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Visualizzazione post con etichetta LA NOSTRA STORIA. Mostra tutti i post
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venerdì 9 ottobre 2026

Per non dimenticare

 

Gli IMI (Internati Militari
Italiani) nella 
Prussia
orientale
 furono decine
di migliaia di soldati catturati
dai tedeschi dopo
l'armistizio dell'8 settembre
1943
 e deportati nei campi di
concentramento e lavoro
del Reich settentrionale, in
particolare nello 
Stalag I-B di 
Hohenstein (oggi Olsztynek,
in Polonia) e nei suoi numerosi
sottocampi (
Arbeitskommandos).

Nel freddo estremo della Prussia
orientale, i militari affrontarono
fame nera, turni di lavoro estenuanti,
 baracche inadeguate e la durezza
della sorveglianza nazista,
resistendo tuttavia attraverso
il "no" al lavoro volontario e la
cosiddetta 
resistenza senza armi.








Ricordi tratti da appunti raccolti da due contessioti Internati militari italiani (Imi), che in più  tratti delle rispettive  narrazione coincidono.
Uno dei due, oggi 9 Ottobre, avrebbe compiuto 116 anni e intendiamo evocarlo sul blog.

-  -  - 

 «L’8 settembre 1943, a seguito dell’armistizio tra l’esercito italiano e le forze angloamericane, fummo considerati, dai tedeschi traditori e poi nemici, in quanto militari italiani richiamati, in territorio dichiarato in stato di guerra. Il 9 settembre i comandanti ordinarono l’ammaina bandiera e di preparare gli zaini». In realtà in quell’8-9 settembre si assistette allo sbandamento completo dell’esercito italiano.

  I due contessioti non stavano sullo stesso territorio, ma il destino successivo a quel 9 settembre fu per loro identico: furono fatti prigionieri dalle forze armate tedesche con altri loro commilitoni e furono condotti alla stazione ferroviaria a ciascuno di loro più prossima. Il 10 settembre stipati su carri bestiame furono destinati  per l’allora Prussia orientale, dove furono internati in campi di concentramento nazisti, in distinte aree dell’allora Prussia Orientale tedesca, oggi territori Ucraino/Polacchi. 

 A loro era stato chiesto di scegliere tra Benito Mussolini e il nuovo capo del governo Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio: risposero, come altre migliaia di commilitoni -prigionieri dei tedeschi- Badoglio. Così dalle settimane successive, da prigionieri dei tedeschi, patirono il freddo e la fame all’interno dei campi di concentramento, senza che l’uno sapesse dell’altro.

 Col trascorrere delle settimane e pure dei mesi furono, dai campi di concentramento trasferiti e assegnati per lo svolgimento di lavori, di lavoro comunque coatto e sotto vigilanza. Non furono trattati male dalle famiglie a cui furono affidati, ma si trattava comunque di ruoli asserviti e sopratutto senza possibilità alcuna di comunicare con le rispettive famiglie». 

Nell’aprile del 1945 furono liberati dai russi dell’Armata Rossa che avanzavano verso Ovest. Nella prima metà di settembre 1945, dopo mesi di vagare senza meta e dopo avere rifiutato l’offerta di iniziare una nuova vita nella vasta Russia, iniziò il viaggio di rimpatrio in treno che durò un mese.

sabato 3 ottobre 2026

Letteratura sociale

La Sicilia nel 1876 è
un saggio in due volumi,
redatto da Leopoldo
 Franchetti e Sidney
Sonnino, futuri
parlamentari, frutto
di una loro inchiesta
sulla Sicilia,
pubblicato nel 1877.
L'isola, dopo oltre un
secolo di dominio
borbonico, dal 1861
era parte del Regno
 d'Italia.



