14) Un amico, un cultore del pensiero degli uomini, ci fa sapere che farà pervenire periodicamente al blog alcuni dei suoi preziosi e profondi pensieri, sull’uomo. Ci fa prioritariamente sapere che egli non ritiene uomini coloro che per stupidità (che auto definiscono orgoglio) non apprezzano i loro avversari, i loro critici, i loro oppositori.
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La politica dei forti e
l’ipocrisia del Diritto Internazionale
1) Stephen Miller, il vicecapo dello staff di Donald Trump, sostiene che «viviamo in un mondo governato dal potere e dalla forza, è una ferrea legge fin dall’alba dei tempi». Si tratta della manifestazione dell’aggressività degli uomini della Casa Bianca che tenta fino a travalicare quella del loro capo. Il quale si limita a spiegare di non avere «bisogno» di questo oggetto misterioso: il diritto internazionale.
2) Di fatto siamo al funerale della legalità globale: Tralasciando l’invasione dell’Ucraina, dov’era la legalità internazionale quando Putin ha attaccato la Georgia nel 2008 e si è annesso la Crimea nel 2014? O quando gli americani hanno intrapreso contro l’Iraq la più sconclusionata delle guerre? Dov’era la legalità internazionale a Praga nel 1968 e a Budapest nel 1956? Dove, in un’occupazione della Cisgiordania che dura dal 1967?
3) San Tommaso ebbe a definire tre principi di «guerra giusta» (autorità legittima, giusta causa e retta intenzione), trovandone addirittura eco nella Carta delle Nazioni Unite: nell’articolo 2, che bandisce le guerre d’aggressione; nel 51, che consente l’autodifesa; nel capitolo V, dedicato al Consiglio di sicurezza, deputato al mantenimento della pace anche con la forza.
4) seconche’ al Consiglio di sicurezza siedono Washington, Mosca e Pechino come membri permanenti dotati di potere di veto e conseguente paralisi. Alla fine del Novecento, col crollo dell’Urss e l’ingresso cinese nel Wto, apparve evidente la grande illusione: che il liberalismo non ha trionfato e che le spalle americane sono adesso quelle di Trump. Un vecchio autocrate che, per catapultarsi nel Ventunesimo secolo, ci trascina con sé nel Diciannovesimo: verso von Clausewitz «La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi.»
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