fu
abolita per via militare
e rivoluzionaria dai
francesi nel 1806), 
in Sicilia
lo smantellamento del regime
feudale avvenne per via
parlamentare e fu guidato,
almeno formalmente, dalla
stessa aristocrazia isolana.

Fino ai primi anni
dell'Ottocento, la Sicilia
era dominata da un
sistema socio-economico
e giuridico di stampo
medievale, caratterizzato
dal potere quasi assoluto
dei baroni (
il baronaggio).

 La terra era concentrata
nelle mani di pochissime
famiglie aristocratiche.
L'istituto del 
fidecommesso 
e del 
maggiorasco impediva
la divisione o la vendita
dei patrimoni, che dovevano
passare integri all'erede
primogenito. Questo
bloccava il mercato della
terra e scoraggiava gli
investimenti agricoli.

—-O—


 Primi approcci

L’assetto feudale della Sicilia che fu. Lungo tutto il Settecento nella nostra Isola, ed ovviamente nella Kuntisa fondata nella seconda metà del XV secolo, l’assetto sociale e quello economico continuava ad essere quello feudale che senza alcuna “riforma”  continuava a reggersi sui medesimi criteri economici-tecnici e sui medesimi diritti e doveri civici e sociali del XV secolo. Era quello l’assetto basato sul “privilegio feudale”.

Contiamo di esplorare via via -nel profondo e nei dettagli- il vivere nel regime feudale che ovviamente coinvolgeva l’intero regno di Sicilia, ma per fornire una prima idea di quell’assetto socio/economico comunitario riporteremo riquadri e dati sull’Isola che vanno dal X al XVIII secolo. Dati purtroppo ora completi ed ora parziali, comunque sufficientemente indicativi di una realtà umana diventata ormai lontana nel tempo.

Dal 1747 il governo dell’Isola, che diffidava dei “riveli” periodici, promosse nuovi censimenti che nelle intenzioni si riteneva dovessero essere più attendibili.

Un quadro sulla popolazione, risalente al 1747, riporta il numero delle Terre (città e paesi) e delle anime ricadenti nel demanio dello Stato e negli spazi  a dominio feudale. Il quadro non contiene dati sulla città di Palermo. Per il capoluogo dell’Isola esisteva la presunzione legale e ufficializzata che essa annoverasse un decimo dell’intera popolazione del Regno di Sicilia.

Studiando e sintetizzando i dati della tabella viene confermato che più dei 2/3 del territorio ed oltre la metà  della popolazione dell’Isola sottostavano al dominio dei “baroni”.

Baroni su cui contiamo di dedicare la maggiore attenzione, a cominciare da Eleonora d’Aragona (XV secolo), i Cardona (XVI secolo), i Gioeni, i Colonna (XVII-XVIII secoli). Nostro intendimento è infatti di arrivare al 1812, l’anno dell’eversione della feudalità.

(Segue)

=========

Una utile annotazione: 

I baroni fino al 1812 non erano semplici proprietari terrieri, ma veri e propri sovrani nei loro feudi. Esercitavano la giustizia civile e penale (ovviamente con apparati più  o meno professionali da loro incaricati), riscuotevano imposte e tasse proprie, controllavano i monopoli locali, ossia i mulini (che gli antenati di chi scrive questa pagina gestivano previo contratti di locazione sul territorio di Kuntisa e non solo), i frantoi, le taverne e imponevano prestazioni di lavoro gratuito (angarie e perangarie*) ai contadini che insistevano sui loro feudi.

E’ questa omissione della letteratura storica locale che ci spinge a, in qualche modo, meglio focalizzare parte della vicenda storica locale.

(*) La perangherìa (o parangarìa) è un antico termine giuridico e feudale che indica un onere, un servizio forzoso o una prestazione obbligatoria (simile alla corvée) che i vassalli, i contadini e i lavoratori agricoli erano tenuti a prestare a favore del proprio barone o signore feudale.

venerdì 9 ottobre 2026

Kuntisa e il regime feudale (2)

Il 1812 per la Sicilia è l’anno di
svolta. La Costituzione, imposta
dal Parlamento
, travolge
l’antico stato feudale e
ridisegna, avendo a modello
quelle inglesi le istituzioni
dell’Isola. 
La disposizione  
precisava che 
“Cessando
la natura e forma de’ feudi,
tutte le proprietà, diritti e
pertinenze per lo innanzi
feudali, rimaner debbono,
giusta le rispettive concessioni,
in proprietà allodiale presso
ciascuno possessore”.
 Qui
stava l’inganno, infatti
attraverso quella
disposizione 
ai baroni veniva
riconosciuta la piena
proprietà dei feudi
, sgravata
da ogni corrispettivo che in
precedenza il feudatario,
in assenza della piena
proprietà, doveva nei
confronti del Regno.






Ancora introduzioni

Lo abbiamo già riportato: il regime feudale in Sicilia è stato un sistema politico, economico e sociale basato sulla terra divisa in estesissimi feudi nelle mani di pochissimi fra aristocratici ed enti ecclesiastici e sul potere assoluto, incontrollato e libero dei baroni. Questo regime e’ durato dall'epoca normanna fino alla sua abolizione nel 1812. 

 Tanti secoli di società e comunità rette su discrezionalità e arbitrio. I sovrani normanni e svevi (come Ruggero II e Federico II) usarono i feudi per controllare il territorio, chiedendo in cambio obblighi militari e fedeltà alla corona. I nobili (i baroni) detennero per loro il cosiddetto mero e misto imperio, cioè il potere di amministrare la giustizia, riscuotere le tasse e persino condannare a morte nei propri domini.

Sulla spinta dall'influenza inglese e dalla necessità di modernizzare l'isola, la Costituzione siciliana del 1812 abolì formalmente la feudalità, trasformando i feudi in proprietà private (allodii). Ma sul piano sociale ed economico cambiò ben poco: nonostante l'abolizione giuridica del feudo che gestiva l’ordinamento della vita pubblica e il passaggio al latifondo, il potere economico della vecchia classe nobiliare (poi divenuta borghese) rimase intatto per un ulteriore secolo, resistendo fino alle riforme agrarie della metà del Novecento.

 Sul blog ci proponiamo di esplorare sia il mondo feudale che inizia nel XII secolo e arriva al XVIII secolo che quello latifondista che arriva fino all’alba dell’instaurarione della Repubblica. Proveremo a cogliere l’assetto istituzionale, economico e sociale sia della società feudale entro cui dalla metà del XV secolo gli arbereshe di Sicilia, in fuga dalla loro patria, vennero ad imbattersi. Contiamo ovviamente di fare luce sul vivere -nelle aree interne dell’Isola- sotto il regime feudale (=regime pubblicistico), poi latifondista (=regime di vita dell’ottanta per cento delle terre agricole affidate ai gabellotti, ossia alla mafia) ed infine, con la Repubblica in regime, di democrazia. Di Democrazia occidentale.