Viaggio in Sicilia - 1876 

 Ci proponiamo di sfogliare, o comunque di riflettere, su quanto Leopoldo Franchetti ne “La Sicilia nel 1876” riporta circa l’alba di quel fenomeno sociale che oggi definiamo “Mafia”. Come frequentemente è capitato nel corso del Novecento, anche all’uscita del libro, su Franchetti piovvero accuse di pregiudizi sulla realtà siciliana. 

Oggi invece tutte le riflessioni da lui riportate sul libro costituiscono il punto iniziale e di riferimento negli studi socio-economici per chi vuole conoscere il fenomeno mafioso, non in quanto esclusivo male siciliano ma fenomeno che, si scopre, imperversa in più parte del pianeta. 

La Mafia sussiste -purtroppo- nelle società degli uomini, al punto che qualche autore richiamando la “legge di Gresham” «la moneta cattiva scaccia quella buona», scrive che Franchetti è stato il profeta delle tante derive criminali del nostro tempo, che non esonerano nemmeno tanti, forse troppi, spicchi del mondo della politica.

Franchetti, congiuntamente al suo amico Sonnino, ha studiato nell’Isola un fenomeno inquietante che egli in qualche occasione descrive come “democratizzazione della violenza”, una realtà che nei nostri giorni, nel terzo millennio,  investe purtroppo ed ormai l’intero pianeta. 

Franchetti, come il suo amico Sonnino, erano due convinti liberali, ma in Sicilia rimasero colpiti dal cortocircuito  delle logiche mafiose, al punto che entrambi, in qualche modo, dubitarono delle certezze che il padre del liberalismo, Adam Smith, aveva presentato come certezze.

Sia Franchetti che Sonnino erano convintissimi che il mondo nuovo, post rivoluzione francese, avrebbe proceduto con lo “spirito illuministico” come guida. Ma entrambi chiudono le loro rispettive opere sull’Isola scrivendo: Una forza misteriosa  e diabolica  incombe su questa terra arida e monotona”. E Riferendosi alla zona del palermitano, Franchetti scrive: “tutto quel profumo di fiori d’arancio e di limoni principia a sapere di cadavere”. 

E dal 1865, si cominciò ad usare, anzi sorse la parola “Mafia”.


(Segue)

mercoledì 30 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

Il teatro nel Novecento 
abbandona le regole
classiche e il dramma
borghese ottocentesco
per diventare uno spazio
di sperimentazione, crisi
dell'identità e denuncia
sociale.

 Il teatro all’alba del Novecento 

Il passaggio dal teatro dell'Ottocento a quello del ventesimo secolo avviene nel segno della ottocentesca continuità dovuta alla presenza fisica d'un nutrito gruppo di padri nobili e dalla vigoria della commedia di intrattenimento borghese o dialettale a impianto realistico. La continuità attraverso drammi tardo naturalistici e nell’ansia di futuro aprono alle suggestioni del simbolismo, ad atmosfere intimistiche, a trasfigurazioni lirico-sentimentali. 

 Su questo sottofondo D'Annunzio sfida le convenzioni del repertorio borghese con il suo progetto di un teatro poetico-rituale ed esplode poi nello sperimentalismo contestatario dell'avanguardia futurista. In chiave ironica, si propongono le prime indagini d'una drammaturgia del grottesco.

Del passato resta invece il dramma storico: velleità nazionalistico-imperiali animano la tensione retorica e l'orpello storico consente di mascherare disagi sociali.


Gerolamo Rovetta offrì (1901) una visione idilliaca del Risorgimento e con Re Burlone, nel 1905, un caricaturale ritratto di Ferdinando Il di Borbone. Quelli sono anni in cui il nazionalismo incomincia a diventare un partito e se la dannunziana Francesca da Rimini (1901) dava l'illusione della tragedia nazionale di alto prestigio letterario, il Giulio Cesare (1902) di Enrico Corradini - teorico del nazionalismo e critico drammatico sul "Marzocco" - attinge dalla romanità miti, suggestioni, idee-forza per una politica espansionistica. 

