Prima lettera de “La Colonna e il fondamento della verità “
Pavel Florenskij .
Lettera Prima: Due Mondi
Mio mite, mio limpido!
Quando per la prima volta dopo la tua partenza ho aperto la porta della nostra stanza costruita a volta, gelo, tristezza e solitudine mi hanno investito.
Vi sono entrato ahimè solo, senza di te.
Non è stata soltanto una prima impressione. Eccomi lavato e rassettato. Ecco il file dei pensieri materializzati, allineati sugli scaffali, come prima. Il tuo letto è al suo posto, e anche la tua sedia (voglio almeno l’illusione di averti ancora con me!). Nel lumino di terracotta, come allora, continua ad ardere l’olio e un piccolo fascio di luce raggiunge il Volto Acheropito del Salvatore. Come allora, a sera tarda, fuori della finestra, il vento continua a fischiare tra gli alberi. Come allora, ecco il bastone della guardia notturna che conforta con il suo rintocco e le locomotive a vapore con il loro urlo rauco. Al mattino, come prima, si intrecciano i richiami degli uccelli. Come allora, verso le quattro, la campana chiama al Mattutino. Mi si fondono i giorni e le notti: come se non sapessi dove sono e che cosa mi succede. Sotto le volte della nostra camera, tra le anguste pareti, si sono insediati il non terrestre e l’atemporale; oltre le pareti la gente passa, parla, racconta le novità, legge il giornale, e va e viene incessantemente. Le locomotive a vapore lontane urlano come contralti. Qui e’ l’eterna quiete, la’ e’ l’eterno movimento; tutto come prima … Ma tu non sei con me e l'universo mi sembra vuoto; non solo, del tutto solo in tutto il mondo. Eppure questa triste solitudine mi brucia nel petto dolcemente. A tratti mi sembra di essere trasformato in una foglia che il vento fa girare a mulinello per la strada.
Stamane mi sono alzato di buon mattino e ho avvertito qualcosa di nuovo; infatti nello spazio di una notte e’ terminata l’estate, il vento strappa e trascina via, serpeggiando, le foglie dorate, gli uccelli si raccolgono a stormi, le gru volano in lunghissime file, si sono insediati da noi i corvi e le cornacchie, l’aria è pervasa dal fresco profumo autunnale delle fronde appassite, trascinate via dall’angoscia.
Sono andato nella radura del bosco.
Le foglie cadevano a una a una, volteggiando nell’aria come farfalle morienti e finivano in terra. Sull’erba piegata il vento giocava, “con le tenue ombre” dei rami. Com’è bello, e brioso, è angosciante! Fratello mio, lontano e tranquillo! In te c’è la primavera, in me l’autunno, un costante autunno, come s’è tutta l’anima si struggesse di dolce pena nel vedere queste foglie svolazzanti, nell’annusare “l’aroma dei tremuleti impalliditi”.
Pare che l’anima ritrovi se stessa a cospetto di questa morte, nella trepidazione che presagisce la risurrezione. A cospetto della morte! La morte infatti mi circonda. E non parlo ora dei miei pensieri, né della morte in generale, ma della morte dei miei cari, perduti in questi anni: come foglie ingiallite sono venuti a mancare, a uno a uno in questi ultimi anni. In essi avevo avvertito un’anima, in essi talvolta risplendette per me un riflesso del Cielo. Non ebbi solo del bene, e la coscienza si inquieta. “Che cosa ho fatto per loro?”. Non ci sono più, tra me e loro si è aperto l’abisso.
Il cuore si era unito a loro per l’eternita’, e a uno a uno, come foglie d’autunno, eccoli volteggiare sulla voragine nebbiosa. Cadono senza ritorno, non posso più abbracciare le loro ginocchia, spargere lacrime, chiedendo perdono, chiedendo perdono davanti al mondo intero.
Con un risalto indelebile mi tornano alla mente a uno a uno tutti i peccati, tutte le “piccole bassezze”. Come sigilli di fuoco mi penetrano sempre più a fondo le “piccole” disattenzioni, l’egoismo, la durezza di cuore, che un po’ alla volta hanno mutilato l’anima. Mai niente di apertamente cattivo, mai niente di sensibilmente peccaminoso ma sempre, ( sempre, o Signore!) queste piccole miserie si sono accumulate, e guardando indietro non vedi che bassezza. Nulla di buono …oh, Signore!
Le foglie autunnali cadono disegnando cerchi sulla terra. Calda e placida arde la lampada perpetua, le persone amiche muoiono l’una dopo l’altra. “So che risorgeranno nella risurrezione nell’ultimo giorno”, e tuttavia, con sorta di pena pacata, davanti alla nostra croce che tu hai composta con semplici bastoni e che fu santificata dal nostro starec, gentile, ripeto: “Signore! Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe stato morto”.
