| Il latifondo è stato una costante nell'economia siciliana fin dai tempi dell'antica Roma e, in seguito, del sistema feudale. Ha caratterizzato per secoli vaste aree, in particolare in Sicilia. |
Ci sono voluti decenni perché venisse finalmente varata una legge (n.199 del 2016) per contrastare l’intermediazione illegale e lo sfruttamento lavorativo e offrire uno strumento alla repressione. Accadde un fatto di sangue a cui seguì una lunga scia di proteste:
A) il 7 gennaio 2010, due braccianti agricoli africani vennero assassinati a Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro (RC).
B) Un anno dopo, la Cgil (con Fillea e Flai) promosse la campagna “Stop caporalato” chiedendo al legislatore l’inserimento nel codice penale del reato di caporalato e il perseguimento penale di chi sfrutta e riduce in schiavitù i lavoratori.
C) La legge punisce chiunque recluti o organizzi manodopera per destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. Per i caporali e i datori di lavoro è’ prevista la reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato o impiegato. La legge stabilisce criteri precisi per determinare se un lavoratore si trova in una condizione di sfruttamento (basta una violazione):
1) Violazioni retributive: reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali (o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro svolto).
3) Condizioni degradanti: sottoposizione dei lavoratori a condizioni di alloggio o di lavoro degradanti.
4) sfruttamento derivante dallo stato di vulnerabilità o bisogno del lavoratore (ad esempio la condizione di irregolarità del permesso di soggiorno).
Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista, è stato autore del libro Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori 2008, poi ripubblicato da Feltrinelli). Leogrande ha indagato in particolare sugli eventi dei primi anni Duemila, quando migliaia di lavoratori immigrati, inizialmente soprattutto polacchi e in seguito provenienti dall'Africa subsahariana e dalla Romania, venivano attirati in Italia con false promesse di lavoro redditizio.
"Siamo uomini o caporali?" è una delle più celebri battute della storia del cinema italiano, ideata da Totò (Antonio De Curtis). La frase dà il titolo all'omonimo film del 1955, diretto da Camillo Mastrocinque. Nel film, Totò esplicita una vera e propria filosofia di vita, dividendo l'intera umanità in due categorie distinte. Gli uomini: la stragrande maggioranza, che lavorano, faticano, soffrono e sopportano le ingiustizie quotidiane con dignità. E i caporali: che sono una minoranza, gli oppressori e tutti coloro che sfruttano e umiliano il prossimo. Se nel 1955, con Totò si poteva sorridere su questa semplice filosofia di vita, oggi non possiamo più permetterci questa leggerezza. Perfino la parola caporalato sembra inadeguata. Altro che caporali, chiamiamoli per quello che sono: schiavisti.
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