Alfredo Oriani con il suo Invincibile (1902) - sul palcoscenico del Margherita di Genova - capovolge il modulo Amleto, trasponendolo negli anni della speculazione borghese per declamare o recriminare le ragioni d'una rivolta ideale perpetuamente frustrata.

lunedì 28 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

In letteratura, il concetto di 
Opera aperta definisce un
testo che non impone 
un’unica interpretazione
rigida o un percorso
narrativo lineare, ma 
richiede una 
collaborazione 
attiva e inventiva
del lettore per 
completarne il
senso.






 L’opera aperta.

Ha scritto Umberto Eco: "Molta della letteratura contemporanea è fondata sull'uso del simbolo come comunicazione dell'indefinito, aperta a reazioni e comprensioni sempre nuove.

Possiamo facilmente pensare all'opera di Kafka come ad un'opera "aperta" per eccellenza: processo, castello, attesa, condanna, malattia, metamorfosi, tortura non sono situazioni da intendersi nel loro significato letterale immediato.


Ma a differenza delle costruzioni allegoriche medievali, qui i soprasensi non sono dati in modo univoco, non sono garantiti da alcuna enciclopedia, non riposano su nessun ordine del mondo".

 (U. Eco, Opera aperta, Milano 1962).


=======

Globalizzazione e contemporanea

 regionalizzazione.


Si è conclusa alcuni decenni fa, la marcia, avviata molti anni fa, verso |’Europa. Che -ora unificata- si è persino allargata oltre i confini tradizionali dell'Ovest, magari per far fronte alla competizione economica con gli Stati Uniti e altre grandi potenze orientali che la globalizzazione rende concorrenti diretti e prossimi. 

Non è nuovo ma non ha avuti mai tanti e così rumorosi proseliti il federalismo in Italia. Dunque direttrici verso l'autonomia locale del potere convivono con le esigenze della globalizzazione. Un'altalena in cui da una parte c'è una forte spinta al decentramento, dall'altra una vigorosa tendenza alla concentrazione: analoga a quella che crea colossi economici multinazionali in cui annegano i poteri e le identità di ogni singolo Stato. La situazione in cui oggi si ritrova l’Europa è una gara durissima ma già cominciata fra i regionalismi e la  globalizzazione. E ciò è davvero nuovo: tanto da lasciare col fiato sospeso. 

Vince il cerchio, che Savinio odiava come figura del sempre identico, ma certamente il mondo, e specificatamente l’Europa non gira come prima.


Naturalmente lo si sapeva: ci sarebbe stato un altro episodio della guerra millenaria fra Platone e Aristotele, fra Essere e Divenire, fra centro e periferia, tra superficie e profondo, autobiografia e romanzo, tra grande architettura narrativa e frammento, fra figuratività e informale, fra nominare e suggerire, fra il cerchio e l'ordine quadro, fra scrittura grassa e scrittura magra, fra comico e tragico, tra riso e umorismo, tra plurilinguismo dantesco e monolinguismo petrarchesco, fra lingua e dialetto, fra narrare e descrivere, tra poesia e prosa, tra epica e quotidianità, tra realismo e fantastico, tra ordine e trasgressione, fra innovazione e rispetto della tradizione, fra classicismo e barocco, fra eresia e ortodossia, fra progressisti e conservatori, fra riformisti e rivoluzionari e fra tutte le alternative nate dalla testa dell'uomo chissà quanti millenni fa. 

Ripetizioni dunque ma ci sarebbero state differenze. Nei secoli precedenti c'erano state varianti ma è nel Novecento che c’è stata la svolta radicale.


La prima clamorosa differenza della "cultura" rispetto alla "natura" fu l'industria. Piccola creatura davvero rispetto a quella che è diventata nel Novecento. Prese a morire la plurimillenaria civiltà contadina a causa di questa grande novità strutturale e ne sarebbero seguite tante: compresa la crisi della civiltà industriale, che alla fine del secolo non è più stata tanto sicura del proprio avvenire. Si alternarono nacquero e morirono rapidamente in quel  secolo (il Novecento) tutte le invenzioni, ogni svolta, persino le strutture, che avevano fama di essere durature, se non perennità . "La novità seduce", diceva già Pope, e il Novecento l'ha presa come regola di vita.