Tutto volteggia, tutto scivola nell’abisso della morte. Solo Lui rimane, solo Lui è immutabile, vita e riposo. “A Lui tende tutto il corso degli eventi, come la periferia verso il centro, in Lui convergono tutti i raggi del tempo”. Queste parole non le dico io, con la mia povera esperienza: le testimonia Teofane il Recluso, che si è sprofondato tutto nell’Unico Centro, l’En. Per contro, al di fuori di quest’Unico Centro, “l’unica certezza è che niente c’è di certo e che niente c’è di più miserabile e di più superbo dell’uomo: solum certum nihil esse certi et homine nihil miserius aut superbius, come scrisse Plinio il Vecchio., uno dei pagani più nobili, consacrato tutto alla sua sete infinita di sapere. Si, nella vita tutto si agita, tutto vacilla in immagini di miraggio, ma dal profondo dell’anima si innalza la necessità ineluttabile di appoggiarsi alla “Colonna e Fondamento della Verità” (1 Tim 3,15), della Verità e non semplicemente di una delle verità particolari, bonaria, umana, che si contorce e vola lontano, come polvere spinta verso i monti dal soffio del vento; della Verità (Istina) integra ed eterna nei secoli, una e Divina, della Verità luminosa e sovraluminosa, di quella Verità-Giustizia (Pravda) che secondo un antico poeta è “il sole del mondo”.
Ma come ci accosteremo a questa “Colonna” ?
Presso il corpo incorrotto del beato Sergio, che sempre placa l’anima inquieta, in ogni giorno e in ogni ora sentiamo la preghiera che promette pace anche alla ragione turbata. Tutto il brano evangelico (Mt 11.27-30) che si legge nell’Ufficio (Moleben’) del santo ha un significato sopratutto conoscitivo, oso dire teoretico-conoscitivo, gnoseologico. Questo significato appare tanto più caro se notiamo che l’oggetto di tutto il capitolo 11 del Vangelo di Matteo è il problema della conoscenza, dell’insufficienza di ogni conoscenza razionalistica e della necessità di una conoscenza spirituale. Si, Dio “ha nascosto” tutto ciò che unicamente si può definire degno di essere conosciuto “ai dotti e i sapienti” e “lo ha rivelato ai piccoli” (Mt 11.26). Sarebbe violenza ingiustificata alla Parola di Dio interpretare “i dotti e i sapienti” come “pseudotti” e “pseusapienti” ma che poi in realtà tali non sono, come anche ravvisare nei “piccoli” dei sapienti virtuosi. Il Signore senza alcuna ironia ha detto proprio quello che voleva dire: la vera sapienza umana, la vera razionalità umana sono insufficienti proprio in quanto umane. Allo stesso tempo l’-infanzia- mentale , il difetto di quella ricchezza mentale, la quale impedisce di entrare nel regno dei Cieli , può essere la condizione per acquisire la sapienza spirituale. La Sapienza di tutto è in Gesù Cristo e perciò si può ottenere La Sapienza solo per Lui e da Lui. Tutti gli sforzi umani tormentosamente compiuti dai poveri sapienti per attingere la conoscenza sono vani. Come goffi cammelli essi sono oberati dalle loro conoscenze , e come acqua salmastra la scienza può soltanto acuire la sete del sapere senza mai dissetare l’intelletto ardente. Invece il “giogo soave” del Signore e il Suo “peso leggero” danno all’intelletto ciò che non dà (né può dare) il peso crudele , gravoso e molesto della scienza. Ecco perché presso la tomba che effonde grazia continuano a risuonare, come sorgente perenne di acqua viva, le parole divine: “Tutto è stato dato a me dal Padre mio: e nessuno conosce il Figlio se non il Padre; e nessuno conosce il Padre eccetto il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo. Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e Io vi ristorerò. Prendete su di voi il giogo, e imparate da me, perché sono mite e umile di cuore; e troverete pace per le anime vostre; il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,27-30).
Lungi da me il desiderio di convincere qualcuno; parlo dalla mia pochezza, e se anche una sola anima sentisse che non le parlo con la bocca ne’ all’orecchio, io sarei soddisfatto. So che tu mi accetti, perché sei tu che spezzi le mura del mio egoismo.
Fratello dell’anima mia! Anche lontano e solo, sono con te. Elevandomi al di sopra del tempo, vedo il tuo sguardo chiaro e parlo ancora con te, a faccia a faccia, per te intendo scrivere le mie pagine discontinue. Non ti dispiacerà se le scrivo senza metodo, segnando appena alcune pietre miliari.
Di nascosto, durante le notti sorde d’autunno, nelle ore sacre del silenzio, quando sulle palpebre spunta una lacrima di entusiasmo, mi metterò a scriverti schemi e miseri frammenti delle questioni che abbiamo tanto discusso insieme. Sai già che cosa scriverò, capisci che non intendo insegnare e che semmai il tono cattedratico proviene dalla mia incapacità. Se un maestro saggio trasmette quasi scherzando nozioni difficili, lo scolaro inesperto assume un tono solenne anche nelle sciocchezze. E io sono soltanto uno scolaro che, facendo da eco, ripete per te le lezioni dell’amore.

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