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giovedì 29 gennaio 2026

La Letteratura (11)

 

Averroe’
è noto in Occidente il filosofo,
giurista, medico e astronomo
arabo di Spagna 
Abū l- Walīd
Muḥammad ibn Rushd
 
(Cordova 1126 - Marrākesh 1198). 
Tra le sue numerosissime opere 
sono celebri in 
particolare i 
Commentari ad Aristotele e
alcuni scritti originali, tra i
quali il più noto è il 
Tahāfut at-tahāfut (in versione
latina 
Destructio destructionis).
Tre la sue tesi 
che influenzarono
 la 
cultura occidentale:
l'indipendenza delle 
verità
 di ragione da quelle di fede (che
sono un insieme di miti e di
verità pratiche), l'eternità della
materia e del mondo, la 
negazione dell’immortalità
dell’anima 
individuale
.









Qualcosa ancora su Alberto Magno

Alberto Magno considero’ la realtà mondana come manifestazione della sapienza divina, evidente nella sua perfezione e nella sua armonia di tutti i processi che la costituiscono; ne’ manco’ di riconoscervi la prova di una suprema volontà creatrice.  Ma fu altrettanto deciso nel sostenere che la conoscenza ottenuta per la via della ragione naturale è cosa diversa dal sapere teologico; contro chi mirava a confondere scienza, filosofia e teologia il suo giudizio fu esplicito: “le cose teologiche non si accordano con le cose filosofiche nei loro principi, perché la teologia è fondata sulla rivelazione e non sulla ragione”. Sicché solo ai filosofi doveva spettare di “dire quel che si dice fondandosi sui ragionamenti”, ai teologi “spiegare e rendere comprensibile ai fedeli le verità e i principi della fede rivelata”.

In quei lontani secoli del secondo millennio si delineava così una precisa distinzione tra i compiti della filosofia (e della scienza) e quelli della teologia , ignota alla cultura altomedievale e, d’altro canto, notevolmente diversa da quella indicata da Averroe’ nelle sue discussioni con i “maestri” musulmani. Per Alberto Magno teologia e filosofia erano due scienze e attività intellettuali diverse che procedevano con metodi differenti e avevano principi e domini diversi, e non già due forme della stessa dottrina, l’una, la teologia, persuasiva e “dialettica”, l’altra, la filosofia rigorosa e dimostrativa. Il teologo doveva muoversi dalla parola di Dio, unica fonte della verità sovrannaturale; il filosofo, che ragionava a partire dai dati dell’esperienza naturale e dall’argomentazione logica, poteva soltanto speculare sui problemi conoscibili dal lume dell’intelletto. Le due discipline non dovevano in alcun modo servire da reciproca spiegazione o conferma; se la filosofia non poteva interferire sulle questioni relative alle verità di fede, neppure la teologia aveva il diritto di guidare la ragione filosofica che, nel proprio dominio , non si richiamava alla Scrittura, ma si serviva, piuttosto della placita di Galeno, se trattava questioni mediche, ricorreva a Euclide o ad al-Hazen, per indagare i problemi di matematica o di ottica, e, sopratutto, doveva usare i metodi e le dottrine di Aristotele, il migliore conoscitore della realtà naturale e dei suoi fondamenti ontologici o, quando occorreva, anche le razionali interpretazioni del suo massimo commentatore, Averroe’.

(Segue)

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