(Segue)


venerdì 25 settembre 2026

Letteratura sociale

La Sicilia nel 1876" è
una celebre 
inchiesta
privata
 in due volumi,
scritta e pubblicata nel 1877
dai giovani studiosi e
futuri parlamentari
toscani 
Leopoldo
Franchetti
 e Sidney
Sonnino
. L'opera
rappresenta la prima
indagine sistematica e
documentata sulle
piaghe economiche, sociali
e politiche della Sicilia
dopo l'Unità d'Italia,
gettando le basi
metodologiche per lo

studio della cosiddetta
 
"questione meridionale”




Viaggio in Sicilia - 1876 

Leopoldo Franchetti, assieme al suo amico Sydney Sonnino, negli anni 1875-1876, visitò la Sicilia avendo avuto sentore che la crescita socio-umana della realtà locale era inficiata da un fenomeno denominato “mafia”. 

Entrambi erano interessati a raccogliere informazioni sullo strano fenomeno che prosperava e bloccava la crescita socio-umana territoriale. Franchetti, nel suo viaggio scopre e rivela l’inquietante fenomeno di violenza presente nell’Isola che blocca ogni iniziativa di apertura democratica e di crescita umana. Anzi a proposito della democrazia egli evidenzia che la presenza mafiosa fa smarrire, estinguere la democrazia. 

Franchetti, ed il suo amico Sonnino, erano di formazione e cultura liberale, sostanzialmente due liberali, ma ciò che essi scoprono nell’Isola li rende grandi intellettuali e minuziosi conoscitori della vita sociale. L’esperienza pratica sul campo dei due studiosi di formazione, come detto, liberale consentirà loro di delimitare e persino respingere il liberismo senza regole. Essi in Sicilia scoprono quello che sui libri di scienza economica e’ l’utilitarismo, l’utilitarismo cieco. In entrambi gli studiosi, quella visita e quanto scoperto nell’assetto sociale della Sicilia di allora, li induce a riconsiderare quanto avevano appreso dall’illuminismo liberale.  

Nell’ottica di piena libertà intellettuale i due studiosi si dedicano a studiare ciò che vedono sul terreno e Franchetti riporta di essersi mosso sulla scia: “Dalla verità la libertà; dalla libertà la verità“ nello spirito di cogliere lo spirito moderno e creare i presupposti per cambiare lo stato delle cose nella Sicilia ormai parte dello Stato italiano.

(segue)

sabato 19 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

All'inizio del Novecento, il
futuro della letteratura viene
affidato a una radicale rottura
con il passato, al rifiuto del
positivismo e del realismo
ottocentesco e alla nascita
delle avanguardie e del
modernismo
 Il Novecento?

 Un secolo orfano. Forse il padre l'ha ucciso (così: Tozzi, Svevo, Gadda e Kafta), di sicuro l’ha perduto. Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico (Atene, 25 agosto1891 – Roma, 5 maggio 1952 è stato uno scrittore, pittore, drammaturgo e compositore italiano) è dell'idea che il secolo ha perso il modello e così ha guadagnato  una libertà mai goduta prima così.

Quanta nostalgia però, che voglia di ritrovarlo, di veder tornare il padre, di riavere il modello, la struttura unica che sa la verità su un'epoca. E forse non ci si è rassegnati a farne a meno neppure oggi, in età postmoderna, che ignora il padre. Dio e ogni depositario della Legge.

Il Novecento è stato un secolo che ha combattuto estenuanti guerre di successione per stabilire a chi toccava il ruolo di guida. Guerre di fratelli in lotta per il posto di padre.


