In quegli anni del milleduecento pochi uomini della Chiesa compresero come Alberto Magno la portata culturale delle dottrine aristoteliche e delle dottrine della cultura araba. Il maestro domenicano intese che il complesso di dottrine filosofiche e scientifiche era stato inondato da presupposti teologici estranei al pensiero di Aristotele, con il risultato di accrescere le divergenze tra verità filosofica e verità di fede. Egli fu attratto invece dai temi neoplatonici del Liber de causis (=proposizioni a carattere sia filosofico che teologico).
Apprezzò l’insistenza dell’arabo Averroe sul carattere “separato” dell’intelletto umano che lo rende capace di congiungersi con la luce della mente divina, e ritenne che il vero fine terreno dell’uomo dovesse consistere nella pura “felicità speculativa” che consegue all’attuazione della ragione. A tal fine si adoperò a chiarire, esporre e riordinare tutto il complesso teorico fornito dai testi aristotelici, in pratica le concezioni “fisiche”, le conoscenze naturali, i principi “metafisici”, ma anche le dottrine etiche e politiche della tradizione greca e araba.
Alberto Magno si adoperò nel riesporre gran parte degli scritti aristotelici, dando anche una interpretazione nuova e in parte originale, arricchita dalla sua vasta conoscenza degli autori arabi, dei maestri “latini” dei secoli precedenti, di dottrine mediche, astronomiche e matematiche. Lo ricorderemo nelle prossime pagine.

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