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mercoledì 30 settembre 2026

Il Fascismo italiano, e non solo. (1)

 Per qualche tempo ci proponiamo di ricordare ai tanti italiani che mostrano di aver dimenticato la vicenda storica della politica di certa estrema destra (quella fascista), eventi e contesti del ventennio. Eventi e contesti vissuti dai nostri genitori e/o dai nostri nonni, che per volontà da essi non voluta si ritrovarono sotto un regime autoritario e persino arruolati (e in tanti finiti prigionieri nei campi nazisti nel corso della  seconda fase della guerra mondiale 1939-1945).

——*.  *.  *——

La marcia su Roma fu una
manifestazione armata ed
eversiva organizzata dal 
Partito
Nazionale Fascista (PNF)
 il 
28 ottobre 1922. L'evento, ideato
come un vero e proprio colpo di
Stato, costrinse il re Vittorio
Emanuele III ad affidare a 
Benito Mussolini l'incarico
di formare un nuovo governo,
segnando la fine dello Stato liberale
 e l'inizio del regime fascista in Italia.
Nel primo dopoguerra l'Italia
sprofondò in una profonda
instabilità politica ed economica.
 Il movimento fascista crebbe
rapidamente sfruttando il
malcontento popolare e
imponendosi attraverso le
violenze squadriste. Nel corso del
congresso fascista di Napoli
del 24 ottobre 1922, Mussolini
ruppe gli indugi dichiarando:
 
"O ci danno il governo o lo
prendiamo calando a Roma”.

Mentre circa 25.000 camicie
nere
 convergevano mal armate
e disorganizzate verso le porte
di Roma partendo da varie
località (come Santa Marinella,
Tivoli e Civitavecchia) e
coordinandosi dal quartier
generale di Perugia, Mussolini
scelse prudentemente di
rimanere a Milano in attesa
degli sviluppi politici.




All’inizio della dittatura

Pioggia. Poco cibo, tende insufficienti e sostanzialmente munite da armi inadeguate all’iniziativa a cui erano state chiamate. Quelle “truppe fasciste” concentrate a nord di Roma per l’attacco alla capitale erano stanche, bagnate e persino affamate quando, nel pomeriggio del 29 ottobre 1922, qualcuno comincia a diffondere  la notizia che Benito Mussolini è stato nominato capo del governo.


I primi arrivati attendevano dal pomeriggio del giorno precedente l'attacco alla capitale. Nei giorni successivi, gruppi di uomini si sono aggiunti nell’area circostante la capitale: Tivoli, Monterotondo, Santa Marinella, Foligno, Valmontone e Civitavecchia, le squadre sono state fermate dagli stessi ordini fascisti, senza che dell'attacco si arrivi neppure a programmare l'inizio. 

Continuano invece gli assalti per rubare armi, che non sono ancora in quantità sufficiente: gli squadristi riuniti a Foligno, per lo più toscani - come del resto la maggior parte di coloro che sono partiti per marciare su Roma -, sono inviati a Spoleto dal quadrumvirato per assaltare il deposito militare della città. Ci riusciranno senza che il comandante e le truppe di guardia abbiano almeno provato, o fatto finta,  a difenderlo.


Nei luoghi di concentramento: gli squadristi erano stati chiamati per un'azione definita eroica e invece stavano lì a sostare alle porte di Roma, costretti ad un'attesa inoperosa e, ai loro occhi, immotivata. Qualcuno contravviene agli ordini. Il 29 ottobre un gruppo tenta l'occupazione di un forte a Monte Mario: l'esercito lo blocca e lo obbliga a tornare indietro.

Quando poi, il pomeriggio dello stesso giorno, comincia a circolare la voce che Mussolini è stato incaricato di formare il nuovo governo, gli squadristi pensano che l'ordine di entrare nella capitale arriverà immediatamente. 

Non fu cosi. Le squadre rimangono ai confini della capitale, aspettando l'arrivo di Mussolini che, si diffonde la voce, parte in treno da Milano. 

Tra quel 29 e 30 Ottobre erano state attivate delle colonne fasciste organizzate dai generali Gustavo Fara, Sante Ceccherini ed Emilio De Bono: più o meno 16.000 uomini. Ma il permesso di entrare nella capitale e occuparla arriva a partire dalle 13.30 del 30 ottobre.  La disposizione di occupare la capitale è  trasformato in invito a entrarvi: arrivano nella capitale in treno e, addirittura, per ordine espresso del sovrano e del nuovo presidente del Consiglio. Vengono alloggiate e nutrite in caserme e scuole. Un quadro completamente diverso rispetto a quello prospettato dal comando fascista, ma anche rispetto a quello che gli squadristi avevano immaginato. 

I fascisti entrano a Roma, ma non l'hanno conquistata e l'alone eroico della loro impresa ha sostanzialmente perso smalto. Una volta entrati nella capitale, Roma, in quei giorni continua a respingerli più di qualsiasi altra città.


Gli antifascisti, in città e nella penisola, non si sono rassegnati a lasciare occupare le aree dove sono in maggioranza e che, in qualche modo, controllano.  Nella zona di San Lorenzo non si arrendono agli squadristi che invadono il loro quartiere, come non si arrendono gli abitanti della Prenestina, della Nomentana e quelli di Borgo Pio e della zona della via Trionfale: i fascisti cercano di occupare spazi che sono loro ostili, e i loro antagonisti continuano a rispondere.