 Quanti regimi totalitari per sostituire un padre e un dio al cui ruolo non si sa rinunciare. Quanti intellettuali rivoluzionari e quanti artisti anarchici sono passati al seguito di dittatori, di Mussolini, Stalin, Hitler.

Il Novecento bestemmiando Dio e il Padre ha convalidato la struttura di una cultura a piramide, sia pure spuntata dai deicidi. Una piramide capovolta che avesse il culmine sotto, cioè invisibile, e su cui si reggesse un epoca.

Eretici e miscredenti non hanno dubitato per decenni: c'era un disegno profondo nel caos contemporaneo. L'arte che lo scopre sarà premiata dalla fede di chi si sentirà dentro quel disegno o progetto e tecnica o, meglio ancora, in quel preciso linguaggio. Si pensi alle poetiche, i movimenti, i gruppi, le riviste che hanno dato la direzione al secolo. Si osservi la staffetta fra le scuole culturali e le correnti artistiche con la quale corse  la storia della cultura del secolo. Senza i movimenti non si fa storia. Così credeva chi pensava alla stona come progresso ma ora chi crede più al progresso?


La norma datasi è che c'è un solo posto, solo uno può occuparlo: un movimento (per esempio il futurismo), una rivista ("La Voce"), una corrente (gli ermetici), una ideologia (il marxismo), un gruppo (il Gruppo 63). Soltanto uno ha ragione, non escluso l'irrazionalismo, che, anzi, finge di parlare con Dio. Ha ragione il cinema invece della letteratura, la TV invece del cinema, la musica invece del teatro, la scienza invece della religione. Uno dopo l'altro e viceversa: i posti non sono stati assegnati definitivamente. Possono tornare la religione, il cinema e il teatro. Eterna è stata la musica, ma quale musica? E quale letteratura? Una volta si era certi di saperlo: quella futurista o quella ermetica o quella neorealista.


(Segue)

mercoledì 16 settembre 2026

Letteratura: personaggi del Novecento

1905 - 1937



Il poeta ungherese, Attila Joszef (Budapest, 11 aprile 1905 – Balatonszárszó, 3 dicembre 1937) è stato uno dei più importanti e influenti poeti ungheresi del XX secolo. La sua opera ha tragicamente unito elementi del modernismo europeo, del surrealismo e del realismo socialista, dando voce alla sofferenza delle classi più povere e al dramma dell'alienazione esistenziale.

Nato nei quartieri poveri di Budapest, visse un'infanzia segnata dalla miseria. Dopo l'abbandono del padre e la prematura morte della madre (figura centrale e dolorosa di molte sue liriche), crebbe tra affidamenti e mille difficoltà. Nonostante le sue straordinarie doti intellettuali e gli studi intrapresi tra Budapest, Vienna e la Sorbona di Parigi, si scontrò duramente con l'ambiente accademico e politico ungherese dell'epoca. La sua celebre poesia Tiszta szívvel ("Con cuore puro") fu considerata scandalosa per il suo nichilismo nichilista, costandogli l'espulsione dall'Università di Seghedino.

Le sue poesie spaziano dall'introspezione psicologica freudiana, fino a una profonda solitudine esistenziale. Ha saputo fondere il linguaggio popolare e folcloristico con le avanguardie letterarie più complesse. Affetto da gravi disturbi psichici e schiacciato dalla povertà e dal mancato riconoscimento pubblico, morì a soli 32 anni travolto da un treno merci presso il lago Balaton. Sebbene permangano dubbi storici, la tesi del suicidio resta la più accreditata.

Ai nostri giorni Attila József è celebrato in Ungheria come un vero e proprio eroe culturale nazionale; il giorno della sua nascita, l'11 aprile, è stato istituito come la Giornata Nazionale della Poesia.

