L’epoca che ci troviamo a vivere. Con i suoi colori, le sue ombre e le sue contraddizioni.
C’è chi coltiva la dimensione culturale in una dimensione, quella in cui si pensa che per essere “uomini” bisogna essere prepotenti
1) Nessuno di noi contessioti, di noi esseri umani, è perfetto. Fu il sofista Protagora, nell’omonima opera di Platone, a narrare come la natura degli uomini sia il risultato dell’azione dialettica tra Epimeteo e Prometeo. La vicenda di Prometeo, prodigo nei confronti della schiatta (=stirpe) umana, è riportata in vario modo da Esiodo e da Eschilo, ma è senza dubbio Platone che utilizza questo mito per trarre importanti conclusioni di carattere ontologico. La storia è nota: Epimeteo, il cui nome letteralmente significa “colui che apprende in ritardo”, dispensa le virtù biologiche ai diversi animali, ma quando è il turno dell’uomo, sfortunatamente/disgraziatamente i doni performativi sono finiti e la nostra specie pare essere condannata all’insufficienza. A questo punto interviene Prometeo, il cui nome vuol dire “colui che guarda avanti”, il quale dona all’uomo il fuoco e la techne. In altre parole, se Epimeteo ci condanna all’incompletezza biologica, Prometeo ci regala un’altra dimensione, quella culturale che da una parte vicaria la limitatezza della natura umana, dall’altra permette alla nostra specie, unica tra i diversi animali, di compiere il balzo oltre la physis e di compiere i fondamenti del distanziamento. Pico della Mirandola espliciterà molto bene questo concetto nel De hominis dignitate: mentre ogni realtà esistente ha una sua natura, l’uomo non è determinato o costretto da alcuna essenza. In altre parole, l’uomo non ha che una condizione: la libertà, ossia la responsabilità di scegliere la propria sorte, nel bene come nel male.
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Alla luce di ciò a cui assistiamo, di ciò che ci capita di vedere in giro, e’ sull’uomo che accentueremo le pagine sul blog. Cultura e prepotenza non si conoscono fra loro.
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