L'attacco squadrista a Roma è pesantissimo: violenze nei quartieri popolari, olio di ricino agli avversari, case di deputati antifascisti distrutte, bastonature e poi incendi e distruzioni di sedi di partito, di giornali, di case del popolo. I fascisti decidono di attaccare tutti i potenziali oppositori: ma Roma è una delle poche città d'Italia dove l'opposizione antifascista non cede il campo senza combattere.


(Segue)


sabato 19 settembre 2026

Antropologia, come chiave di lettura della società


L'antropologia rappresenta una
delle chiavi di lettura più potenti
per comprendere la complessità 
della società contemporanea. 
Nata storicamente come 
studio delle culture 
lontane, oggi si applica 
a qualsiasi gruppo umano, 
offrendo strumenti unici 
per decodificare il 
comportamento, le 
istituzioni e i 
conflitti del nostro tempo.

L'antropologo si immerge
nella comunità che studia,
vivendo come i suoi
membri per comprenderne
il punto di vista ("dall'interno").
E’ quanto abbiamo appreso
dal prof. Anton Blok che,
in anni ormai lontani,
visse a lungo all’interno
della comunità di
Contessa Entellina.



Premessa alle pagine che seguiranno 

L'antropologia è la scienza umana che studia l'essere umano e le sue diverse manifestazioni sociali, culturali e biologiche nel tempo e nello spazio. Il termine deriva dal greco anthropos (uomo) e logos (discorso). Sul blog ci piace sviluppare, nel solco di una branca di questa scienza, il processo evolutivo di tutte le culture umano in cammino lungo una sola via di sviluppo, passando dalle forme più semplici a quelle più complesse. 

Trattandosi di un discorso sull’essere umano ci piace avviare questa pagina da lontano nel tempo, ma non esiteremo a studiare i comportamenti dei politici e dei politicanti dei nostri giorni, grazie agli strumenti che -appunto- l’antropologia ci offre. E’ ovvvio, come sappiamo dal particolarismo storico e dal funzionalismo,  che le culture umane non seguono un unico schema obbligato, ma si adattano ai propri ambienti e storie in modi unici e differenti. 

L’antropologia dei nostri giorni studia e ci spiega  le relazioni complesse (per esempio, quelle dei politicanti dei nostri giorni) superando l’interesse esclusivo per i popoli primitivi per farci intendere il funzionamento del “potere” e il comportamento di coloro (i politici) che si sentono i nuovi, gli innovatori, dei giorni adesso correnti, chiarendoci gli scontri e gli incontri fra i diversi blocchi culturali, e non solamente. 

L'antropologia ci servirà (ci aiuterà) a rendere strano ciò che è familiare e familiare ciò che è strano, inducendoci a guardare la nostra stessa società (comunità) con occhi critici e privi di pregiudizi.

 

venerdì 17 luglio 2026

Politica e cultura

 Senso civico?

Le culture ci proponiamo
di studiarle  nella loro
fluidità e complessità.



Chi coltiva, chi ama la Storia, dagli Egizi a Trump, Putin e Xi Jinping, si accorge che i simboli più evidenti, importanti e riconosciuti dal potere sono sempre stati:

La terra,

L’oro,

Le armi.

Da quando l’uomo è entrato sulla scena storica ha sempre portato in sé una costante vicenda umana e inevitabilmente l’ha storicizzata secondo il colore del tempo, fermo restando l’essenzializzazione dei tre elementi.

   La terra è sempre stata lo spazio elementare e naturale su cui ogni gruppo ristretto di uomini ha risieduto, senza che per questa ragione fosse strumento di produzione e scambio per un’economia ampia e sviluppata.

   L’oro è sempre stata una merce preziosa, anzi la più preziosa: e’ sempre stato il tesoro depredato ai vinti.

  Le armi sono sempre stati strumenti di difesa e di offesa, e sempre riservate ai più forti e valorosi e destinati ad esercitare, collettivamente o individualmente, senza un superiore ordinamento civile, lo strapotere piegato al volere.

   I tre “simboli” (terra, oro, armi) sono le insegne della complessa organizzazione economica e sociale che ha, e non può non avere, gli elementi della violenza e della forza, senza pregiudizio dei diritti di chi le armi non può o non vuole o non e’ chiamato a portarle.

= = = 

La riflessione su “politica e cultura” sarà in avanti pagina frequente del blog. Vogliamo puntare ancora sui contenuti delle parole … politica…cultura… democrazia … amicizia…società dell’egoismo … e di molte altre, contenuti per, infine, tratteggiare le tantissime ingiustizie delle manifestazioni di potere, …appena temperate nei regimi democratici … ma persistenti ogni volta che forze opportunistiche puntano sul crollo del senso civico.

mercoledì 2 febbraio 2022

Investimenti pubblici. Quando i disegni di crescita e sviluppo non raggiungono lo scopo

 A Contessa Entellina, come del resto avviene in quasi tutti i comuni di Sicilia e delle regioni dove il senso e la funzione della Politica difficilmente viene dispiegato per intero o comunque risulta difficile radicarlo per le motivazioni più varie, specialmente quando si tratta di piccoli centri, esiste un patrimonio immobiliare pubblico trascurato che -ove attenzionato- potrebbe essere trasformato e valorizzato prima che scada nel degrado assoluto e crei, nel tempo e nello spazio, motivo di più grave caduta sociale e politica.

Si diceva che doveva servire
da struttura per la
macellazione. 
Sono trascorsi decenni e
decenni.