= = = =

Ebbe a scrivere:

 «Il dolore è come un postino: 

qualche volta bussa alla tua porta: 

ha una lettera per te». 

lunedì 31 agosto 2026

Migrazione siciliana nel mondo

Un giorno qualcuno ricorderà . . .  
La Sicilia conta oltre 826.000
residenti all'estero
 iscritti
all'AIRE e 
milioni di discendenti
 sparsi in tutto il mondo.
L'esodo di massa è iniziato alla fine
del XIX secolo a causa della crisi
agraria e della povertà del latifondo.
Tra il 1876 e il 1976 sono partiti
oltre 
2,5 milioni di siciliani.
Tra il 1961 e il 1971 oltre 612.000 
persone hanno lasciato l'isola dirette
in Europa (Francia, Germania, Belgio
 e Svizzera).
Le mete principali oltreoceano
sono state gli 
Stati Uniti,
l'
Argentina, il Canada e l'
Australia.





Capita di tanto in tanto che vengano a trovarci -a noi che persistiamo a vivere in quest’angolo di Sicilia, a Contessa-, gruppi di visitatori statunitensi con lontane origini locali, a giudicare dai loro cognomi. Si tratta di eredi di quel flusso migratorio iniziato subito dopo l’Unita’ d’Italia e ininterrottamente proseguito fino ai primi anni venti del Novecento, quando il Fascismo decise di interrompere il flusso perché doveva creare un Paese armato e militaresco con tante “baionette”.

  I visitatori che dalla lontana New Orleans arrivano fino a Contessa Entellina, immaginano di scoprire (o riscoprire dopo le narrazioni ascoltate dai nonni e dalle loro generazioni trascorse), un contesto umano, sociale e civile al quale in qualche modo ritengono di appartenere e col quale, stando alle narrazioni dei nonni, persistono legami di varia natura.

  Verosimilmente il plurisecolare distacco temporale  dal fenomeno migratorio che condusse migliaia di contessioti nella città del Golfo ha creato molteplici e diversificate consapevolezze dalla psicologia alla storia, dalla poesia del vivere alla sociologia e alla trattazione delle cose da far ascoltare ai periodici e casuali ospiti.

  = = = 

La migrazione dei siciliani, e specificatamente dei contessioti nel mondo, sarà’ oggetto di periodiche pagine sul blog, grazie anche alla collaborazione di chi il fenomeno lo conosce per esperienza diretta.

mercoledì 29 luglio 2026

Tutti dobbiamo conoscere, sapere …

 Storia, Territorio, Patrimonio ambientale,

Nel dicembre del 1520 furono
firmati i capitoli ufficiali della
colonia voluti dal feudatario
per dare stabilità alla comunità
di Kuntisa.



Sul blog abbiamo riportato nel corso degli anni storie antiche e recenti, visioni politiche condivise e avversate, vicende anacronistiche del XX e XXI  secolo e fatti meritori o meno.

 Per quanto l'angustia dello spazio temporale lo consentirà ci piace ampliare questo impegno fino al punto di proseguire scavando nel passato della comunita’ locale nella convinzione che sia sempre stato nella Storia l'unico principio per cui possano i trenta secoli delle storie italiane e siciliane ridursi a esposizione evidente e continua. 


 Senza questo filo ideale e narrativo la memoria si smarrisce nel labirinto delle fazioni, dei contrasti civili e nell'assidua composizione e scomposizione degli assetti; la ragione non può vedere chiarezza in una rapida alternativa di potenza e debolezza, di virtú e corruttela, di senno e imbecillità, d'eleganza e barbarie, d'opulenza e desolazione; e l'animo ricade contristato e oppresso dal sentimento d'una tetra fatalità, lascio’ scritto Carlo Cattaneo.

 

 Fin dai primordi, Kuntisa è peraltro sempre stata storicamente, per noi residenti, altra cosa in Sicilia da ciò che e’ stato Bisacquino o Corleone. 


