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venerdì 29 maggio 2026

L’Italia nel lungo periodo (2)

 Lettura della Storia con ottica economicistica

La struttura, relativamente
semplice, del mulino ad
acqua.

Il mulino ad acqua nasce nel I secolo a.C. nel bacino del Mediterraneo orientale. Inizialmente, si trattava di prototipi con ruota orizzontale, mentre il primo modello a ruota verticale azionato da ingranaggi fu descritto chiaramente dallo scrittore romano Vitruvio nel trattato De architectura. Nonostante le invenzioni antiche, la diffusione su larga scala e l'industrializzazione dei mulini ad acqua avvennero molti secoli dopo, durante il Medioevo (tra l'VIII e il IX secolo in età carolingia e poi nell'XI secolo).

 In un paese, l’Italia,  che consumava (e consuma) grandi quantità di cereali e di granaglie di vario genere, “acqua, macine e farina” dovevano integrarsi a vicenda e trovare nel mulino la loro sede privilegiata. Nessuna meraviglia quindi che la prevalente alimentazione cerealicola degli italiani abbia portato nei secoli passati a un’ampia e capillare diffusione del mulino, nelle sue più diverse tipologie, su tutto il territorio nazionale, e per quanto ci riguarda della Sicilia e, per quanto e’ più prossimo a noi (Contessa Entellina) nell’area della Valle del Belice, fino agli anni cinquanta del Novecento, quando la modernizzazione dei meccanismi di macinazione operata soprattutto dall’introduzione dei laminatoi alimentati non più dai corsi d’acqua ma dall’energia elettrica, ha avuto come immediata conseguenza una più rapida produzione di farina e una veloce trasformazione del mulino artigianale in mulino-pastificio a più piani, capace di alimentare interi centri abitati.

Trattando di mulini, non si può sul blog, non tratteggiare il ruolo degli antenati di chi scrive, i Clesi-mugnai in più località della Valle del Belice, in forza e beneficio del regime feudale delle corporazioni di mestiere. 

Le corporazioni dei mugnai (o arti) erano associazioni di mestiere medievali nate per tutelare i professionisti della macinazione, regolamentare il prezzo del pane, stabilire standard di qualità e controllare le severe normative sul monopolio feudale, dal momento che mulini e forni erano proprietà delle signorie feudali (civili o religiose). I mugnai possedevano infatti la struttura e la gestivano in affitto dai signori feudali, dai Monasteri o dai Comuni, versando come canone percentuale della farina prodotta. 

Sia le corporazioni di mestiere dei mugnai che i Comuni fissavano tolleranze di resa grano/farina, tariffe sul grano macinato e ispezioni costanti sulla gestione. Se i mulini appartenevano ai baroni del feudo su cui sorgevano, i mugnai fungevano in buona sostanza da esattori per conto del signore, riscuotendo il "diritto di macina".

Una curiosità: ai mugnai era proibito vendere farina o detenerne più del necessario per il sostentamento della famiglia, era altresì vietato a fornai e venditori di farina prendere in affitto un mulino. I mugnai erano oltretutto sottoposti ad un imposta sul macinato che, nella seconda metà del XIX secolo, portò alla rivolta del 1° gennaio 1869, quando tutti i mugnai italiani si chiusero dentro ai loro mulini per protesta ad una legge che penalizzava in particolare le realtà più deboli dei mulini di montagna e delle aree interne.


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