 Non ci riferiamo alla circostanza che a Contessa Entellina possediamo un patrimonio abitativo capiente fino a 8mila e passa abitanti per solamente ed effettivi mille, o poco più, ma ad alcuni edifici pubblici che ormai sono simbolo della stanchezza a fare di cui si è impadronita la nostra terra di Sicilia.

 Nella giornata odierna, transitando nella contrada "Puiata Brignano" mi sono fermato ad osservare un locale comunale che mi è parso simbolo del nostro tempo per l'abbandono in cui versa. Mi sono ricordato delle tante narrazioni ascoltate,  dei tentativi andati a vuoto per ristrutturarlo, riadattarlo, affidarlo a privati per i fini più vari. Tutti andati a vuoto. Eppure non è bene continuarlo a mantenere nello stato di assoluto abbandono. E' ovvio che si tratta di un degrado stratificato nel tempo, che possiede antiche radici e le cui responsabilità personali sono difficili da individuare. Da Puiata Brignano il pensiero è  volato sullo sperpero di denaro pubblico per recuperare l'antica stazione ferroviaria vicino a Batellaro e gli altri, tanti euro, spesi per affiancarla con una struttura che doveva agevolare lo smaltimento dei ... rifiuti. Ho pensato, ancora, che ci vorrebbe un Draghi per ogni chilometro quadrato dello Stivale.

Eppure esiste la legislazione che consente di migliorare lo stato di qualsaiasi spazio pubblico abbandonato. Tante sono le norme regionali e statali che affrontano: a) il riutilizzo degli edifici e degli spazi pubblici, b) la rigenerazione degli spazi ed il loro riuso, c) i patti di collaborazione etc...

 Le identiche riflessioni ora ricordate faccio quando capita di transitare per Piano Cavaliere e vedere la sagoma dell'edificio che -si diceva- doveva servire come latteria.

 Credo che torneremo su questa problematica che non compete solo a chi riveste funzioni pubbliche, ma a tutti i soggetti che vanno sotto la denominazione di "cittadini".

venerdì 17 dicembre 2021

Piccole, grandi Riflessioni

La saggezza

 Si appartiene ancora al volgo sinché si addossa la colpa agli altri; si è sulla via della saggezza quando si rende responsabili solo e sempre se stessi. 

Friedrich Nietzsche

filosofo, poeta, saggista, compositore e filologo

1844 - 1900

domenica 26 settembre 2021

Le trappole del linguaggio e la diffusione di termini ed espressioni inglesi

 Il blog punta a rinnovare sia le "vesti" grafiche che  il linguaggio. Ed intanto  -con regolare frequenza- da un giovane amico riceveremo brevi riflessioni sul linguaggio con cui ci esprimiamo nel XXI secolo. Non è raro infatti che arrivino a chiunque reprimende per aver posto una parola sul posto sbagliato del discorso, sia pure se essa è rivolta ad amici o ad estranei.

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LINGUAGGIO (4)

Una parola al giorno

INTERNET-2

Glossario dei termini Internet e Intranet.

Glossario ben noto a tantissimi, che fa bene qui ricordare per suscitare curiosità per chi di internet conosce appena i tasti del pc.

Account: "Conto corrente" Internet; è l'accredito che permette di avere accesso ad Internet e viene concesso normalmente in cambio di un canone. Per compiere qualsiasi operazione è necessario avere un identificativo (usemame o userid) ed un codice segreto (password).

Address: "Indirizzo", rappresentazione ASCH della localizzazione di un account su un compiuter che permette agli utenti di accedere a tale account.

Address resolution: Conversione di un indirizzo Internet nel corrispondente indirizzo fisico.

Come cambia il linguaggio
Administrativia: Compiti amministrativi, relativi nella maggior parte dei casi agli accessi alle news, alle gateways e alla gestione di mailing list.

AIIP: Sigla di Associazione Italiana Internet Provvider, che riunisce tutti i fornitori italiani di accesso ad Internet.

Analogico:Aggettivo che si riferisce a qualsiasi dato trasmesso attraverso la variazione continua di quantità fisiche. E' il contrario di digitale.

AnonFTP: Sigla di "Anonymous", che indica un FTP a cui è possibile accedere  dando "anony-mous" come password. Esso può servire, in alcuni casi, a prelevare dei file.

Archie: sistema di servers che ricerca i files disponibili al pubblico negli archivi FTP. Può essere consultato  sia tramite  collegamenti on-line sia tramite e-mail.

Archive: "Archivio", deposito di file accessibile agli utenti di Internet.

ARPA: Sigla di Advanced Research Project Agency; ad essa si deve l'origine di Arpasset, la prima rete di computer  da cui si è sviluppata Internet.

Arpanet: Prima rete di compiuter creata in una sperimentale da un gruppo  di ricercatori delMinistero della Difesa statunitense alla fine degli anni Sessanta. Oggi non esiste più.

Articolo: Messaggio spedito ad un newsgroup di Usenet.

ASCH: Sigla di American Standard Code for Information Interchange, un codice di trasmissione di dati a caratteri di controllo e a caratteri grafici. Ad ogni numero, ad ogni lettera o simbolo sono stati assegnati numeri compresi tra 0 e 127.

At (@): Simbolo utilizzato per individuare il compiuter presso il quale si trova un utente di internet.