  Con questo spirito continueremo ad animare le pagine del blog concentrandoci su un passato che non tutto è stato ancora esplorato e non tutto è stato conosciuto da tutti.


venerdì 24 luglio 2026

La Letteratura (31)


Le tesi principali di Averroe
sostengono 
l'indipendenza tra
filosofia e religione, l'eternità
del mondo e l'unicità
dell'intelletto per tutto il genere
umano.





La dottrina dell' “amore cortese"

Nonostante il decreto di condanna del vescovo Tempier (1277), la dottrina dell'"amore cortese" (inteso come amore extra-coniugale) di Andrea il Cappellano (scrittore francese del XII secolo) ebbe grande diffusione, specie in Italia. 


Il passo che segue, del De amore di Cappellano, tratto da un volgarizzamento contenuto in un codice della Biblioteca Vaticana, mostra evidenti consonanze con la poetica dei "siciliani" e soprattutto degli "stilnovisti":


Questo è l'efetto dell'amore, 

che quelli ch'è diritto amante, non 

può essere avaro, e quelli ch'è 

aspro e no adorno e quelli ch'è di 

vil gente, si ‘l fa ben costumato; 

e superbi fa umili e l'amoroso 

molti servigi fae con umilitate ad 

altrui. Molto è gran cosa l'amo-

re, che fa l'uomo così vertudio-

so e ben costumato. Anche ne 

l'amar è una cosa molto da lau-

dare, che fa l'amante quasi ca-

sto, perciò che quelli ch'è ina-

morato a pena potrebe pensare a 

un'altra, e a pena può sofferire lo 

suo animo di guatare un'altra.


(Edizione a cura di G. Ruffini, Milano, 1980).

====


Sant’Alberto Magno mediante una compiuta riesposizione di gran parte degli scritti aristotelici che, di fatto, ne rappresenta un'interpretazione nuova e originale, arricchita dalla sua vasta conoscenza degli autori arabi, dei maestri "latini" dei secoli precedenti, di dottrine mediche, astronomiche e matematiche specifiche, e affidata a un commento assai organico, risolto nella stesura di trattati sistematici.

Per quanto concerne le conoscenze scientifiche, il domenicano non si limitò a riorganizzare il materiale proposto dagli scritti "fisici" e dai "libri naturali" di Aristotele e nelle opere degli scienziati arabi, bensì aggiunse i risultati di proprie osservazioni ed esperienze, ma anche, com'era inevitabile, notizie favolose e credenze mitiche. Pure seppe spesso mostrarsi critico e spregiudicato nei riguardi delle proprie fonti, preponendo quanto poteva direttamente conoscere all'accettazione passiva delle auctoritates.

Con questo, sarebbe assurdo credere che le sue conoscenze scientifiche superassero i limiti delle indagini correnti o che oltrepassassero i molti ostacoli posti dalla mancanza di vere tecniche sperimentali o di una sicura metodologia. 


Taluni tentativi di dimostrare la "modernità" delle sue idee, in questo ambito, sono piuttosto inutili apologie che contributi effettivi alla comprensione di una personalità per tanti aspetti tra le più eminenti della cultura filosofica medievale. Ma è innegabile che la sua opera costituì un tentativo consapevole e organico di concepire unitariamente il sapere del tempo e di offrirne un'adeguata trattazione, fondata sulla certezza di un ordine razionale autonomo della natura, le cui leggi e principi sono raggiungibili con l'esercizio della ragione, senza che occorra mai far ricorso a "verità" di ordine superiore o a una "lettura" mistica e simbolica del cosmo. Il che basta a far comprendere quale fosse il suo atteggiamento nei confronti del rapporto tra indagine filosofica e meditazione teologica, tema che proprio in quegli anni, era al centro di aspri contrasti polemici e sollecitava gli interventi dei più tenaci difensori dei difensori di tutto il sapere alla suprema verità della fede e della teologia che ne deriva.


(Segue)

 Temporalmente si e’ all’alba della distinzione tra i compiti della filosofia (e della scienza)  e quelli della teologia.