| Luciano Lama |
Il 24 luglio 1972 viene sottoscritto un patto federativo tra Cgil, Cisl e Uil, nel quale si sottolinea fra l'altro «l'obiettivo dell'unità sindacale quale esigenza irrinunciabile» e si vara, a tal fine, come strumento transitorio, «una federazione tra le confederazioni articolata ai vari livelli, con prerogative delegate e organi propri».
La stagione dell'unità dura abbastanza poco. Il movimento sindacale nei primi anni Settanta assume un ruolo decisivo come interlocutore del potere politico, la crescita di forza conseguente all'unificazione si fa sentire e il sindacato unitario non è più soltanto portatore di interessi relativi alle condizioni di lavoro, ma si propone come controparte del governo sui temi delle riforme (casa, sanità, trasporti, ecc.) e della politica economica in generale.
La sua crescita di ruolo incontra però via via ostacoli insormontabili: la situazione politica si deteriora e si sviluppa il fenomeno del terrorismo, le crisi petrolifere e l'inflazione galoppante riducono le possibilità di una politica di riforme, le imprese riescono sempre meno a far quadrare i conti.
Dalla metà degli anni Settanta il processo di unificazione entra in crisi: il movimento sindacale prova a far passare tra i suoi aderenti una linea di «austerità», di contenimento delle rivendicazioni, mentre le imprese conducono radicali processi di ristrutturazione con licenziamenti. Il peso della classe operaia, quantitativo e politico, diminuisce.
La concorrenza tra le sigle sindacali si riapre. Siamo ai conflitti fra le confederazioni alla ricerca di una rappresentatività in declino si sono aggiunti i rapresentanti sindacali «autonomi» sempre più numerosi, in difesa di interessi particolari di categorie specifiche di lavoratori che non si riconoscono più nelle grandi organizzazioni.
E’ l'effetto dell'appiattimento retributivo e normativo prodotto dalle politiche sindacali degli anni precedenti, in rotta di collisione con la crescente differenziazione delle mansioni, delle professionalità presenti nel mondo del lavoro.
In discussione non è solo la politica di questa o quella confederazione, ma il principio della confederalità, cioè dell'unificazione degli interessi differenziati dell'universo dei lavoratori dipendenti, in un mondo del lavoro in cui declinano i mestieri tradizionali e nascono continuamente nuove professioni, spesso con una vita di assai breve durata.
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