Automagico: Aggettivo utilizzato per indicare una cosa che si realizza in modo molto complicato, difficile da spiegare, quasi automatico.

giovedì 23 settembre 2021

Le trappole del linguaggio e la diffusione di termini ed espressioni inglesi

  Il blog punta a rinnovare sia le "vesti" grafiche che il linguaggio. Ed intanto -con regolare frequenza- da un giovane amico riceveremo brevi riflessioni sul linguaggio con cui ci esprimiamo nel XXI secolo. Non è raro infatti che arrivino a chiunque reprimende per aver posto una parola sul posto sbagliato del discorso, sia pure se essa è rivolta ad amici o ad estranei.

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LINGUAGGIO (2)

Una parola al giorno

COLAZIONE


Nel linguaggio politico, degli affari ed in quello formale si usano: prima colazione, colazione, pranzo.

Nel linguaggio di tutti i giorni e in quello corrente: colazione, pranzo, cena

Per chi per ragioni di lavoro deve usare l'Inglese, o nel caso in cui si è invitati da qualche parte, è bene sapere che breakfast e lunch sono diffusi e che la differenza fra dinner e supper  è che la prima è la cena vera e propria, e formale, il supper è a tarda notte, un dopo teatro o giù di lì. 

Luncheon è un lunch formale (di Stato o di affari), cioè un banchetto, breach è invece un americanismo per prima colazione. -quasi sempre domenicale o festiva- cioè tardiva che diventa un tutt'uno con il lunch ed è ormai una specie di tradizione domenicale. 

In Gran Bretagna trovbiamo anche tea, cioè il tè, per la cena informale nel tardo pomeriggio (le 18 circa) in famiglia. Capita di essere invitati per un tè alle sei e ritrovarsi poi a tavola.

giovedì 27 maggio 2021

Grandi maestri

L'altro  

«Non esce mai di casa?». «Mai, da parecchi anni... Ad un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente, di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì, pronti a comunicarmi le loro opinioni sull'umanità, sul governo, sull'amministrazione municipale, su Moravia ... Le pare che valga la pena?».

Leonardo Sciascia

scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, 

poeta, politico, critico d'arte e insegnante  

1921-1989


martedì 9 febbraio 2021

Didattica a distanza. Dall'apprendimento vero ai banchi con le rotelle ... (4)

Secondo Kant (1724-1804) 

l'Illuminismo "è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che deve imputare a sé stesso".

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 Abbiamo evidenziato nelle precedenti pagine che la storia della scuola italiana non è stata uniforme in tutte le regioni  e che specialmente nella fase pre-unitaria essa dipendeva da una istruzione impartita in ambiti privati. Abbiamo pure messo in evidenza che la diffusione dell'istruzione dall'ambito quasi prettamente ecclesiastica transita lentamente verso le istituzioni pubbliche sulla base dei progetti riformistici dell'Illuminismo.

In Italia l'istruzione pubblica non ebbe pertanto identica diffusione nè temporale nè territoriale. E se oggi esiste un grave dislivello oltre che culturale anche socio-economico fra Nord e Sud esso è dovuto -anche- al ritardo con cui la visione illuministica fu recepita nel Meridione.

Il primo passo che la visione  "illuministica" impose nei ruoli di governo dei popoli fu la netta separazione del potere ecclesiastico da quello temporale, della visione religiosa da quella scientifica. Fu l'inizio della laicizazione della cultura pubblica e dell'idea di "Stato" laico ed autonomo.

Abbiamo sostanzialmente evidenziato che questo processo non fu nè facile nè innocuo. La Chiesa, quella cattolica, non accettò di vedersi sottrarre il monopolio della cultura con cui (il caso Galileo) aveva preteso di contrastare la Scienza sul solco delle sue libere interpretazioni bibliche. Nel 1773 la Compagnia di Gesù fu soppressa in quasi tutti i paesi europei e gli stati -almeno in Occidente- iniziarono a sostenere gli studi delle scuole pubbliche e soprattutto delle Università. Fino ad allora (1773) tutti i quadri dirigenti dei vari paesi, era sitiuazione ovvia, uscivano dalle scuole gesuitiche, in contrasto con le nuove idee montanti del tempo.

La nuova visione laica (che comunque non coincideva sempre con l'anti-religiosità) della società esigeva la diffusione dei livelli di istruzione popolare; e non fu per niente facile dal momento che il quadro sociale evidenziava povertà, mancanza di insegnanti, carenza di investimenti per le scuole etc.

L'intendo illuministico di diffondere la cultura per decenni, ed anzi per almeno un secolo e mezzo (e forse oltre), si scontrò oltre che con la Chiesa con la mancanza di consapevolezza, nelle campagne soprattutto, che l'istruzione fosse un "bisogno", rispetto ai primari bisogni di disfarsi della miseria e pertanto della necessità della sopravvivenza. Non per nulla l'idea socialista nasce come prosecuzione dell'Illuminismo.

mercoledì 27 gennaio 2021

Terra e Vita. Storia Siciliana per immagini ( 13 )

 "Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia". Cesare Pavese

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Conoscere la Sicilia di ieri 

per Conoscere

La Sicilia di oggi.

Immagini e descrizioni

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Gli anni passano e con essi vanno via molti ricordi della società che fu. La traversata degli anni cinquanta del Novecento fu, almeno in quest'angolo di Sicilia dove insiste Contessa, l'ultimo decennio della "società contadina"; già ai primi degli anni sessanta (probabilmente col diffondersi della tv) tutto quel mondo iniziò ad offuscarsi fino a scomparire quasi completamente col terribile terremoto nella Valle del Belice che, a Contessa e non solamente qui, avviò un modello di vita (ambientale, di stile, di aspettative, di organizzazione, etc,) completamente diverso.

Fino ai primi anni '60 venivano a Contessa i "carrittera", gente che con i tipici carretti siciliani carichi di mercanzie e alimenti (sacchi di patate, scatolame vario, vasche di sarde salate, vassellami  e altri generi e comunque di lunga conservazione) assolvevano -allora- alla funzione che oggi assolvono -in contesti e situazioni diversissime- i rivenditori che giornalmente -venendo da Menfi con "camioncini"- riforniscono Contessa di frutta, verdure e ortaggi vari. 

Il carretto oggi è scomparso dalla circolazione nelle nostre strade, ma è finito nei musei grazie  ai coloratissimi disegni e agli intagli bucolici, che narrando le vicende di Orlando e Rinaldo ne facevano e ne fanno un vero e proprio oggetto d’arte e d’artigianato.

Un poeta siciliano, Giuseppe Pulizzi di Cianciana, così ha immortalato il carretto ed il carrettiere di un tempo che sono impressi nei ricordi di chi negli anni cinquanta non era altri che un ragazzo. 

Il carrettiere della memoria è rimasto un personaggio vero e identificato in "mastru Binidittu" che tre volte la settimana veniva in quegli anni cinquanta, da Bisacquino a Contessa, a vendere ciò che oggi andiamo a comprare nei punti di vendita.

   A tempi di scarsizza e di scunfurti

a tutti banni cc'eranu carretti,

li mezzi chi facivanu trasporti

di merci di pirsuni e autri uggetti, 

Li muli e li cavaddi li cchiù forti

"mpaiavanu 'nta l'asti fatti addetti

cu pitturali, sidduni e cudera,

cu suttapanza, retini e tistera.

  Di tutti svariati custruzioni 

di li carretti pittari e baggiani

li custruivanu lussusi e boni

òo Catanisi e li Palermitani:

vantati sunnu in ogni nazioni

li nostri gran carretti siciliani,

c'ogni turista resta sudisfattu

vidennu 'stu carrettu comu è fattu.

  Lu milliottucentunovantunu

René Bazin, turista e pilligrinu

pi Santa Rusulia dissi a unu

di vidiri un spittaculu divinu,

di 'sti carretti ''un nn 'havi, no, nissunu,

diciva, ca quant'avi chi caminu

m'addugnu veru ca 'ntuttu lu munnu 

carretti comu ccà nun cci nni sunnu,

  Add'epuca cu era carritteri,

abbilitusu si putia chiamari,

ca era un privileggiu 'stu misteri

macari di putillu 'mmdiari.

Nni travaglianu 'nta li canteri,

'nta li stratuna e 'nmezzu a li ciumari

e cc'eranu trasporti purtuali

di merci, di alimenti e ciriali.

  'Nta li paisi lu funnacu cc'era:

stadduni cu 'na lunga mangiatura

ca era albergu pi li carrittera

e pi li muli chini di sudura;

dda dintra era lu stessu di 'na gera

di carrittera funti a tarda ura,

quarcunu si sistimava e cuvirnava

lu mulu mentri 'n'avutru cantava.

  Pirtempu, a lu cantari di lu gaddu

s'arzava ogn'unu cu lu torcicoddu,

sciuglivanu lu mulu e lu cavaddu

e po' l'armici cci mittianu 'ncoddu,

un mulu cu lu pettu senza caddu

trasiva 'nmezzu l'asti tardu e moddu

pinsannu forsi c'avia di fari 

chilometri sissanta di marciari,

  'Mpaiavanu e dicianu: - A la via ! -

e lu cavaddu o mulu s'avviava

'nta lu stratuni chi lu dirigia

lu carritteri 'ncapu chi cantava.

La usciula rutanti chi sbattia

comu 'na musica scampaniava

ca nni la notti funna e silinziusa

pariva 'na puisia diliziusa.

  Li carrittera tannu eranu amici;

si salutavanu a palori duci,

unu diciva all'autru: -Chi si dici?-

e l'autru: - Tantu beni nni cunnuci!-

Ma ora l'autisti su' nnimici,

nirvusi tutti chi fettanu vuci

massimamenti dintra la città

ca foddi patintati cci nn'è assà.

  Ma quannu nova ticnulugia

truvaru li scinziati e li 'ngignera,

lu camiu e la macchina curria

firmannusi carretti e carrittera.

Però lu carritteri chi vulia

di li trasporti ancora la carrera,

pi la patenti iva a la cunquista

e divintava subitu autista.

giovedì 14 gennaio 2021

Crisi di Governo. A pandemia dilagante ci distraiamo

 La crisi del secondo governo Conte è stata ufficializzata ieri sera in una conferenza stampa da Matteo Renzi ed oggi c'è pure la presa d'atto della Presidenza della Repubblica. I lettori sanno che a questo Blog il governo a guida semi-populista non è mai piaciuto. La crisi  in piena pandemia -con i conseguenti gravi problemi- tuttavia lascia moltissime persone e cittadini più che perplessi.

 Questa è la democrazia parlamentare e pertanto tutti siamo chiamati a seguire l'evoluzione della vicenda che potrà concludersi con una  "difficile" riedizione in questa legislatura di un nuovo governo ovvero con l'indizione di nuove elezioni. Nuove elezioni che, se i sondaggi sono veritieri, porterebbero ad una maggioranza di Centro-destra. Soluzione non proprio da auspicare in questo passaggio critico per il nostro paese.

Allora ?

Da democratici proveremo a seguire e a valutare da "Sinistra" ciò che accadrà.

1) Mattarella prima di assumere qualunque decisione vorrà sapere se con l'uscita dei renziani dall'area di governo sussistono in Parlamento altre maggioranze.

2) Conte ha riferito al Capo dello Stato  "la volontà di promuovere in Parlamento l'indispensabile chiarimento politico mediante comunicazioni alle Camere".

3) Dal Pd si fa sapere comunque che esso non parteciperà ad esecutivi a cui partecipino forze della Destra. Sembrerebbe però propenso ad accettare l'arrivo da Destra di parlamentari definiti "Responsabili".

4) Conte appena ieri sera alle tv che lo sollecitavano ad esprimere valutazioni aveva detto che non avrebbe cercato sostegni fuori dall'area di centro-sinistra. Adesso stando a quanto riporta la Repubblica pare che non disdegnerebbe l'aiuto di un eventuale gruppo da costituire da trasfughi provenienti dal centro-destra (i Responsabili).

5) Secondo alcuni giornali con l'uscita dei renziani dall'area di governo a Conte basterebbero almeno 11 senatori. Il problema che resta però sul tavolo è se un governo -in periodo di pandemia- può reggersi su numeri striminziti.

lunedì 11 gennaio 2021

Mulini e mulinara. Ricordi d'infanzia e "Storia grande"

Ogni volta che mi capita di leggere qualcosa sui mulini ad acqua lo faccio con molta curiosità perchè con l'immaginazione risalgo ai capostipiti che dal XV secolo fino alla prima metà del Novecento hanno sempre avuto a che fare con i "mulini ad acqua", sia su territori che un tempo facevano capo a Calatamauro e poi a Contessa che -in periodi successivi-  sul  territorio di Bisacquino.

Su un testo di "Storia dal Medio Evo al Seicento" di Massimo Montanari, professore all'Università Alma Mater di Bologna, ho letto una pagina sui mulini ad acqua che mi piace riportare sul Blog.

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Il Mulino

Una delle più straordinarie invenzioni dell'uomo è il mulino che utilizza la forza naturale dell'acqua o del vento per far girare le pale di una ruota e, attraverso questo movimento, produce energia. Complessi meccanismi servono a trasferire questa energia in dei macchinari che possono servire a usi molto diversi: macinare il grano, battere il ferro, segare il legno, battere gli stracci per fare la carta o rendere più resistenti i tessuti, e cos' via. L'impiego più antico fu quello della macinatura, da cui il mulino prende nome (dal latino mola che indica la macina in pietra).

Il mulino ad acqua deriva la sua energia dalla canalizzazione di un corso d'acqua. Apposite "chiuse" governano la forza dell'acqua, utilizzata a volte per alimentare una serie di mulini posti in successione l'uno dopo l'altro. La ruota idraulica può essere orizontale su un asse verticale (di questo tipo pare fossero i mulini più antichi) o più spesso verticale su un asse orizzontale (che permette di controllare meglio la forza dell'acqua). Speciali ingranaggi consentono di trasferire il movimento verticale in orizontale, o viceversa.

Il mulino ad acqua è una invenzione antica, nota nel mondo mediterraneo così come in Cina. In età romana, una dettagliata descrizione tecnica si trova nel Trattato di architettura di Vitruvio (I sec. a.C.). Ma fino al Medio Evo le enormi potenzialità di questa macchina furono poco sfruttate. Perchè ? Lo storico francese Marc Bloch ha sostenuto che la spiegazione di questo fenomeno, apparentemente incomprensibile, sta nel carattere dell'economia antica, che, fondata sul lavoro degli schiavi (solitamente prigionieri di guerra), disponeva di mano d'opera sovrabbondante e a basso costo. Nel Medio Evo, invece, il progressivo venir meno delle guerre di conquista e la generale trasformazione della società e dell'economia resero più rara la presenza di schiavi: questo comportò una maggiore attenzione agli strumenti e alle tecnologie "alternative". E0 stato calcolato che l'energia prodotta da una sola ruota di un mulino ad acqua corrisponde al lavoro di 40 schiavi. Soprattutto nel IX-X secolo si moltiplicarono i mulini a uso agricolo, cioè adibiti alla molitura dei cereali, e i signori che avevano investito nella loro costruzione riscuotevano grandi profitti mettendoli a disposizione dei contadini dei dintorni. A volte,  costringendo con la forza a usare le nuove macchine. Nei secoli successivi i mulini furono impiegati anche per attività industriali (segherie, officine del ferro, laboratori tessili).

Al Medio Evo risale anche la diffusione dei mulini a vento. Si sa però già che nel II millennio a.C., in Mesopotania, esistevano dei congegni che sfruttavano l'ebergia eolica per rimuovere delle ruote idrauliche per irrigare i campi. In Occidente i mulini a vento incontrarono particolare fortuna nei paesi in cui soffiavano venti costanti, come l'Olanda (che li sfruttò soprattutto per prosciugare i terreni) e l'Inghilterra. Come per i mulini ad acqua, anche in questo caso l'asse di rotazione era di tipo orizzontale(al contrario dei mulini cinesi, ad asse verticale): su una torretta erano impiantate delle pale che, colpite simultaneamente dalla stessa intensità di vento, giravano trasmettendo il movimento all'asse orizzontale, questo a sua volta imprimeva la rotazione all'altra ruota che azionava pompe, macine, seghe, martelli: l'energia eolica si convertiva cioè in energia meccanica, immediatamente sfruttabile.

Ancora oggi lo stesso principio usato negli antichi mulini è sfruttato nelle moderne centrali eoliche e nelle centrali idroelettriche. La differenza è che l'energia del vento o dell'acqua non è più convertita in energia meccanica in energia elettrica, che viene accumulata nei generatori e ridistribuita in base alle esigenze. La ricerca sullo sfruttamento di queste fonti naturali di energia ha conosciuto negli ultimi decenni una fortissima accellerazione, stimolata dalla necessità  di trovare energie alternative ai combustibili fossili (come il petrolio), che siano rinnovabili -e cioè non si esauriscano con l'uso-, meno costose e più pulite. Secondo i dati ufficiali, prodotta nel mondo dagli impianti eolici ha raggiunto i 270 gigawatt di potenza, 450 milioni di persone abituate a consumare energia secondo uno standard europeo. La Cina è in testa alla classifica dei paesi produttori di eolico e l'Unione Europea prevede nel 2020 il consumo di energioa elettrica dell'UE sarà coperto per il 12% dalle sole fonti eoliche. Attualmente l'energia idroelettrica prodotta dalle centrali copre il 18% del fabbisogno mondiale di energia.

 Da queste vicende possiamo trarre una importante considerazione di metodo: la storia della tecnica e la storia dell'economia si incrociano e interagiscono in modo non lineare, talvolta imprevedibile. Le invenzioni e i progressi della tecnica danno impulsi decisivi all'economia. Ma è vero anche il contrario: un invenzione, per svilupparsi, ha bisogno di una situazione economica particolare,  che la renda utile e produttiva. Per questo il mulino ebbe grande diffusione nel Medioevo, pur essendo un'invenzione antica. Per questo oggi le moderne tecnologie hanno ripreso a sfruttare in chiave rinnovata lo stesso principio  adottato nei mulini,  ricavando energia da fonti naturali rinnovabili, pulite e praticamente inesauribili.

martedì 15 dicembre 2020

GLI ESAMI DI MATURITÀ DI...ALTRI TEMPI (1) ... di Ernesto Scura

Riceviamo e pubblichiamo 
Nel 1952 frequentavo la quinta classe del liceo Scientifico dell’Istituto parificato di Corigliano Calabro. Consapevoli, noi allievi, dell’estremo rigore che comportava  il confronto con una commissione esaminatrice formata da docenti esterni, ci consolava il fatto che, di diritto, almeno  due degli esaminatori, dovevano essere nominati dalla scuola, scegliendoli tra gli stessi docenti dell’ultimo anno di liceo, il che voleva dire che, per esempio, se la scuola nominava il docente di lettere, tu eri coperto almeno nelle due materie importantissime: Italiano e Latino. (Per il Classico anche il Greco). Era impensabile una bocciatura da parte di quel docente che per almeno tre anni ti aveva condotto alle soglie della maturità. Se l’altro docente nominato dalla scuola era quello  di Matematica e Fisica, erano altre due materie, importantissime in un Liceo Scientifico, che potevi assicurare nel tuo carniere, specialmente per l’aiuto che  ti poteva, fornire durante lo svolgimento del compito di Matematica, il fatidico PROBLEMA, croce e delizia della Maturità scientifica. Le rimanenti materie, Lingue, Scienze, Storia, Filosofia, Disegno ed Educazione Fisica, pur temibili, non costituivano lo spauracchio di una  malaugurata bocciatura, specie se i due docenti “amici” erano capaci di saper gestire le valutazioni globali a difesa. A metà gennaio, di quell’anno, subimmo la doccia fredda di un Decreto del Ministro della Pubblica Istruzione, Antonio Segni che, sull’onda di un invalso convincimento di esagerato rilassamento del rigore degli esami di maturità, per tutto il periodo bellico, voleva, non solo ritornare alla severità dell’anteguerra, del resto già da tempo ormai  ripristinata ma, addirittura, travalicarne la già rigorosa conduzione. Il Decreto stabiliva l’abolizione dei due rappresentanti nominati dalla scuola, tra i docenti dell’ultima classe di liceo e, pur tuttavia, come magra consolazione, consentiva la presenza di un rappresentante interno, beffardamente denominato, con aulica prosopopea, “pater familias”, che doveva essere, preferibilmente il Preside, il quale, nelle vesti di  “tutor” rappresentava il garante della storia scolastica di ciascun allievo, in sede di giudizio finale. E vi lascio immaginare quanto poteva valere la “Difesa d’Ufficio” di un rappresentante al quale, si e no, era permesso assistere allo svolgimento degli esami scritti senza potersi nemmeno avvicinare ai banchi dei candidati, a rischio di prendersi il rimprovero del Presidente di Commissione. Agli orali, poi, era semplice osservatore. Cercammo di reagire prendendo contatti con il Liceo Classico della vicina Rossano ed insieme con alcuni loro rappresentati ci recammo a Cosenza  dove un improvvisato “comitato” avrebbe dovuto dare disposizioni sulla  conduzione della protesta. Ci aspettavano, i cosentini, non avvertiti da noi, già all’arrivo dell’autobus, in una ridicola atmosfera di “cospirazione”, dandoci immediate istruzioni  su come comportarci per sfuggire ad eventuali “incursioni “ della polizia. L’assemblea si tenne in uno spiazzo antistante il serbatoio idrico che  alimentava la città, posto su un’altura che ben si prestava ad avvistare  in tempo eventuali blitz della polizia del “tanto odiato” ministro Scelba.

A quel punto capimmo subito chi stava CAVALCANDO LA TIGRE. Era il Partito Comunista che, come al solito, non si lasciava sfuggire nessuna occasione per dare addosso al governo ed ai suoi ministri. Benevolmente, voglio illudermi che la scelta del posto non sia stata  ispirata dal colore “rosso fiammante” della struttura.  E non ci sarebbe da meravigliarsi, più di tanto, tenendo conto della furba  importanza che i comunisti attribuivano alle simbologie, specialmente quando, per opportunità, dovevano rinunciare a far sventolare le bandiere rosse. Noi tre rappresentanti di Corigliano, intimiditi da un apparato già istruito ed educato alla protesta, assistemmo allo stile organizzativo  di un ”Apparatnik” di stampo squisitamente bolscevico, che ebbe immediata conferma quando gli “agit-prop” della delegazione cosentina, con apparente “leale senso di ospitalità”, proposero di eleggere presidente del “Comitato di Protesta” un  rappresentante “ospite”. E mentre i miei due colleghi coriglianesi pensavano di propormi come probabile candidato, il comitato, con tempestiva alzata di mano, aveva già acclamato UGO BRUNO, del  Liceo Classico di Rossano. E chi era questo illustre sconosciuto? Sconosciuto un corno. Per noi, forse, ma per l’Apparatnik, che lo chiamava, con amorevole familiairità, UGHETTO, era notoriamente il figlio del deputato comunista rossanese  Giovanni Bruno, cosa che lo elevava, automaticamente, al rango di leader. Capimmo subito che la battaglia era persa per un duplice motivo: -Il ministro Segni non era tipo da farsi intimidire dalla protesta di pochi mocciosi manovrati con mire “rivoluzionarie” da sobillatori comunisti. Erano ancora da venire gli anni della protesta indiscriminata in cui, spesso, i ministri erano collusi con gli scioperanti e la promozione un diritto acquisito dei “figli del popolo”. -Il ministro degli Interni, Scelba, non aveva alcun timore della piazza scatenata a fini demagogici, figuriamoci, poi, se composta di giovani. Tornati a Corigliano mi toccò riferire l’inevitabile fallimento della nostra protesta e, conseguentemente, la decisione di interrompere  l’ormai inutile sciopero, rivelatosi una battaglia persa a causa di  quella strumentalizzata campagna politica. Quella desistenza ci procurò l’infamante accusa di “crumiri” da parte dei colleghi rossanesi. E figuriamoci se ci facevamo intimorire da quattro invasati “servi sciocchi” della “Rivoluzione ad ogni costo”. Infatti, come previsto, la protesta, in campo nazionale, fu un “flop”. Quell’anno, la mia classe, composta di 19 alunni, fu decimata, agli  esami, e la maturità fu conseguita da appena 8 candidati, ed io tra  questi. E siccome almeno due erano ripetenti, vuol dire che, della originaria classe della prima liceo, solo in sei coronammo il sogno. Vi furono ben 11 impietosamente respinti (di cui già tre ripetenti). E non crediate che fossero delle bestie. Tutt’altro. Vi posso garantire che oggi, col grado di cultura imperante, sarebbero stati promossi col massimo de voti. Ma erano altri tempi, quando la cultura si misurava a millimetri e non  a spanne.

Ernesto Scura

 P.S.A proposito di spanne, non guasta riportare un episodio di cui, molto tempo dopo, negli anni 70, fui protagonista a Cosenza, dove Insegnavo Costruzioni all’Istituto Tecnico per Geometri. Tra i docenti c’era un professore di Chimica, collaboratore del Preside, che si dava molto da fare (è evidente che aveva tempo da perdere) nel curare i rapporti con gli alunni, specie quando c’era da organizzare scioperi e manifestazioni  di protesta, meglio ancora se si trattava di ghiotti avvenimenti politici, nazionali ed internazionali. E in Sala Insegnanti non rinunciava a sermoneggiare sulla necessità di una scuola più facile ed aperta anche ai meno dotati, tanto per realizzare il livellamento che avrebbe dovuto eliminare le “disparità sociali”, facendo la solita ipocrita confusione tra merito e condizioni economiche. Era evidente la sua matrice “sessantottina” con conseguimento della “Laurea di  Gruppo” in cui, uno solo, maldestramente, relazionava, e gli altri “meritavano”, del resto, come già avveniva in corso di esami, dove il minimo voto assicurato era il 25/30. Io mi guardavo bene da interloquire con lui. Un giorno, però, si rivolse a me direttamente, chiedendo un mio parere sul suo sogno di una scuola più facile. Sbottai : “ Ma non vedi i guasti che stanno combinando queste teorie? Non vedi il degrado culturale di insegnanti che, ottenuta una qualche laurea usurpata a “furor di popolo”, vengono a rovinare i poveri allievi, anche nella nostra scuola?”  Il riferimento alla sua laurea era troppo palese, per cui ritenne fosse suo dovere fare una qualche raffazzonata precisazione, e cominciò:“ IO, QUANDO MI HO PRESA LA LAUREA...” Non lo lasciai continuare e fulminandolo con lo sguardo, scandii:   “...QUANDO MI SON PRESA LA LAUREA” e girai le spalle ed andai via. Subito dopo, mi ricorsero gli altri docenti: “Erne’, l’hai distrutto”. Ed era vero. Da quel giorno, quando mi vedeva, mi evitava e, per mia fortuna, ed anche sua, evitava di fare “comizi” in sala insegnanti.

Ernesto SCURA